Giovanni Boccaccio - Opera Omnia >>  Esposizioni sopra la commedia di Dante




 

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«Nel mezzo del cammino di nostra vita» etc. La nostra umanità, quantunque di molti privilegi dal nostro Creatore nobilitata sia, nondimeno di sua natura è sì debile che cosa alcuna, quantunque menoma sia, far non può nè bene nè compiutamente senza la divina grazia: la qual cosa e gli antichi valenti uomini e' moderni considerando, a quella supplicemente e domandare e con ogni divozione a nostro potere impetrare, almeno ne' princìpi d'ogni nostra operazione, pietosamente e con paterna affezione ne confortano.

Alla qual cosa dee ciascuno senza alcuna difficultà divenire, leggendo quello che ne scrive Platone, uomo di celestiale ingegno, nel fine del primo libro del suo Timeo, per sè dicendo:
«Nam cum omnibus mos sit et quasi quedam religio, qui vel de maximis rebus vel de minimis aliquid acturi sunt, precari divinitatem ad auxilium, quanto nos equius est, qui universitatis nature substantieque rationem prestaturi sumus, invocare divinam opem, nisi plane quodam sevo furore atque implacabili raptemur amentia?».

E se Platone confessa sè, più che alcuno altro, avere del divino aiuto bisogno, io che debbo di me presummere, conoscendo il mio intelletto tardo, lo 'ngegno piccolo e la memoria labile, e spezialmente sottentrando a peso molto maggiore che a' miei omeri si convegna, cioè a spiegare l'artificioso testo, la moltitudine delle storie e la sublimità de' sensi nascosi sotto il poetico velo della Comedìa del nostro Dante, e massimamente ad uomini d'alto intendimento e di mirabile perspicacità, come universalmente solete esser voi, signori fiorentini? Certo, oltre ogni considerazione umana debbo credere abisognarmi.

Adunque, acciò che quello che io debbo dire sia onore e gloria del santissimo nome di Dio e consolazione e utilità degli uditori, intendo, avanti che io più oltre proceda, quanto più umilemente posso, ricorrere ad invocare il suo aiuto, molto più della sua benignità fidandomi che d'alcuno mio merito.

E imperciò che di materia poetica parlare dovemo, poeticamente quello invocherò con Anchise troiano, dicendo que' versi che nel II del suo Eneida scrive Virgilio:

Iupiter omnipotens, precibus si flecteris
ullis, aspice nos: hoc tantum; et, si
pietate meremur, da deinde auxilium,
pater etc.

Invocata adunque la divina clemenzia che alla presente fatica ne presti della sua grazia, avanti che alla lettera del testo si vegna estimo sieno da vedere tre cose, le quali generalmente si sogliono cercare ne' princìpi di ciascuna cosa che apartenga a dottrina: la primiera è dimostrare quante e quali sieno le cause di questo libro; la seconda, qual sia il titolo del libro; la terza, a qual parte di filosofia sia il presente libro supposto.

Le cause di questo libro son quatro: la materiale, la formale, la efficiente e la finale. La materiale è, nella presente opera, doppia, così come è doppio il suggetto, il quale è colla materia una medesima cosa: per ciò che altro suggetto è quello del senso litterale e altro quello del senso allegorico, li quali nel presente libro amenduni sono, sì come manifestamente aparirà nel processo.

È adunque il suggetto, secondo il senso litterale, lo stato dell'anime dopo la morte de' corpi semplicemente preso, per ciò che di quello, e intorno a quello, tutto il processo della presente opera intende; il suggetto secondo il senso allegorico è: come l'uomo, per lo libero arbitrio meritando e dismeritando, è alla giustizia di guiderdonare e di punire obligato.

La causa formale è similmente doppia, per ciò ch'egli è la forma del trattato e la forma del trattare. La forma del trattato è divisa in tre, secondo la triplice divisione del libro: la prima divisione è quella secondo la quale tutta l'opera si divide, cioè in tre cantiche; la seconda divisione è quella secondo la quale ciascuna delle tre cantiche si divide in canti; la terza divisione e quella secondo la quale ciascuno canto si divide in rittimi.

La forma o vero il modo del trattare è poetico, fittivo, discrittivo, digressivo e transuntivo; e, con questo, difinitivo, divisivo, probativo, reprobativo e positivo d'essempli.

La causa efficiente è esso medesimo autore Dante Alighieri, del quale più distesamente diremo appresso, dove del titolo del libro parleremo.

La causa finale della presente opera è: rimuovere quegli, che nella presente vita vivono, dallo stato della miseria allo stato della felicità.

La seconda cosa principale, che è da vedere, è qual sia il titolo del presente libro, il quale secondo alcuni è questo: «Incomincia la Comedìa di Dante Alighieri fiorentino». Alcuno altro, seguendo più la 'ntenzione dell'autore, dice il titolo essere questo: «Incominciano le cantiche della Comedìa di Dante Alighieri fiorentino»; la quale per ciò che, come detto è, è in tre parti divisa, dice il titolo di questa prima parte essere: «Incomincia la prima cantica delle cantiche della Comedìa di Dante Alighieri», volendo per questo mostrare dovere il titolo di tutta l'opera essere: «Cominciano le cantiche della Comedìa di Dante» etc., come detto è.

Ma perchè questo poco resulta, il lasceremo nell'albitrio degli scrittori e verremo a quello per che all'autore dovè parere di doverlo così intitolare, dicendo la cagione del titolo secondo, per ciò che in quello si conterrà la cagione del primo, il quale quasi da tutti è usitato.

E ad evidenzia di questo, secondo il mio giudicio, è da sapere sì come i musici ogni loro artificio formano sopra certe dimensioni di tempi lunghe e brievi, e acute e gravi, e delle varietà di queste con debita e misurata proporzione congiunta, e quello poi appellano «canto», così i poeti: non solamente quegli che in latino scrivono, ma eziandio coloro che, come il nostro autore fa, volgarmente dettano, componendo i loro versi, secondo la diversa qualità d'essi, di certo e diterminato numero di piedi intra se medesimi, dopo certa e limitata quantità di parole, consonanti, sì come nel presente trattato veggiamo che, essendo tutti i rittimi d'equal numero di sillabe, sempre il terzo piè nella sua fine è consonante alla fine del primo, che in quella consonanza finisce; per che pare che a questi cotali versi, o opere composte per versi, quello nome si convegna che i musici alle loro invenzioni danno, come davanti dicemmo, cioè «canti», e per conseguente quella opera, che di molti canti è composta, doversi «cantica» appellare, cioè cosa in sè contenente più canti.

Appresso, si dimostra nel titolo questo libro essere appellato Comedìa. A notizia della qual cosa è da sapere che le poetiche narrazioni sono di più e varie maniere, sì come è tragedìa, satira e comedìa, buccolica, elegìa, lirica ed altre. Ma volendo di quella sola, che al presente titolo apartiene, vedere, vogliono alcuni mal convenirsi a questo libro questo titolo, argomentando primieramente dal significato del vocabolo e, appresso, dal modo del trattare de' comici, il quale pare molto essere differente da quello che l'autore serva in questo libro.

Dicono adunque primieramente mal convenirsi le cose cantate in questo libro col significato del vocabolo, per ciò che «comedìa» vuole tanto dire quanto «canto di villa», composto da «comos», che in latino viene a dire «villa», e «odòs», che viene a dire «canto»: e i canti villeschi, come noi sappiamo, sono di basse materie, sì come di loro quistioni intorno al cultivare della terra, o conservazione di loro bestiame o di loro bassi e rozi inamoramenti e costumi rugali; a' quali in alcuno atto non sono conformi le cose narrate in alcuna parte della presente opera, ma sono di persone eccellenti, di singulari e notabili operazioni degli uomini viziosi e virtuosi, degli effetti della penitenzia, de' costumi degli angeli e della divina essenzia.

Oltre a questo, lo stilo comico è umile e rimesso, acciò che alla materia sia conforme; quello che della presente opera dire non si può, per ciò che, quantunque in volgare scritto sia, nel quale pare che comunichino le feminette, egli è nondimeno ornato e leggiadro e sublime, delle quali cose nulla sente il volgare delle femine. Non dico però che, se in versi latini fosse, non mutato il peso delle parole volgari, ch'egli non fosse più artificioso e più sublime molto, per ciò che molto più d'arte e di gravità ha nel parlare latino che nel materno.

E, appresso, dell'arte spettante al comedo: mai nella comedìa non introducere se medesimo in alcuno atto a parlare; ma sempre a varie persone, che in diversi luoghi e tempi e per diverse cagioni deduce a parlare insieme, fa ragionare quello che crede che apartenga al tema impreso della comedìa; dove in questo libro, lasciato l'artificio del comedo, l'autore ispessissime volte e quasi sempre or di sè or d'altrui ragionando favella.

E similemente nelle comedìe non s'usano comparazioni nè recitazioni d'altre storie che di quelle che al tema assunto apartengono: dove in questo libro si pongono comparazioni infinite e assai storie si racontano che dirittamente non fanno al principale intento.

Sono ancora le cose che nelle comedìe si racontano cose che per avventura mai non furono, quantunque non sieno sì strane da' costumi degli uomini che essere state non possano: la sustanziale istoria del presente libro, dell'essere dannati i peccatori, che ne' loro peccati muoiono, a perpetua pena, e quegli, che nella grazia di Dio trapassano, essere allevati alla eterna gloria, è, secondo la catolica fede, vera e stata sempre.

Chiamano, oltre a tutto questo, i comedi le parti intra sè distinte delle loro comedìe «scene»; per ciò che, recitando li comedi quelle nel luogo detto «scena», nel mezzo del teatro, quante volte introduceano varie persone a ragionare tante della scena uscivano i mimi trasformati da quegli che prima avevano parlato e fatto alcuno atto, e, in forma di quegli che parlar doveano, venivano davanti dal popolo riguardante e ascoltante il comedo che racontava; dove il nostro autore chiama «canti» le parti della sua Comedìa.

E così, acciò che fine pognamo agli argomenti, pare, come di sopra è detto, non convenirsi a questo libro nome di «comedìa». Nè si può dire non essere stato della mente dell'autore che questo libro non si chiamasse «comedìa», come talvolta ad alcuno d'alcuna sua opera è avvenuto, con ciò sia cosa che esso medesimo nel XXI canto di questa prima cantica il chiami Comedìa, dicendo:

Così di ponte in ponte altro parlando, che la
mia Comedìa cantar non cura etc.

Che adunque diremo alle obiezioni fatte? Credo, con ciò sia cosa che occulatissimo uomo fosse l'autore, lui non avere avuto riguardo alle parti che nelle comedìe si contengono, ma al tutto, e da quello avere il suo libro dinominato, figurativamente parlando. Il tutto della comedìa è, per quello che per Plauto e per Terrenzio, che furono poeti comici, si può comprendere, che la comedìa abbia turbulento principio e pieno di romori e di discordie e poi l'ultima parte di quella finisca in pace e in tranquillità.

Al qual tutto è ottimamente conforme il libro presente: per ciò che egli incomincia da' dolori e dalle tribulazioni infernali, e finisce nel riposo e nella pace e nella gloria, la quale hanno i beati in vita eterna. E questo dee poter bastare a fare che così fatto nome si possa di ragion convenire a questo libro.

Resta a vedere chi fosse l'autore di questo libro: la qual cosa non pure in questo libro, ma in ciascuno altro pare di necessità di doversi sapere; e questo, acciò che noi non prestiamo stoltamente fede a chi non la merita, con ciò sia cosa che noi leggiamo: «Qui misere credit, creditur esse miser». E qual cosa è più misera che credere al patricida dell'umanità e pietà, al libidinoso della castità, all'invidioso della scritta o all'eretico della fede catolica? Rade volte avviene che alcuno contro alla sua professione favelli. Voglionsi adunque essaminare la vita e' costumi e gli studi degli uomini, acciò che noi cognosciamo quanta fede sia da prestare alle loro parole.

Fu adunque autore del presente libro, sì come il titolo ne testimonia, Dante Alighieri, per ischiatta nobile uomo della nostra città; e la sua vita non fu uniforme, ma, da varie permutazioni infestata, spesse volte in nuove qualità di studi si permutò; della quale non si può convenevolmente parlare, che con essa non si ragioni de' suoi studi.

E però egli primieramente dalla sua puerizia nella propria patria si diede agli studi liberali e in quelli maravigliosamente s'avanzò, per ciò che, oltre alla prima arte, fu, secondo che appresso si dirà, maraviglioso loico e seppe retorica, sì come nelle sue opere apare assai bene; e per ciò che nella presente opera apare lui essere stato astrolago, e quello essere non si può senza arismetrica e geometria, estimo lui similemente in queste arti essere stato ammaestrato.

Ragionasi similemente lui nella sua giovaneza avere udita filosofia morale in Firenze e quella maravigliosamente bene avere saputa: la qual cosa egli non volle che nascosa fosse nello XI canto di questo trattato, dove si fa dire a Virgilio:

Non ti rimembra di quelle parole, con le
quali la tua Etica pertratta,

quasi voglia per questo s'intenda la filosofia morale in singularità essere stata a lui familiarissima e nota.

Similemente in quella, udì gli autori poetici, e studiò gli istoriografi, e ancora vi prese altissimi princìpi nella filosofia naturale, sì come esso vuole che si senta per li ragionamenti suoi in questa opera avuti con ser Brunetto Latino, il quale in quella scienza fu reputato solenne uomo.

Nè fu, quantunque a questi studi attendesse, senza grandissimi stimoli datigli da quella passione, la qual noi generalmente chiamiamo «amore», e, similemente, dalla sollicitudine presa degli onori publici, a' quali ardentemente attese, infino al tempo che, per paura di peggio, andando le cose traverse a lui e a quegli che quella setta seguiano, convenne partire di Firenze.

Dopo la qual partita, avendo alquanti anni circuita Italia, credendosi trovar modo a ritornare nella patria, e di ciò avendo la speranza perduta, se n'andò a Parigi e quivi ad udire filosofia naturale e teologia si diede; nelle quali in poco tempo s'avanzò tanto che, fatti e una e altra volta certi atti scolastici, sì come sermonare, leggere e disputare, meritò grandissime laude da' valenti uomini.

Poi in Italia tornatosi e in Ravenna riduttosi, avendo già il cinquantesimosesto anno della sua età compiuto, come catolico cristiano fece fine alla sua vita e alle sue fatiche, dove onorevolmente fu appo la chiesa de' Frati Minori sepellito, senza aver preso alcuno titolo o onore di maestrato, sì come colui che 'ntendea di prendere la laurea nella sua città, come esso medesimo testifica nel principio del canto XXV del Paradiso; ma al suo desiderio prevenne la morte, come detto è.

I suoi costumi furono gravi e pesati assai e quasi laudevoli tutti; ma, per ciò che già delle predette cose scrissi in sua laude un trattatello, non curo al presente di più distenderle. Le quali cose se con sana mente riguardate saranno, mi pare esser certo che assai dicevole testimonio sarà reputato e degno di fede, in qualunque materia è stata nella sua Comedìa da lui recitata.

Ma del suo nome resta alcuna cosa da recitare, e pria del suo significato, il quale assai per se medesimo si dimostra, per ciò che ciascuna persona, la quale con liberale animo dona di quelle cose, le quali egli ha di grazia ricevute da Dio, puote essere meritamente appellato «Dante». E che costui ne desse volentieri, l'effetto nol nasconde. Esso, a tutti coloro che prender ne vorranno, ha messo davanti questo suo singulare e caro tesoro, nel quale parimente onesto diletto e salutevole utilità si truova da ciascuno che con caritevole ingegno cercare ne vuole.

E, per ciò che questo gli parve eccellentissimo dono, sì per la ragion detta e sì perchè con molta sua fatica, con lunghe vigilie e con istudio continuo l'acquistò, non parve a lui dovere essere contento che questo nome da' suoi parenti gli fosse imposto causalmente, come molti ciascun dì se ne pongono: per dimostrare quello essergli per disposizione celeste imposto, a due eccellentissime persone in questo suo libro si fa nominare.

Delle quali la prima è Beatrice, la quale, aparendogli in sul triumfale carro del celestiale essercito in su la suprema alteza del monte di purgatorio, intende essere la sacra teologia, dalla quale si dee credere ogni divino misterio essere inteso, e con gli altri insieme questo, cioè che egli per divina disposizione chiamato sia Dante:

a confermazione di ciò, si fa a lei Dante appellare in quella parte del XXX canto del Purgatorio, nel quale essa, parlandogli, gli dice: Dante, perchè Virgilio se ne vada; quasi voglia s'intenda, se ella di questo nome non lo avesse conosciuto degno, o non l'avrebbe nominato o avrebbelo per altro nome chiamato; oltre a ciò soggiugnendo, per la ragion già detta, in quello luogo di necessità registrarsi il nome suo, e questo ancora acciò che paia lui a tal termine della teologia essere pervenuto che, essendo Dante, possa senza Virgilio, cioè senza la poesia, o vogliam dire senza la ragione delle terrene cose, valere alle divine.

L'altra persona, alla quale nominar si fa, è Adamo, nostro primo padre, al quale fu conceduto da Dio di nominare tutte le cose create; e perchè si crede lui averle degnamente nominate, volle Dante, essendo da lui nominato, mostrare che degnamente quel nome imposto gli fosse, con la testimonanza di Adamo; la qual cosa fa nel canto XXVI del Paradiso, là dove Adamo gli dice: Dante, la voglia tua discerno meglio etc. E questo basti intorno al titolo avere scritto.

La terza cosa principale, la quale dissi essere da investigare, è a qual parte di filosofia sia sottoposto il presente libro; il quale, secondo il mio giudicio, è sottoposto alla parte morale, o vero etica: per ciò che, quantunque in alcun passo si tratti per modo speculativo, non è perciò per cagione di speculazione ciò posto, ma per cagione dell'opera, la quale quivi ha quel modo richesto di trattare.

Espedite le tre cose sopradette, è da vedere della rubrica particulare che segue, cioè: «Incomincia il primo canto dello Inferno». Ma, avanti che io più oltre proceda, considerando la varietà e la moltitudine delle materie che nella presente lettura sopraverranno, il mio poco ingegno e la deboleza della mia memoria, intendo che, se alcuna cosa meno avvedutamente o per ignoranza mi venisse detta, la qual fosse meno che conforme alla catolica verità, che per non detta sia, e da ora la rivoco e alla emendazione della santa Chiesa me ne sommetto.

Dice adunque la nostra rubrica: «Incomincia il primo canto dello Inferno»; intorno alla quale è da vedere s'egli è inferno e se n'è più ch'uno e in qual parte del mondo sia, donde si vada in esso, qual sia la forma di quello, a che serva e se per altro nome si chiama che «inferno».

E primieramente dico ch'egli è inferno. Il che per molte autorità della Scrittura si pruova, e primieramente per Isaia, il quale dice: «Dilatavit infernus animam suam et aperuit os suum absque ullo termino»; e Virgilio nel VI dell'Eneida dice: «Inferni ianua regis»; e Iòb: «In profundissimum infernum descendet anima mea»: per le quali autorità apare essere inferno.

Appresso, si domanda se egli n'era più che uno: e' pare per lo senso della Scrittura sacra che ne sieno tre, de' quali i santi chiamano l'uno superiore e il secondo mezzano e il terzo inferiore, vogliendo che il superiore sia nella vita presente, piena di pene, d'angosce e di peccati. E, di questo parlando, dice il Salmista: «Circumdederunt me dolores mortis et pericula inferni invenerunt me»; e in altra parte dice: «Descendant in infernum viventes», quasi voglia dire: «nelle miserie della presente vita».

E di questo inferno sentono i poeti co' santi, fingendo questo inferno essere nel cuore de' mortali; e, in ciò dilatando la fizione, dicono a questo inferno essere un portinaio, e questo dicono essere Cerbero, infernal cane, il quale è interpetrato «divoratore»: sentendo per lui la insaziabilità de' nostri disideri, li quali saziare nè empiere non si possono.

E l'uficio di questo cane non è di vietare la entrata ad alcuno, ma di guardare che alcuno dello 'nferno non esca: volendo per questo che, là dove entra la cupidità delle riccheze, degli stati, de' diletti e dell'altre cose terrene, ella non esce mai o con difficultà se ne trae; sì come essi mostrano, fingendo questo cane essere stato tratto da Ercule dello 'nferno, cioè questa insaziabilità de' disideri terreni essere dal virtuoso uomo tratta e tirata fuori del cuore di quel cotale virtuoso.

Appresso, dicono in questo inferno essere Carone nocchiere e il fiume di Acheronte. E per Acheronte sentono la labile e flussa condizione delle cose disiderate e la miseria di questo mondo; e per Carone intendono il tempo, il quale per vari spazi le nostre volontà e le nostre speranze d'un termine trasporta in un altro: e voglion dire che, secondo i vari tempi, varie cose che muovono gli appetiti essere al cuore trasportate.

Dicono, oltre a ciò, sedere in questo inferno Minòs, Eaco e Radamanto, giudici e sentenziatori delle colpe dell'anime che in quello inferno vanno: e a costoro questo officio attribuiscono, per ciò che grandissimi legisti furono e giusti uomini; per loro intendendo la conscienza di ciascuno, la quale, sedendo nella nostra mente, è prima e avveduta giudicatrice delle nostre operazioni, e di quelle col morso suo ci affligge e tormenta.

E, appresso, a quali pene ella condanni i peccatori, in alquanti tormentati disegnano. Dicono quivi essere Tantalo, re di Frigia, il quale per ciò che puose il figliuolo per cibo davanti agl'idii, in un fiume e tra grande abondanza di pomi, di fame e di sete morire: sentendo per costui la qualità dell'avaro, il quale, per non diminuire l'acquistato, non ardisce toccarne e così in cose assai patisce disagio, potendosene adagiare. E sanza fallo sono quello che Tantalo è interpetrato secondo Fulgenzio, cioè «volente visione», per ciò che gli avari alcuna cosa non vogliono de' loro tesori se non vedergli.

Fingono ancora in quello essere Isione, il quale, per ciò che, essendo, secondo che alcuni vogliono, segretario di Giove e di Giunone, richiese Giunone di voler giacere con lei, la quale in forma di sè gli pose inanzi una nuvola, con la quale giaccendo, d'essa ingenerò i Centauri; e Giove il dannò a questa pena in inferno, che egli fosse legato con serpenti a' raggi di una ruota, la quale mai non ristesse di volgersi: volendo per questo che per Isione s'intendano coloro li quali sono disiderosi di signoria e per forza alcuna tirannia occupano, la quale ha sembianza di regno, che per Giunone s'intende; e di questa tirannia sopravegnendo i sospetti, nascono i Centauri, cioè gli uomini dell'arme, co' quali i tiranni tengono le signorie contro a' piaceri de' popoli. Ed hanno i tiranni questa pena, che sono sempre in revoluzioni, e, se non sono, par loro essere, e in occulte sollicitudini: le quali afflizioni per la ruota volubile e per le serpi s'intendono.

Oltre a questi, vi discrivono Tizio. Per ciò che disonestamente richiese Latona, dicono lui da Appollo essere stato allo 'nferno dannato a dovergli sempre essere il fegato beccato da avoltoi e quello, come consumato è, rinascere intero: per costui sentendo quegli che d'alto e splendido luogo sono gittati in basso stato, li quali sempre sono infestati da mordacissimi pensieri, intenti come tornar possano là onde caduti sono; nè prima dall'una sollicitudine sono lasciati che essi sono rientrati nell'altra; e così senza requie s'affliggono.

Pongonvi ancora le figliuole di Danao e dicono, per l'avere esse uccisi i mariti, essere dannate a dovere empiere d'acqua certi vasi senza fondo, per la qual cosa, sempre attingendo, si faticano invano: volendo per questo dimostrare la stoltizia delle femine, le quali, avendosi la ragione sottomessa, la quale dee essere loro capo e lor guida, come è il marito, intendono con loro artifici far quello che giudicano non ne avere fatto la natura, cioè, lisciandosi e dipignendosi, farsi belle; di che segue le più volte il contradio, e perciò è la loro fatica perduta; o voglian dire sentirsi per queste la efeminata scioccheza di molti, li quali, mentre stimano con continuato coito sodisfare all'altrui libidine, sè votano ed altrui non riempiono. Ma acciò che io non vada per tutte le pene in quello discritte, che sarebbono molte, dico che questo del superiore inferno sentono i poeti gentili.

Il secondo inferno, dissi, chiamavano mezzano, sentendo quello essere vicino alla superfice della terra, il quale noi vulgarmente chiamiamo «limbo» e la santa Scrittura talvolta il chiama il «seno d'Abraàm»; e quello vogliono essere separato da' luoghi penali, vogliendo in esso essere istati i giusti antichi aspettanti la venuta di Cristo. E di questo mostra il nostro autore sentire, dove pone quegli o che non peccarono o che, bene adoperando, morirono senza battesimo; ma questo è differente da quello de' santi, in quanto quelli che v'erano disideravano e speravano, e venne la loro salute, e quelli che l'autore pone disiderano, ma non isperano.

Estimarono ancora essere uno inferno inferiore, e quello essere luogo di pene eterne date a' dannati; e di questo dice il Vangelo: «Mortuus est dives et sepultus est in inferno»; ed il Salmista: «In inferno autem quis confitebitur tibi?» E che questo sia si legge nel Vangelio, in quella parte ove il ricco sepellito in inferno, vedendo sopra sè Lazero nel grembo di Abraàm, il priega che 'ntinga il dito minimo nell'acqua e, gittandogliele in bocca, il rifrigeri alquanto. E di questo inferno similemente tratta il nostro autore dal V canto in giù.

Domandavasi appresso dove sia l'entrata ad andare in questo inferno, con ciò sia cosa che l'autore, quella nel principio del III canto scrivendo, dove ella sia in alcuna parte non mostra. Della qual cosa appo gli antichi non è una medesima oppinione.

Omero, il quale pare essere de' più antichi poeti che di ciò menzione faccia, scrive nel libro XI della sua Odissea Ulisse per nave essere stato mandato da Circe in Occeano per dovere in inferno discendere a sapere da Tiresia tebano i suoi futuri accidenti; e quivi dice lui essere pervenuto appo certi popoli, li quali chiama Scizi, dove alcuna luce di sole mai non apare, e quivi avere lo 'nferno trovato.

Virgilio, il quale in molte cose il seguita, in questo discorda da lui, scrivendo nel VI del suo Eneida l'entrata dello 'nferno essere appo il lago d'Averno tra la città di Pozuolo e Baia, dicendo:

Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu,
scrupea torva, lacu nigro nemorumque tenebris;
quam super haud ulle poterant impune volantes
tendere iter pennis: talis sese alitus atris
faucibus effundens supera ad convexa ferebat.
Unde locum Grai dixerunt nomine Avernum etc.
E per questa spelunca scrive essere disceso Enea appresso la Sibilla in inferno.

Stazio, nel primo del suo Thebaidos, dice questo luogo essere in una isola non guari lontana da quella estremità d'Acaia, la quale è più propinqua all'isola di Creti, chiamata Trenaron; e di quindi dice essere, a' tempi di Edippo, re di Tebe, d'inferno venuta nel mondo Tesifonè, pregata da lui, a mettere discordia tra Etiocle e Pollinice suoi figliuoli, così scrivendo:

......... illa per umbras,
et caligantes animarum examine campos
trenaree limen petit irremeabile porte etc.

E con costui mostra d'accordarsi Seneca tragedo, in tragedia Herculis furentis, dove dice Cerbero infernal cane essere stato tratto d'inferno da Ercule e da Teseo per la spelunca di Trenaro, dicendo così:

Postquam est ad oras Trenari ventum, et nitor
percussit oculos lucis etc.

Pomponio Mela, nel primo libro della sua Cosmographia, dice questo luogo essere appo i popoli li quali abitano vicini all'entrata nel mar Maggiore, scrivendo in questa forma: «In eo primum Mariatidinei urbem habitant, ab Argivo, ut ferunt, Hercule datam; Heraclea vocitatur, id fame fidem adicit. Iuxta specus est Acherusia, ad manes, ut aiunt, pervius; atque inde extractum Cerberum existimant» etc. Altri dicon di Mongibello e di Vulcano e di simili, quello affermando con favole non assai convenienti alle feminelle.

La forma di questo inferno, parlando di lui come di cosa materiale, discrive l'autore essere a guisa di un corno il quale diritto fosse, e di questo fermarsi la punta in sul centro della terra e la bocca di sopra venire vicina alla superfice della terra; in quello, agirandosi l'uomo intorno al vòto del corno a guisa che l'uomo fa in queste scale ravolte, che vulgarmente si chiamano «chiocciole», discendersi, benchè in alcuna parte apaia questo luogo, se non quanto allo spazio della via onde si scende, essere in parte cavernoso e in parte solido: cavernoso in quanto vi distingue luoghi, li quali appella «cerchi» e ne' quali i miseri sono puniti, e alcuna volta vi discrive scogli e alcuni valichi e fiumi, li quali non potrebbono per lo vacuo, con quello ordine che egli discrive, discendere.

Serve lo 'nferno alla divina giustizia ricevendo l'anime de' peccatori, le quali l'ira di Dio hanno meritata, e in sè gli tormenta e affligge, secondo che hanno più o meno peccato, essendo loro eterna prigione.

Ultimamente si domandava, se altri nomi avea che «inferno»; il quale averne più appo i poeti manifestamente apare. Virgilio, sì come nel VI dell'Eneida si legge, il chiama Averno, dove dice: Tros Anchisiades, facilis descensus Averni; e nominasi questo misero luogo Averno ab «a», quod est «sine», «vernus», quod est «letitia», cioè «luogo senza letizia». E in altra parte nel preallegato libro il chiama Tartaro, quivi:

.......... tum Tartarus ipse
bis patet in preceps etc.;
e questo nome è detto da «tortura», cioè da tormentamento, il quale i miseri in questo ricevono; ed è, secondo Virgilio, questo la più profonda parte dello 'nferno.

Chiamalo ancora Dite nel preallegato libro, dove dice: Perque domos Ditis vacuas et inania regna; ed è così chiamato dal suo re, il quale da' poeti è chiamato Dite, cioè ricco e abondante, per ciò che in questo luogo grandissima moltitudine d'anime discendono sempre. Nominalo similemente Orco nel libro spesse volte allegato, dove scrive: Vestibulum ante ipsum primisque in faucibus Orci; ed è chiamato Orco, cioè oscuro, per ciò che è oscurissimo, come nel processo aparirà. Oltre a questo, l'appella Erebo nel già detto libro, dicendo: Venimus et magnos Erebi transnavimus amnes; e però è chiamato Erebo, secondo che dice Uguiccione, perchè egli s'acosta molto co' suoi supplìci a coloro li quali miseramente riceve e in sè tiene.

Ed è ancora chiamato questo luogo Baratro, come appresso dice l'autore nel canto XII di questa parte, dove dice: Cotal di quel baratro era la scesa; e chiamasi Baratro dalla forma d'un vaso di giunchi, il quale è ritondo, nella parte superiore ampio, e nella inferiore aguto. Chiamasi ancora Abisso, sì come nell'Apocalissi si legge, ove dice: «Bestia que ascendet de abysso, faciet adversus illos bellum»; e in altra parte: «Data est illi clavis putei abyssi et aperuit puteum abyssi»; il qual nome significa «profondità». Hanne ancora il detto luogo alcuni, ma basti al presente aver narrati questi.

Vedute le predette cose, avanti che all'ordine della lettura si vegna, pare doversi rimuovere un dubbio, il quale spesse volte già è stato, e massimamente da litterati uomini, mosso, il quale è questo. Dicono adunque questi cotali: «Secondo che ciascuno ragiona, Dante fu litteratissimo uomo; e se egli fu litterato, come si dispuose egli a comporre tanta opera e così laudevole, come questa è, in volgare?». A' quali mi pare si possa così rispondere: certa cosa è che Dante fu eruditissimo uomo, e massimamente in poesì, e disideroso di fama, come generalmente siam tutti. Cominciò il presente libro in versi latini, così:

Ultima regna canam fluvido contermina mundo,
spiritibus que lata patent, que premia solvunt
pro meritis cuicunque suis etc.

E già era alquanto proceduto avanti, quando gli parve da mutare stilo; e il consiglio che 'l mosse fu manifestamente conoscere i liberali studi e' filosofici essere del tutto abandonati da' prencipi e da' signori e dagli eccellenti uomini, li quali solevano onorare e rendere famosi i poeti e le loro opere: e però, veggendo quasi abandonato Virgilio e gli altri, o essere nelle mani d'uomini plebei e di bassa condizione, estimò così al suo lavorio dovere adivenire, e per conseguente non seguirnegli quello per che alla fatica si sommettea.

Di che gli parve dovere il suo poema fare conforme, almeno nella corteccia di fuori, agl'ingegni de' presenti signori, de' quali se alcuno n'è che alcuno libro voglia vedere e esso sia in latino, tantosto il fanno trasformare in volgare; donde prese argomento che, se vulgare fosse il suo poema, egli piacerebbe, dove in latino sarebbe schifato. E perciò, lasciati i versi latini, in rittimi vulgari scrisse, come veggiamo.

Questo soluto, ne resta venire etc., ut supra.

 
INFERNO

I

ESPOSIZIONE LITTERALE

Resta a venire all'ordine della lettura, e primieramente alle divisioni. Dividesi adunque il presente volume in tre parti principali, le quali sono li tre libri ne' quali l'autore medesimo l'ha diviso: de' quali il primo, il quale per leggere siamo al presente, si divide in due parti, in proemio e trattato. La seconda comincia nel principio del secondo canto. La prima parte si divide in due; nella prima discrive l'autore la sua ruina, nella seconda dimostra il soccorso venutogli per sua salute. La seconda comincia quivi: «Mentre ch'io ruvinava in basso loco».

Nella prima fa l'autore tre cose: primieramente, discrive il luogo dove si ritrovò; appresso, mostra donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo; ultimamente, pone qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dovere di quello luogo uscire. La seconda quivi: «Io non so ben ridire»; la terza quivi: «Ed ecco quasi».

1-6

[1-3] Dice adunque così: «Nel mezzo del cammin di nostra vita». Ove, ad evidenzia di questo principio, è da sapere: la vita de' mortali è, massimamente di quegli li quali a quel termine divengono il quale pare che per convenevole ne sia posto, settanta anni, quantunque alquanti e pochi più ne vivano e infinita moltitudine meno, sì come per lo Salmista si comprende nel Salmo LXXXVIIII, dove dice: «Anni nostri sicut aranea meditabuntur; dies annorum nostrorum septuaginta anni. Si autem in potentatibus circa octoginta anni; et amplius eorum labor et dolor»: e perciò colui, il quale perviene a trentacinque anni, si può dire essere nel mezzo della nostra vita.

Ed è figurata in forma d'uno arco, dalla prima estremità del quale infino al mezzo si salga e dal mezzo infino all'altra estremità si discenda; e questo è stimato, per ciò che infino all'età di trentacinque anni, o in quel torno, pare sempre le forze degli uomini aumentarsi e, quel termine passato, diminuirsi: e a questo termine d'anni pare che l'autore pervenuto fosse, quando prima s'accorse del suo errore.

E che egli fosse così assai ben si verifica per quello che già mi ragionasse un valente uomo, chiamato ser Piero di messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno de' più intimi amici e servidori che Dante avesse in Ravenna, affermandomi avere avuto da Dante, giaccendo egli nella infermità della quale e' morì, lui avere di tanto trapassato il cinquantesimosesto anno, quanto dal preterito maggio avea infino a quel dì. E assai ne consta Dante essere morto negli anni di Cristo MCCCXXI, dì XIIII di settembre; per che, sottraendo ventuno di cinquantasei, restano trentacinque; e cotanti anni aveva nel MCCC, quando mostra d'avere la presente opera incominciata.

Per che apare ottimamente la sua età essere discritta dicendo: Nel mezzo del cammin, cioè dello spazio, di nostra vita, cioè di noi mortali, Mi ritrovai, errando, per una selva oscura, a differenzia d'alcune selve, che sono dilettevoli e luminose, come è la pineta di Chiassi, Chè la diritta via era smarrita. Vuole mostrare qui che di suo proponimento non era entrato in questa selva, ma per ismarrimento. [4-6] E quanto a dir, cioè a discrivere, qual era, questa selva, è cosa dura, quasi voglia dire: impossibile, Esta selva selvaggia e aspra e forte. Pon qui tre condizioni di questa selva. Dice prima che ell'era «selvaggia», quasi voglia dinotare non avere in questa alcuna umana abitazione e per conseguente essere orribile; dice appresso ch'ella era «aspra», a dimostrare la qualità degli alberi e de' virgulti di quella, li quali doveano essere antichi, con rami lunghi e ravolti, contessuti e intrecciati intra se stessi, e similemente piena di pruni, di tribuli e di stecchi, sanza alcuno ordine cresciuti e in qua e in là distesi: per le quali cose era aspra cosa e malagevole ad andare per quella; e in quanto dice «forte» dichiara lo 'mpedimento già premostrato, vogliendo, per l'aspreza di quella, essa esser forte, cioè difficile a potere per essa andare e fuori uscirne. E questo dice esser tanto, Che nel pensier, cioè nella ramentizione d'esservi stato dentro, rinuova la paura. Umano costume è tante volte da capo rimpaurire, quante l'uom si ricorda de' pericoli ne' quali l'uomo è stato.

7-9

Tanto è amara, non al gusto ma alla sensualità umana, che poco è più morte. Ed è la morte, secondo il filosofo, l'ultima delle cose terribili, in tanto che ciascuno animale naturalmente ad ogni estremo pericolo si mette per fuggirla. Adunque, se la morte è poco più amara che quella selva, assai chiaro apare lei dovere essere molto amara, cioè ispaventevole ed intricata: le quali cose prestano amaritudine gravissima di mente.

Ma per trattar del ben ch'io vi trovai. Maravigliosa cosa pare quella che l'autore dice qui, e cioè che egli alcuno bene trovasse in una selva tanto orribile quanto egli ha mostrato essere questa; e, per ciò che egli nella littera non esprime qual bene in quella trovasse, assai si può vedere questo bene trovato da lui convenirsi trarre di sotto alla corteccia litterale; e perciò, dove di questa parte aprirremo l'allegoria, chiariremo quello che qui voglia intendere. Dirò dell'altre cose, cioè che non sono bene, ch'io v'ho scorte, cioè vedute; e questo altressì si conoscerà nell'allegoria.

10-12

I' non so ben ridir com'io v'entrai. In questa parte mostra l'autore donde gli nascesse speranza di potersi partire di quel luogo, e primieramente risponde a una tacita quistione. Potrebbe alcuno domandare: «Se questa selva era così paurosa e amara cosa, come v'entrastù entro?». A che egli risponde sè non saperlo; e assegna la ragione, dicendo: Sì era pien di sonno in su, a, quel punto, Che la verace via, la quale mi menava là dove io dovea e volea andare, abandonai.

13-18

[13-15] Ma poi ch'i' fui, errando e cercando come di quella uscir potessi, al piè d'un colle giunto, cioè pervenuto, Là ove terminava, finiva, quella valle, nella quale era questa selva oscura, Che m'avea di paura il cor compunto, cioè afflitto, [16-18] Guardai 'n alto e vidi le sue spalle, cioè la sommità o quasi, sì come le spalle nostre sono quasi la più alta parte della persona nostra, Coperte già de' raggi del pianeta, cioè del sole, il quale è l'uno de' sette pianeti. E per ciò dice del sole, per ciò che esso solo è di sua natura luminoso e ogni altro corpo che luce, o pianeto o stella o qualunque altro, ha da questo la luce, sì come da fonte di quella, sì come per esperienza si vede negli ecclissi lunari; e questa luce ha solo, non per la sua potenza, ma per singular dono del suo Creatore, e hanne in tanta abondanza che d'ogni parte dintorno a sè manda infinita moltitudine di raggi, per li quali, ovunque pervenire possano, si diffonde copiosamente la luce sua; e questi raggi, sagliendo il sole dallo inferiore emisperio al superiore, le prime parti che toccano del corpo della terra, alla quale, sagliendo il sole, pervengono, sono le sommità de' monti.

Per la qual cosa apare qui che il giorno cominciava ad aparire, quando l'autore cominciò ad avvedersi dove era ed a volere di quel luogo uscire: e di potere ciò fare gli venne speranza, ramemorandosi Che, la luce di questo pianeto, mena dritto altrui per ogni calle, cioè per ogni via, in quanto, essendo il sole sopra la terra, vede l'uomo dove si va e ancora con miglior giudicio si diriza là dove andar vuole mediante la luce di costui.

19-21

E, per questa speranza presa, dice: Allor fu la paura un poco queta, cioè meno infesta, Che nel lago del cor. È nel cuore una parte concava, sempre abondante di sangue, nel quale, secondo l'oppinione di alcuni, abitano li spiriti vitali, e di quella, sì come di fonte perpetuo, si ministra alle vene quel sangue e il calore, il quale per tutto il corpo si spande; ed è quella parte ricettacolo di ogni nostra passione: e perciò dice che in quello gli era perseverata la passione della paura auta. E perciò dice: m'era durata, La notte ch'i' passai con tanta pieta, cioè con tanta afflizione, sì per la diritta via la quale smarrita avea e sì per lo non vedere, per le tenebre della notte, donde nè come egli si potesse alla diritta via ritornare.

22-27

[22-24] E qual è quei che con lena, cioè virtù, affannata, afaticata, <Uscito fuor del pelago alla riva>: come colui il quale rompe in mare, che, dopo molto notare, faticato e vinto perviene alla riva e Volgesi all'acqua perigliosa, della quale è uscito, e guata; e in quel guatare cognosce molto meglio il pericolo del quale è scampato, che esso non cognosceva, mentre che in esso era, per ciò che allora, spronandolo la paura del perire, a null'altra cosa aveva l'animo che solo allo scampare; ma, iscampato, con più riposato giudicio vede quante cose poteano la sua salute impedire e, quasi in esso fosse, molto più teme che non facea quando v'era: [25-27] e però seguita, adattando sè alla comparazione: Così l'animo mio ch'ancor fuggiva, cioè che ancora scampato esser non gli parea, ma, come se nel pericolo fosse ancora, di fuggire si sforzava; e, così parendogli, Si volse indietro, come fa colui che notando è pervenuto alla riva, a rimirar lo passo, pericoloso della oscura selva, Che non lasciò giammai, uscire di sè, persona viva. Questa parola non si vuole strettamente intendere «essere viva», per ciò che qui usa l'autore una figura che si chiama «iperbole», per la quale non solamente alcuna volta si dice il vero, ma si trapassa oltre al vero: come fa Virgilio, che, per manifestare la leggiereza della Camilla, dice che ella sarebbe corsa sopra l'onde del mare turbato e non s'arebbe immollate le piante de' piedi. E perciò si vuole intendere qui sanamente l'autore, cioè che di quello pericoloso passo pochi ne sieno usciti vivi; per ciò che, se alcuno non avesse vivo lasciato giammai, l'autore, che dice sè esserne uscito, come sarebbe vivo?

28-30

E poi ch'ebbi posato il corpo lasso, per la fatica sostenuta, Ripresi via per la piaggia diserta; e così mostra avere abandonata la valle per dover salire al monte: cioè, in sì fatta maniera andando, Sì che 'l piè fermo sempre era il più basso, mostra l'usato costume di coloro che salgono, che sempre si ferman più in su quel piè che più basso rimane.

31-36

[31-33] «Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta». In questa terza parte dimostra l'autore qual cosa fosse quella che lo 'mpedisse a dovere di quel luogo uscire e dice ciò essere stato tre bestie, per la fiereza delle quali, non che salir più avanti, ma egli fu per tornare indietro nel pericolo del quale era cominciato ad uscire. Dice adunque: Ed ecco quasi al cominciar dell'erta, cioè della costa, su per la quale salir volea, per partirsi della pericolosa valle, Una lonza leggiera e presta molto Che di pel maculato era coperta. [34-36] Poi, discritta la forma della bestia, dice: E non mi si partìa dinanzi al volto. Appresso, dice che, <per> questo stargli sempre davanti, che essa <anzi> impediva tanto il mio cammino, per lo quale al monte salir volea, Ch'i' fui per ritornar, nella valle, più volte volto.

37-42

[37-39] Tempo era del principio. Discrive qui l'autore l'ora che era del dì, quando egli era da questa bestia impedito, e la qualità della stagione dell'anno; e quanto a l'ora del dì, dice ch'era principio del mattino: il che assai apare per li raggi del sole, li quali ancora non si vedeano se non nella sommità del monte; E 'l sol montava su, cioè sopra l'orizonte orientale di quella regione, vegnendo dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle, in compagnia, Ch'eran con lui, quando l'Amor divino, cioè lo Spirito santo, [40- 42] Mosse da prima, cioè nel principio del mondo, quelle cose belle, cioè il cielo e le stelle. Dimostra qui l'autore per una bella e leggiadra discrizione la qualità della stagione dell'anno.

Ad evidenzia della quale è da sapere che gli antichi filosofi caldei, e appresso loro gli egizi, furono li primi che per considerazione conobbero il movimento dell'ottava spera e de' pianeti e similemente quello che per li movimenti de' corpi superiori negl'inferiori ne seguiva; e per lunghe esperienzie avvedendosi che, essendo il sole in diverse parti del cielo, evidentemente qua giù si permutavano le qualità dell'anno, e queste qualità essere quatro, cioè quelle che noi primavera, state, autunno e verno chiamiamo, intesa già qual fosse nel cielo la via del sole, quella, secondo il numero di queste, divisero in quatro parti equali. E poi, perchè sentirono ciascuna di queste parti avere i princìpi differenti dalle fini e 'l mezzo sentire della natura del principio e della fine, ciascuna di queste quatro parti divisero in tre parti equali: e così fu da loro la via del sole divisa in dodici parti equali, e quelle chiamarono «segni». E, acciò che l'uno si cognoscesse dall'altro, imaginando figurarono in ciascuna parte alcuno animale ornato da certa quantità di stelle, ingegnandosi di figurare, in quelle, animali la natura de' quali fosse conforme agli effetti di quella parte, nella quale con la imaginazione il figuravano. E, per ciò che la prima qualità dell'anno estimarono essere la primavera, quella vollero fosse il principio dell'anno; e così quella parte del cielo, nella quale essendo il sole questa primavera venìa, vollero che fosse la prima parte della via del sole e quivi figurarono un segno, il quale noi chiamiamo Ariete; nel principio del quale affermano alcuni nostro Signore aver creato e posto il corpo del sole.

E perciò, volendo l'autore dimostrare per questa discrizione il principio della primavera, dice che il sole saliva su dallo emisperio inferiore al superiore, con quelle stelle le quali erano con lui, quando il divino Amore lui e l'altre cose belle creò e diede loro il movimento, il quale sempre poi continovato hanno: volendo per questo darne ad intendere che, quando da prima pose la mano alla presente opera, essere circa al principio della primavera; e così fu, sì come appresso aparirà.

Egli nella presente fantasia entrò a dì XXV di marzo.

«Sì ch'a bene sperare». Questa lettera si vuole così ordinare: «Sì che l'ora del tempo e la dolce stagione m'era cagione a sperare bene di quella fiera alla gaetta pelle»; o vero, se la lettera dice «di quella fiera la gaetta pelle», si vuole ordinare così: «m'era cagione a sperare bene la gaetta pelle di quella fiera». Ciascuna di queste due lettere si può sostenere, per ciò che sentenzia quasi non se ne muta.

Reassumendo adunque la lettera come giace nel testo, dice: Sì che a bene sperar m'era cagione Di quella fiera, cioè di quella lonza, alla gaetta pelle, cioè leggiadretta, per ciò che pulita molto è la pelle della lonza; o vero, secondo l'altra lettera, «m'era cagione di sperare bene di dovere ottenere la pelle di quella fiera»: la quale esso intendea di prendere, se potuto avesse, con una corda la quale cinta avea, secondo che esso medesimo dice in questo medesimo libro, nel canto XVI, dove scrive:

Io avea una corda intorno cinta,
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza alla pelle dipinta;

43-45

L'ora del tempo, cioè il principio del dì, e la dolce stagione, cioè la primavera.

Ma puossi qui domandare: «Che speranza poteva qui porgere di vittoria sopra la lonza l'ora del mattino e la stagione della primavera?»: con ciò sia cosa che in questi due tempi si soglia più di ferocità essere negli animali, per ciò che l'ora del mattino gli suole generalmente tutti rendere affamati e per conseguente feroci, e la stagione del tempo gli soglia rendere inamorati più che alcuna altra stagione del tempo: e gli animali sogliono per queste due cose, per lo cibo e per Venere, essere ferocissimi, e massimamente la lonza, la quale è di sua natura lussuriosissimo animale. E così pare che di quello, di che si conforta, si dovesse più tosto sconfortare.

Puossi nondimeno così rispondere: che, conceduto quello, che detto è, essere negli animali bruti, è credibile negli uomini similemente in questi tempi crescere il vigore, in quanto essi, che razionali sono, veggendo partire le tenebre della notte, le quali sogliono essere e sono piene di paura, nel tempo lucido veggono come possano l'arti del loro ingegno usare a vincere e in che guisa possano i pericoli e l'esser vinti fuggire. E il tempo della primavera, secondo i fisici, è conforme alla complession sanguinea, e però in quella il sangue è più chiaro, più caldo e più ardire amministra al cuore e forze al corpo; e quinci per avventura si puote nell'autore acendere ottima speranza di vittoria.

Ma non sì, gli diede speranza l'ora del tempo etc., Che paura non gli desse La vista, cioè la veduta, che gli aparve, appresso la lonza, d'un leone.

46-48

Questi parea che contro a me venisse. E così apare questo leone essere il secondo ostaculo, il quale il suo cammino di salire al monte impedì. Colla test'alta, nel qual atto si mostrava audace, e con rabbiosa fame; questo il faceva meritamente da temere, come di sopra è detto; Sì che parea che l'aere ne temesse, in quanto l'aere, impulso dall'impeto del venire del leone, indietro si traeva, il quale è atto di chi fugge. Con questo mostrava, impropriamente parlando, di aver paura di lui.

49-54

[49-51] Ed una lupa: questo è il terzo ostaculo, il quale il suo salire impediva; che di tutte brame Pareva carca nella sua magreza. «Brama» è propriamente il bestiale appetito di manicare, però che oltre modo pieno di voler si mostra. Le quali essere in questa lupa testimonia la magreza sua, della quale noi prosummiamo quello animale, in cui la veggiamo, esser male stato pasciuto, e per conseguente magro e indi bramoso. Che molte genti fè già viver grame, cioè dolorose. [52-54] Questa, lupa, mi porse tanto di grameza, cioè di noia, Colla paura ch'uscia di sua vista, cioè era sì orribile nello aspetto che ella porgea paura altrui, Ch'io perdei la speranza dell'alteza, cioè di potere pervenire alla sommità del monte, sopra le cui spalle avea veduti i raggi del sole.

55-60

[55-57] «E quale è quegli che volentieri acquista». Per questa comparazione ne dimostra l'autore qual divenisse per lo impedimento pòrtogli da questa bestia, dicendo: E qual è que', o mercatante o altro, che volentieri acquista, cioè guadagna, E giugne 'l tempo che perder lo face, qual che sia la cagione, Che 'n tutti i suo' pensier, ne' quali si solea, guadagnando, rallegrare, perdendo, piange e s'attrista; [58-60] Tal mi fece la bestia senza pace, cioè questa lupa, la quale dice essere animale senza pace, per ciò che la notte e 'l dì sempre sta attenta e sollicita a poter predare e divorare. Che, venendomi incontro, come soglion fare le bestie che vogliono altrui assalire, a poco a poco, tirandomi io indietro, Mi ripignea là ove 'l sol tace, cioè nella oscura selva, della quale io era uscito. Ed è questo, cioè «ove 'l sol tace», improprio parlare, e non l'usa l'autore pur qui, ma ancora in altre parti in questa opera, sì come nel canto V, quando dice: Io venni in luogo d'ogni luce muto; assai manifesta cosa è che 'l sole non parla, nè similemente alcuno luogo, de' quai dice qui che l'un tace, cioè il sole, e il luogo è muto di luce: e sono questi due accidenti, il tacere e l'essere muto, propiamente dell'uomo, quantunque il Vangelio dica che uno avea un dimonio addosso, e quello era muto. Ma questo modo di parlare si scusa per una figura, la quale si chiama «acirologia». Vuole adunque dir qui l'autore che la paura, che egli avea di questo animale, il ripignea là dove il sole non luce, cioè in quella oscurità, la quale egli disiderava di fuggire.

61-63

«Mentre ch'io ruvinava in basso loco». Qui dissi cominciava la seconda parte di questo canto, nella quale l'autore dimostra il soccorso venutogli ad aiutarlo uscire di quella valle. E fa in questa parte sei cose: egli primieramente chiede misericordia a Virgilio, quivi aparitogli, quantunque nol conoscesse; appresso, senza nominarsi, per più segni dimostra Virgilio allo autore chi egli è; poi l'autore, estollendo con più titoli Virgilio, s'ingegna di acattare la benivolenza sua, e mostragli di quello che egli teme; oltre a ciò, Virgilio gli dichiara la natura di quella lupa e il disfacimento di lei, consigliandolo della via la quale dee tenere; appresso, l'autore priega Virgilio che gli mostri quello che detto gli ha; ultimamente, movendosi Virgilio, l'autore il segue. E segue la seconda quivi: «Ed egli a me»; la terza quivi: «Or se' tu quel Virgilio»; la quarta quivi: «A te conviene»; la quinta quivi: «Ed io a lui: poeta»; la sesta quivi: «Allor si mosse».

Dice adunque nella prima: Mentre ch'io ruvinava, cioè tornava, in basso loco, cioè nella valle della quale era cominciato a partire, Dinanzi agli occhi mi si fu offerto Chi per lungo silenzio parea fioco. Il che avviene o perchè da alcuna seccheza intrinsica è sì rasciutta la via del polmone, dal quale la prolazione si muove, che le parole non ne possono uscire sonore e chiare, come fanno quando in quella via è alquanta d'umidità rivocata; o è talvolta che il lungo silenzio, per alcun difetto intrinsico dell'uomo, provoca tanta umidità viscosa in questa via che similemente rende l'uomo meno espeditamente parlante, infino a tanto che o rasciutta o sputata non è. Ma non credo l'autore questo intenda qui, ma più tosto, per difetto delli nostri ingegni, i libri di Virgilio essere intralasciati già è tanto tempo che la chiara fama di loro è quasi perduta o divenuta più oscura che essere non solea.

64-66

Quando vidi costui, cioè Virgilio, aparitogli dinanzi, pel gran diserto, cioè per quella tenebrosa valle, meritamente chiamata dall'autore «diserto», sendo sì aspra, come di sopra ha detto, e priva di luce; Miserere di me, gridai a lui, sì come molte volte gl'impauriti e sbigottiti usano, per essere del loro avenuto caso soccorsi, gridare; tale l'autore, nella paura presa della orribile bestia, fece alla veduta di Virgilio, umilemente verso di lui gridando: – Abbi misericordia di me, – quasi dicendo: «Aiutami», come più inanzi si dichiarerà.

Qual che tu sii, od ombra od omo certo. Non conosceva quivi l'autore, per lo impedimento della paura, se costui, che aparito gli era, era più tosto spirito che uomo o uomo che spirito; e in questo parlare in forse il chiama «ombra», il qual è vocabolo usitatissimo de' poeti; e questo muove da ciò, che altrimenti prendere non si possono che l'omo possa pigliare l'ombra che alcun corpo faccia.

E, per ciò che questa materia, cioè che cosa sia l'ombra, o vero anima, e come l'ombra prenda quel corpo, il quale agli occhi nostri apare che ella abbia, quando talvolta n'apaiono, si tratterà, sì come in luogo ciò richiedente, nel XXV canto del Purgatorio, non curo qui di farne più lungo sermone.

67-69

Risposemi: non omo. In questa seconda particella si dimostra chi costui fosse che aparito gli era; e questo si dimostra per sei cose spettanti al domandato. Dice adunque: «non omo», a dimostrare che l'omo è composto d'anima e di corpo, e però, separato l'uno dall'altro, non rimane omo, nè il corpo per se medesimo, nè l'anima per sè. E in quanto dice: omo già fui, mostra sè essere spirito già stato congiunto con corpo.

E li parenti miei. È colui, che si manifesta qui, Virgilio; e prima si manifesta dalla regione nella quale nacque, in quanto dice: furon lombardi. Dove è da sapere che Virgilio fu figliuolo di Virgilio lutifigolo, cioè d'uomo il quale faceva quell'arte, cioè di comporre diversi vasi di terra; e la madre di lui, secondo che dice Servio, Sopra l' ‘Eneida’, quasi nel principio, ebbe nome Maia. Dice adunque che costoro furon lombardi, così dinominati da Lombardia, provincia situata tra 'l monte Appennino e gli Alpi e 'l mare Adriano; e avanti che Lombardia si chiamasse, fu chiamata Gallia, da' Galli che quella occuparono e cacciaronne i Toscani; e prima che Gallia si chiamasse, quella parte, dove è Mantova, fu chiamata Venezia, da quelli Eneti che seguirono Antenore troiano dopo il disfacimento di Troia.

La cagione per che Lombardia si chiama è che, partitisi certi popoli dell'isola di Scantinavia, la quale è tra ponente e tramontana in Occeano, chiamati dalle barbe grandi e da' capelli, li quali s'intorcevano davanti al viso, Longobardi, e sotto diversi signori e dopo lunghissimo tempo in varie regioni venendo, dimorati, si fermarono in Ungheria e in quella stettero nel torno di quarantasei anni. Poi, a' tempi di Giustiniano imperatore, essendo patricio in Italia per lui un suo eunuco, chiamato Narsete, e non essendo bene nella grazia di Sofia, moglie di Giustiniano, ed essendo da lei minacciato che richiamare il farebbe e metterebbelo a filare colle femine sue, isdegnato rispose che, se ella sapesse filare, al bisogno le sarebbe venuto, per ciò che egli ordirebbe tal tela ch'ella non la fornirebbe di tessere in vita sua. E, carichi molti somieri di diversi frutti, con una solenne ambasciata gli mandò in Ungheria ad Albuino, il quale allora era re de' Longobardi, mandandolo pregando che egli co' suoi popoli venissero ad abitare quel paese, ove quegli frutti nascevano. Albuino, che già in Gallia era stato, ed era amico di Narsete, lasciata Ungheria a certi popoli vicini, li quali si chiamavano Avari, in Gallia con tutti i suoi, maschi e femine, piccoli e grandi, ne venne. E con la lor forza e col consiglio e aiuto di Narsete, tutto il paese occuparono; e, toltogli il nome antico, da sè lo dinominarono Lombardia; il qual nome infino a' nostri dì persevera.

Mantovani per patria amendui. Mantova fu già notabile città; ma, per ciò che d'essa si tratterà nel XX canto di questo pienamente, qui non curo di più scriverne.

70-72

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi. Qui dimostra Virgilio chi egli fosse dal tempo della sua natività; e pare che l'autore voglia lui essere nato vicino al fine della dettatura di Giulio Cesare, la qual cosa non veggo come esser potesse, per ciò che, se al fine della dettatura di Giulio nato fosse, ed essendo cinquantadue anni vissuto come fece, sarebbe Cristo nato avanti la sua morte: dove Eusebio, in libro De imperiali, scrive lui essere morto l'anno dello 'mperio d'Ottaviano Cesare..., che fu avanti la natività di Cristo da quatordici o quindici anni; e il predetto Eusebio scrive, nel detto libro, della sua natività così: «Virgilius Maro in vico Andos, haud longe a Mantua, <nascitur>, Crasso et Pompeio consulibus», il quale anno fu avanti che Giulio Cesare occupasse la dettatura, la qual tenne quatro anni e parte del quinto, bene venti anni.

E vissi a Roma. Certa cosa è che Virgilio, avendo l'ingegno disposto e acuto agli studi, primieramente studiò a Cremona e di quindi n'andò a Melano, là dov'egli studiò in medicina; e, avendo lo 'ngegno pronto alla poesia e vedendo i poeti essere nel cospetto d'Ottaviano acetti, se ne andò a Napoli e quivi si crede sotto Cornuto poeta udisse alquanto tempo. E quivi similemente dimostrando, sì come egli medesimo testimonia nel fine del libro, avendo prima composto la Buccolica, e racquistato per opera d'Ottaviano i campi paterni, li quali a Mantova erano, stati conceduti a un centurione chiamato Arrio, compose la Georgica. Poi, sì come Macrobio in libro Saturnaliorum scrive, mostra, mentre che scrisse l'Eneida, si stesse in villa; il dove non dice, ma per quello che delle sue ossa fece Ottaviano, si presumme che questa villa fosse propinqua a Napoli e prossimana al promontorio di Posilipo, tra Napoli e Pozuolo.

E portò tanto amore a quella città che, essendo solennissimo astrolago, vi fece certe cose notabili con l'aiuto dell'astrologia; per ciò che, essendo Napoli fieramente infestato da continua moltitudine di mosche e di zenzare e di tafani, egli vi fece una mosca di rame sotto sì fatta costellazione che, postola sopra il muro della città verso quella parte onde le mosche e' tafani da un padule vicino vi venivano, mai, mentre star fu lasciata, in Napoli non entrò nè mosca nè tafano.

Fecevi similemente un cavallo di bronzo, il quale avea a far sano ogni cavallo che avesse auti i dolori o altra naturale infermità, avendo tre volte menatolo dintorno a questo. Fece, oltre a questo, due teste di marmo intagliate, delle quali l'una piangea e l'altra ridea, e posele ad una porta, la quale si chiamava porta Nolana, l'una dall'un lato della porta e l'altra dall'altro; ed avevano questa propietà, che chi veniva per alcuna sua vicenda a Napoli e disavedutamente entrava per quella porta, se egli passava dalla parte della porta dove era posta quella che piangea, mai non potea recare a fine quello per che egli venuto v'era e, se pure il recava, penava molto e con gran noia e fatica il faceva; se passava dall'altra parte, dove era quella che rideva, di presente spacciava la bisogna sua.

E però credo che egli vivesse poco a Roma; ma che egli talvolta vi usasse, questo è credibile.

Sotto il buono Augusto, cioè Ottaviano Cesare, il quale, essendo per nazione della gente Ottavia, anticamente cittadina di Velletri, d'Ottavio padre e di Giulia, sirocchia di Giulio Cesare, nacque; il quale poi Giulio Cesare s'adottò in figliuolo e per testamento gli lasciò questo cognome di Cesare. Poi, avendo egli perseguitati e disfatti tutti coloro li quali avevano congiurato contro a Giulio Cesare, e finite nella morte d'Antonio e di Cleopatra le guerre cittadine, e molte nazioni aggiunte allo 'mperio di Roma, ed essendo a Roma venuti ambasciadori indiani e di Scizia, genti ancora appena da' Romani conosciute, a domandare l'amicizia e la compagnia sua e de' Romani, e, oltre a ciò, avendo i Parti renduti i segni romani tolti a Crasso e ad Antonio, parendo a' Romani questo essere maravigliosa cosa, il vollero, secondo che alcuni dicono, adorare per idio: la qual cosa egli rifiutò del tutto. E nondimeno, avendogli tutto il governo della republica commesso, e tenendo ragionamento di doverlo cognominare Romolo, per consiglio di Mimacio Planco senatore fu cognominato Augusto, cioè acrescitore. Ma, per ciò che in molte parti di questo libro si fa di lui menzione, per questa credo assai sia detto. Chiamalo «il buon Augusto» l'autore, per ciò che, quantunque crudel giovane fosse, nella età matura diventò umano e benigno principe e buono per la republica.

Nel tempo degl'idii falsi e bugiardi. Sono falsi, non veri idii, «quia dii gentium demonia»; bugiardi gli chiama, per ciò che il demonio, sì come e' medesimo in altra parte dice, è padre di menzogna.

73-75

[L. III] Poeta fui. Apresi ancora qui Virgilio per questo nome di «poeta» più all'autore; intorno al qual nome, chiamato da molti e conosciuto da pochi, estimo sia alquanto da estendersi.

È dunque da vedere donde avesse la poesia e questo nome origine, qual sia l'uficio del poeta e che onore sia retribuito al buon poeta. Estimarono molti, forse più da invidia che da altro sentimento ammaestrati, questo nome «poeta» venire da un verbo detto «poio-pois», il quale, secondo che li gramatichi vogliono, vuol tanto dire quanto «fingo-fingis»: il qual «fingo» ha più significazioni, per ciò che egli sta per «comporre», per «ornare», per «mentire» e per altri significati.

Quegli adunque che dall'avilire altrui credono sè essaltare dissono e dicono che dal detto verbo «poio» viene questo nome «poeta»; e per ciò che quello suona «poio» che «fingo», lasciati stare gli altri significati di «fingo», e preso quel solo nel quale egli significa «mentire», conchiudendo, vogliono che «poeta» e «mentitore» sieno una medesima cosa: e per questo sprezano e aviliscono e anullano in quanto possono i poeti, ingegnandosi, oltre a questo, di scacciargli e di sterminargli del mondo, nel cospetto del non intendente vulgo gridando i poeti per autorità di Platone dovere esser cacciati delle città.

E, oltre a ciò, prendendo d'una pìstola di Geronimo a Damaso papa, De filio prodigo, questa parola: «Carmina poetarum sunt cibus demoniorum», quasi armati dell'arme d'Acchille, con ardita fronte contra i poeti tumultuosamente insultano, aggiungendo a' loro argomenti le parole della Filosofia a Boezio, dove dice: «Quis – inquit – has scenicas meretriculas ad hunc egrum permisit accedere, que dolores eius non modo ullis remediis foverent, verum dulcibus insuper alerent venenis?». E se più alcuna cosa truovano, similemente, come contro a nemici della repubblica, contro a essi l'oppongono.

Ma, per ciò che a questi cotali a tempo sarà risposto, vengo alla prima parte, cioè donde avesse origine il nome del poeta. Ad evidenzia della qual cosa è da sapere, secondo che il mio padre e maestro messer Francesco Petrarca scrive a Gherardo, suo fratello, monaco di Certosa, gli antichi Greci, poi che per l'ordinato movimento del cielo e mutamento appo noi de' tempi dell'anno e per altri assai evidenti argomenti, ebbero compreso uno dovere essere colui il quale con perpetua ragione dà ordine a queste cose, e quello essere Idio, e tra loro gli ebbero edificati templi e ordinati sacerdoti e sacrifici, estimando di necessità essere il dovere nelle oblazioni di questi sacrifici dire alcune parole, nelle quali le laude degne a Dio e ancora i lor prieghi a Dio si contenessero, e conoscendo non essere degna cosa a tanta deità dir parole simili a quelle che noi, l'uno amico con l'altro, familiarmente diciamo, o il signore al servo suo, costituirono che i sacerdoti, li quali eletti e sommi uomini erano, queste parole trovassero.

Le quali questi sacerdoti trovarono; e, per farle ancora più strane dall'usitato parlare degli uomini, artificiosamente le composero in versi. E perchè in quelle si contenevano gli alti misteri della divinità, acciò che per troppa notizia non venissero in poco pregio appo il popolo, nascosero quelli sotto fabuloso velame. Il qual modo di parlare appo gli antichi Greci fu appellato «poetès», il qual vocabolo suona in latino «esquisito parlare»; e da « poetès» venne il nome del «poeta», il qual nulla altra cosa suona che «esquisito parlatore».

E quegli, che prima trovarono appo i Greci questo, furono Museo, Lino e Orfeo. E, perchè ne' lor versi parlavano delle cose divine, furono appellati non solamente «poeti», ma «teologi»; e per le opere di costoro dice Aristotile che i primi che teologizarono furono i poeti. E, se bene si riguarderà alli loro stili, essi non sono dal modo del parlare differenti da' profeti, ne' quali leggiamo, sotto velamento di parole nella prima aparenza fabulose, l'opere ammirabili della divina potenza.

È vero che coloro, spirati dallo Spirito santo, quel dissero che si legge, il quale credo tutto esser vero, sì come da verace dettatore è stato dettato; quello che i poeti finsero fecero per forza d'ingegno, e in assai cose non il vero, ma quello che essi secondo i loro errori estimavano vero, sotto il velame delle favole ascosero. Ma i poeti cristiani, de' quali sono stati assai, non ascosero sotto il loro fabuloso parlare alcuna cosa non vera, e massimamente dove fingessero cose spettanti alla divinità e alla fede cristiana: la qual cosa assai bene si può cognoscere per la Buccolica del mio eccellente maestro, messer Francesco Petrarca, la quale chi prenderà e aprirrà, non con invidia, ma con caritevole discrezione, troverrà sotto alle dure cortecce salutevoli e dolcissimi ammaestramenti; e similemente nella presente opera, sì come io spero che nel processo aparirà. E così si cognoscerà i poeti non essere mentitori, come gl'invidiosi e ignoranti li fanno.

Appresso, è l'uficio del poeta, sì come per le cose sopradette assai chiaro si può comprendere, questo nascondere la verità sotto favoloso e ornato parlare: il che avere sempre fatto i valorosi poeti si troverrà da chi con diligenza ne cercherà. Ma ciò che io ora ho detto, è da intendere sanamente. Io dico «la verità», secondo l'oppinione di quegli tali poeti; per ciò che il poeta gentile, al quale niuna notizia fu della catolica fede, non potè la verità di quella nascondere nelle sue fizioni, nascosevi quelle che la sua erronea religione estimava esser vere; per ciò che, se altro che quello, che vero avesse istimato, avesse nascoso, non sarebbe stato buon poeta.

E, per ciò che i poeti furono estimati non solamente teologi, ma eziandio essaltatori delle opere de' valorosi uomini, per li quali li stati de' regni, delle province e delle città si servano, e, oltre a ciò, quelli ne' loro versi di fare eterni si sforzarono, e similemente furono grandissimi commendatori delle virtù e vituperatori de' vizi, estimarono lor dovere estollere con quel singulare onore che i principi triumfanti per alcuna vittoria erano onorati: cioè che dopo la vittoria d'alcuna loro laudevole impresa, in comporre alcun singular libro, essi fossero coronati di alloro, a dimostrare che, come l'alloro serva sempre la sua verdeza, così sempre era da conservare la loro fama. Le fatiche de' quali, se molto laudevoli non fossero, non è credibile che il Senato di Roma, al qual solo aparteneva il concedere, a cui degno ne reputava, la laurea, avesse quella ad un poeta conceduta che egli concedette ad Africano, a Pompeo, a Ottaviano e agli altri vittoriosi prencipi e solenni uomini: la qual cosa per avventura non considerano coloro che meno avvedutamente gli biasimano.

E se per avventura volesson dire: «Noi gli biasimiamo perchè furono gentili, le scritture de' quali sono da schifare, sì come erronee», direi che da tolerar fosse, se Platone, Aristotile, Ipocrate, Galieno, Euclide, Tolomeo e altri simili assai, così gentili come i poeti furono, fossero similemente schifati: il che non avvenendo, non si può forse altro dire se non che singular malavolenzia il faccia fare.

Ma da rispondere è alle obiezioni di questi valenti uomini fatte contro a' poeti. Dicono adunque, aiutati dall'autorità di Platone, che i poeti sono da essere cacciati delle città, quasi corrompitori de' buoni costumi. La qual cosa negare non si può che Plato nel libro della sua Republica non lo scriva: ma le sue parole, non bene intese da questi cotali, fanno loro queste cose senza sentimento dire.

Fu ne' tempi di Platone e avanti, e poi perseverò lungamente ed eziandio in Roma, una spezie di poeti comici, li quali, per acquistare riccheze e il favore del popolo, componevano lor comedìe, nelle quali fingevano certi adultèri e altre disoneste cose state perpetrate dagli uomini, li quali la stoltizia di quella età avea mescolati nel numero degl'idii; e queste cotali comedìe poi recitavano nella scena, cioè in una piccola casetta, la quale era constituita nel mezzo del teatro, stando dintorno alla detta scena tutto il popolo, e gli uomini e le femine, della città ad udire. E non gli traeva tanto il disiderio di udire quanto di vedere i giuochi che dalla recitazione del comedo procedevano; li quali erano in questa forma: che una spezie di buffoni, chiamati «mimi» , l'uficio de' quali è sapere contrafare gli atti degli uomini, uscivano di quella scena, informati dal comedo, in quegli abiti ch'erano convenienti a quelle persone gli atti delle quali dovevano contrafare, e questi cotali atti, onesti o disonesti che fossero, secondo che il comedo diceva, facevano.

E, per ciò che spesso vi si facevano intorno agli adultèri, che i comedi recitavano, di disoneste cose, si moveváno gli appetiti degli uomini e delle femine riguardanti a simili cose disiderare e adoperare; di che i buoni costumi e le menti sane si corrompevano e ad ogni disonestà discorrevano.

Perciò, acciò che questo cessasse, Platone, considerando, se la republica non fosse onesta, non poter consistere, scrisse, e meritamente, questi cotali dovere essere cacciati delle città. Non adunque disse d'ogni poeta.

Chi fia di sì folle sentimento che creda che Platone volesse che Omero fosse cacciato della città, il quale è dalle leggi chiamato «padre d'ogni virtù»? chi Solone, che nello estremo de' suoi dì, ogni altro studio lasciato, ferventissimamente studiava in poesia? Le leggi del qual Solone non solamente lo scapestrato vivere degli Ateniesi regolarono, ma ancora composero i costumi de' Romani, già cominciati a divenire grandi. Chi crederrà ch'egli avesse cacciato Virgilio, chi Orazio o Giovenale, acerrimi riprenditori de' vizi? Chi crederrà che egli avesse cacciato il venerabile mio maestro, messer Francesco Petrarca, la cui vita e i cui costumi sono manifestissimo essemplo d'onestà? chi il nostro autore, la cui dottrina si può dire evangelica? E se egli questi così fatti poeti cacciasse, cui riceverà egli poi per cittadino? Sardanapalo, Tolomeo Evergete, Lucio Catellina, Neròn Cesare? Ma in verità questa obiezione potevano essi, o potrebbono, agevolmente tacere. Non è egli sì gran calca fatta da' poeti onesti d'abitare nelle città: Omero abitò il più per li luoghi solitari d'Arcadia; Virgilio, come detto è, in villa; messer Francesco Petrarca a Valchiusa, luogo separato d'ogni usanza d'uomini: e, se investigando si verrà, questo medesimo si troverrà di molti altri.

Dicono, oltre a questo, le parole scritte da san Girolamo: «Demonum cibus sunt carmina poetarum»: le quali parole senza alcun dubbio son vere. Ma chi avesse in questa medesima epistola letto, avrebbe potuto vedere di quali versi san Girolamo avesse inteso, e massimamente nella figura, la quale pone, d'una femina non giudea, ma prigione de' Giudei, la qual dice che, avendo raso il capo e posti giù i vestimenti suoi e toltesi l'unghie e i peli, potersi ad uno israelita per via di matrimonio congiugnere: forse con minore fervore, avendo la figura intesa, avrebbero quelle parole contro a' poeti allegate. E, acciò che questo più apertamente s'intenda, non vuole altro la figura posta da san Girolamo se non, per quegli atti che la Scrittura di Dio dice dover fare, se non, una purgazione del paganesmo o d'altra setta fatta, potere qualunque femina nel matrimonio venire de' Giudei: e così, purgate certe inconvenenze del numero de' poeti, restare i versi de' poeti non come cibo di dimonio, ma come angelico potersi da' fedeli cristiani usare. E questa purgazione per la grazia di Dio si può dir fatta, poi che Constantino imperadore, battezato da san Salvestro, diede luogo al lume della verità; per ciò che per la santità e sollicitudine de' papi e degli altri ecclesiastici pastori, scacciando i sopradetti comici e ogni disonesto libro ardendo, par questa poesia antica purgata e potersi, ne' libri autorevoli e laudevoli rimasi, congiugnere con ogni cristiano.

Non dico perciò, che è quello a che san Girolamo nella predetta epistola attende molto, che il prete o 'l monaco, o qual altro religioso voglian dire, al divino officio obligato, debba il breviario posporre a Virgilio; ma, avendo con divozione e con lagrime il divino officio detto, non è peccare nello Spirito santo il vedere gli onesti versi di qualunque poeta.

E, se questi cotali non fossero più religiosi o più dilicati che stati sieno i santi dottori, essi ritroverebbero questo cibo, il quale dicono de' demòni, non solamente non essere stato gittato via o messo nel fuoco, come alcuni per avventura vorrebbono, ma essere stato con diligenzia servato, trattato e gustato da Fulgenzio, dottore e pontefice catolico, sì come apare in quello libro, il quale esso appella Delle mitologie, da lui con elegantissimo stilo scritto, esponendo le favole de' poeti.

E similemente troverebbono santo Agostino, nobilissimo dottore, non avere auto in odio la poesia nè i versi de' poeti, ma con solerte vigilanzia quegli avere studiati e intesi: il che se negare alcuno volesse, non puote, con ciò sia cosa che spessissime volte questo santo uomo ne' suoi volumi induca Virgilio e gli altri poeti, nè quasi mai nomina Virgilio senza alcuno titolo di laude.

Similemente e Geronimo, dottore essimio e santissimo uomo, maravigliosamente ammaestrato in tre linguaggi, il quale gli ignoranti si sforzano di tirare in testimonio di ciò che essi non intendono, con tanta diligenzia i versi de' poeti studiò e servò nella memoria, che quasi paia nelle sue opere non avere <cosa alcuna> senza la testimonanza loro fermata. E, se essi non credono questo, veggano, tra gli altri suoi libri, il prolago del libro il quale egli chiama Hebraicarum questionum, e considerino se quello è tutto terrenziano. Veggano se esso spessissime volte, quasi suoi assertori, induce Virgilio e Orazio, e non solamente questi, ma Persio e gli altri minori poeti; leggano, oltre a questo, quella facundissima epistola da lui iscritta a santo Agustino e cerchino se in essa l'ammaestrato uomo pone i poeti nel numero de' chiarissimi uomini, li quali essi si sforzano di confondere.

Appresso, se essi nol sanno, leggano negli Atti degli Apostoli e troveranno se Paolo, vaso d'elezione, studiò i versi poetici e quelli conobbe e seppe: essi troveranno lui non avere avuto in fastidio, disputando nello Ariopago contro la ostinazione degli Ateniesi, d'usare la testimonianza de' poeti; e in altra parte avere usato il testimonio di Menandro, comico poeta, quando disse: «Corrumpunt bonos mores colloquia mala». E similemente, se io bene mi ricordo, egli allega un verso di Epimenide poeta, il quale attissimamente si potrebbe dire contro a questi sprezatori de' poeti, quando dice: «Cretenses semper mendaces, male bestie, ventres pigri». E così colui il quale fu rapito insino al terzo cielo non estimò quello che questi, più santi di lui, vogliono, cioè esser peccato o abominevole cosa aver letti e apparati i versi de' poeti.

Oltre a tutto questo, cerchino quello che scrisse Dionigio Ariopagita, discepolo di Paolo e glorioso martire di Gesù Cristo, nel libro il quale compose Della celeste gerarchia. Esso dice e proseguita e pruova la divina teologia usare le poetiche fizioni, dicendo intra l'altre cose così: «Et enim valde artificialiter theologia poeticis sacris formationibus in non figuratis intellectibus usa est, nostrum, ut dictum est, animum revelans, et ipsi propria et coniecturali reductione providens, et ad ipsum reformans anagogicas sanctas Scripturas»; ed altre cose ancora assai, le quali a questa somma seguitano.

E ultimamente, acciò che io lasci star gli altri, li quali io potrei inducere incontro a questi nemici del poetico nome, non esso medesimo Gesù Cristo, nostro salvadore e signore, nella evangelica dottrina parlò molte cose in parabole, le quali son conformi in parte allo stilo comico? Non esso medesimo incontro a Paolo, abattuto dalla sua potenzia in terra, usò il verso di Terrenzio, cioè «Durum est tibi contra stimulum calcitrare»? Ma sia di lungi da me che io creda Cristo queste parole, quantunque molto davanti fosse, da Terrenzio prendesse. Assai mi basta a confermare la mia intenzione il nostro Signore aver voluto alcuna volta usare la parola e la sentenzia prolata già per la bocca di Terrenzio, acciò che egli apaia che del tutto i versi de' poeti non sono cibo del diavolo.

Che adunque diranno questi, li quali così presuntuosamente s'ingegnano di scalpitare il nome poetico? Certo, al giudicio mio, e' non gli possono giustamente dannare, se non che co' versi poetici non si guadagnan danari, che credo sia quello che in tanta abominazione gli ha loro messi nel petto, perchè a' loro disideri non sono conformi.

Resta a spezare l'ultima parte delle loro armi, le quali in gran parte deono esser rotte, se a quel si riguarda che alla sentenza di Platone fu risposto di sopra. Essi vogliono che la filosofia abbia cacciate le Muse poetiche da Boezio, sì come femine meretrici e disoneste, e i conforti delle quali conducono chi l'ascolta non a sanità di mente, ma a morte. Ma quel testo, male inteso, fa errare chi reca quel testo in argomento contro a' poeti.

Egli è senza alcun dubbio vero la filosofia essere venerabile maestra di tutte le scienze e di ciascuna onesta cosa; e in quello luogo, dove Boezio giaceva della mente infermo, turbato e commosso dello essilio a gran torto ricevuto, egli, sì come impaziente, avendo per quello cacciata da sè ogni conoscenza del vero, non attendeva colla considerazione a trovare i rimedi oportuni a dover cacciar via le noie che danno gl'infortuni della presente vita; anzi cercava di comporre cose, le quali non liberasson lui, ma il mostrassero afflitto molto, e per conseguente mettessero compassion di lui in altrui. E questa gli pareva sì soave operazione che, senza guardare che egli in ciò faceva ingiuria alla filosofica verità, la cui opera è di sanare, non di lusingare, il passionato, che esso con la dolceza delle lusinghe del potersi dolere insino alla sua estrema confusione avrebbe in tale impresa proceduto; e, però che questo è essercizio de' comici di sopra detti, a fine di guadagnare, di lusingare e di compiacere alle inferme menti, chiama la Filosofia queste Muse «meretricule scenice», non perchè ella creda le Muse essere meretrici, ma per vituperare con questo vocabolo lo 'ngegno dell'artefice che nelle disoneste cose le 'nduce. Assai è manifesto non essere difetto del martello fabrile, se il fabro fa più tosto con esso un coltello, col quale s'uccidono gli uomini, che un bomere, col quale si fende la terra e rendesi abile a ricevere il seme del frutto, del quale noi poscia ci nutrichiamo. E che le Muse sieno qui instrumento adoperante secondo il giudicio dell'artefice, e non secondo il loro, ottimamente il dimostra la Filosofia dicendo in quel medesimo luogo che è di sopra mostrato, quando dice: «“Partitevi di qui, Serene dolci infino alla morte, e lasciate questo infermo curare alle mie Muse”, cioè alla onestà e alla integrità del mio stilo, nel quale mediante le mie Muse io gli mosterrò la verità, la quale egli al presente non conosce, sì come uomo passionato e afflitto».

Nelle quali parole si può comprendere non essere altre Muse, quelle della Filosofia, che quelle de' comici disonesti e degli elegiaci passionati, ma essere d'altra qualità l'artefice, il quale questo istrumento dee adoperare. Non adunque nel disonesto appetito di queste Muse, le quali chiama la Filosofia «meretricule», sono vituperate le Muse, ma coloro che in disonesto essercizio l'adoperano.

Restavano sopra la presente materia a dir cose assai, ma per ciò che in altra parte più distesamente di questo abbiamo scritto, basti questo averne detto al presente, e alla nostra impresa ne ritorniamo. Fu adunque Virgilio poeta, e non fu popolare poeta, ma solennissimo, e le sue opere e la sua fama chiaro il dimostrano agl'intendenti. [L. IIII]

E cantai. Usa Virgilio questo vocabolo in luogo di «composi»; e la ragione in parte si dimostrò dove di sopra si disse perchè «cantiche» si chiamano l'opere de' poeti. Alla quale si puote aggiugnere una usanza antica de' Greci, dalla qual credo non meno esser mossa la ragione per che «cantare» si dicono i versi poetici, che da quella che già è detta: e l'usanza era questa, che' nobili giovani greci si reputavano quasi vergogna il non saper cantare e sonare, e questi loro canti e suoni usavano molto ne' lor conviti.

E non erano li loro canti di cose vane, come il più delle canzoni odierne sono, anzi erano versi poetici, ne' quali d'altissime materie o di laudevoli operazioni da valenti uomini adoperate <si trattava>, sì come noi possiam vedere nella fine del primo dello Eneida di Virgilio, dove, dopo la notabile cena di Didone fatta ad Enea, Iopa, sonando la cetera, canta gli errori del sole e della luna e la prima generazione degli uomini e degli altri animali e donde fosse l'origine delle piove e del fuoco e altre simili cose: dal quale atto potè nascere il dirsi che i poetici versi si cantino.

E per conseguente Virgilio dell'opere da sè composte dice «cantai». Il qual non solamente compuose l'Eneida, ma molti altri libri, sì come, secondo che Servio scrive, l'Ostirina, l'Ethna, il Culice, la Priapea, il Cathalecthon, le Dire, gli Epigramati, la Copa, il Moreto e altri; ma sopra tutti fu l'Eneida, la quale in laude di Ottaviano compuose.

Poi, partendosi da Napoli e andandone ad Atene ad udir filosofia, non avendo corretto il detto Eneida, quello lasciò a due suoi amici, valenti poeti, cioè a Tucca e a Varrone, con questo patto, che, se avvenisse che egli avanti la tornata sua morisse, che essi il dovessero ardere; per che, essendo a Brandizio morto, senza potere essere pervenuto ad Atene, e Tucca e Varrone sappiendo questo libro in laude di Ottaviano essere stato composto, e che esso il sapeva, temettero d'arderlo senza conscienza d'Ottaviano; e perciò, racontata a lui la intenzion di Virgilio, ebbero in comandamento di non doverlo ardere per alcuna cagione, ma il correggessero, con questo patto, che essi alcuna cosa non v'aggiugnessero e, se vi trovassero cosa da doverne sottrarre, potessero: il che essi con fede fecero. Poi Ottaviano, fatte recare le sue ossa da Brandizio a Napoli, vicino al luogo dove gli era dilettato di vivere, il fece sepellire, cioè infra 'l secondo miglio da Napoli lungo la via che si chiamava Puteolana, acciò che esso quivi giacesse morto dove gli era dilettato di vivere.

Di quel giusto Figliuol d'Anchise, cioè d'Enea, del quale Virgilio nel primo dell'Eneida fa ad Ilioneo dire d'Enea alla reina Dido queste parole:

Rex erat Eneas nobis, quo iustior alter
nec pietate fuit nec bello maior et armis,
nelle quali testimonia Enea essere stato giustissimo. Anchise fu della schiatta de' re di Troia, figliuolo di Capis, figliuolo di Assaraco, figliuolo di Troio, e fu padre d'Enea, come qui si dice; che venne da Troia. Troia è una provincia nella minore Asia, vicina d'Ellesponto, alla quale è di ver ponente il mare Egeo, dal mezzodì Meonia, da levante Frigia Maggiore, da tramontana Bittinia, così dinominata da Troio, re di quella.

Poi che 'l superbo Iliòn fu combusto. Ilione fu una città di Troia, così nominata da Ilio, re di Troia, e fu la città reale e quella, secondo che Pomponio Mela scrive nel primo della sua Cosmographia, che fu da' Greci assediata e ultimamente presa e arsa e disfatta. Chiamalo «superbo» dall'alteza dello stato del re Priamo e de' suoi predecessori.

76-78

E, poi che manifestato s'è, egli fa una brieve domanda all'autore, dicendo: Ma tu perchè ritorni a tanta noia?, quanta è a essere nella selva, della quale partito ti se'; e quinci segue e fanne un'altra: Perchè non sali al dilettoso monte Ch'è principio e cagion di tutta gioia?

79-86

[79-81] Espedite queste parole di Virgilio, segue la terza parte di questa seconda, nella quale dissi che con ammirazione l'autore rispondea, e col commendar Virgilio s'ingegnava d'acattare la sua benivolenza; e, rispondendo alla dimanda di lui, gli mostra quello per che al monte non sale e il suo aiuto adimanda e dice: Or se' tu quel Vergilio e quella fonte, Che spandi di parlar sì largo fiume?. Commendalo qui l'autore dell'amplitudine della sua facundia, quella faccendo simigliante ad un fiume.

Rispuos'io lui con vergognosa fronte. Vergognossi l'autore d'essere da tanto uomo veduto in sì miserabile luogo, e dice «con vergognosa fronte», per ciò che in quella parte del viso prima apariscono i segni del nostro vergognarci; come che qui si può prendere il tutto per la parte, cioè tutto il viso per la fronte. [82-84] O degli altri poeti, latini, onore: per ciò che per Virgilio è tutto il nome poetico onorato; e lume. Sono state l'opere di Virgilio a' poeti, che appresso di lui sono stati, uno essemplo, il quale ha dirizate le loro invenzioni a laudevole fine, come la luce diriza i passi nostri in quella parte dove d'andare intendiamo.

«Vagliami il lungo studio e 'l grande amore». Poi che l'autore ha poste le laude di Virgilio, acciò che per quelle il muova al suo bisogno, ora il priega per li meriti di se medesimo, per li quali estima Virgilio, sì come obligatogli, il debba aiutare, e dice: Vagliami, a questo bisogno, il lungo studio. Vuol mostrare d'avere l'opera di Virgilio istudiata non discorrendo, ma con diligenza; e 'l grande amore. E per questo intende mostrare un atto caritativo, che fatto gli ha studiare il libro di Virgilio, e non, come molti fanno, averlo studiato per trovarvi che potere mordere e biasimare. Che m'ha fatto cercare il tuo volume, l'Eneida.

85-87

Tu se' il mio maestro: qui con reverirlo vuol muovere Virgilio, chiamandol «maestro», e 'l mio autore. In altra parte si legge «signore», e credo che stia altressì bene, per ciò che qui, umiliandosi, vuol pretendere il signore dovere ne' bisogni il suo servidore aiutare. Tu se' solo colui a cu' io tolsi, cioè presi, Il bello stilo, del trattato e massimamente dello Inferno, che m'ha fatto onore, cioè farà: e pon qui il preterito per lo futuro faccendo soloecismo.

88-90

Vedi la bestia, e mostragli la lupa, della quale di sopra è detto, per cu' io mi volsi, dal salire al dilettoso monte: e qui gli risponde all'interrogazion fatta. Appresso, il priega, dicendo: Aiutami da lei, famoso e saggio. Nelle quali parole vuol mostrare colui veramente essere saggio il quale non solamente è saggio nel suo secreto, ma eziandio nel giudicio degli altri, per lo quale esso diventa famoso. Ch'ella mi fa tremar le vene e' polsi. Triemano le vene e' polsi quando dal sangue abandonate sono; il che avviene quando il cuore ha paura, per ciò che allora tutto il sangue si ritrae a lui ad aiutarlo e riscaldarlo, e il rimanente di tutto l'altro corpo rimane vacuo di sangue e freddo e palido.

91-99

[91-93] «A te convien tenere altro viaggio». In questa quarta particella fa l'autore due cose: prima, dichiara ciò che Virgilio dice della natura di quella lupa e il suo futuro disfacimento; appresso, gli dimostra Virgilio quel cammino che gli par da tenere, acciò che egli possa di quello luogo pericoloso uscire. La seconda quivi: «Ond'io per lo tuo meglio».

Dice dunque: A te convien tenere altro viaggio, che quello il quale di tenere ti sforzi, Rispuose, Virgilio, poi che lagrimar mi vide, Se vuoi campar, senza morte uscire, d'esto loco selvaggio, come di sopra è dimostrato. [94-96] E, seguendo, Virgilio gli dice la cagione per che a lui convien tenere altro cammino, dicendo: Chè quella bestia, cioè quella lupa, per la qual tu gride, domandando misericordia, Non lascia altrui passar per la sua via, non della lupa, ma di colui che andar vuole; Ma tanto lo 'mpedisce, ora in una maniera e ora in un'altra, che l'uccide. [97-99] Ed ha, questa lupa, natura sì malvagia e ria Che mai non empie la bramosa voglia, del divorare, Ma dopo il pasto ha più fame che pria. Vuole Virgilio per queste parole rimuovere un pensier vano il quale potrebbe cadere nell'autore, dicendo: «Quantunque questa bestia sia bramosa e abbia la fame grande, egli potrà avvenire che ella prenderà alcuno animale e pascerassi e, pasciuta, mi lascerà andare dove io disidero». Il qual avviso si rimuove per quelle parole: «E dopo il pasto ha più fame che pria».

100-102

Molti son gli animali a cui s'amoglia, cioè co' quali si congiugne. Questo è fuori dell'uso della natura di qualunque animale, congiugnersi con molti animali di diverse spezie; ma con alcuno assai bestie il fanno, sì come il cavallo coll'asino, la leonessa col leopardo e la lupa col cane. E questo non è da dubitare che l'autore non sapesse; per che, avendol posto, assai ben possiam comprendere l'autore volere altro sentire che quello che semplicemente suona la lettera, e così in ciò che seguita del rimettimento di questa lupa in inferno: la sposizione delle quali cose a suo tempo riserberemo. E più saranno ancora, che stati non sono, fin che 'l veltro Verrà. È il veltro una spezie di cani maravigliosamente nimica de' lupi: de' quali veltri dice, com'apare, doverne venire uno che la farà morir con doglia.

103-105

Questi, cioè questo veltro, non ciberà, cioè non mangerà, terra nè peltro. Peltro è una spezie vile di metallo composta d'altri. Ma sapienza, amore e virtute. Questi non sogliono essere cibi de' cani; e perciò assai chiaro apare lui intendere altro che non par che dica la lettera. E sua nazion sarà tra feltro e feltro: è il feltro vilissima spezie di panno, come ciascun sa manifestamente.

106-108

«Di quella umile». Usa qui l'autore un tropo, il quale si chiama «ironia», per vocabolo contrario mostrando quello che egli intende di dimostrare; cioè per «umile» «superba», sì come noi tutto 'l dì usiamo, dicendo d'un pessimo uomo: «Or questi è il buono uomo», d'un traditore: «Questi è il leale uomo», e simili cose. Dice adunque: Di quella umile, cioè superba, Italia fia salute.

È Italia una gran provincia, nominata da Italo, figliuolo di Corito re, e fratello di Dardano, del quale più distesamente diremo appresso, nel IIII canto, terminata dall'Alpi e dal mare Tireno e dall'Adriano, contenente in sè molte province: e perciò, a voler dimostrare di qual parte di questa Italia dice, soggiugne: Per cui morì, cioè fu uccisa, la vergine Camilla.

Fu questa Camilla, secondo che Virgilio scrive nel XI dell'Eneida, figliuola di Metabo, re di Priverno, e di Casmilla, sua moglie: e, per ciò che nel partorire questa fanciulla morì la madre, piacque al padre di levare una lettera sola, cioè quella «s» che era nel nome di Casmilla, sua moglie, e nominare la figliuola Camilla. La quale essendo ancora piccolissima, avvenne, per certe divisioni de' Privernati, Metabo re a furore fu cacciato di Priverno.

Il quale, non avendo spazio di potere alcuna altra cosa prendere, prese questa piccola sua figliuola e una lancia e con essa, essendo dai Privernati seguito, si mise in fuga; e pervegnendo a un fiume, il quale si chiamava Amaseno, e trovandol per una grandissima piova cresciuto molto e sè veggendo convenirgli lasciar la fanciulla, se notando il volea trapassare, subitamente prese consiglio d'involgere questa fanciulla in un suvero e legarla alla sua lancia e quella lanciare di là dal fiume e poi esso notando passarlo.

Per che, legatola e dovendola gittare oltre, umilemente la racomandò a Diana, a lei botandola, se ella salva gliele facesse dall'altra parte del fiume ritrovare; e, lanciatola e poi notando seguitola, e dall'altra parte trovata senza alcuna lesione la figliuola, andatosene con essa in certe selve vicine, allevò questa sua figliuola alle poppe d'una cavalla.

Alla quale, come crescendo venne, appiccò una faretra alle spalle e posele uno arco in mano e insegnolle non filare, ma saettare e gittare le pietre con la rombola e correr dietro agli animali; e i suoi vestimenti erano di pelli d'animali salvatichi. Ne' quali essercizi costei, già divenuta grande, fu maravigliosa femina; e fu in correre di tanta velocità che, correndo, ella pareva si lasciasse dietro i venti, e fu sì leggiera che Virgilio, iperbolicamente parlando, dice che ella sarebbe corsa sopra l' onde del mare senza immollarsi le piante de' piedi.

Costei, da molti nobili uomini adomandata in matrimonio, mai alcuna cosa non ne volle udire, ma, virginità servando, si dilettava d'abitar le selve, nelle quali era stata allevata, e di cacciare. Poi pare che richiamata fosse nel regno paterno; e, ritornatavi, e sentendo la guerra di Turno con Enea, da Turno richiesta, con molti de'suoi Volsci andò in aiuto di lui, dove un dì, fieramente contro a' Troiani combattendo, fu fedita d'una saetta nella poppa da uno che avea nome Arruns, della qual fedita essa morì incontanente.

Eurialo, Turno e Niso di ferute. Eurialo e Niso furono due giovani troiani, li quali in Italia aveano seguito Enea; ed essendo insieme con Ascanio, figliuolo d'Enea, rimasi a guardia del campo d'Enea, il quale era andato a cercare aiuto contro a Turno a certi popoli circunvicini, avvenne che, premendo Turno molto Ascanio, si dispose Ascanio, per tema di non poter sofferire la forza di Turno, di far sentire ad Enea come da assedio era gravemente stretto, acciò che di tornare in soccorso di lui il padre s'affrettasse.

Alla qual cosa fare Niso si proferse e ingegnavasi di farlo occultamente da Eurialo, per ciò che conosceva il pericolo esser grande ed Eurialo ancora un garzone, ed egli nol voleva mettere a quel pericolo. Ma non seppe sì fare che Eurialo nol sentisse, per la qual cosa convenne che Eurialo andasse con lui; e, usciti una notte del campo d'Ascanio, convenendo loro passar per lo mezzo de' nimici e tacitamente andando e trovandogli tutti dormire, n'ucciser molti. Ed Eurialo, vago come i garzoni sono, di certe armadure belle, tratte a coloro li quali uccisi aveano, carico, seguitando Niso, avvenne che si scontrarono in una grande quantità di nimici, li quali come Niso vide, tantosto si ricolse in un bosco, credendo avere appresso di sè Eurialo; ma egli era rimaso e già intorniato da' nimici, quando Niso lui non esser seco si avvide.

Per che voltosi e vedendol nel mezzo de' nimici e loro correntigli addosso per ucciderlo, tornando adietro cominciò a gridare che perdonassero ad Eurialo, sì come a non colpevole e uccidessono lui, il quale aveva tutto quello male fatto. Ma poco valse: essi uccisono Eurialo e poi ucciser lui; e così amenduni quivi morti rimasero.

«Turno». Costui fu figliuolo di Dauno, re d'Ardea, e nepote carnale d'Amata, moglie di Latino, re de' Laurenti, giovane ardentissimo e di gran cuore; il quale, vedendo Latino re avere data Lavina, sua figliuola, per moglie ad Enea, la quale prima avea promessa a lui, sdegnato, aveva mossa guerra ad Enea e per questo molte battaglie aveano fatte. Ultimamente, secondo che Virgilio scrive nel fine del XII dell'Eneida, soprastandogli Enea in una singular battaglia stata fra loro e veggendogli cinto il balteo, il quale era stato di Pallante, cui ucciso avea, lui, adomandante perdono, uccise.

E così dalle morti di costoro ha l'autore discritta di quale parte d'Italia intenda, cioè di quella là dove è Roma, con alcune piccole circustanze: la quale in tanta superbia crebbe che le parve poco il voler soprastare a tutto il mondo.

Nè per la ruina del romano imperio cessò però la romana superbia, perseverando in essa la sede apostolica: nella quale, al tempo che l'autore di prima pose mano alla presente opera, sedeva Bonifazio papa ottavo, il quale, quantunque altiero signor fosse molto, parve per avventura ancor molto più all'autore, in quanto piegare non fu potuto a' piaceri nè alle domande fatte da quegli della setta della quale fu l'autore.

109-111

Questi, cioè questo veltro, la caccerà per ogni villa, cioè estermineralla del mondo, Fin che l'avrà rimessa nello 'nferno, Là onde invidia prima dipartilla. In queste parole chiaramente si può intendere l'autore dire una cosa e sentire un'altra: con ciò sia cosa che manifesto sia in inferno non generarsi lupi, e perciò di quello non poterne essere stato tratto alcuno, per doverlo in questa vita menare.

112-117

[112-114] «Ond'io per lo tuo meglio». In questa particella seconda della quarta dice l'autore il consiglio preso da Virgilio per sua salute e, secondo l'usanza poetica, mostra in poche parole ciò che dee trattare in tutto questo suo volume; e dice così: Ond'io, considerata la natura di questa lupa che t'impedisce, per lo tuo me' penso e discerno, giudico, Che tu mi segua, el io sarò tua guida E trarrotti di qui, cioè di questo luogo pericoloso, per luogo eterno, cioè per lo 'nferno e per lo purgatorio, li quali sono luoghi eterni; [115- 117] Dove, cioè in quel luogo, udirai le dispietate strida, in quanto paiono d'uomini crudeli e senza alcuna umanità; E vederai gli spiriti dolenti Che la seconda morte ciascun grida, cioè la morte dell'anima, per ciò che quella del corpo, la quale è la prima, essi l'hanno avuta. Adomandano adunque la seconda, credendo per quella le pene, che sentono, non dovere poscia sentire.

Ma i nostri teologi tengono che, quantunque essi la spiritual morte domandino, non perciò, potendola avere, la vorrebbono, per ciò che per alcuna cagione non vorrebbono perdere l'essere. De'si adunque intendere li dannati chiamar la seconda morte, sì come noi mortali spesse volte chiamiamo la prima; la quale se venir la vedessimo, senza alcun dubbio a nostro potere la fuggiremmo. O puossi sporre così: tiensi per li teologi essere più spezie di morte, delle quali è la prima quella della quale tutti corporalmente moiamo; la seconda dicono che è morte di miseria, la qual veramente io credo essere infissa ne' dannati, in tanta tribulazione e angoscia sono: e questo è quello che ciascun dannato grida, non dimandandola, ma dolendosi.

118-123

[118-120] E vederai color che son contenti Nel fuoco, della penitenza; e dice «contenti», per ciò che quella penitenza, che non si facesse con contentamento d'animo di colui che la facesse, non varrebbe alcuna cosa a salute; perchè speran di venire, Quando che sia, finito il tempo della penitenzia, alle beate genti. [121-123] Alle quali, beate genti, se tu vorrai salire, però che sono in cielo, Anima fia a ciò più di me degna. Con lei ti lascerò nel mio partire. E questa fia quella di Stazio poeta, con la quale egli poscia il lasciò in su la sommità del monte di purgatorio, sopra la riva del fiume di Letè, come nel XXX canto del Purgatorio si legge.

124-129

[124-126] Chè quello imperador, cioè Idio, che là su, cioè in cielo, regna, Perch'io fui ribellante, non seguendola, alla sua legge, a' suoi comandamenti, Non vuol che 'n sua città, in paradiso, per me si vegna. [127-129] In tutte parti impera, comandando, e quivi, nel cielo impireo, regge. Quivi è la sua città, nel cielo, e l'alto seggio, reale. O felice colui, cui quivi elegge!, per abitatore di quello, come i beati sono.

130-136

[130-132] Io cominciai: poeta. In questa quinta particella l'autore, udito il consiglio di Virgilio e aprovandolo, lo scongiura che quivi il meni, dicendo: io ti richieggio Per quello Idio, cioè Gesù Cristo, che tu non conoscesti, Acciò ch'io fugga questo male, cioè il pericolo nel quale al presente sono, e peggio, cioè la morte, [133-136] Che tu mi meni là ove or dicesti, cioè in inferno e in purgatorio, Sì ch'i' vegga la porta di san Piero, cioè la porta del purgatorio, dove sta il vicario di san Piero; Con quegli i quali tu fai, cioè dì essere, cotanto mesti, cioè dolorosi, dannati alle pene eterne.

Allor si mosse, entrando nel cammino dimostrato, ed è atto d'uomo disposto a quello di che è richesto, che senza eccezione il mette ad essecuzione. Ed è questa l'ultima particella delle sei, che dissi esser partita la seconda parte principale del primo canto. Ed io gli tenni dietro, cioè il seguitai.

 

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

1-3

[L. V]

«Nel mezzo del cammin di nostra vita» etc.. Poi che, per la grazia di Dio, è quello, che secondo il senso litterale si può, dimostrato, è da tornarsi al principio di questo canto e quello che sotto la roza corteccia delle parole è nascoso, cioè il senso allegorico, aprire e dichiarare.

Intorno alla qual cosa credo udirete cose, per le quali vi si potrebbe forse meritamente dire le parole che l'autore medesimo dice nel II canto del Paradiso, cioè:

Que' gloriosi che passaro al Colco
non s'ammiraron, come voi farete,
quando vider Gianson fatto bifolco:
per ciò che allora per effetto potrete vedere quanto d'arte e quanto di sentimento sia stato e sia nel poetico stilo, oltre alla stima che molti fanno. E però che, gustando con lo 'ntelletto il mellifluo e celestial sapore, nascoso sotto il velo del favoloso discrivere, forse vi dorrete il nostro poeta e gli altri avere tanta soavità riposta in guisa che senza difficultà aver non si puote, e direte: «Perchè non diedono i poeti la loro dottrina libera ed aperta ed espedita, come molti altri fanno la loro, sì che chi volesse ne potesse prendere frutto più tosto?»: in risponsione della qual cosa si possono tre ragioni dimostrare.

E la prima può esser questa. Costume generale è di tutte le cose meritamente da aver care il discreto uomo non tenerle in piaza, ma sotto il più forte serrame c'ha nella sua casa e con grandissima diligenzia guardarle, e ad alquanti suoi amici e pochi e rade volte mostrarle. E questo fa, acciò che il troppo farne copia non faccia quelle divenire più vili: il che per atto possiam tutto il dì vedere avvenire. E, se in ogni altra cosa nascosa ci fosse questa verità, guardiamo al sole, del quale alcuna cosa sì bella, non che più, veggiamo, nè alcuna sì chiara muoversi, non tirato nè sospinto, se non dal divino ordine impostogli; pieno di tanta luce che ogni altro lucido corpo illumina, ogni terrena cosa vivifica, acresce e nutrica e al suo fine conduce: il quale, per troppo mostrarsi, è non solamente poco prezato, ma son di quegli che di vederlo ischifano.

Per la qual cosa, acciò che questo non seguiti, non so qual'altra cosa noi possiamo con più certa ragion dire che sia più cara, più da gradire e meglio da riporre e da guardare, che sono gli alti effetti della natura e i secreti misteri e i sublimi della divinità. Questi, se negl'intelletti universalmente del vulgo divenissero, in poco tempo ne seguirebbe che sarebbon prezati meno che non è il sole o che i ragionamenti meccanici e le favole delle feminelle. E per questo lo Spirito santo, <d'ogni> cosa dottissimo, gli alti secreti della divina mente nascose, come noi possiam vedere nelle figure del Vecchio Testamento, nelle visioni di certi profeti e ancora nella Apocalissi di Giovanni evangelista, sotto parole tanto nella prima faccia differenti dal vero e meno conformi nell'aparenza a' sensi nascosi, che per poco più esser non potrebbono.

Le vestige del quale, con quelle forze che possono gli umani ingegni seguir la divinità, con ogni arte s'ingegnarono di seguitare i poeti, quelle cose che essi estimavano più degne sotto favoloso parlare nascondendo, acciò che, dove carissime sono, non divenissero vili, ad ogni uomo aperte lasciandole. Il che assai bene pare ne dimostri Macrobio, nel primo libro De somnio Scipionis, così dicendo: «De diis autem, ut dixi, ceteris et de anima, non frustra se, nec ut oblectent, ad fabulosa convertunt, sed quia sciunt inimicam esse nature apertam nudamque expositionem sui: que, sicut vulgaribus hominum sensibus intellectum sui vario rerum tegmine operimentoque subtraxit, ita a prudentibus arcana sua voluit per fabulosa tractari. Sic ipsa misteria fabularum cuniculis operiuntur, ne vel hoc adeptis nudam rerum talium natura se prebeat, sed summatibus tantum viris <sapientia> interprete veri arcani consciis. Contenti sunt reliqui ad venerationem, figuris defendentibus a vilitate secretum» etc.

La seconda ragione può esser questa. Suole quello, che con difficultà s'acquista, piacer più e guardarsi meglio che quello che senza alcuna fatica o poca si truova: e questo le grandi eredità rimase a' nostri giovani cittadini hanno mostrato. Non essendo adunque senza alcun dubbio esser molta malagevoleza il trarre la nascosa verità di sotto al fabuloso parlare, dee seguire essere incomparabile diletto a colui che, per suo studio, vede averla saputa trovare; laonde non solamente ogni affanno avutone se ne dimentica, ma ne rimane una dolceza nell'animo, la quale quasi con legame indissolubile ferma, nella memoria di colui che ritrovata l'ha, la verità ritrovata: dove quella che senza alcuna difficultà s'acquista, come leggiermente venne, così leggiermente si parte. Di che seguita che dell'avere faticato s'acquista, dove del non avere studiato l'uomo si ritruova di scienza vòto.

La terza ragione mi pare dovere esser questa. E' non pare che alcun dubbio sia li cieli, i pianeti e le stelle essere ministri della divina potenza e, secondo la virtù loro attribuita, i corpi inferiori generare, mediante quelle cagioni che dalla natura sono ordinate, e quegli nutrire e nel lor fine menargli. E, per ciò che essi corpi superiori sono in continuo moto e in diversi modi si congiungono e si separano l'uno dall'altro, par di necessità che gli effetti da lor prodotti in diversi tempi e in materie diverse, debbano esser diversi e a diverse cose disposti: e quinci par che seguiti la diversità degli aspetti degli uomini, de' quali non pare che alcuno alcun altro somigli; e similemente degli offici, li quali veggiam manifestamente essere, eziandio naturalmente, diversi negli uomini.

Dalla qual cosa mosso, dice il nostro autore nel Paradiso:

Un ci nasce Solone, ed altro Serse,
altri Melchisedèc, ed altri quello
che, volando per l'aere, il figlio perse.
E questo si dee cognoscere muovere dal divino intelletto, il quale cognosce una università, come è quella dell'umana generazione, non poter consistere in sè, se non avesse diversità d'offici; e perciò, acciò che dell'altre cose lasciamo al presente stare, alcun ci nasce atto a filosofia, alcuno ad astrologia, alcuno a poesia e alcuni altri ad altre scienze.

Colui che nasce atto a poesia seguita, in quanto può e sa, d'essercitarsi nel poetico officio; e, quantunque da Dio sia alle nostre anime, le quali esso immediate crea, data la ragione e il libero arbitrio, per lo quale non ostante la forza de' cieli, ciascun può far quello che più gli agrada, pare che il più seguitin gli uomini quello a che essi sono atti nati. Laonde quegli che al poetico officio è nato, eziandio volendo, non pare possa fare altro che quello che a tale officio s'apartiene; e, per ciò che a quello officio s'apartiene quello che di sopra è detto, se egli in quello laudevolmente sè essercita, non è per avventura da maravigliarsene.

E perciò non si ramarichi alcuno, se da' poeti è sotto favole nascosa la verità, ma più tosto si dolga della sua negligenza, per la quale e' perde o ha perduto quello che il farebbe lieto, faticandosi d'avere ritrovata la cara gemma nella spazatura nascosa. E questo basti avere a questa parte risposto.

Fu adunque il nostro poeta, sì come gli altri poeti sono, nasconditore, come si vede, di così cara gioia, come è la catolica verità, sotto la volgare corteccia del suo poema. Per la qual cosa si può meritamente dire questo libro essere poliseno, cioè di più sensi. De' quali è il primo senso quello il quale egli ha nelle cose significate per la littera, sì come voi potete aver di sopra, nella esposizion litterale, udito: e chiamasi questo senso «litterale», e così è. Il secondo senso è «allegorico», o vero «morale»; il quale, acciò che voi comprendiate meglio, essemplificando vel dichiarerò in questi versi: «In exitu Israel de Egypto, domus Iacob de populo barbaro, facta est Iudea sanctificatio eius, Israel potestas eius». De' quali, se noi guarderemo a quello che la lettera suona solamente, vedremo esserci significato l'uscimento de' figliuoli di Israèl d'Egitto, al tempo di Moisè, e se noi guarderemo alla alligoria, vedremo esserci mostrata la nostra redenzione fatta per Cristo: e se noi guarderemo al senso morale, vedremo esserci mostrata la conversione dell'anima nostra dal pianto e dalla miseria del peccato allo stato della grazia, e se noi guarderemo al senso anagogico, vedremo esserci dimostrato l'uscimento dell'anima santa dalla corruzione della presente servitudine alla libertà della gloria eternale.

E così come questi sensi mistici sono generalmente per vari nomi appellati, tutti nondimeno si possono appellare «allegorici», con ciò sia cosa che essi sieno diversi dal senso litterale, o vero istoriale. E questo è per ciò che «allegoria» è detta da un vocabolo greco, detto «alleon», il quale in latino suona «alieno», o vero «diverso»: e perciò dissi questo libro esser poliseno, per ciò che tutti questi sensi, da chi tritamente volesse guardare, gli si potrebbono in assai parti dare.

E per questo, agutamente pensando, forse potremmo del presente libro dir quello che san Gregorio dice, nel proemio de' suoi Morali, della santa Scrittura, così scrivendo: «Sacra Scriptura locutionis sue morem transcendit, quia in uno eodemque sermone dum narrat textum prodit misterium, et sic misterio sapientes exercet, sic superfice simplices refovet. Habet enim in publico unde parvulos nutriat et servat in occulto, unde mentes sublimium almiratione suspendat. Quidam fluvius esse videtur, ut ita dixerim, planus et altus, in quo agnus ambulet et elephans natet» etc.: per ciò che, recitando della presente opera la corteccia litterale, con quella insieme narriamo il misterio delle cose divine e umane, sotto quella artificiosamente nascose. E in questa maniera intorno al senso allegorico si possono i savi essercitare e intorno alla dolceza testuale nudrire i semplici, cioè quegli li quali ancora tanto non sentono che essi possano al senso allegorico trapassare. E così possiam vedere questo libro avere in publico donde nudrir possa gl'ingegni di quegli che meno sentimento hanno e donde egli sospenda con ammirazione le menti de' più provetti. E ancora, quantunque alla sacra Scrittura del tutto aguagliar non si possa, se non in quanto di quella favelli, come in assai parti fa, nondimeno, largamente parlando, dir si può, di questo, quello esserne che san Gregorio afferma di quella: Cioè questo libro essere un fiume piano e profondo, nel quale l'agnello puote andare e il leofante notare, cioè in esso si possono i rozi dilettare e i gran valenti uomini essercitare.

Ma, avendo già l'una delle due parti in questo primo canto mostrata, cioè come quegli, che di minor sentimento sono, si possano intorno al senso litterale non solamente dilettare, ma ancora e nudrire e le lor forze crescere in maggiori, è da dimostrare la seconda, intorno alla quale si possano gl'ingegni più sublimi essercitare: la qual cosa si farà aprendo quello che sotto la crosta della lettera sta nascoso.

Intorno alla qual cosa sono da considerare, quanto è alla prima parte del presente canto, diece cose. Delle quali la prima serà il veder quello che il nostro autore voglia sentire per lo sonno, il quale dice che ricordar nol lascia come nella selva oscura s'entrasse; la seconda, come noi in questo sonno ci leghiamo; la terza, qual fosse la diritta via, la quale per questo sonno dice d'avere smarrita; la quarta, qual cosa potesse essere quella che il movesse a ravedersi che esso avesse la diritta via smarrita; la quinta, perchè più nel mezzo del cammino di nostra vita che in altra età; la sesta, quello che egli intenda per quella selva tanto oscura e malagevole, quanto dimostra esser quella nella quale dice si ritrovò; la settima, perchè più nel principio del dì che ad altra ora scriva d'essersi raveduto; la ottava, quello che vuole s'intenda per li raggi del sole aparitigli e per lo monte, nella sommità del quale gli aparvero; la nona, quello ch'esso senta per la considerazione avuta, poi che alquanto la paura gli cessò; la decima, quello che noi dobbiam sentire per le tre bestie, le quali lo 'mpedivano al salire al monte: e, queste vedute, procederemo alla seconda parte del presente canto.

La prima cosa, la qual dissi si voleva investigare, acciò che il senso allegorico nascoso sotto la lettera della prima parte di questo canto <si dichiari>, è quello che il nostro autore voglia sentire per lo sonno, il qual dice che ricordar nol lascia come egli entrasse nell'oscura selva. Ad evidenzia della quale è da sapere che 'l sonno, che alla presente materia apartiene, è di due maniere: l'una è sonno corporale, l'altra è sonno mentale.

Il sonno corporale si può in due maniere distinguere. Delle quali l'una è naturale, e puossi dire esser quella la quale naturalmente in noi si richiede in nudrimento e conservazione della nostra sanità: il quale, occupandoci, lega e quasi oziose rende tutte le nostre potenzie sensitive e le 'ntellettive, per ciò che, perseverante esso, nè sentiamo nè intendiamo alcuna cosa; di che a' morti simili divegnamo. Ma, poi che la natura ha preso per la sua indigenzia quello che l'è oportuno a restaurazione delle virtù faticate nella vigilia e in conforto della vegetativa virtù, eziandio senza essere da alcuno eccitati, da questo per noi medesimi ci sciogliamo. E di questa alcuna cosa più distesamente diremo nel principio del IIII canto del presente libro.

L'altra maniera del corporale sonno è quella, dalla quale vinta ogni corporale potenza, si separa l'anima dal corpo e, senza alcuna cosa sentire o potere o sapere, immobili giacciamo e giaceremo infino al dì novissimo senza poterci levare. E di questo intende il Salmista, quando dice: «Cum dederit dilectis suis somnum».

Il sonno mentale, allegoricamente parlando, è quello quando l'anima, sottoposta la ragione a' carnali appetiti, vinta dalle concupiscenze temporali, s'adormenta in esse e oziosa e negligente diventa e del tutto dalle nostre colpe legata diviene, quanto è in potere alcuna cosa a nostra salute operare; e questo è quel sonno dal quale ne richiama san Paolo, dicendo: «Hora est iam nos de somno surgere». E questo sonno può essere temporale e può esser perpetuo.

Temporale è quando ne' peccati e nelle colpe nostre inviluppati dormiamo; e il Salmista dice: «Surgite postquam sederitis, qui manducatis panem doloris»; e in altra parte san Paolo, dicendo: «Surge, qui dormis, et exurge a mortuis, et illuminabit te Christus». E talvolta avviene per sola benignità di Dio che noi ci risvegliamo e,riconosciuti i nostri errori e le nostre colpe, per la penitenzia levandoci, ci riconciliamo a Dio, il quale non vuole la morte de' peccatori; e, a lui riconciliati, ripognamo, mediante la sua grazia, la ragione, sì come donna e maestra della nostra vita, nella suprema sedia dell'anima, ogni scellerata operazione per lo suo imperio scalpitando e discacciando da noi.

Perpetuo è quel sonno mentale, il quale, mentre che ostinatamente ne' nostri peccati perseveriamo, ne sopragiugne l'ora ultima della presente vita e, in esso adormentati, nell'altra passiamo, là dove, non meritata la misericordia di Dio, in sempiterno co' miseri in tal guisa passati dimoriamo: li quali si dicon dormire nel sonno della miseria, in quanto hanno perduto il poter vedere, conoscere e gustare il bene dello 'ntelletto, nel quale consiste la gloria de' beati.

È adunque questo sonno mentale quello del quale il nostro autore vuole che qui allegoricamente s'intenda; nel quale ciascuno, che si diletta più di seguir l'appetito che la ragione, è veramente legato, e ismarrisce, anzi perde, la via della verità, alla quale in eterno non può ritornare.

La seconda cosa che era da vedere dissi che era come noi in questo sonno mentale ci leghiamo. E per ciò che i lacciuoli sono infiniti, li quali la carne, il mondo e 'l dimonio tendono alla nostra sensualità, pienamente dire non se ne potrebbe per lingua d'uomo; ma ad un de' modi, il quale è quasi universale, riducendoci, dico che, dalla nostra puerizia, noi il più diriziamo i piedi, cioè le nostre affezioni, in questi lacci, e, quasi non accorgendocene, per ciò che più i sensi che la ragione abbiamo allora per guida, sì c'inveschiamo che poi o non ci sciogliamo da quegli o non senza grande difficultà, volendo, ce ne sviluppiamo.

A questa età i nostri tre predetti nimici con ogni sollicitudine stendono le reti loro. E la ragione è questa: l'età, com'è detto, è tenera e nuova e vaga e la sensualità è in essa fortissima, per ciò che la ragione non v'è ancora assai perfetta; e, secondo che pare che la esperienza ne dimostri, dalla gola, alla quale quella età è inchinevole, par che prenda inizio la nostra ruina: e la ragione pare assai manifesta.

Sono generalmente i fanciulli vaghi del cibo, sospignendogli a ciò la natura che il suo aumento disidera; e gustando, come spesso avviene, le saporite e dilicate vivande e i vini esquisiti, a pian passo procedendo ed ausando il gusto a quello che non gli bisognerebbe, cominciano, quantunque piccoli, i fanciulli ad avere men cari quegli cibi che, quantunque rozi, soleano satisfare alla fame e alla sete loro, e i più preziosi disiderano e domandano, e dal disiderio ad ottenergli si sforzano; e con questo nella età più piena procedendo, quasi come da naturale ordine tirati, nel vizio della lussuria discorrono.

Questa, la quale non solamente i giovani, ma i vecchi fa se medesimi sovente dimenticare, loro con tante e tali lusinghe diletica che, potendo all'appetito la vigorosa età dell'adolescenzia sodisfare, con ogni pensiero e con ardentissima affezione quello vituperevole diletto seguendo, tutti si mettono. E quinci, per compiacere, negli ornamenti del corpo discorrono, non altrimenti assai sovente ornandosi che se vender si volessono al mercato de' poco savi. Le quali cose, per ciò che senza denari essercitare pienamente non si possono, gli sospingono nel disiderio d'aver denari, e, per quegli ogni conscienza posposta, senza alcuna difficultà ad ogni disonesto guadagno si dispongono e quinci giucatori, ladri, barattieri, simoniaci, ruffiani e disleali divengono.

Le quali cose acciò che a' Lacedemoni avvenir non potessero, per legge comandò Ligurgo che i lor figliuoli etc.: vedi Giustino nel III libro, poco dopo il principio.

Nè è mia intenzione il modo da adormentare i miseri nel sonno de' peccati lasciare.

E già ad età più piena d'anni venuti, veggendo gli onori, la pompa, la potenza e la grandigia de' re, de' signori, de' gran cittadini, di quegli s'accendono, e quinci invidiosi, superbi, crudeli e ambiziosi divengono: le quali cose, e altre molte, così successivamente, e talora con altro ordine cresciute e multiplicate e abituate in noi, nel sonno della oblivione de' comandamenti di Dio ci legano e tengono sì stretti che, quasi convertite in natura, per romore che fatto ci sia in capo, destare non ci lasciano, per ciò che molti aguati hanno gli avversari nostri, con li quali, se creduti sono, ogni matura e robusta età adoppiano.

Ma per ciò mi piacque far singular menzione di questa, perchè, in questo modo presi ci abituiamo ne' peccati. E por giù l'abito preso è difficilissimo; e, se pur si rimuove l'uomo talvolta dal peccare, con molta meno difficultà n'è rivocato colui che abituato vi fu, che colui che non vi fu abituato, e alcuna volta da essa memoria delle colpe già commesse v'è ritirato.

La terza cosa, la qual dissi era da cercare, è di veder qual sia la via, la quale l'autore dice d'avere per questo sonno smarrita. Egli è il vero che le vie son molte, ma tra tutte non è che una che a porto di salute ne meni, e quella è esso Idio, il quale di sè dice nell'Evangelio: «Ego sum via, veritas et vita»; e questa via tante volte si smarrisce – dico «smarrisce», perchè poi chi vuole la può ritrovare, mentre nella presente vita stiamo – quante le nostre iniquità da' piaceri di Dio ne trasviano, mostrandoci nelle cose labili e caduche esser somma e vera beatitudine.

E questa via, per la quale i nostri avversari ci ritorcono, danna il Salmista, dicendo: «Beatus vir qui non abiit in consilium impiorum et in via peccatorum non stetit» etc.; ed in altra parte dice, pregando: «Viam iniquitatis amove a me et in lege tua miserere mei». Chiamasi ancora la vita presente «via»; e di questa dice il Salmista: «Beati immaculati in via»; e in altra parte: «De torrente in via bibit».

Ma, come detto è, acciò che di molte altre lasciamo istare il ragionare, la prima è quella per la quale, se la gloria eterna vogliamo, ci conviene andare: e da questa si smarrisce ciascuno il quale nel sonno de' peccati si lega. E, per ciò che, come di sopra è mostrato, lusinghevolmente sottentrano i vizi e cominciano in età nella quale pienamente conosciuti non sono, dice l'autore non ricordarsi come questa via diritta abandonasse. E credibile è: chi sarà colui che pienamente della origine delle sue colpe si possa ricordare? con ciò sia cosa che esse vengano con diletto della sensualità, e, quel passato, quasi state non fossero, leggiermente in dimenticanza si mettono.

La quarta cosa, la qual propuosi da essere da investigare, fu quale cosa potesse esser quella che l'autor movesse a ravedersi che esso avesse la diritta via smarrita. E questa, senza alcun dubbio, si dee credere che fosse la grazia di Dio, il quale ci ama assai più che non ci amiamo noi medesimi e sempre è alla nostra salute sollicito; il che assai bene ne mostra Iovenale, dicendo:

Nam pro iocundis aptissima queque dabunt dii:
carior est homo illis, quam sibi etc.

Ma, acciò che noi cognosciamo qual fosse la grazia di Dio, dalla quale l'autore tocco si movesse a destarsi del sonno mortale, nel quale la mente sua era legata, e a ravedersi in qual periculo fosse l'anima sua, è da sapere, sì come il Maestro delle Sentenzie afferma, esser quatro grazie quelle che la divina bontà ci presta alla nostra salute.

Delle quali la prima è chiamata grazia «operante»; della quale dice san Paolo: «Per la grazia di Dio io sono quello che io sono»; la seconda grazia si chiama grazia «cooperante», e di questa dice san Paolo medesimo: «La grazia di Dio non fu in me vacua»; la terza grazia si chiama «perseverante», della quale dice il Salmista: «Et misericordia eius subsequatur me omnibus diebus vite mee»; la quarta grazia si chiama «salvante», della quale si legge nell'Evangelio: «De plenitudine eius omnes accepimus gratiam pro gratia». Fa adunque la prima grazia, del malvagio uomo, buono, sì come nel libro della Sapienza si scrive: «Verte impium, et non erit»; e san Paolo dice: «Fuistis aliquando tenebre, nunc autem lux in Domino». La seconda, cioè la cooperante, fa del buono migliore; e di ciò dice il Salmo: «Ibunt de virtute in virtutem». La terza, cioè la perseverante, ne trasporta della via nella patria, della quale dice l'Evangelio: «Qui perseveraverit usque in finem, hic salvus erit»; nell'Apocalissi si legge: «Quicunque vicerit, dabo ei edere de ligno vite, quod est in paradiso Dei mei»; e in altra parte nell'Apocalissi medesimo: «Quicunque vicerit, faciam illum columnam in templo Dei mei». La quarta, cioè la salvante, secondo i meriti guiderdona i faticanti; di che l'Evangelio dice: «Quid hic statis cotidie ociosi? Ite et vos in vineam meam, et quod iustum fuerit dabo vobis»; e san Paolo: «Ut recipiat unusquisque secundum ea que fecit».

Di queste quatro grazie, delle quali ho alquanto parlato per ciò che più volte nel processo di questo libro se n'ha a ragionare, più diffusamente se ne vorrebbe esser detto; nondimeno questo basti al presente. E dico che la prima grazia senza alcun merito di colui che la riceve si dona; di che dice san Paolo: «Non secundum opera que fecimus nos, sed secundum suam misericordiam salvos nos fecit». Le qualità delle quali grazie considerate, assai manifestamente apare la prima delle quatro essere stata quella che al nostro autore, e similemente a ciascun altro che in simile caso si truova, fu conceduta da Dio, per la quale esso il suo misero stato conobbe. Ma potrebbe alcun domandare: in che maniera tocca Domenedio i peccatori con questa sua grazia? Le maniere sono molte, per ciò che a tanto artefice, quanto Idio è, non mancò mai modo a quello che egli volesse adoperare. Dice il Salmista: «Dixit et facta sunt; mandavit et creata sunt». Esso primieramente alcuna volta con visioni tocca le menti di coloro che di questa grazia hanno bisogno, sì come noi leggiamo di Constantino imperadore, il quale, dormendo, vide san Piero e san Paolo e il loro ammaestramento udì e poi, desto dal corporal sonno e dal mentale, quello seguì e gli errori del paganesmo tutti da sè cacciò. Tocca alcuna volta con aperta visione, come fece san Paolo quando andava a Domasco: e fu di sì fatta forza questo toccamento che esso divenne subitamente, di lupo, agnello e vaso di elezione pieno di Spirito santo. Tocca ancora co' suoi messaggieri, sì come fece Davìt, il quale per l'omicidio d'Uria e per l'adulterio commesso in Bersabè, essendosi dal suo piacer partito, mandatogli Natàn profeta, il fece riconoscere, il quale, piangendo, e in quel Salmo allora da lui composto, cioè «Miserere mei, Deus», la sua misericordia adomandando, impetrò del commesso perdonanza; e similemente Ezechia re, nunziatagli per comandamento di Dio da Isaia profeta la sua morte, pianse e pregò e impetrò quindici anni di vita. Tocca ancora con tribulazioni intorno alle cose mondane: perchè gli uomini, sentendosi affliggere nella perdita de' figliuoli e delle possessioni, delle mercatantie, degli stati e di simili cose, quasi desti dal mortal sonno si ritornano verso Idio e ingegnansi d'uscire della via delle tenebre e tornare alla luce.

E quantunque saper non possiamo qual si fosse, di queste o forse d'alcuna altra, la maniera con la quale la grazia di Dio toccò l'autore adormentato dal sonno mentale, credesi nondimeno per molti che da tribulazioni fosse tocco; già avveggendosi in questo tempo, nel quale la presente opera incominciò, di quello che poi quasi a mano a mano gli adivenne, cioè di dover perdere lo stato suo e di dovere andare in essilio e di dovere nelle proprie cose ricever danno. Per la qual cosa, da questa grazia operante tocco, cominciò a pensare e, pensando, a conoscere le cose presenti non avere alcuna stabilità, esser piene d'invidia e di pericoli, e nulla altra cosa in sè aver fermeza se non il servire e amare Idio. Dal quale pensiero fu cominciata a rompere la nuvola della ignoranza, la quale infino a quella ora l' aveva occupato, e cominciò a conoscere la miseria dello stato de' peccati e ad avvedersi in quanti e quali esso fosse inviluppato e in quanto pericolo esso fosse lungamente dimorato d'andare ad eterna perdizione.

La quinta cosa, che dissi era da vedere, è perchè più nel mezzo della nostra vita che in altra età questo avvenisse. Intorno alla qual cosa è da sapere questo vocabol «mezzo» potersi prendere in due modi. L'uno modo è quello che nella esposizione litterale dicemmo, cioè puntale, il quale mezzo è dirittamente quel punto che igualmente è distante a due estremità; verbigrazia: egli è una verga lunga due braccia, cioè dall'una estremità della verga all'altra sono due braccia; per che il mezzo puntale di questa verga serà là dove, dall'una estremità cominciandosi e andando verso l'altra la lungheza di un braccio, là dove egli finirà, sia puntalmente il mezzo di questa verga. E possiamo ancor dire il mezzo puntale esser quel punto il quale la sesta fa, quando alcun cerchio discriviamo, per ciò che questo in ogni parte del cerchio è igualmente distante dalla circunferenza.

La seconda maniera del mezzo s'intende assai sovente ciò che si contiene intra due estremi, o infra la circunferenza del cerchio, sì come Niccolaio di Trevet, Sopra 'l Tito Livio, dice che Arno è un fiume posto nel mezzo tra Fiesole e Arezzo; e in alcun luogo dice la Scrittura Ierusalèm essere nel mezzo del mondo: per lo qual mezzo molti intendono il mezzo puntale, e ciò, come i geometri sanno, non è vero.

E perciò in questa parte è da prendere la parola dell'autore, quanto alla persona sua, per lo mezzo puntale, per ciò che, come di sopra mostrammo, egli era di età di trentacinque anni, ch'è il mezzo puntale della vita nostra, quando, tocco dalla grazia di Dio, si ravide dove l'aveva la ignoranza menato.

Ma, per ciò che a ciascuno uomo, in che che età egli si sia, può avvenire, anzi avviene tutto il dì, che, abandonata la via della verità, s'entra ne' vizi, e similemente per la grazia di Dio, il ravedersi, si può per gli altri, li quali in altra età che l'autore si raveggono, intender questo mezzo quello spazio che è posto infra 'l dì della nostra natività e il dì della morte; e puossi quel mezzo, il quale per l'autore s'intende che è intorno all'età de' trentacinque anni, moralmente prendere, secondo che in quella età ogni corporale virtù è a sua perfezion venuta.

E così, in qualunque tempo l'uomo si ravede del suo mal vivere e al ben vivere si converte, si può dire ogni potenzia animale esser venuta in perfetta vertù; e così nella buona disposizione, aiutato dalla grazia cooperante, perseverando, va di questa virtù in altra maggiore e di quell'altra in un'altra, tanto che egli perviene dove ciascun discreto disidera di venire.

La sesta cosa, la qual dissi che era da investigare, era quello ch'egli intendesse per quella selva oscura e malagevole, nella quale dice si ritrovò. È adunque questa selva, per quello che io posso comprendere, lo 'nferno, il quale è casa e prigione del diavolo, nella quale ciascun peccatore cade ed entra, sì tosto come cade in peccato mortale. E che ella sia lo 'nferno la discrizion di quella il dimostra assai chiaro, in quanto dice che ella era «oscura», cioè piena d'ignoranza – il che assai chiaro ne mostra Isaia, quando dice: «Erravimus a via veritatis, et sol iustitie non illuxit nobis», – considerata la qualità di coloro che in essa dimorano: però che, se in loro fosse alcuna luce di sapienza, non è alcun dubbio che non cercasson tantosto d'uscirne. E chi è più ignorante che colui il quale, potendo schifare il fare contro a' comandamenti del suo Creatore, che può ciascun che vuole,si lascia tirare alle lusinghe della carne e del mondo e alle fallacie del dimonio? O che pure, veggendosi per la nostra fragilità tirato, non si sforza, avendo la via, d'uscirne, ma aggiugnendo l'una colpa sopra l'altra, più se medesimo inviluppa e fa col continovo peccare più tenebroso il suo intelletto e più forti le catene del suo avversario?

Dice, oltre a ciò, questa selva essere «selvaggia», sì come del tutto strana da ogni abitazione umana:per ciò che nella prigion del diavolo, nella quale noi medesimi peccando ci mettiamo, non è alcuna umanità, nè pietà, nè clemenzia, anzi è piena di crudelità, di bestialità e di iniquità. Nè osta il dire: egli v'abitano gli uomini peccatori; per ciò che questo non è vero, chè come l'uomo ha commesso il peccato; egli diventa quella bestia, li cui costumi son simili a quel peccato, verbigrazia: colui che nel vizio della lussuria si lascia cadere, per ciò che la lussuria per la sua brutteza è simigliata al porco, esso diventa porco, quantunque effige umana gli rimanga, e il rapace diventa lupo, perchè il lupo è rapacissimo animale: e così quello luogo è salvatico, sì come privato d'ogni umana stanza.

È, oltre a questo, «aspra» per le spine, per li triboli e per gli stecchi, cioè per le punture de' peccati, li quali, continuamente dai morsi della conscienza infestati, dolorosamente pungono il peccatore. Ed è «forte», in quanto tenacissimi sono i legami del diavolo e massimamente negli ostinati, li quali, poi che nel profondo delle colpe caduti sono, della divina misericordia disperandosi, disprezano Idio e turano gli orecchi alli ammonimenti de' giusti uomini e alla evangelica dottrina. E per queste qualità, a colui il qual è tocco dalla divina grazia, ella pare, e così è, piena di tanta amaritudine che poco più è la morte eternale, nella quale alcuna dolceza non s'aspetta giammai

7-9

Nondimeno dice l'autore alcun bene aver trovato in essa: per lo qual bene niuna altra cosa credo che sia da intendere altro che la misericordia di Dio, la quale non ha luogo che ne' giusti si adoperi; e così ne' peccatori è tanto necessaria che, se essa non fosse, alcun nostro merito nè lagrima mai potrebbe sodisfare alla divinità del peccato commesso. Ella adunque è quella che, nella oscurità della nostra ignoranza e delle nostre colpe, colle braccia aperte si truova presta a non guardare a' difetti commessi, ma solamente alla buona affezione di chi a lei rivolger si vuole per doverla ricevere: questa è quella, la cui benignità riguardata, a sè dalla disperazion ci ritira. Della quale, sì come di bene trovato là ove ella è oportuna, l'autore dice di voler trattare, sì come fa nel libro II della presente Comedìa, nel quale pienamente si posson comprendere e la sua santissima liberalità e i pietosi effetti verso i peccatori, quantunque essi abbiano incontro ad essa operato.

13-18

La settima cosa: dissi era da vedere perchè più nel principio del dì scriva l'autore d'essersi raveduto che ad altra ora. Puossi intorno a questa parte dire, quanto gli uomini involuti ne' peccati dimorano, tanto dimorare nelle tenebre della notte, cioè della ignoranza; la quale, come la notte toglie il poter conoscere o vedere le cose, quantunque nel cospetto ci sieno, così toglie il cognoscere il vero dal falso e le cose utili dalle dannose. E perciò qualora avviene che la grazia di Dio operante tocca il peccatore ed è da lui ricevuta, così comincia a tornar la luce della conoscenza di Dio e di se medesimo e del suo stato; e ognora che la luce aparisce, è di necessità che le tenebre della notte cessino: ed in quella ora che le tenebre cessano, sì come manifestamente apare, è principio del dì, e massimamente a colui il quale abandona la notte della ignoranza, sollicitato e sospinto dalla divina grazia. E di questo dice Osee profeta in persona di Cristo: «In tribulatione sua mane consurgent ad me». Ed il peccatore d'altra parte, come agli occhi dello 'ntelletto gli aparisce la divina luce, già le sue malvage operazioni cominciando a conoscere, può dire quelle parole del Salmista: «Mane adstabo tibi et videbo: quoniam non Deus volens iniquitatem tu es». Dunque congruamente finge l'autore da mattina essere stato questo ravedimento, per lo quale si conobbe essere nella oscura selva de' peccati e della ignoranza.

L'ottava cosa: dissi era da vedere quello che l'autore vuole intendere per lo sole, che sopra il monte vide,e per lo monte. Per li monti intende la Scrittura di Dio spesse fiate gli apostoli: e questo, per ciò che, come i monti son quegli che prima ricevono i raggi del sole materiale surgente, così gli apostoli furono i primi che ricevettero i raggi, cioè la dottrina del vero sole, cioè di Gesù Cristo, il quale è veramente sole di giustizia e luce,la quale illumina ciascuno che viene in questo mondo: e che esso sia vero sole per molte ragioni si dimostrerebbe, le quali al presente per brevità ometto.

E, secondo che io estimo, nell'autore sentita la grazia di Dio, venne quel disiderio, il quale si dee credere che vegna in ciascuno il quale quella grazia in sè riceve, cioè di conoscere pienamente le colpe sue e qual via dovesse tenere per poter venire a salute: ed occorsegli nella mente alcuna dottrina non potergli in questo suo disiderio satisfare come l'apostolica; ramemorandosi delle parole del Salmista, dove, parlando di loro, dice: «Non sunt loquele neque sermones, quorum non audiantur voces eorum. In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terre verba eorum». E però, fuggendo la confusione delle tenebre del peccato, si può dire dicesse, come talvolta disse il Salmista: «Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium michi», volendo in questo dire che egli levasse gli occhi della mente alle Scritture e alla dottrina apostolica, dalla quale sperava dovere avere aiuto al suo bisogno. Ed acciò che questa speranza gli si fermasse nel cuore, dice che vide la sommità di questo monte coperta de' raggi del pianeta, cioè del sole, a dimostrare che essa dottrina apostolica sia illuminata del lume dello Spirito santo, il quale veramente mena altrui diritto per ogni calle, cioè, da che che colpa l'uomo si parte, egli è da lui menato in porto di salute. E che la dottrina degli apostoli sia santa e veramente piena de' doni dello Spirito santo, apare per le parole d'Isaia, dove dice: «Requiescet super eum spiritus timoris Domini, spiritus sapientie et intellectus, spiritus consilii et fortitudinis, spiritus scientie et pietatis, et replebit eum spiritus timoris Domini».

19-21

Per che l'autore, e qualunque altro, veggendosi così fatto rifugio aparecchiato davanti, dove prender lo voglia, puote meritamente sperare e, sperando, minuire la paura della morte eterna, nella quale il fanno dimorare le catene del diavolo, mentre in esse dimora legato. E, oltre a ciò, veggendo sopra questo monte il sole scacciatore delle tenebre eterne, e il quale è toglitore de' peccati,sì come noi di lui leggiamo: «Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi», puote ancora maggiormente sperar salute, sospinto dalle parole d'Isaia, il quale dice: «Vobis, qui timetis Deum, orietur sol iustitie».

28-30

E perciò meritamente l'autore, conosciuto, là dove era, esser valle di miseria, si sforza di partir di quella e di voler salire al monte, cioè alla dottrina della verità, e a Colui il quale puote liberare ciascuno, che con affetto vuole, delle mani dello 'nferno. [L. VI]

La nona cosa, la qual dissi considerar si volea, era quello che l'autor sentisse per la considerazione avuta, poi che alquanto la paura gli cessò; e apare per le sue parole essere stata del pericolo, nel quale si vedeva essere stato la passata notte: per la quale dobbiamo intendere il primiero atto dell'animo di colui che la passata miseria della sua vita comincia a cognoscere. Il quale veramente non è altro che paura, e spezialmente avendo egli spazio e alcuna luce di sentimento, per la qual possa discernere quante e quali possano essere state quelle cose che in quella miseria l'avrebbono, ciascuna per se medesima, potuto far morire di perpetua morte: e massimamente conoscendo la ingratitudine sua verso Idio, dal quale infiniti benefici ha ricevuti, conoscendo la sua giustizia, la quale, passato il tempo della misericordia, è irrevocabile, nè si può, come quella de' mortali giudici, con prieghi nè con lagrime piegare, nè corromper con doni o con eccezioni prolungare.

Dalla quale considerazione si levan presti coloro, li quali invano non ricevono la divina grazia e per la diserta piaggia a salire al monte muovono i passi loro. E dice «diserta», per ciò che ancora è sterile e senza alcun virtuoso frutto l'anima di colui che pure ora ora comincia a partirsi della via del peccato.

La decima cosa, la quale da essere cercata dissi, è quello che noi dobbiamo sentire per le tre bestie, le quali l'autor mostra che impedivano il suo cammino. Ed intorno a questo è da considerare queste bestie altrimenti doversi intendere avendo riguardo solamente all'autore, e altrimenti avendo riguardo generalmente a ciascun peccatore, che vuole alla via della verità ritornare, per ciò che non ogni uomo igualmente è da una medesima passione impedito: e perciò avviso l'autor ponesse quello che a lui sentiva s'apartenesse, e di che più si conosceva passionato; e però primieramente quello dirò ch'io sentirò per queste tre bestie apartenere all'autore: poi, se alcuna cosa v'avrò da mutare per riducerle al senso spettante all'università de' peccatori, come saprò, il farò e dimosterrò.

21-33

Dice adunque che, essendo nella predetta meditazione, diliberato di lasciare la valle oscura e di salire al monte luminoso e chiaro, cioè alla dottrina apostolica ed evangelica, essere state tre bestie quelle che il suo salire impedivano: una leonza, o lonza che si dica, e un leone e una lupa. Le quali, quantunque a molti e diversi vizi adattare si potessono, nondimeno qui, secondo la sentenzia di tutti, par che si debbano intendere per questi, cioè per la lonza il vizio della lussuria e per lo leone il vizio della superbia e per la lupa il vizio dell'avarizia. E, per ciò che io non intendo di partirmi dal parere generale di tutti gli altri, verrò a dimostrare come questi animali a' detti vizi si possono apropiare; e poi, se all'autore parrà di dovergli attribuire, rimangasi nello albitrio di ciascuno.

Sono adunque nella lonza, tra l'altre molte quatro singolari proprietà. Ella primieramente è leggierissima del corpo, tanto, o più, quanto alcuno altro quadrupede sia; appresso, la sua pelle è leccata, piana e di molte macchie dipinta; oltre a questo, ella è maravigliosamente vaga del sangue del becco; ultimamente, ella è di sua natura crudelissimo animale. Le quali quatro proprietà, secondo il mio giudicio, sono mirabilmente conformi ai vizio della carne; per ciò che la sua leggiereza ha a dimostrare la levità degli animi di quelle persone o che con l'appetito o che attualmente con esso vizio s'inviscano; imperò che essi alcuna volta ardon tutti, da fervente disiderio della cosa amata accesi, e alcun'altra son più freddi che la neve, cessando punto la speranza della cosa amata; e quasi in un momento ridono e cantano e lamentansi e piangono, e così insuperbiscono subito e subitamente diventano umili; ora, turbati, garrono e gridano, e di presente, mitigati, lusingano. Le quali levità ottimamente discrive Plauto in una sua comedìa chiamata Cistellaria, dove un giovane, più che uopo non gli era, invescato in questa pania, dice così:

Credo ego amorem primam apud homines carnificinam commentum.
Hanc ego de me coniecturam domi facio ne foras queram;
qui omnes homines supero atque antideo cruciabilitatibus animi.
Iactor, crucior, agitor,
stimulor, vexor vi amoris totus,
miser exanimor,
feror, differor, distrahor, diripior:
ita nullam mentem animi habeo;
ubi sum, ibi non sum;
ubi non sum, ibi est animus;
ita michi omnia ingenia sunt.
Quod lubet, non lubet iam id continuo.
Ita me amor lassum animi ludificat,
fugat, agit, appetit, raptat, retinet,
iactat, largitur;
quod dat, non dat, deludit;
modo quod suasit, dissuadet;
quod dissuasit, id ostentat.
Maritimis moribus mecum expetitur:
ita meum frangit amantem animum,
neque, nisi quia miser ne eo pessum,
michi ulla abest perdito pernities etc.

Oltre a ciò, questo disonesto appetito è velocissimo in permutarsi e salta tosto di una cosa in un'altra: un muover d'occhi, un atto vezoso, un riso, una guatatura soave, una paroletta accesa, una lusinga, d'uno amore in un altro, come vento foglia, gli trasporta; e ora avendo a schifo questa che piacque e ora disiderando quella che ancora non era piaciuta, dimostrano il lieve movimento della lor mente. La infelice Didone, secondo Virgilio, per un forestiero affabile, mai più non veduto, subitamente dimenticò il lungamente e molto amato Siccheo; assai bene verificando quello che l'autore nel Purgatorio delle femine dice:

Per lei di là assai vi si comprende
quanto in femina fuoco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto spesso nol raccende.
Giansone dell'amor d'Isifile in brieve tempo saltò in quel di Medea, e, lei abandonata, poi si rivolse a Creusa. Le quali inconvenienze e disordinati appetiti assai bene convenirsi la leggiereza di questa bestia co' miseri libidinosi dimostrano.

Appresso, la pelle sua leccata e di macchie dipinta, non meno che la predetta, si confà co' costurni de' lascivi; per ciò che quegli, li quali da tal passione son faticati, quanto possono, o per pigliare o per tenere, si studiano di piacere; per la qual cosa s'adornano di vestimenti vari, pettinansi, lavansi e dipingonsi, specchiansi, tondonsi, vanno e tornano, cantano, suonano, spendono, gittano, e, dove di parer più belli e più acettevoli si sforzano, vituperevolmente di disoneste ed enormi brutture si macchiano. Con queste armi e prese e fu preso Parìs da Elena; con queste armi mise Dalila nelle mani de' suoi nimici Sansone; con queste armi prese e irretì Cleopatra Cesare.

E, oltre a questo, questa bestia è maravigliosamente vaga del sangue del becco. Intorno alla qual cosa si dee intendere in questo dimostrarsi l'appetito corrotto di coloro li quali in questa bruttura si mescolano: per ciò che, sì come il becco è lussuriosissimo animale, così, per l'usare questo vizio, più lussurioso si diviene. Per la qual cosa alcuni miseramente, credendosi in cotal guisa sviluppare, non accorgendosene, s'inviluppano; per ciò che non questo, come gli altri vizi, per continuo combattimento si vince, ma per fuggire: il che ottimamente dimostrarono i poeti nella scrizione della battaglia d'Ercule e d'Anteo.

E, oltre a ciò, il becco è fiatoso animale e olido, del quale questa bestia si diletta: in che si dimostra la vagheza de' libidinosi intorno al fiatoso e abominevole atto venereo, il quale è in tanto al naso e agli occhi noioso e allo 'ntelletto umano che, se non fosse che la natura ha in quello posto maraviglioso diletto, acciò che l'umana spezie per non generare non venga meno, io sono d'oppinione che ciascuno come fastidiosissima cosa il fuggirebbe. E la dilettazione, la quale questa bestia ha del sangue del becco, assai chiaro dimostra l'appetito che ciascuna delle parti di quegli, che a questa turpitudine si congiungono, hanno del fine di quello disonesto atto; nel quale il sangue de' miseri dannosamente tante volte, quante per altro che per generare si versa, non meno biasimevolmente che se in una fetida sentina si gittasse, si perde. Senza che, per questo i nervi ne 'ndeboliscono, il veder ne racorcia, i membri ne diventan tremuli e la nodosa podagra, con gravissima noia di chi l'ha, tiene tutto il corpo quasi imobile e contratto: e così non solamente se n'offende Idio, ma ancora se ne guastano i miseri la persona. Per questo convenne a Gaio Antonio, poste giù l'armi, militare con l'animo dietro a Catellina; e, come che più non me ne ridica or la memoria, non è da dubitare che i passati secoli non ne sieno stati così copiosi, come veggiamo l'odierno.

Ultimamente, dissi questo animale essere crudele, per la qual crudeltà è da intendere la crudeltà di questo peccato, il quale quegli, che più con lui si dimesticano e congiungono, le più delle volte conduce a crudelissime spezie di morte. Quanti robusti giovani, quante vaghe donne, mentre senza alcun freno questo disonesto diletto hanno seguito, hanno già la lor morte, dopo faticosa infermità, avacciata? Quanti ancora, non potendo sofferire nè porre modo al loro fervente disiderio di pervenire a quello, hanno se medesimi disonestamente disfatti? Il non potere aspettare Demofonte, suo amico, condusse Fillide ad impiccarsi; la miseria di questo vizio diede ad Artabano medo vittoria sopra Sardanapalo; e qual porco crederrem noi che uccidesse Adone, altro che il soperchio coito con Venere, reina di Cipri, sua moglie?

34-36

Bene adunque si può questa bestia dire essere la concupiscenza carnale, la quale, lusinghevole insino alla morte, con tutte quelle mortali dolceze ch'ella porge faccendosi incontro alla sensualità umana, qualora l'animo, riconosciuta la tristizia di quella, da essa partir si vuole e alle divine cose tornarsi, con non piccola forza s'ingegna di ritenerlo, non partendoglisi dinanzi dal volto, quasi voglia dire: ramemorandogli tutte quelle persone che già sono state amate, tutti quegli atti, tutte le parole che già sono state piaciute; le lagrime, la promessa fede, i rotti saramenti con pietoso aspetto ricordandogli; con false dimostrazioni suadendogli che questa castità, questo proponimento riserbi agli anni vecchi e non voglia ora perdere quello che mai non dee potere recuperare. Con li quali conforti, e altri molti a questi simiglianti, nel IIII dell'Eneida mostra Virgilio essersi Didone ingegnata di ritenere Enea e dalla gloriosa impresa rivolgerlo; come già assai dal buon principio hanno rivolti al doloroso fine d'eterna perdizione.

37-48

[37-42] Questa adunque si parò davanti al nostro autore, per doverlo fare nelle abandonate tenebre ritornare; il quale dall'ora del tempo e dalla dolce stagione prese speranza di vincere questo vizio oppostosi alla sua salute. Per la quale ora del principio del dì credo sia da prendere l'ora o 'l tempo nel quale Cristo prese carne umana; il quale prender di carne fu senza alcun dubbio il principio della nostra salute, il principio della riconciliazione del nostro signor Idio con la nostra umanità, il principio del tempo acettevole, il quale per tante migliaia d'anni fu aspettato: e questo, per ciò che in quel propio dì fu, cioè dì XXV di marzo, nel quale, sì come aparirà appresso, il nostro autore dice sè essere risentito dal sonno mortale. E così vuole adunque l'autore darne a vedere che, di ciò ricordandosi, prendesse buona speranza della misericordia di Colui, senza la quale non si puote avere d'alcun vizio vittoria. [43- 48] La stagione del tempo similemente gli diè buona speranza, conoscendo che in quella stagione era cominciato il tempo della grazia e aperta la via alla nostra salute, lungamente stata serrata, ed il nimico della umana generazione abattuto; per che sperar si dovea di poter similemente abattere i suoi ministri.

La seconda bestia, la quale si fece incontro al nostro autore, fu un leone, il quale dissi essere inteso per la superbia, alla quale come egli si confaccia ne mosterranno alcune delle sue propietà, a quelle del vizio poi equiparate. È il lione non solamente audace, ma temerario; e, appresso, è rapace e soprastante, ed è ancora altisono nel ruggir suo, in tanto che egli spaventa le bestie circunvicine che l'odono: e, come che assai più ce n'abbia, queste tre bastino a mostrare per lui ottimamente potersi intendere il vizio della superbia.

Dissi adunque il lione essere non solamente audace, ma temerario; per ciò che, senza misurare le forze sue, non è alcuno animale sì forte, chè ne sono assai più forti di lui, il quale egli non presumma d'assalire; di che egli talvolta con gran suo danno è ributtato indietro. Ed Aristotile, nel III dell'Etica, là dove parla della forteza, dice che l'esser temerario è vizio, in quanto il temerario presumme oltre alle sue forze quello che a lui non s'apartiene: e questo vizio è il presummere alcuno di combattere con due o con tre o con più; con ciò sia cosa che ciascuno debba credere uno poter quanto un altro, e con quell'uno mettersi a combattere è ardire segno di forteza, dove l'andar contro a più, potendogli schifare, è temerità. In questo l'uomo superbo è simigliante al lione, per ciò che il disiderio del superbo è tanto di parer quello che egli non è, che cosa non è alcuna sì grave che egli non presumma di fare, quantunque a lui non si convenga, solo che egli creda per quello essere reputato magnanimo; e questa cechità ha già messo in distruzione molti regni, molte province e molte genti. Questo fu cagione al primo agnolo d'esser cacciato di paradiso con tutti i suoi seguaci; questo fu cagione a Campaneo d'esser fulminato e gittato delle mura di Tebe in terra; questo fu cagione a Golia d'essere ucciso da Davìt, come la Scrittura santa ne dice.

Dissi ancora che il leone era rapace e soprastante: la qual cosa è quanto più può propia del superbo, al quale, quantunque ricco sia, non soffera l'animo d'esser contento al suo, ma continuamente prieme e oppressa i minori, ruba l'avere, occupa le possessioni, batte e ferisce i resistenti, e in ciascun suo atto è violento e pieno d'ogni nequizia, e in ogni cosa vuol soprastare agli altri, estimando per questo lo stato suo divenirne maggiore, essere più temuto e di più eccellente animo reputato. La qual cosa condusse Giugurta, re di Numidia, ad essere del sasso Tarpeio gittato nel Tevero; e Iezabèl ad essere della torre sospinta e da' cavalli e da' carri e dagli uomini scalpitata e divenir loto e sterco della vigna di Nabaòt; e Antioco, re d'Asia e di Siria, essere oltre al monte Tauro da' Romani rilegato.

Similemente dissi che il leone era altisono nel ruggir suo e che egli spaventa le bestie circunstanti; il che Amòs profeta dice: «Leo rugiet, quis non timebit?». Al qual romore il vizio della superbia è evidentissimamente simigliante, in quanto l'uomo superbo sempre usa parole altiere, spaventevoli e oltraggiose in ogni suo fatto; sempre parla di sè e de' suoi gran fatti e dilettasi e vuole che altri ne parli, quello estimando d'essere che i paurosi ragionano per piacergli. Per la qual bestialità Nabucdonosòr, di se medesimo per divina operazione ingannato, lasciato il solio reale, n'andò a pascer l'erbe ne' boschi; Simòn Mago cadde d'aria e fiaccossi la coscia; Roboàm, re de' Giudei, de' dodici tribi d'Israèl perdè nove.

Le quali cose, sanamente considerate, assai aperto dimostrano noi dover potere per lo leone, al nostro autore aparito, intendersi il vizio della superbia, la quale all'uomo, che da lei e dall'altre nequizie si vuol partire e tornare nel cammino delle virtù, si para dinanzi agli occhi della mente, non lusingandolo, ma spaventandolo, col mostrargli che, dove egli la sua maggioranza, il suo altiero stato abandoni, egli diverrà un menomo plebeio; nè sarà mai ad alcuna gran cosa chiamato e intra' suoi, di niuna riputazione avuto, sarà dispettato e da coloro, li quali esso ha già premuti, offeso e scalpitato, rubato e spogliato; e, se egli ancora del suo stato scende, non vi potrà, quando vorrà, risalire.

Para ancora la gloria della preeminenzia, la potenza del levare in alto e d'abassare secondo il suo volere, la pompa degli onori e simili cose assai.

Le quali cose senza alcun dubbio hanno molto a muovere le tenere menti e a renderle timide di cadere e per conseguente a farle ritirare indietro dalla laudevole impresa. Ma a queste due dice l'autore essere ancora ad impedire il suo cammino sopravenuta una lupa e quella, più che l'altre due, averlo spaventato e ripintolo indietro.

61-63

La terza bestia, che davanti all'autore si parò, fu una lupa, fiero animale e orribile, il quale, come davanti dissi, è inteso per l'avarizia; con la quale come costei si convenga, come nell'altre due abbiam fatto, alcune delle sue proprietà prese, con quelle del vizio conformatole, il mostreranno.

Manifesta cosa è la lupa essere animale famelico e bramoso sempre; appresso, quando quel tempo viene, nel quale ella è atta a dovere concepere, avendo molti lupi dietro continuamente, a quello, il quale più misero di tutti le pare, gli altri schifati, si concede; e, oltre a ciò, il lupo è animale sospettissimo, continuo si guarda datorno e quasi in parte alcuna non si rende sicuro, credo dalla conscienza sua medesima acusato.

Dico adunque la lupa essere famelico e bramoso animale, e quel medesimo essere l'uomo avaro; per ciò che, quantunque l'uomo avaro abbia, quello che gli bisogna, onestamente e in qualunque guisa ragunato, forse con molta sollicitudine e gran suo pericolo, non sta a quel contento; ma, da maggior cupidità acceso e da nuova sete stimolato, in ciascun suo essercizio più che mai si mostra affamato; e, per sodisfare a questa insaziabile fame, niuno pericolo è, niuna disonestà, niuna falsità o altra nequizia, nella quale non si mettesse. Per la qual cosa Virgilio nel III dell'Eneida fieramente la sgrida, dicendo:

... Quid non mortalia pectora cogis,
auri sacra fames.

Secondariamente il vizio dell'avarizia si mette in uomini cattivi e pusillanimi; il che apare, in quanto in alcun valente uomo o magnanimo non si vede giammai; e che essi sieno così, le loro operazioni il dimostrano.

Metterassi l'avaro in una piccola casetta, e in quella, in continua dieta, per non spendere, dimorando senza muoversi, diece o venti anni presterrà ad usura, vestirà male e calzerà peggio, rifiuterà gli onori per non onorare, e, dove egli dovrebbe de' suoi acquisti esser signore, esso diventa de' suoi tesori vilissimo servo; e, quanto maggiore stretteza fa del suo, tanto tien gli occhi più diritti all'altrui. Sempre è pieno di ramarichii, sempre dice sè esser povero e mostrasi; e, brievemente, faccendosi de' beni della fortuna tristissima parte, quanto l'animo suo sia piccolo e misero manifestamente dimostra. Nelle quali cose si può comprendere l'avarizia acompagnarsi con la più misera condizione d'uomini che si truovi, come la lupa col più tristo de' lupi si congiugne.

Appresso questo, dissi il lupo essere sospettoso animale: la qual cosa essere l'avaro, i suoi costumi il dimostrano. Esso con alcuno suo amico non comunica la quantità de' suoi beni, sospicando non la gran quantità palesata gli generi aguati o invidia; e, oltre a ciò, niuna fede presta all'altrui parole: sempre suspica che viziatamente gli sia parlato per sottrargli alcuna cosa; in niuna parte estima essere assai sicuro, e di ciascuno, che guarda la porta della sua casa, teme non per doverlo rubare la riguardi.

Alcun sonno aver non puote intero, nè riposata alcuna notte; ogni piccol movimento di qualunque menomo animale suspica non andamento sia di ladroni; e, non fidandosi delle casse ferrate, i suoi danari fida alle cave e fosse sotterranee. Chi potrebbe assai pienamente narrare i sospetti de' miseri avari, li quali tutti in sè convertono i lacciuoli, li quali già hanno tesi ad altrui?

E perciò, dovendo bastare quello che detto n'è, credo assai convenientemente l'avarizia o l'avaro convenirsi alla lupa, la quale piena di spavento si para davanti a colui, il quale i disonesti guadagni e l'altre men che buone opere vuole lasciare, per dovere in miglior via ritornare. E nel cuore gli mette cotali pensieri: «Che fai tu, misero? Ove vuo' tu andare? Da qual parte comincerai tu a rendere i furti, le ruberie e le baratterie e i denari in mille modi male acquistati? Vuo' tu lasciare quello che tu hai, per quello che tu non sai se tu t'avrai? Vuo' tu avere tanta fatica, tanto tempo perduto, quanto tu hai messo in ragunare? Vuo' tu venire alla mercè degli uomini? Come faranno i figliuoli tuoi? Vuo'gli tu vedere morir di fame? Come farà la tua bella donna, e tu, misero, come farai? Tu diventerai favola del vulgo, tu sarai schernito e non sarà chi ti voglia vedere nè udire. Tu puoi ancora indugiare: ogni volta, eziandio morendo, puo' tu lasciare il suo a coloro da' quali tu l'hai avuto: egli sarà il meglio che tu ancora attenda a guadagnare».

E con questa e con simili dimostrazioni, che il misero fa per subducimento e opera del dimonio, il quale alla nostra salute sempre s'oppone quanto può,spesse volte siamo frastornati; e, avuta poco a prezo la grazia di Dio, nella nostra miseria ricaggiamo e per conseguente in eterna perdizione ruiniamo. Nè a guardarcene mai c'induce l'età piena d'anni: per ciò che, quantunque gli altri vizi invecchino con gli uomini, solo l'avarizia inringiovanisce; e di ciò fanci verissimi testimoni Tantalo, Mida e Crasso, li quali, morendo, prima lei abandonarono che essa da loro, vivendo, fosse abandonata.

Poterono adunque questi vizi essere all'autore in singularità cagione di resistenza e di paura. Ma che direm noi, in generalità, che questi tre animali significhino in altri assai, che, dal vizio partendosi, vogliono alla virtù ritornare? Nulla altra cosa m'occorre, alla quale queste tre bestie si possano meglio adattare, che sia quello il che è a tutti comune, che alli tre nostri principali nemici, cioè la carne, il mondo, il diavolo: e per la carne intendere la lonza, per lo mondo il leone e 'l diavolo per la lupa. Questi tre continuamente veghiano e stanno intenti alla nostra dannazione.

La carne ne lusinga con la dolceza de' diletti temporali, sotto a' quali ha nascoso il veleno infernale, il quale noi, come il pesce con l' esca piglia l' amo, così quasi sempre co' diletti prendiamo; e, di ciò velenati, miseramente moiamo. Per la qual cosa il nostro Salvadore n'ammaestra e sollicita di stare attenti a non lasciarci ingannare, quando dice: «Vigilate et orate: spiritus quidem promptus, caro autem infirma»; e san Paolo similemente ne rende avveduti e cauti, quando dice: «Spiritus concupiscit adversus carnem, et caro adversus spiritum», vogliendone per questo ammaestrare che noi siamo e avveduti e forti a resistere alle tentazioni carnali.

Il simigliante fa il mondo: questi ne para dinanzi gli splendor suoi, gl'imperi, i regni, le province, gli stati e la pompa secolare, gli onori e la peritura gloria, nascondendo sotto la sua falsa luce i tradimenti, le violenze gl'inganni, le guerre, l'uccisioni, le 'nvidie e i furori e' cadimenti e altre cose assai, senza le quali nè pigliare nè tenere si possono queste preeminenze, questi fulgori, queste grandeze temporali; le quali tutte e ciascuna n'ha a privare di pace e di riposo e della eterna beatitudine.

Subseguentemente il dimonio, rapacissimo ed insaziabile divoratore, pieno d'ingegno e d'avvedimento nel male adoperare, ne minaccia e spaventa di ruine, di tempeste, di tribulazioni, se della sua via usciremo, atorniandoci sempre con aguati, non forse da quelle volessimo deviare. E in tanta ansietà con le sue dimostrazioni assai volte ci reca, che, toltoci lo sperare della divina misericordia, a volontaria morte c'induce: e così impedisce tanto chi vuole alla via della verità ritornare, che egli nelle tenebre eterne il conduce.

E queste sono le paure, questi sono gl'impedimenti e le noie che preparate e date da' nostri nimici ne sono, e il nostro ben volere adoperare impedito e frastornato, come nella corteccia della lettera l'autore ne dimostra.

61-63

«Mentre ch'io ruvinava in basso loco». Nella precedente parte di questo canto è stato dimostrato per opera della divina grazia il peccatore aver conosciuto il suo stato e disiderare d'uscir di quello e tornare alla via della verità, da lui per lo mentale sonno smarrita; e, oltre a ciò, quali sieno le cose le quali il suo tornare alla diritta via impediscano: in questa parte dimostra il divino aiuto al suo scampo mandatogli, acciò che, schifato lo 'mpedimento delli detti vizi, esso possa quel cammin prendere e seguire che oportuno è alla sua salute. E come questo mandato gli fosse, più distintamente si mosterrà nel canto seguente.

E, per ciò che, come noi per esperienza veggiamo coloro, li quali delle infermità si lievano, esser deboli e male atanti della persona, così creder dobbiamo esser l'anima, la quale dalla infermità del peccato levandosi, s'ingegna di tornare alla sua sanità. E come il nostro corpo infermo senza l'aiuto d'alcun bastone sostener non si puote nè muoversi ad alcuno atto utile, così l'anima nostra, dal peccato vinta e stanca, senza alcuno aiuto della divina clemenzia non può cosa alcuna aoperare in sua salute. E perciò intende qui l'autore dimostrarci come Idio, il quale ha sempre gli occhi della sua pietà diritti a' nostri bisogni, ne mandi la sua seconda grazia, cioè la cooperante, con l'aiuto e con la dimostrazione della quale noi prendiam forza e noi medesimi ordiniamo; e, riconosciute con più avvedimento le nostre colpe, nel timor di Dio torniamo, e della terza grazia, perseverando, ci facciam degni, e quindi della quarta.

Le quali cose in questa parte l'autore sotto il velame de' suoi versi intende, sentendo per Virgilio questa seconda grazia cooperante; e lui prende come sofficiente, sì per discrezione e sì per iscienza e sì ancora per laudevoli costumi atto a tanto uficio; e, oltre a ciò, per ciò che Virgilio, quantunque con altro senso in parte trattò quella medesima materia, la quale egli intende di trattare; e ancora, per ciò che il trattato dee essere poetico, era più conveniente un poeta che alcuno altro sublime uomo: e però prese lui, più tosto che alcuno altro, per ciò che egli tra' latini ottiene il principato.

64-66

E costui dice gli aparve «nel gran diserto», cioè in quella parte dove l'anima sua, timida di non essere dalle lusinghe e dagli spaventamenti de' suoi viziosi pensieri ritirata nel profondo delle miserie, del quale del tutto era disposto d'uscire, si ritrovava senza consiglio alcuno e senza conforto.

Ed è in questa parte da intendere in questa forma: che Virgilio, là dove bisogno serà, nella presente opera s'intenda per la ragione a noi conceduta da Dio e per la quale noi siamo chiamati «animali razionali», per ciò che la ragione è quella parte dell'uomo, nella quale si dee credere questa seconda grazia ricevere e abitare, con ciò sia cosa che essa ne sia da Dio data non solamente a cooperare con altre nostre potenze animali e intellettive, ma a dirizare e a guidare ogni nostra operazione in bene: la qual cosa ella fa, mossa e ammaestrata dalla divina grazia, quante volte è da noi lasciata esser donna e imperadrice de' nostri sensi. Ma quando la sensualità, per le nostre colpe, la caccia del luogo suo e signoreggia ella, la ragion tace e diventa mutola, non comanda, non dispon più secondo il suo consiglio le nostre operazioni. E per ciò che sotto i piedi della sensualità era nell'autore lungo tempo giaciuta, si può dire che nel primo muover delle sue parole paresse «fioca».

Questa adunque, come il disiderio delle virtù torna, abattuta la sensualità, risurge e torna nella sua sedia e manifestasi alla destituta anima, constituta «nel diserto», cioè nel luogo d'ogni virtù, d'ogni buona operazione vacuo, pronta e aparecchiata ad ogni sua oportunità: e, avanti ad ogni altra cosa, fa in se medesima maravigliar l'anima riconosciuta; per che, lasciando di salire a Cristo, il quale è principio e cagione d'intera beatitudine, si lascia dallo spaventamento de' vizi sospignere allo 'nferno.

Della qual cosa segue che la ragione, mostrandole apertamente che cosa sia l'avarizia e qual sia il fine suo, cioè che dalla liberalità, la quale è morale e laudevole virtù, ella fia scacciata, superata e vinta e in inferno <rimessa>, là onde il diavolo, per invidia della gloria promessa all'umana generazione, la trasse e menolla nel mondo, acciò che per la sua opera l'anime, create ad esser beate, fossero là giù traboccate, onde ella era stata menata, <...>. E a questo seguita che, poi che per lo impedimento de' vizi quella via più propinqua di salire a Dio gli era tolta, che a lui conveniva, e a ciascun convenirsi che vuole uscire della via del peccato e a Dio ritornarsi, seguire la ragione, dimostratrice della verità, a vedere que' luoghi che nel testo si leggono.

Intorno alla qual cosa è da sapere non essere senza misterio, volendo uscire dello stato della miseria e ritornare nella grazia, tenere il cammino che la ragion dimostra all'autore convenirsi tenere. E la ragione può essere questa: oportuno è a ciascuno, il quale vuol fare quello che detto è, primieramente conoscere le colpe sue; alle quali, conosciute, e veduto come dalla giustizia di Dio siano quelle colpe punite, non è dubbio seguire nell'anima ben disposta il timor di Dio, il quale è principio della sapienza, come il Salmista ne dice; e questo timore di Dio incontanente fa seguire nelle nostre menti contrizione e pentimento delle cose non ben fatte; dalla quale, secondo che la censura ecclesiastica ne dimostra, si viene alla confessione e da quella alla satisfazione, dopo la quale si sale alla gloria, come possiamo ordinatamente comprendere, nel cammino che il nostro autore tiene, seguire. E tutte queste cose, insino al salire alla gloria, ne può la nostra ragion dimostrare: per ciò che tutti sono atti civili e morali e reduttibili agli spirituali.

112-120

Nasce adunque da questo il consiglio, il quale la ragione, che tien qui luogo della grazia cooperante, gli dà, cioè che egli <vada> per lo 'nferno, cioè per gli atti degli uomini terreni, li quali, a rispetto de' corpi celestiali, ci possiam reputare di essere in inferno; e, tra quegli, considerati quegli che la nostra ragione, le leggi positive e la divina dannino, conoscerà quello da che astenere si dee ciascuno che secondo vertù vuol vivere e quello che, seguendol, merita pena, e qual pena secondo le leggi temporali e secondo l'eterne; conoscerà la giustizia di Dio e meritamente avrà timore dell'ira sua. E da questo luogo, già delle cose meno che ben fatte pentendosi, venga a vedere coloro che son contenti nel fuoco, cioè nell'afflizione della penitenza; acciò che quindi, dietro alla guida della teologia, le cui ragioni e dimostrazioni la nostra ragione non può comprendere, salga purgato delle offese all'eterna beatitudine. Ed in questo mi pare consista la sentenzia dell'allegoria di questo primo canto.

103-105

Restaci nondimeno a vedere una parte, alla quale pare che dirizi l'animo ciascuno che il presente libro legge, e quella disidera di sapere: cioè quello che l'autore abbia voluto sentire per quello veltro, la cui nazione dice dovere esser «tra feltro e feltro». E, per quello che io abbia potuto comprendere, sì per le parole dell'autore, sì per li ragionamenti intorno a questo di ciascuno il quale ha alcun sentimento, l'autore intende qui dovere essere alcuna costellazione celeste, la quale dee negli uomini generalmente imprimere la virtù della liberalità, come già è lungo tempo, e ancora persevera, quella del vizio dell'avarizia. Il che l'autore assai chiaro dimostra nel Purgatorio, dove dice:

O ciel, nel cui girar par che si creda
le condizion di qua giù trasmutarsi,
quando verrà per cui questa disceda?,
cioè questa lupa, per la quale, come detto è, s'intende il vizio dell'avarizia.

Or non so io se questo dovere avvenire l'autore ne' moti futuri de' superiori corpi si vide, o se per alcune altre conietture ciò dovere avvenire s'ha avvisato. È nondimeno assai chiaro i costumi degli uomini mutarsi e d'una parte in altra trasportarsi; per ciò che, sì come ne mostrano le istorie de' Gentili, e ancora dell'altre, lo 'mperio delle cose temporali, cominciando sotto Nino re, fu molte centinaia d'anni sotto gli Assiri, sotto i Medi e sotto i Persi: e lungamente avanti vi era stata la religione e la scienza, le quali, come prima là erano state, così primieramente se ne partirono e vennerne in Egitto e d'Egitto in Grecia. E poi da Alessandro, re di Macedonia, fu d'Asia lo 'mperio trasportato in Grecia, donde la scienza, la religione e l'armi poi partendosi, ne vennero appo i Latini, e qui per lungo spazio furono; poi di qui paiono andate in ver ponente, essendo appo i Tedeschi e appo i Galli, e par già che il cielo ne minacci di portarle in Inghilterra. Il che per avventura potrà, se piacer fia di Dio, di questa costellazione, che l'autor dice, avvenire.

E, per ciò che queste impressioni del cielo conviene che qua giù s'inizino e comincino ad aparere i loro effetti o per alcuno uomo o per più, par l'autore qui sentire che per uno si debbano gli alti effetti di questa impressione dimostrare: il quale metaphorice chiama «veltro»,per ciò che i suoi effetti saranno del tutto così contrari all'avarizia, come il veltro di sua natura è contrario al lupo. E costui mostra dovere essere virtuosissimo uomo, e che la nazion sua debba essere tra feltro e feltro.

E questa è quella parte dalla quale muove tutto il dubbio che nella presente discrizione si contiene: la qual parte io manifestamente confesso ch'io non intendo, e perciò in questo sarò più recitatore de' sentimenti altrui che esponitore de' miei.

Vogliono adunque alcuni intendere questo veltro doversi intendere Cristo, e la sua venuta dovere essere nello estremo giudicio ed egli dovere allora esser salute di quella umile Italia, della quale nella esposizion litterale dicemmo, e questo vizio rimettere in inferno. Ma questa oppinione a niun partito mi piace: per ciò che Cristo, il quale è signore e creatore de' cieli e d'ogni altra cosa, non prende i suoi movimenti dalle loro operazioni, anzi essi, sì come ogni altra creatura, seguitano il suo piacere e fanno i suoi comandamenti; e, quando quel tempo verrà, sarà il cielo nuovo e la terra nuova e non saranno più uomini, ne' quali questo vizio o alcun altro abbia ad aver luogo: e la venuta di Cristo non sarà allora salute nè d'Italia nè d'altra parte, per ciò che solo la giustizia avrà luogo e alla misericordia sarà posto silenzio e il diavolo co' suoi seguaci tutti saranno in perpetuo rilegati in inferno. E, oltre a ciò, Cristo non dee mai più nascere, dove l'autor dice che questo veltro dee nascere; nè si può dire qui l'autore aver qui usato il futuro per lo preterito, quasi: «e' nacque tra feltro e feltro», cioè della Vergine Maria, che era povera donna, e nacque in povero luogo. Ma questa ragione non procederebbe, per ciò che sono MCCCLXXIII anni che nacque, e, ne' tempi che nacque, era la potenza di questo vizio nelle menti umane grandissima, nè poi si vede non che essere scacciata, ma nè mancata; nè si può dire che nascesse tra feltro e feltro, cioè di vile nazione: egli fu figliuolo del Re del cielo e della terra e della Vergine, che era di reale progenie; e se dire volessono: «Ella era povera»: la povertà non è vizio, e perciò non ha a imporre viltà nel suggetto per ciò che noi leggiamo di molti essere stati delle sustanze temporali poverissimi e ricchissimi di virtù e di santità. Perchè dich'io tante parole? Questa ragione non procede in alcuno atto.

Altri dicono, e al parer mio con più sentimento, dover potere avvenire, secondo la potenzia conceduta alle stelle, che alcuno, poveramente e di parenti di bassa e infima condizione nato, il che paiono voler quelle parole «tra feltro e feltro» in quanto questa spezie di panno è, oltre ad ogni altra, vilissima, potrebbe per virtù e laudevoli operazioni in tanta preeminenzia venire e in tanta eccellenza di principato, che, dirizandosi tutte le sue operazioni a magnificenzia, senza avere in alcuno atto animo o appetito ad alcuno acquisto di reame o di tesoro,ed avendo in singulare abominazione il vizio dell'avarizia, e dando di sè ottimo essemplo a tutti nelle cose apartenenti alla magnificenzia, e la costellazione del cielo essendogli a ciò favorevole, che egli potrebbe, o potrà, muovere gli animi de' subditi a seguire, faccendo il simigliante, le sue vestige, e per conseguente cacciar questo vizio universalmente del mondo. Ed essendo salute di quella umile Italia, la qual fu già capo del mondo, e dove questo vizio più che in alcuna altra parte pare aver potenza, sarebbe salute di tutto il rimanente del mondo; e così, d'ogni parte discacciatola, la rimetterebbe in inferno, cioè in dimenticanza e in abusione, o vogliam dire in quella parte dove gli altri vizi son tutti e donde ella primieramente surse intra' mortali. E a roborare questa loro oppinione inducono questi cotali i tempi già stati, cioè quegli ne' quali regnò Saturno, li quali per li poeti si truovano essere stati d'oro, cioè pieni di buona e di pura simplicità, e ne' quali questi beni temporali dicon che eran tutti comuni; e per conseguente, se questo fu, anche dover poter essere che questi sotto il governo d'alcuno altro uomo sarebbono.

Alcuni altri. acostandosi in ogni cosa alla predetta oppinione, danno del «tra feltro e feltro» una esposizione assai pellegrina, dicendo sè estimare la dimostrazione di questa mutazione, cioè del permutarsi i costumi degli uomini e gli appetiti da avarizia in liberalità, doversi cominciare in Tartaria, o vero nello 'mperio di mezzo, là dove estimano essere adunate le maggiori moltitudini di tesori, che oggi in alcuna altra parte sopra la terra si sappiano. E la ragione, con la quale la loro oppinione fortificano, è che dicono essere antico costume degli imperadori de' Tartari, le magnificenze de' quali e le riccheze appo noi sono incredibili, morendo, essere da alcuno de' loro servidori portato sopra una asta, per la contrada dove muore, una peza di feltro, e colui che la porta andar gridando: – Ecco ciò che il cotale imperadore, che morto è, ne porta di tutti i suoi tesori – ;e, poi che questa grida è andata, in questo feltro inviluppano il morto corpo di quello imperadore, e così senza alcun altro ornamento, il sepelliscono. E per questo dicon così: questo veltro, cioè colui che prima dee dimostrare gli effetti di questa costellazione, nascerà in Tartaria tra feltro e feltro, cioè regnante alcuno di questi imperadori, il quale regna tra 'l feltro adoperato nella morte del suo predecessore e quello che si dee in lui nella sua morte adoperare.

Questa oppinione sarebbero di quegli che direbbono avere alcuna similitudine di vero; la quale non è mia intenzione di volere fuori che in uno atto riprovare: e questo è in quanto dicono quegli imperadori aver grandissimi tesori, e perciò quivi mostran istimino, dall'abondanza dei tesori riservati, essendo sparti, doversi la gola dell'avarizia riempiere e gli effetti magnifichi cominciare. Il che mi par più tosto da ridere che da credere, per ciò che quanto tesoro fu mai sotto luna, o sarà, non avrebbe forza di saziare la fame di un solo avaro, non che d'infiniti, che sempre sopra la terra ne sono. Che dunque più? Tenga di questo ciascuno quello che più credibile gli pare, che io per me credo, quando piacer di Dio sarà, o con opera del cielo o senza, si trasmuteranno in meglio i nostri costumi. E questo, quanto sopra il primo canto, basti d'avere scritto, sempre a correzione di coloro che più sentono che io non faccio.

Possono per avventura essere alcuni, li quali forse stimano, non solamente in questo libro, ma eziandio in ogni altro e ne' divini, ne' quali figuratamente si parli, ogni parola aver sotto sè alcun sentimento diverso da quello che la lettera suona; e però, non essendo nel precedente canto ad ogni parola altro sentimento dato che il litterale, diranno, nell'aprire l'allegoria, essere difettuosamente da me proceduto. Ma in questa parte, salva sempre la reverenzia di chi 'l dicesse, questi cotali sono della loro oppinione ingannati, per ciò che in ciascuna figurata scrittura si pongono parole che hanno a nascondere la cosa figurata e alcune che alcuna cosa figurata non ascondono, ma però vi si pongono, perchè quelle che figurano possan consistere, sì come per essemplo si può dimostrare in assai parti nella presente opera. Che ha a fare al senso allegorico: «La sesta compagnia in due si scema?»; che n'ha a fare: «Così discesi del cerchio primaio?»; che molte altre a queste simili? E, se queste se ne tolgono, come potrà seguire l'ordine della dimostrazione che l'autore intende di fare? come aconciarsi quelle che per significare altro si scrivono?

Se ogni parola avesse alcun altro senso che il litterale a nascondere, di soperchio avrebbe san Girolamo detto nel proemio dell'Apocalissi, e non in altra parte della Scrittura, tanti essere i misteri quante son le parole, con ciò sia cosa che nell'Apocalissi per eccellenzia quello si creda avvenire che in alcun altro libro della sacra Scrittura non avviene. Tuttavia, acciò che più pienamente si creda non ogni parola avere allegorico senso, leggasi quello che ne scrive santo Agostino nel libro Dell'eterna Ierusalèm, dicendo: «Non omnia, que gesta narrantur, aliquid etiam significare putanda sunt; sed propter illa, que aliquid signficant, <etiam ea que nichil significant,> attexuntur. Solo enim vomere terra prescinditur; sed, ut hoc fieri possit, etiam cetera aratri membra sunt necessaria; et soli nervi in citharis atque huiusmodi vasis musicis aptantur ad cantum; sed, ut aptari possint, insunt et cetera in compagibus organorum, que non percutiuntur a canentibus, sed ea, que percussa resonant, huic connectuntur» etc.

E perciò estimo che molto più onesto sia a credere ad Agostino che stoltamente oppinare quello che manifestamente si può riprovare; e quinci prendere certeza, se alcuna cosa allegorizando è omessa, quella non per negligenzia, ma per non conoscere che oportuna vi sia l'allegoria, essere stata intralasciata.

II

ESPOSIZIONE LITTERALE

1-3

«Lo giorno se n'andava e l'aere bruno» etc. Comincia qui la parte seconda di questa prima cantica chiamata Inferno, nella quale dissi l'autore cominciare il suo trattato. E, come che questa si potesse in diverse maniere dividere, questa sola intendo che basti per universale, cioè dividersi in tante parti quanti canti seguitano, per ciò che pare che ciascun canto tratti di materia differente dagli altri. E questo canto dividerò in sei parti: nella prima si continua l'autore al precedente; nella seconda, secondo il costume poetico, fa la sua invocazione; nella terza muove l'autore a Virgilio un dubbio; nella quarta Virgilio solve il dubbio mossogli; nella quinta l'autore, rassicuratosi, dice di volere seguir Virgilio; nella sesta ed ultima l'autor mostra come appresso a Virgilio entro in cammino. La seconda comincia quivi: «O Muse, o alto ingegno»; la terza quivi: «Io cominciai: poeta»; la quarta quivi: «S'io ho ben la tua parola»; la quinta quivi: «Quali i fioretti»; la sesta quivi: «e poi che mosso fue».

Dico adunque che l'autore si continua alle cose precedenti, per ciò che, avendo detto nella fine del precedente canto sè esser mosso dietro a Virgilio, nel principio di questo discrive l'ora nella quale si mossero, dicendo: Lo giorno se n'andava, e questo per lo chinare del sole all'occidente; e l'aere bruno, cioè la notte sopravegnente, la qual sempre all'occultar del sole seguita. Di che apare null'altra cosa essere il dì se non la stanza del sole sopra la terra; e questo è quello che è così chiamato, cioè «dì», dalla luce.

E, per ciò che al levarsi di quello sempre la notte fugge,Pronapide, greco poeta e maestro d'Omero, raconta una cotal favola.

E vogliono gli astrologi questo chiamarsi «dì artificiale», cioè quello spazio il quale si contiene tra il levare del sole e l'occultare; e la ragione è perchè essi, usandolo nelle loro elevazioni d'ogni tempo, il dividono in dodici parti equali, e così fanno la notte. Il dì naturale è di ventiquatro ore equali, e in questo è la notte congiunta col dì; ma dinominasi tutto «dì» dalla parte più degna, cioè dalla parte splendida. E chiamasi dì da «Dios», grece, il quale in latino viene a dire «Idio»: per ciò che, come Idio sempre in ogni cosa buona ne giova e aiuta, così nelle nostre operazioni ne aiuta il dì con la sua luce; e potrebbesi dire che Egli n'aiuta nelle buone, per ciò che chi fa male ha in odio la luce. E mostra per questa discrizione del farsi notte che l'autore fosse stato, dal farsi dì infino al farsi notte di quel dì, in quella valle, occupato da quelle tre bestie ed a ragionar con Virgilio.

Toglieva gli animali che sono in terra Dalle fatiche loro. Dimostrane qui l'autore una delle operazioni della notte, la quale l'ordine della natura attribuisce al riposo e alla quiete degli animali degli affanni avuti il dì passato, per ciò che, se alcun tempo al riposo non si prestasse, non sarebbe alcuno animale che nelle sue operazioni potesse perseverare; e però dice l'autore che l'aere bruno «toglieva», cioè levava, «dalle fatiche loro».

E seguita: ed io sol uno. Par che qui sia un vizio, il quale si chiama «inculcatio», cioè porre parole sopra parole che una medesima cosa significhino, come qui sono; per ciò che «solo» non può essere se non uno, e «uno» non può essere se non solo: ma questo si scusa per lo lungo e continuo uso del parlare, il quale pare aver prescritto questo modo di parlare, contro al vizio della inculcazione; o potrebbesi dire questo nome «solo» fosse nome adiettivo, e «uno» fosse nome proprio di quel numero, e così cesserebbe il vizio.

4-6

M'aparecchiava a sostener la guerra, cioè la fatica,nemica e infesta al mio riposo, Sì del cammino, che far doveva, in che mostra dovere il corpo esser gravato, e sì della pietate, cioè della compassione, la quale aspetta d'avere vedendo l'afflizioni e le pene de' dannati e di quegli che nel fuoco si purgano. Ed in questo dimostra l'anima dovere esser faticata, per ciò che essa è dalle passioni, che dalle cose esteriori vengono, gravata e noiata, essa e non il corpo: quantunque ella sia ancor gravata dalle passioni corporali. Che tratterà, cioè raconterà, la mente, cioè la potenza memorativa, che non erra; e questo dice, per ciò che si conosceva avere tenace memoria, per la qual cosa non temeva di dover errare nè nella quantità nè nella qualità.

7-9

O Muse, o alto ingegno. In questa seconda parte l'autore fa la sua invocazione, secondo il costume poetico. Usano i poeti in pochi versi dire la intenzione sommaria di ciò che poi intendono di trattare in tutto il processo del libro, e, questo detto, fare la loro invocazione; e così fa Virgilio nel principio del suo Eneida:

..... ac nunc horrentia Martis
arma virumque cano, Troie qui primus ab oris etc.;
e, questi pochi versi detti, incontanente invoca, dicendo: Musa, michi causas memora: quo numine leso etc.;

e Ovidio, nel principio del suo maggior volume, dice:

In nova fert animus mutatas dicere formas
corpora;
ed incontanente invoca, dicendo:

..... Di ceptis, nam vos mutastis et illas,
aspirate meis etc.

E talvolta i poeti, insieme con l'invocazione, mescolano la sommaria intenzion loro; e così, nel principio della sua Odissea, fece Omero, li versi del quale ottimamente traslatò in latino Orazio, dicendo:

Dic michi, Musa, virum, capte post tempora Troie,
qui mores hominum multorum vidit et urbes.

Così similemente il venerabile mio precettore messer Francesco Petrarca fece nel principio della sua Africa, dicendo:

Et michi conspicuum meritis belloque tremendum,
Musa, virum referas.

Ma il nostro autore s'acostò più allo stilo di Virgilio, come in ciascuna cosa fa, che a quello d'alcun altro, per ciò che, avendo sotto brevità nel precedente canto mostrato quello che intende in tutto il libro suo di dire là dove dice: «E trarrotti di qui per luogo eterno» etc., qui fa la sua invocazione, dicendo: «O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate; o mente, che scrivesti» etc.

Invoca adunque in questo suo principio, sì come apare, le Muse, come di sopra è mostrato far gli altri poeti: per che pare di dover dichiarare che cosa sieno queste Muse e quante e qual sia il loro uficio; e questo, sì per più pienamente dar lo 'ntelletto del presente testo e sì ancora perchè in più parti del presente libro se ne farà menzione

È adunque da sapere, secondo che i poeti fingono, che le Muse sono nove e furono figliuole di Giove e della Memoria; e la ragione per che questo sia da' poeti, fingendo, detto è questa. Piace ad Isidoro, cristiano e santissimo uomo e pontefice, nel libro Delle etimologie, che, per ciò che il suono delle predette Muse è cosa sensibile e che nel preterito passa e imprimesi nella memoria, però essere da' poeti dette figliuole di Giove e della Memoria.

Ma io, a maggior dichiarazione di questo sentimento, estimo che sia così da dire: che, con ciò sia cosa che da Dio sia ogni scienza, come nel principio del libro della Sapienza si legge, e non basti a ricevere quella solamente l'avere inteso, ma che, a farla in noi essere scienza, sia di necessità le cose intese commendare alla memoria e così divenire in noi scienza, il che l'autore appresso assai bene ne dimostra, là dove dice:

Apri la mente a quel ch'io ti paleso,
e fermal dentro, chè non fa scienza,
senza lo ritenere, avere inteso,
dobbiamo e possiam dire queste Muse, cioè scienza in noi già abituata per lo 'ntelletto e per la memoria, potersi dire figliuole di Giove, cioè di Dio Padre, e della Memoria.

E dico Giove doversi intendere qui Idio Padre, per ciò che alcuno altro nome non so più conveniente a Dio Padre che questo. E la ragione è che Giove si chiama in latino Iuppiter, il quale noi intendiamo iuvans pater: il qual nome, se ben vorremo riguardare, ad alcun altro che a Dio Padre dirittamente non s'apartiene, per ciò che esso solo dirittamente si può dir padre, per ciò che, essendo senza avere auto padre, è delle cose eterne, ed eziandio dell'altre, unico e vero creatore e padre; e, oltre a ciò, ad ogni onesta operazione è veramente aiutatore, nè si può senza il suo aiuto alcuna cosa perfettamente ad effetto recare: e così, quante volte in alcuno onesto atto Giove si nomina, possiamo e dobbiamo di Dio onnipotente intendere.

Così adunque, ritornando al proposito, meritamente di Giove e della Memoria possiam dire le Muse essere state figliuole, in quanto egli è vero dimostratore della ragione di qualunque cosa. Le quali sue dimostrazioni, servate nella memoria, fanno scienza ne' mortali, per la quale qui, largamente prendendo, s'intendono le Muse: e così sarà la memoria, ricevitrice e ritenitrice di questo santo seme, e poi ridicitrice, quasi partoritrice, madre delle Muse.

Le quali dice il predetto Isidoro, nel libro preallegato, essere nominate a querendo, cioè da «cercare»; per ciò che per esse, sì come gli antichi vogliono, si cerca la ragione de' versi e la modulazione della voce. E per questo, per derivazione, viene dal nome loro questo nome di «musica», la quale è scienza di sapere moderare le voci. E da questa ragione si può prendere la cagione per che più se l'hanno i poeti appropiate e fatte familiari, che alcun'altra maniera di scientifici.

Sono queste Muse in numero nove; e perchè elle sieno nove, si sforza di mostrare Macrobio, nel II libro Super Somnio Scipionis, equiparando quelle a' canti delle otto spere del cielo, vogliendo poi la nona essere il concento che nasce della modulazione di tutti e otto i cieli; aggiungendo poi le Muse essere il canto del mondo, e questo, non che dall'altre genti, ma eziandio dagli uomini di villa sapersi, per ciò che da loro sono le Muse chiamate «Camene», quasi «canene», del «cantare» così nominate.

Ed acciò che voi intendiate che vuole dire questo canto del mondo, dovete sapere che fu oppinione di Pittagora e di altri filosafi che ciascun cielo di questi otto, cioè l'ottava spera e i sette de' sette pianeti, volgendosi in su li loro cardini, facessero alcuno ruggire, qual più aguto e qual più grave, sì per divino artificio di debiti tempi misurati che, insieme concordando, facevano una soavissima melodia, la quale qui intende Macrobio per lo concento; della qual noi, per l'udirla continuo, non ci curiamo nè vi riguardiamo. Ma questa oppinione di Pittagora con manifeste ragioni è riprovata da Aristotile.

Ma di questo rende Fulgenzio nel libro delle sue Mitologie altra ragione, dicendo per queste nove Muse doversi intendere la formazione perfetta della nostra voce: la qual voce dice si forma da quatro denti, li quali la lingua percuote quando l'uomo parla; de' quali, se alcuno mancasse, parrebbe che più tosto si mandasse fuori un sufolo che voce. Appresso questo, dice formarsi la voce dalle due nostre labbra, le quali non altrimenti sono che due cembali modulanti la commodità delle nostre parole; e così la lingua, col suo piegamento e circunflessione, essere a modo che un plettro, il quale formi lo spirito vocale; e quindi essere oportuno il palato, per la concavità del quale si profera il suono. E ultimamente, acciò che nove cose sieno, s'aggiugne la canna della gola, la quale presta il corso spirituale per la sua ritonda via. E, oltre a questo, per ciò che da molti si dice Appollo cantare con queste nove Muse, non altrimenti che servatore del concento, al canto delle predette cose è dal detto Fulgenzio aggiunto il polmone, il quale, a guisa d'un mantaco, le cose concette manda fuori e rivoca dentro. E, non volendo che in così riposto secreto della natura a lui solamente paia di dovere essere prestata fede di così esquisita ragione, induce per testimoni Anassimandro lampsaceno e Zenofane eracleopolita, li quali conferma queste cose avere scritte ne' libri loro; aggiugnendo ancora queste medesime cose da molti chiarissimi filosafi essere affermate, sì come da Pisandro fisico, e da Eussimene in quello libro il quale egli chiama Thelegumenon.

Appresso, il detto Fulgenzio ad altro intelletto e più divulgato disegna gli effetti di queste Muse, i loro nomi ponendo e quello per ciascuno in particularità si debba intendere. E così la prima nomina Cliò, e per questa vuole s'intenda il primo pensiero d'apparare, per ciò che «clios» in greco viene a dire «fama» in latino: e nullo è che cerchi scienza se non quella nella quale crede potere prolungare la dignità della fama sua; e per questa cagione è chiamata la prima Cliò, cioè «pensiero di cercare scienza». La seconda è in greco chiamata Euterpè, la quale in latino vuol dire «bene dilettante», acciò che primieramente sia il cercare scienza e, appresso, sia il dilettarsi in quello che tu cerchi. La terza è appellata Melpomenè, quasi «melempio comene», cioè «faccente stare la meditazione», acciò che primieramente sia il volere, e, appresso, che quello diletti che tu vuogli,e, oltre a ciò, perseverare, meditando quello che tu disideri. La quarta ha nome Talia, cioè capacità, quasi come l'uom dicesse «tythonlia», cioè «pognente cosa che germini». La quinta si chiama Polimina, quasi «polium neemen», cioè «cosa che faccia molta memoria», per ciò che noi diciamo che, dopo la capacità, è necessaria la memoria. La sesta è chiamata Eratò, cioè «eurun comenon», il qual noi in latino diciamo «trovatore del simile», per ciò che, dopo la scienza e dopo la memoria è giusta cosa che l'uomo di suo truovi alcuna cosa simile. La settima si chiama Tersicorè, cioè «dilettante ammaestramento»: adunque, appresso la invenzione, bisogna che l'uomo discerna e giudichi quello che esso truovi. L'ottava si chiama Urania, cioè «celestiale», per ciò che, dopo l'aver giudicato, elegge l'uomo quello che egli debba dire e quello che egli debba rifiutare; per ciò che lo eleggere quello che sia utile e rifiutare quello che sia caduco e disutile è atto di celestiale ingegno. La nona è chiamata Caliopè, cioè «ottima voce».

Sarà adunque l'ordine questo: primeramente, volere la dottrina; appresso, dilettarsi in quello che l'uom vuole; poi, perseverare in quello che diletta; e, oltre a ciò, prendere quello in che si dee perseverare; e quinci ricordarsi di quello che l'uom prende; appresso, trovare del suo cosa simigliante a quello di che l'uom si ricorda; dopo questo, giudicare di quello di che l'uom si ricorda; e così eleggere quello di che si giudichi; e ultimamente proferere bene quello che l'uomo avrà eletto.

Dalle quali dimostrazioni, e spezialmente per le prime, si può comprendere che cagione muova i poeti ad invocare il loro aiuto. Nondimeno pare ad alcuno che le Muse si debbano dinominare da «moys», che in latino viene a dire «acqua». E questo vogliono, per ciò che il comporre e ancora il meditare alcuna invenzione e la composta essaminare si sogliano con meno difficultà fare su per la riva di un bel fiume o d'alcun chiaro fonte che in altra parte, quasi il riguardar dell'acqua abbia alle predette cose e muovere e incitar gl'ingegni. E questo par che vogliano prendere da ciò, che Cadmo, re di Tebe, sedendo sopra il fonte chiamato Ipocrene, trovò le figure delle lettere greche, le quali essi ancora usano, come che da Palamede poi, e ancora da Pittagora, ve ne fossero alcune aggiunte; e quivi similemente meditò la loro composizione insieme, acciò che, secondo quello che era oportuno al greco idioma, per quelle si proferesse; affermando ancora molti fonti, secondo l'antico errore, essere stati alle Muse consecrati, sì come il fonte Castalio, il fonte Aganippe ed altri, questo rispetto avendo, che sopra quegli fossero gl'ingegni umani più pronti alle meditazioni che in alcuna altra parte.

«O alto ingegno». È lo 'ngegno dell'uomo una forza intrinsica dell'animo, per la quale noi spesse volte troviamo di nuovo quello che mai da alcuno non abbiamo apparato. Il che avere sovente fatto l'autore in questo libro si truova, per ciò che, quantunque Omero e, appresso lui, Virgilio dello scendere in inferno iscrivessero, ancora che in alcuna parte gli abbia l'autore imitati nello Inferno, nelle più delle cose tiene dal loro cammino molto diverso: del quale però che alcuno altro scrittore non si truova che in quella forma trattato n'abbia, assai manifestamente possiam vedere della forza del suo ingegno questa invenzione e il modo del procedere esser premuto; or m'aiutate: per ciò che mi bisogna a questo punto la 'nventiva, e 'l modo del procedere e la sonorità dello stilo.

O mente. Non bastando solo lo 'ngegno, per la cui forza le pellegrine inventive si truovano, invoca ancora la mente sua, acciò che, per l'opera di lei, quello possa servare e poi racontare, che avrà trovato. Ed è questa mente, secondo che Papia scrive, la più nobile parte della nostra anima, dalla quale procede l'intelligenzia, e per la quale l'uomo è detto fatto alla imagine di Dio; o è l'anima stessa, la quale per li molti suoi effetti ha diversi nomi meritati.

Ella è allora chiamata «anima», quando ella vivifica il corpo; ella è chiamata «animo», quando ella alcuna cosa vuole; ella è chiamata «ragione», quando ella alcuna cosa dirittamente giudica; ella è chiamata «spirito», quando ella spira; ella è chiamata «senso», quando ella alcuna cosa sente; ella è chiamata «mente», quando ella sa ed intende: questa sta nella più eccelsa parte dell'anima, e perciò è chiamata mente, perchè ella si ricorda.

Per lo quale effetto qui il suo aiuto invoca l'autore; per ciò che, se in questo la mente non l'aiutasse, invano sarebbe disceso o discenderebbe a vedere tante cose e così diverse, quante per opera della mente ne scrive; che scrivesti, cioè in te racogliesti, ciò ch'i' vidi, nel cammino da me fatto; Qui, cioè nella presente opera, si parrà la tua nobilitate, cioè la tua sofficienza in conservare: per ciò che la nobiltà della cosa consiste molto nello essercitar bene e compiutamente quello che al suo uficio apartiene.

10-15

[10-12] «Io cominciai: poeta». In questa terza parte del presente canto dissi che l'autore moveva un dubbio a Virgilio; il quale, mosso da pusillanimità, mostra di temere di mettersi nel cammino, il quale Virgilio nella fine del primo canto disse di dovergli mostrare. E dice: Io cominciai, a dire: poeta, Virgilio, che mi guidi, Guarda, cioè essamina, la mia virtù, cioè la mia forza, s'ella è possente, a sostener tanto affanno quanto nel lungo cammino e malagevole, lo quale tu dì di volermi menare, fia di necessità di sofferire; e fa' questo Prima che all'alto passo, cioè d'entrare in inferno, tu mi fidi, tu mi commetta; quasi voglia dire: «Io vorrei per avventura ad ora tornare indietro, ch'io non potrei». [13-15] «Tu dici». Qui vuole l'autore levar via una risposta, la quale Virgilio, sì come egli avvisava, gli arebbe potuta fare, cioè di dire: «Non puo' tu venire, o non credi potere, là dove andò Enea e ancora là dove andò san Paolo?». E comincia: Tu dici, nel VI libro del tuo Eneida, che di Silvio lo parente, cioè padre. Ebbe Enea due figliuoli, de' quali fu l'uno chiamato Iulio Ascanio e questo ebbe di Creusa, figliuola di Priamo, re di Troia, e l'altro ebbe nome Iulio Silvio Postumo, il quale Lavinia, figliuola del re Latino, essendo rimasa gravida d'Enea, partorì dopo la morte d'Enea in una selva, per la qual cosa ella il cognominò Silvio; e Postumo fu chiamato, per ciò che dopo la umazione del padre, cioè poi che 'l padre fu messo sotterra, era nato: e così si chiamano tutti quelli che dopo la morte de' padri loro nascono.

Corruttibile ancora, cioè ancora vivo: per ciò che chiunque nella presente vita vive è corruttibile, cioè atto a corruzione, ad imortale, cioè eterno, Secolo, cioè mondo. «Secolo», secondo il suo propio significato, è uno spazio di tempo di cento anni, secondo il romano uso: ma in questa parte non lo 'ntende l'autore per ispazio di tempo, ma, seguendo l'uso del parlare fiorentino, nel quale, volendo dire «in questo mondo», spesso si dice «in questo secolo», rivolgendo il nome del tempo in nome del luogo dove il tempo s'usa, cioè nel mondo, chiama secolo l'altro mondo, cioè lo 'nferno, il quale noi similemente assai spesso chiamiamo «l'altro mondo»: il che la sacra Scrittura similemente fa alcuna volta. Il quale del presente mondo dicendo, dice san Paolo: «Pie et iuste viventes in hoc seculo»; e dell'altra vita parlando: «Nescimus in quos fineseculi devenerunt»; andò, e fu sensibilmente: volendo per questo s'intenda Enea non per visione o per contemplazione essere andato in inferno, ma col vero corpo e sensibilmente.

E questo prende l'autore da ciò che Virgilio scrive nel Vl dell'Eneida, nel quale dice che, essendo Enea, poi che di Cicilia si partì, pervenuto nel seno di Baia, e quivi in assai tranquillo mare, dando per avventura riposo a' suoi compagni, e disideroso di sapere quello che di questa sua peregrinazione gli dovesse avvenire, essendo andato al lago d'Averno, dove aveva udito essere l'oraculo della Sibilla cumana ed essa altressì, la pregò che in inferno il menasse al padre; e, dietro alla sua guida, vivo e con l'arme discese: e, per quello passando, pervenne ne' Campi Elisi, là dove <vide> quegli che in istato di beatitudine erano, secondo l'antico errore. E perciò dice l'autore che egli andò «sensibilmente».

16-18

Perchè, se l'avversario d'ogni male, cioè Idio, Cortese fu, di lasciarlo andare senza alcuna offensione, non è maraviglia: pensando l'alto effetto Ch'uscir dovea di lui, cioè d'Enea, e 'l chi e 'l quale, cioè Cesare dettatore o Ottaviano imperadore. De' quali ciascun fu da molto, e ciascun si potrebbe dire essere stato fondatore della imperial dignità; per ciò che, quantunque Cesare non fosse imperadore, egli fu dettatore perpetuo, e fu il primo, dopo i re cacciati di Roma, il quale recò nelle sue mani violentemente tutto il governo della republica. Del quale occupamento seguì il triumvirato di Ottaviano e de' compagni; e da quello, essendo da Ottaviano per loro bestialità posti giù dell'uficio del triumvirato Marco Antonio e Marco Lepido, e rimaso egli solo triumviro, ne seguì, o per tacita forza o pure per ispontaneo piacere del Senato e del popolo di Roma, l'essergli il governo della republica commesso, quando cognominato fu Augusto; dopo il quale poi sempre fu servato poi, uno dopo l'altro, essere in quella dignità sustituiti e chiamati imperadori.

19-21

E risponde qui l'autore ad una tacita quistione. Potrebbe alcun dire: «Come dei tu, che se' cristiano, credere che Idio fosse più liberale ad un pagano di lasciarlo andare vivo in inferno, che a te?». A che egli e nelle parole predette risponde e in quelle che seguono, dicendo: Non pare indegno, l'avere Idio sostenuto l'andata d'Enea, ad omo d'intelletto, il cui giudicio è ragionevole e giusto, e massimamente avendo riguardo Ch'ei, Enea, fu dell'alma, cioè eccelsa, Roma, la quale tutto il mondo si sottomise, e dello 'mpero, cioè della signoria di Roma, o vogliam dire della dignità spettante a quegli che noi chiamiamo imperadori, de' quali fu il primo Ottaviano, disceso per molti mezzi della schiatta d'Enea.

Nello 'mpireo cielo, cioè nel cielo della luce dove si crede essere il solio della divina maestà; e chiamasi «impireo», cioè igneo, per ciò che «pir» in greco, viene a dire «fuoco» in latino: e vogliono i nostri santi quello dirsi «impireo», per ciò che egli arde tutto di perfetta carità; per padre eletto. Vuol per questo sentir l'autore per divina disposizione essere d'Enea seguito quello che leggiamo essere stato operato per li suoi successori.

E dice qui Enea essere padre di Roma e dello 'mperio, per ciò che quegli che di lui nacquero per sedici re, infino a Numitore, che fu l'ultimo della schiatta d'Enea, regnarono in Alba per ispazio di CCCCXXIIII anni. Poi, essendo di Numitore re nata Ilia, e Amulio, fratello di Numitore, più giovane d'età, tolto a Numitore il regno, fece uccidere un figliuolo di Numitore chiamato Lauso; e per torre ad Ilia speranza di figliuoli, la fece vergine vestale, alle quali era pena d'essere sotterrata viva, se in adulterio fossero state trovate. Nondimeno questa Ilia, come che ella si facesse o con cui che ella si giacesse, ella ingravidò, e partorì due figliuoli ad un parto, dei quali l'uno fu chiamato Romolo e l'altro Remulo. Li quali, essendo già, per comandamento di Amulio, Ilia stata sotterrata viva, furono gittati, da persone mandate dal re a ciò, gittati non nel corso del Tevero, al quale, perchè cresciuto era, non si poteva andare, ma alla riva; e 'l fiume scemato, e essi trovati vivi da una chiamata Acca Laurenzia, moglie d'un pastore del re chiamato Faustulo, furono racolti e nutricati, niente sappiendone il re, e così nominati da Faustulo.

Li quali, cresciuti, ed avendo reale animo, ed essendo pastori e capitani e maggiori di ladroni e d'uomini violenti ed avendo da Faustulo sentito cui figliuoli erano, composto il modo tra loro, fu l'un di loro preso e menato davanti dal re e acusato; e l'altro, attendendo il re ad udire la querela, feritolo di dietro, l'uccise e a Numitore, loro avolo, che in villa si stava, restituirono il reame, ed essi tornatisene là dove allevati erano stati, fecero quella città, la qual, da Romolo dinominata Roma, divenne donna del mondo. Per la qual cosa apare Enea essere stato padre di Roma.

Appresso, partitosi Iulio Proculo, il quale fu bisnipote di Iulio Silvio e di Romulo, re d'Alba, e discendente, come detto è, d'Enea, e venutosene con Romulo ad abitare a Roma, quivi fondò la famiglia de' Giuli, secondo che Eusebio, in libro Temporum, dice; li quali poi in Roma, per continue successioni perseverando, infino a Gaio Iulio Cesare pervennero. Il quale, non avendo alcun figliuolo, s'adottò in figliuolo Ottaviano Ottavio, li cui antichi, secondo che dice Svetonio, De duodecim Cesaribus, furono di Velletri, figliuolo d'una sua sirocchia carnale chiamata Iulia; ed in costui poi fu di pari consentimento del Senato e del popolo di Roma, come davanti è detto, commesso il governo della republica e fu cognominato Augusto: e fu il primo imperadore, e de' discendenti di Enea. E così Enea fu similemente padre dello 'mperio, cioè della dignità imperiale.

22-24

La quale, cioè Roma, e 'l quale, imperio, a voler dir lo vero, Fur stabiliti, ordinati per evidenzia da Dio, per lo loco santo, cioè per la sede apostolica, U'siede il successor, cioè il papa, del maggior Piero, cioè di san Piero apostolo, il quale chiama maggiore» per la dignità papale e a differenza di più altri santi uomini nominati Piero. E che questo fosse preveduto e ordinato da Dio apare nelle cose seguite poi, tra le quali sappiamo Constantino imperadore, mondato della lebbra da san Salvestro papa, lasciò Roma e la imperiale sedia al papa e andossene in Constantinopoli; e oltre a questo, ordinò e fè i suoi successori sempre con la loro potenza esser presti contro a ciascheduno, il quale infestasse o turbasse la quiete della Chiesa di Dio e de' pastori di quella: per che meritamente dice l'autore essere stabiliti e Roma e lo 'mperio per lo santo luogo della apostolica sede.

E però conoscendo Idio, al quale nulla cosa è nascosa, questo, non è da maravigliare se esso fu cortese ad Enea di lasciarlo andare in inferno; e massimamente sappiendo che esso dovea là giù udir cose, le quali l'animerebbono a dover dare opera a quello di che dovea questo seguire.

25-27

E poi suggiugne l'autore: Per questa andata, d'Enea in inferno, onde, cioè della quale, tu mi dai vanto, cioè promessione, dicendo di menarmi là giù; benchè in alcuni libri si legge:«Per questa andata,onde tu gli dai vanto», ad Enea, commendandolo ed estollendolo per quella, là ove tu dì nel Vl dell'Eneida:

Noctes atque dies patet atri ianua Ditis:
sed revocare gradum superas<que> evadere ad auras,
hoc opus, hic labor est. Pauci, quos equus amavit
Iuppiter, aut ardens evexit in ethera virtus,
dis geniti potuere;
per le quali parole estimo migliore questa seconda lettera che la prima; Intese cose, Enea, che furon cagione Di sua vittoria, in quanto, riempiendolo di buona speranza, il fecero animoso alla 'mpresa contro a Turno, re de' Rutoli, del quale avuto vittoria e già in Italia divenuto potente, ne seguì l'effetto che poco avanti si legge, cioè <e> del papale ammanto. Vuol qui l'autore per parte s'intenda il tutto, cioè per lo papale ammanto tutta l'autorità papale. Ed è da intender qui che egli in quelle cose che da Anchise intese, come Virgilio nel VI dell'Eneida mostra, cominciando quivi:
Nunc age, Dardaniam prolem que deinde sequatur
gloria etc.,
non udì cosa alcuna del papale ammanto, ma udì cose le quali poi in processo di tempo, come detto è, furon cagione che Roma divenisse sedia del papa, come lungamente già fu.

28-30

Andovi poi, cioè lungo tempo dopo Enea, il vaso d'elezione, cioè san Paolo, il quale non andò in inferno come Enea, ma fu rapito in paradiso, là dove tu dì che io andrò se io vorrò. La qual cosa è vera, sì come egli medesimo testimonia, affermando sè aver vedute cose, delle quali non è licito agli uomini di favellare: e per ciò che Idio l'aveva eletto per vaso dello Spirito santo, conoscendo il frutto che delle sue predicazioni doveva uscire, non è mirabile se Idio di così fatta andata gli fu cortese, e massimamente considerando che egli v'andò Per recarne,qua giù tra noi, conforto a quella fede, cristiana, Ch'è principio alla via di salvazione. E questo è certissimo, però che, non possendosi gli alti segreti della divinità per alcuna nostra ragion cognoscere, è di necessità, inanzi ad ogni altra cosa, che per fede si credano: sì che ben dice l'autore la fede catolica esser principio alla via di salvazione; alla quale, ancora debole e fredda nelle menti di molti già cristiani divenuti, san Paolo, con la dottrina apresa nel celeste regno, recò alla nostra fede molto conforto, riscaldando colle sue predicazioni e con le pìstole le menti fredde e quasi ancora dubitanti.

31-42

[31-33] Ma io, perchè venirvi?, ne' luoghi ne' quali tu mi prometti di menarmi; quasi dica: «Per qual mio merito?»; o chi 'l concede?, cioè che io in questi luoghi debba venire; volendo per questo intendere, come appresso dimostra, esser temeraria cosa l'andare in alcun secreto luogo, senza alcun merito o senza licenzia.

Io non Enea, al quale Idio fu cortese per le ragioni già mostrate. Chi Enea fosse, ancora che a molti sia noto, nondimeno più distesamente si dirà appresso nel IIII canto di questo libro, e però, quanto è al presente, basti quello che detto n'è; io non Paolo sono. San Paolo fu del tribo di Beniamìn, e fu per patria di Tarso, città di Cilicia; e avanti che divenisse cristiano, fu nelle scienze mondane assai ammaestrato e fu ferventissimo perseguitore de' cristiani. Poi, chiamato da Dio al suo servigio, fu mirabilissimo dottore e con le sue predicazioni molte nazioni convertì al cristianesimo, molti pericoli e molte avversità di mare e di terra e d'uomini sostenne per lo nome di Cristo e ultimamente, imperante Nerone Cesare, per lo nome di Cristo ricevette il martirio; e, per ciò che era cittadino di Roma, gli fu tagliata la testa, e non fu, come san Piero, crocefisso.

Di costui predisse Iacòb, molte centinaia d'anni avanti, in persona di Beniamìn, suo figliuolo, e del quale egli doveva discendere: «Beniamin, lupus rapax, mane devorat predam et vespere dividit spolia». Il quale vaticinio apartenere a san Paolo assai chiaramente si vede, perciò che esso fu lupo rapace: alla mattina, cioè nella sua giovaneza, divorò la preda, cioè uccise i cristiani, e al vespro, cioè nella sua età più matura, divenuto servidore a Cristo, divise le spoglie. Il quale da Dio fu eletto a conforto della nostra fede.

Me degno a ciò: quasi voglia dire: «Perchè io non sia Enea nè san Paolo, io potrei per alcun altro gran merito credere d'esser degno di venirvi, ma io non so»; e questo, d'esser di venir degno, nè io nè altri il crede. [34-36] Appresso questo, conchiude al dubbio suo, dicendo: Per che, cioè per non esserne degno, se del venire, là dove tu mi vuoi menare, io m'abandono, cioè mi metto in avventura, Temo che la venuta, mia, non sia folle, cioè stolta, in quanto male e vergogna me ne potrebbe seguire.

E quinci rende Virgilio, al quale egli parla, attento a dover guardare al dubbio il quale egli muove, in quanto dice: Se' savio, e, per questo, intendi me' ch'i' non ragiono, cioè che io non ti so dire. [37-42] E, appresso questo, per una comparazione liberamente apre l'animo suo, dicendo: E quale è quegli che disvuol, cioè non vuole, ciò che volle, poco avanti, E per nuovi pensier, sopravenuti, cangia proposta, da quella che prima aveasi proposto di fare, Sì che dal cominciar tutto si tolle; Tal mi fec'io in quella oscura costa: per ciò che mostra non fossero ancor tanto andati, che usciti fossero del luogo oscuro, nel quale destandosi s'era trovato.

Per che, pensando: mostra la cagione per che divenuto era tale, quale è colui il quale disvuole ciò che volle, e dice che, pensando non fosse il suo andare pericoloso, consumò, cioè finì, la 'mpresa, che fatta avea di seguir Virgilio; Che fu nel cominciar cotanto tosta, cioè sùbita in quanto senza troppo pensare aveva risposto a Virgilio, come nel canto precedente apare, pregandolo che il menasse.

43-48

[L. VIII]

[43-45] «S'io ho ben la tua parola intesa». In questa quarta parte del presente canto dimostra l'autore qual fosse la risposta fattagli da Virgilio, nella qual discrive come e da cui e perchè e donde Virgilio fosse mosso a dover venire allo scampo suo. Dice adunque: Rispuose, a me, del magnanimo quell'ombra, cioè quell'anima di Virgilio, il quale cognomina «magnanimo», e meritamente, per ciò che, sì come Aristotile nel IIII della sua Etica dimostra, colui è da dire «magnanimo», il quale si fa degno d'imprendere e d'adoperare le gran cose. La qual cosa maravigliosamente bene fece Virgilio in quello essercizio, il quale alla sua facultà s'aparteneva: per ciò che, primeramente, con lungo studio e con vigilanza si fece degno di dover potere sicuramente ogni alta materia imprendere, per dovere d'essa in sublime stilo trattare; e, fattosene col bene adoperare degno, non dubitò d'imprenderla e di proseguirla e recarla a perfezione. E ciò fu di cantare d'Enea e delle sue magnifiche opere in onore di Ottaviano Cesare: le quali in sì fatto e sì eccelso stilo ne discrisse, che nè prima era stato, nè fu poi alcun latino poeta che v'aggiugnesse.

S'io ho ben la tua parola intesa, cioè il tuo ragionare, il quale veramente aveva bene inteso, <rispuose del magnanimo quell'ombra>, L'anima tua è da viltate offesa: cioè occupata da tiepideza e da pusillanimità, la quale non che le maggiori cose, ma eziandio quelle che a colui, nel quale ella si pone, si convengono, non ardisce d'imprendere. [46-48] La qual, viltà, molte fiate l'omo ingombra, cioè impedisce, E onorata impresa, poi fatta, l'arivolve, della sua misera e tiepida oppinione;

Come, ingombra, falso veder, parendo una cosa per un'altra vedere: il che avviene per ricevere troppo tosto nella virtù fantastica alcuna forma, nella imaginativa subitamente venuta; bestia quand'ombra, cioè adombra, e, temendo, non vuole più avanti andare. E vuolsi questa lettera così ordinare:«la quale molte fiate ingombra l'uomo, come falso vedere fa bestia, quand'ombra, e onorata impresa l'arivolve».

49-51

Poi seguita: Da questa tema, la quale tu hai di venire là dove detto t'ho, acciò che tu ti solve, cioè sciolghi, sì che ella non ti tenga più impedito, Dirotti perch'io venni e, dirotti, quel ch'io intesi, Nel primo punto che di te mi dolve, cioè che io ebbi compassione di te.

52-54

Io era tra color che son sospesi: in quanto non sono demersi nella profondità dello 'nferno nè nella profonda miseria de' supplìci più gravi, come sono molti altri dannati; nè sono non che in gloria, ma in alcuna speranza di minor pena, che quella la quale sostengono. Poi segue Virgilio: ed essendo quivi, E donna mi chiamò beata e bella; dove, per mostrare più degna colei che il chiamò, le pone tre epiteti. Prima, dice che era «donna», il qual titolo, come che molte, anzi quasi tutte, oggi usino le femine, a molte poche si confà degnamente: e dimostrasi per questo la condizione di costei non esser servile. Dice, oltre a questo, che ella era «bella»; e l'esser bella è singular dono della natura, il quale, quantunque nelle mondane donne sia fragile e poco durabile, nondimeno da tutte è maravigliosamente disiderato; senza che, egli è pure alcun segno di benivole stelle operatesi nella concezione di quella cotale, che questo dono riceve; e quasi non mai sogliono i superiori corpi questo concedere, ch'egli non sia d'alcuna altra grazia acompagnato: per la qual cosa paiono più venerabili quelle persone, che hanno bello aspetto, che gli altri. Appresso, dice che era «beata», nella qual cosa rachiude tutte quelle cose, le quali debbano potere muovere a' suoi comandamenti qualunque persona richesta; però che chi è beato, non è verisimile dovere d'alcuna cosa, se non onestissima, richiedere alcuno, e può chi è beato remunerare; e de'si credere lui essere grato verso chi a' suo' piacer si dispone.

Le quali cose Virgilio sì come avvedutissimo uomo conoscendo, dice: ella era Tal che di comandar i' la richiesi, cioè offersimi, come ella mi chiamò, presto ad ogni suo comandamento. E ben doveva questa donna esser degna di reverenza, quando tanto uomo, quanto Virgilio fu, si proferse a lei.

55-57

Poi segue continuando il suo dire, e ancora più degna la dimostra, dicendo: Lucevan gli occhi suoi più che la stella. De'si qui intendere l'autore volere preporre la luce degli occhi di questa donna alla luce di quella stella ch'è più lucente. E cominciommi a dir, questa donna, soave e piana: nel qual modo di parlare si comprende la qualità dell'animo di colui che favella dovere essere riposata, non mossa da alcuna passione; e, oltre a ciò, in questo disegna l'atto donnesco, il quale in ogni suo movimento dee essere soave e riposato.

Con angelica voce: aggiugne un'altra cosa, mirabilmente oportuna nelle donne, d'aver la voce piacevole, nè più sonora nè meno, che alla gravità donnesca si richiede; e queste così fatte voci fra noi sono chiamate «angeliche». E, oltre a questo, l'attribuisce Virgilio questa voce in testimonio della beatitudine di lei, per ciò che estimar dobbiamo alcuna cosa deforme non potere essere in alcun beato; in sua favella, cioè in fiorentino volgare, non ostante che Virgilio fosse mantovano.

Ed in ciò n'ammaestra alcuno non dovere la sua original favella lasciare per alcun'altra, dove necessità a ciò nol costrignesse. La qual cosa fu tanto all'animo de' Romani, che essi, dove che s'andassero, o ambasciadori o in altri offici, mai in altro idioma che romano non parlavano; e già ordinarono che alcuno, di che che nazion si fosse, in Senato non parlasse altra lingua che la romana. Per la qual cosa assai nazioni mandaron già de' lor giovani ad imprendere quello linguaggio, acciò che intendesser quello e in quello sapessero e proporre e rispondere.

Ma potrebbe qui muoversi un dubbio e dirsi: «Come sai tu che questa donna parlasse fiorentino?». A che si può rispondere aparire in più luoghi, in questo volume, Beatrice essere stata una gentildonna fiorentina, la quale l'autore onestamente amò molto tempo; e per questo comprendere e dire lei in fiorentino volgare aver parlato. E per ciò che questa è la primera volta che di questa donna nel presente libro si fa menzione, non pare indegna cosa alquanto manifestare di cui l'autore in alcune parti della presente opera intenda, nominando lei; con ciò sia cosa che non sempre di lei allegoricamente favelli.

Fu adunque questa donna, secondo la relazione di fededegna persona, la quale la conobbe e fu per consanguinità strettissima a lei, figliuola di un valente uomo chiamato Folco Portinari, antico cittadino di Firenze; e come che l'autore sempre la nomini Beatrice dal suo primitivo, ella fu chiamata Bice, ed egli aconciamente il testimonia nel Paradiso, là dove dice:

Ma quella reverenza che s'indonna
di tutto me, pur per ‘be’ e per ‘ice’.

E fu di costumi e d'onestà laudevole quanto donna esser debba e possa, e di belleza e di leggiadria assai ornata, e fu moglie d'un cavaliere de' Bardi, chiamato messer Simone; nel ventiquatresimo anno della sua età passò di questa vita, negli anni di Cristo MCCLXXXX. Fu questa donna maravigliosamente amata dall'autore; nè cominciò questo amore nella loro provetta età, ma nella loro fanciulleza, per ciò che, essendo ella d'età d'otto anni e l'autore di nove, sì come egli medesimo testimonia nel principio della sua Vita Nuova, prima piacque agli occhi suoi; ed in questo amore con maravigliosa onestà perseverò mentre ella visse.

E molte cose in rima per amore ed in onor di lei già compuose; e, secondo che egli nella fine della sua Vita Nuova scrive, esso in onor di lei a comporre la presente opera si dispose, e, come apare e qui e in altre parti, assai maravigliosamente l'onora.

58-60

O anima. Qui cominciano le parole, le quali Virgilio dice essergli state dette da questa donna, nelle quali la donna, con tre commendazioni di Virgilio, si sforza di farlosi benivolo ed ubidiente, dicendo primeramente: cortese, il che in qualunque, quantunque eccellente, uomo è onorevole titolo e da disiderare, per ciò che in ciascuno nostro atto è laudevole cosa l'esser cortese; quantunque molti vogliano che ad altro non si referisca l'esser cortese, se non al donare il suo ad altrui;

mantovana, il che la donna dice per mostrare che ella il conosca, e a lui voglia dire e dica, e non ad un altro; La cui fama nel mondo ancora dura, cioè persevera: e questa è la seconda cosa, per la quale la donna si vuol fare benivolo Virgilio, mostrandogli lui essere famoso.

La qual cosa, quantunque ad ogni uomo, il quale ha sentimento, molto piaccia, sopra a tutti gli altri piacque a' Gentili, li quali, non avendo alcuna notizia della beatitudine celestiale, la quale Idio concede a coloro li quali adoperano bene, quelli cotanti li quali virtuosamente adoperavano, a fine d'acquistar fama il facevano, e quella vedersi avere acquistata con somma letizia ascoltavano.

È la Fama un romore generale d'alcuna cosa, la quale sia stata operata, o si creda essere stata, da alcuno sì come noi sentiamo e ragioniamo delle magnifiche opere di Scipione Africano, della laudevole povertà di Fabrizio e della fornicazione di Didone e di simiglianti; la quale finge Virgilio nel IIII del suo Eneida essere stata figliuola della Terra e sorella di Ceo e d'Anchelado, e lei la Terra, commossa dall'ira degl'idii, aver partorita.

Della qual si raconta una cotal favola, che, con ciò fosse cosa che, per disiderio d'ottenere il regno d'Olimpo, fosse nata guerra tra i Titani, uomini giganti, figliuoli della Terra, e Giove, si divenne in questo, che tutti i figliuoli della Terra, li quali inimicavan Giove, furon dal detto Giove e dagli altri idii occisi: per lo qual dolore la Terra commossa e disiderosa di vendetta, con ciò fosse cosa che a lei non fossero arme contro a così possenti nemici, acciò che con quelle forze, le quali essa potesse, alcun male contro agl'idii facesse, constretto il ventre suo, ne mandò fuori la Fama, racontatrice delle scellerate operazioni degl'idii.

La forma della quale Virgilio nel preallegato libro discrive, e dice: Fama, malum quo non aliud velocius ullum etc., seguendo che ella vive per movimento e andando acquista forze e nella prima tema è piccola, ma poi se medesima lieva in alto e quindi va su per lo suolo della terra e il suo capo nasconde tra' nuvoli; e ch'ella è in su i piè velocissima e ha alie molto ratte ed è un mostro orribile e grande; e quante penne ha nel corpo suo, tanti occhi n'ha sotto che sempre veghiano e tante lingue e tante bocche le quali continuamente parlano, e tanti orecchi li quali sempre tiene levati; e vola la notte per lo mezzo del cielo e per l'ombra della terra, stridendo, senza dormire mai; e 'l dì siede raguardatrice sopra le sommità delle case e spaventa le città grandi: tenace così de' composti mali, come raportatrice del vero.

Ma, se io, avendo la sua origine e la forma e gli effetti secondo le fizioni poetiche discritte, non aprissi quello che essi sotto questa crosta sentano, potrei forse meritamente essere ripreso. Dico adunque che gl'idii, per l'ira de' quali la Terra si commosse e turbò, è da intendere intorno ad alcuna cosa l'operazioni delle stelle, le quali gli antichi, erronei, chiamavano «idii», avendo riguardo alla loro eternità e alla loro integrità, che alcuna corruzione non ricevea.

Le quali stelle e corpi superiori senza alcun dubbio, per la potenza loro attribuita dal creatore di quelle, adoperano in noi secondo le disposizioni delle cose riceventi le loro impressioni; e da questo avviene che il fanciullo, o vogliam dire il giovane, per loro opera è aumentato, con ciò sia cosa che colui che 'nvecchia sia diminuito; e con ciò sia cosa che mai si scostino dalla ragione dell'ottimo e perfetto governatore, alcuna volta fanno cose, le quali dal repentino e falso giudicio de' mortali pare che abbino, sì come adirati, fatte, come quando per loro opera muore un giusto re, un felice imperadore, un caro e oportuno uomo al ben comune, un savissimo uomo o un nobile ed egregio cavaliere: e per questo, cioè per lo fare venir meno i solenni uomini pare che come adirati contro a loro faccino.

Dissono li poeti gl'idii essere adirati, avendo uccisi coloro li quali si doveano perpetuare. Ma che di questo seguita? che la Terra se ne commuove, cioè l'animoso uomo, per ciò che tutti siamo di terra e in terra torniamo, e sforzasi d'adoperare quello di che nasca nome e fama di lui, la quale sia vendicatrice della sua futura morte; acciò che, quando quello avverrà che i corpi superiori facciano venire al suo fine il suo mortal corpo, viva di lui per li suoi meriti, eziandio non volendo i corpi superiori, il nome suo e la fama delle sue operazioni, non altrimenti che se esso vivo fosse.

E in quanto dice questa nella prima tema essere piccola, non ce ne inganniamo, per ciò che, quantunque grandi sieno le opere delle quali ella nasce, nondimeno paiono da un temore degli uditori cominciare a spandersi. Poi, in quanto dice Virgilio essa elevarsi ne' venti, niuna altra cosa vuol dire, se non essa divenire in più ampio favellìo delle genti; o vogliam, per quel, sentire essa mescolarsi ne' ragionamenti delle genti mezzane; e, in quanto poi discende nel suolo della terra, intende il poeta lei mescolarsi nel vulgo; e così, quando mette il capo ne' nuvoli, dobbiamo intendere lei dovere mescolarsi ne' ragionamenti de' prencipi e degli uomini sublimi.

E l'avere l'alie e' piè veloci assai manifestamente dimostra il suo presto trascorso d'una parte in un'altra; e per gli occhi, li quali le discrive molti, sente agli occhi della Fama ogni cosa pervenire, e così agli orecchi; e lei non tacere mai, dove che ella si favelli, o in publico o in occulto, o in un luogo o in un altro; lei non dormir mai e volar la notte per lo mezzo del cielo o per l'ombra della terra, non credo altro intendere si debbia se non il suo continuo andamento di questo in quello, e, per li suoi raportamenti vari e molti, metter temore ne' popoli, e per conseguente fare guardar le terre e alle porti e sopra le torri fare stare le guardie e gli speculatori.

E, per ciò che essa non cura di distinguere il vero dal falso, è contenta di raportare ciò che ella ode. Ma in quanto dicono costei dalla Terra essere generata per dovere i peccati e le disoneste cose degl'idii racontare, per alcun'altra cosa non credo esser stato fitto, se non per dimostrare le vendette degli uomini men possenti, li quali, non potendo altro fare a' grandi uomini, s'ingegnano, parlando mal di loro, di farli venire in infamia e per conseguente in disgrazia delle genti.

Figliuola della Terra è detta, per ciò che dell'opere sole, che sopra la terra si fanno, s'ingenera la fama. E che essa non abbia padre credo avvenire da questo: per lo non sapersi donde il più delle volte nasca il principio del ragionare di quello che poi fama diventa; il che se si sapesse, direbbe l'uomo quel cotale essere il padre della fama.

Dunque mostra in questo la donna di conoscere da quali cose si doveva far benivolo Virgilio; e poi suggiugne la terza, dicendo: E durerà, questa tua fama, mentre il mondo lontana, ponendo qui il presente tempo per lo futuro, in quanto dice «lontana» per «lontanerà», cioè si prolungherà: e questo per la consonanza della rima si concede. Ed è questa terza cosa quella che più piace a coloro li quali fama acquistano, che essa dopo la lor morte duri lunghissimo tempo, estimando che, quanto più dura, più certo testimonio renda della virtù di colui che guadagnata l'ha. Ed in questo la donna gli compiace, in quanto gli dice quello che gli è grato ad udire; e, oltre a ciò, dicendo quella dovere essere perpetua, mostra di credere lui essere stato per sua grandissima vertù degno d'eterna fama.

Ma, per ciò che qui di questa fama si fa menzione, e ancora in più parti nel processo se ne farà, e di sopra abbiamo scritta la sua origine, estimo sia commendabile il mostrare, anzi che più procediamo, che differenza sia tra onore e laude e fama e gloria, acciò che, dove nelle cose seguenti menzione se ne farà, s'intenda in che differenti sieno; e questo dico, per ciò che già alcuni indifferentemente posero l'un nome per l'altro, de' quali forse furono di quelli che non sapevano la differenza.

Dico adunque che «onore» è quello il quale ad alcuno in presenza si fa, o meritato o non meritato che l'abbia, come che il meritato sia vero onore e l'altro non così: sì come a Scipione Africano, il quale, avendo magnificamente per la republica contro a Cartagine adoperato, tornando a Roma, gli fu preparato il carro triumfale e fattigli tutti quegli onori che al triumfo aspettavano, che eran molti. E questo era vero e debito onore, che per vertù di colui che il riceveva s'acquistava.

A dimostrazione della qual cosa è da sapere che, Marco Marcello nel quinto suo consolato, secondo che dice Valerio, avendo vinto primieramente Clastidio e poi Seragusa in Cicilia, e botato in questa guerra un tempio alla Virtù e all'Onore, fu per lo collegio dei pontefici iudicato a due deità non potersi un tempio solo farsi, per ciò che, se alcuna cosa miracolosa in quello avvenisse, non si saprebbe a quale delle due deità ordinare i sacrifici debiti e le supplicazioni: e perciò fu ordinato che a ciascuna delle due deità si facesse un tempio. Li quali furono fatti congiunti insieme in questa guisa, che nel tempio fatto in reverenza dell'Onore non si poteva entrare, se per lo tempio della Virtù non s'andasse. E questo fu fatto a dare ad intendere che onore non si poteva acquistare se non per operazione di virtù. E, oltre a questo, fatto onore ad alcuni, li quali per loro merito nol ricevono, ma per alcuna dignità loro conceduta, o per la memoria de' lor passati o forse per la loro età: questi sono, andando, messi innanzi, posti nelle prime sedie e in simili maniere onorati.

Le «laude», come l'onore si fa in presenza al colui che meritato l'ha, così si dicono, lui essendo assente; per ciò che, se, lui presente, si dicessero, non laude ma lusinghe parrebbono. La «gloria» è quella che delle ben fatte cose da' grandi e valenti uomini, essendo lor vivi, si cantano e si dicono, e l'essere con ammirazione dalla moltitudine riguardati e mostrati e reveriti, come fu già Giunio Bruto, avendo cacciato Tarquino re e liberata Roma dalla sua superbia, e Gaio Mario, avendo vinto Giugurta e sconfitti i Cimbri e' Teutoni. «Fama» è quello ragionare che lontano si fa delle magnifiche opere d'alcun valente uomo e che dopo la sua vita persevera nelle scritture di coloro li quali in nota messe l'hanno, spandendosi per lo mondo e molti secoli continuando; come ancora e udiamo e leggiamo tutto il dì di Pompeo Magno, di Giulio Cesare dettatore, d'Alessandro, re di Macedonia, e di simiglianti.

Ma da tornare è alla intralasciata materia. E dico che,avendo questa donna cattata la benivolenza di Vergilio,gli comincia a dichiarare il suo disiderio, dicendo: L'amico mio, cioè Dante, il quale lei, mentre ella visse, come detto è, assai tempo e onestamente avea amata; e però, sì come l'autore nel Purgatorio dice:

........amore,
acceso da virtù, sempre altro accese
sol che la fiamma sua paresse fore,

61-63

mostra dovere elli essere stato onestamente amato da lei; dal quale onesto amore è di necessità essere stata generata onesta e laudevole amistà, la quale esser vera non può nè durabile, se da vertù causata non è. E così mostra che fosse questa, in quanto la donna, di lui parlando, il chiama «suo amico». E qui non senza cagione, lassato stare il propio nome, il chiama la donna «amico»: la quale è per dimostrare, per la virtù di così fatto nome, l' autore le sia molto all'animo, e per mostrare, in ciò, che ella non vegna a porgere i prieghi suoi per uomo strano o poco conosciuto da lei.

E aggiugne: e non della ventura, cioè della fortuna, perciò che infortunato uomo fu l'autore; e questo aggiugne ella per mettere compassione di lui in Virgilio, il quale intende di richiedere che l'aiuti, per ciò che degl'infelici si suole aver compassione. Nella diserta piaggia, della quale di sopra è più volte fatta menzione, è impedito, dalle tre bestie, delle quali di sopra dicemmo, , cioè tanto, nel cammin, che volto è, a ritornarsi nella oscurità della valle, per paura, di quelle bestie.

64-69

[64-66] E temo che non sia già sì smarrito, Ch'io mi sia tardi al soccorso, di lui, levata, Per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito, da Lucia. E pone la donna queste parole per avacciare l'andata di Virgilio; [67-69] e, appresso, ancora il sollicita, dicendo: Or muovi, e con la tua parola ornata: commendalo qui d'eloquenzia, la quale ha grandissime forze nel persuadere quello che il parlatore crede oportuno. E con ciò c'<ha> mestiere al suo campare L'aiuta, da quelle bestie che lo 'mpediscono, , cioè in tal maniera ch'i' ne sia consolata.

70-72

E, dette queste parole, manifesta il nome suo, dicendo: Io son Beatrice che ti faccio andare. E, detto il suo nome, gli dice ond'ella viene, per mandarlo in questo servigio, acciò che Virgilio conosca molto calernele; per ciò che senza gran cagione non è il partirsi alcuno de' luoghi graziosi e dilettevoli e andare in quegli ne' quali non è altra cosa che dolore e miseria. E dice: Vegno del luogo, cioè di paradiso, ove tornar disio. E quinci gli apre la cagione che di paradiso l'ha fatta discendere in inferno, dicendo: Amor. Grandi sono le forze dell'amore: «Aque multe non potuerunt extinguere charitatem»; mi mosse, là onde io era, ed egli è quegli che mi fa parlare e pregarti.

73-78

Appresso a questo, acciò che Virgilio non sia tardo all'andare, come persona che guiderdone non aspetti della fatica, si dimostra verso lui dovere essere grata, dicendo: Quando sarò dinanzi al signor mio, cioè a Dio, Di te mi loderò sovente a lui: e così non una volta, ma molte nella multiplicazione delle quali si dimostrerà esserle stato gratissimo il servigio da lui ricevuto. E quantunque questo guiderdone, il quale ella promette, alcuna cosa non monti alla salute di Virgilio, pur si dee credere piacergli; e questo è per ciò che, s'egli gli è a grado che la fama di lui tra gli uomini favelli, quanto maggiormente si dee credere essergli caro che una così fatta donna nel cospetto di Dio il commendi e lodisi di lui?

Tacquesi allora, detto questo, e poi cominciai io, a dire, e supple: dissi: O donna di vertù, sola per cui, cioè per cui sola, L'umana spezie: è l'umana generazione spezie di questo genere che noi diciamo «animali»; eccede, cioè trapassa di vertù, e, oltre a ciò, in tanto che essi divengono atti a cognoscere e cognoscono Idio, il quale alcuno altro animale non cognosce; ogni contento, cioè ogni cosa contenuta, Dal cielo, c'ha minor li cerchi sui, il quale è quel della luna, che, per ciò che più che alcuno altro è vicino alla terra, è di necessità minore che alcuno degli altri; e perciò ha i suoi cerchi, cioè le sue circunvoluzioni, minori, infra' quali gli elementi ed ogni cosa elementata si contiene; e ancora i demòni e le anime de' dannati. Le quali cose tutte, per l'anima razionale e libera, trapassa l'uomo d'eccellenza.

79-81

Tanto m'agrada 'l tuo comandamento. Qui si dimostra Virgilio assai graziosamente disposto al comandamento della donna, mostrando che egli non solamente disidera d'ubidirla prestamente, ma dice: Che l'ubidir, al comandamento, se già fosse, in atto, m'è tardi. E però segue: Più non t'è uopo aprirmi il tuo talento; quasi dica: «Assai hai detto, ed io son presto».

82-84

Ma nondimeno le muove un dubbio, dicendo: Ma dimmi la cagion chè non ti guardi Dello scender qua giù in questo centro, pieno di scurità e di pene eterne: e chiamasi «centro» quel punto, il quale fa quella parte del sesto, il quale noi fermiamo quando alcun cerchio facciamo: e però chiama «centro» il corpo della terra, per ciò che, avendo riguardo alla grandissima largeza della circunferenza del cielo e alla piccola quantità del corpo della terra posta nel mezzo de' cieli, qui si può dire centro del cielo. Dell'ampio loco, cioè del cielo, ove tornar tu ardi, cioè ardentemente disideri.

85-90

[85-87] Al quale Beatrice dice così: Da poi che vuo'saper cotanto a dentro, cioè sì profonda ed occulta cosa; Dirolti brievemente, mi rispose, Perch'io non temo di venir qua entro, in questo carcere cieco. [88-90] Temer si dee sol di quelle cose C'hanno potenza di far altrui male. Sì come Aristotile nel III dell'Etica vuole, il non temer le cose che posson nuocere, come sono i tuoni, gl'incendi e' diluvi dell'acque, le ruine degli edifici e simili a queste, è atto di bestiale e di temerario uomo; e così temere quelle che nuocere non possono, come sarebbe che l'uomo temesse una lepre o il volato d'una quaglia o le corna d'una lumaca, è atto di vilissimo uomo, timido e rimesso. Le quali due estremità questa donna tocca discretamente, dicendo esser da temere le cose che possono nuocere. E l'altre no, cioè quelle che non son poderose, a nuocere e che non debbon metter paura nell'uomo, il quale debitamente si può dir forte.

91-93

E quinci dimostra sè essere di que' cotali forti, dicendo: Io son da Dio, sua mercè, quasi dica: «non per mio merito»; fatta tale, cioè beata: alla quale cosa alcuna noiosa, quantunque sia grande, non puote offendere; Che la vostra miseria, cioè di voi dannati, non mi tange, cioè non mi tocca, quantunque io venga qua entro; Nè fiamma d'esto incendio, il quale è qui. E per questa parola nota quegli del limbo essere in foco, quantunque nel IIII canto l'autore dica quegli, che nel limbo sono, non avere altra pena che di sospiri; non m'assale, cioè non mi s'apressa.

94-96

«Donna è nel cielo». Vuole qui mostrare Beatrice non di suo propio movimento mandare Virgilio al soccorso dell'autore, ma con divina disposizione, per ciò che in cielo alcuna cosa non si fa che dall'ordine della divina mente non muova; e per ciò vuol mostrare che Donna è nel cielo , che si compiange, cioè si ramarica. Nè è questo da credere, che in cielo sia, o possa essere, alcuno ramarichio, ma conviene a noi da' nostri atti prendere il modo del parlare dimostrativo, a fare intendere gli effetti spirituali; e per ciò che l'effetto, il quale seguì del venire Beatrice a Virgilio, venne da una clemenzia divina, quasi mossa, come le nostre si muovono, per alcuno ramarichio, e però dice Beatrice quella donna compiangersi, cioè mostrare una affezione dello 'mpedimento dell'autore, come qui tra noi mostra chi ha compassione d'alcuno.

Di questo impedimento, ov'io ti mando, cioè alla salute dell'autore, Sì che duro, cioè stabile e fermo, giudicio, cioè disposizione di Dio, là su, cioè in cielo, frange, cioè s'apre; e dimostra come le marine onde, cacciate talvolta dallo impeto d'alcun vento, che vengono insino alla terra chiuse, e quivi frangendo s'aprono: e così sta chiusa ed occulta la divina disposizione, infino a tanto che di manifestarla bisogni.

97-99

Lucia chiese costei, cioè questa donna chiese Lucia, in suo domando, cioè nel suo priego. Il senso di questa lettera, quantunque alquanto di sopra aperto n'abbia, non si può qui mostrare essere litterale, e però è da riserbare quando si tratterà l'allegorico. E disse, questa donna: ora ha bisogno il tuo fedele Di te; per ciò che è in grandissima tribulazione, per la paura la quale ha delle tre bestie che il suo cammino impediscono; ed io a te lo racomando: volendo dire, poichè suo fedele era, che ella nel suo scampo s'adoperasse.

100-108

[100-102] Lucia, nimica di ciascun crudele, Si mosse, udito questo, e venne al loco dov' io era, Che mi sedea con l'antica Rachele. Rachele fu figliuola di Labàn, fratello di Rebecca, moglie d'Isàc, e fu moglie di Iacòb: la quale storia alquanto più distesamente si raconterà appresso nel IIII canto di questo libro. [103- 105] Disse: Beatrice, loda, cioè laudatrice, di Dio vera; quasi voglia per questo intendere essere vere, e non lusinghevoli nè fittizie, le parole con le quali Beatrice loda Idio.

Chè non soccorri quei che t'amò tanto, avanti che impedito fosse in quella valle tenebrosa, Ch'uscì per te della volgare schiera?, cioè che, per piacerti, lasciati i riti del vulgo, si diede a costumi e a operazioni laudevoli. [106- 108] Non odi tu la pieta, cioè l'afflizione, del suo pianto?, il quale egli fa nella diserta piaggia. Non vedi tu la morte che 'l combatte, cioè la crudeltà di quelle bestie, le quali con la paura di sè il combattono e conduconlo alla morte; Su la fiumana. Qui chiama «fiumana» quello orribile luogo, nel quale l'autore era da quelle bestie combattuto, quasi quelli medesimi pericoli e quelle paure induca la fiumana, cioè lo impeto del fiume crescente, il quale è di tanta forza, che dir si può: <ove>, sopra la quale, 'l mar non ha vanto?, cioè non si può il mare vantare d'essere più impetuoso o più pericoloso di quella.

109-111

Al mndo non fur mai persone ratte, cioè sollicite, A far lor pro, loro utilità, ed a fuggir lor danno, Com'io, sollicitamente, dopo cotai parole fatte, Venni qua giù, in inferno, del mio beato scanno, cioè dal luogo mio, là dove io in paradiso sedea, Fidandomi del tuo parlare onesto. Qui ancora Beatrice onora Virgilio, dicendo il suo parlare essere onesto, il che di certi altri poeti non si può dire; Che onora te, Virgilio; e non solamente te, ma quegli ancora che udito l'hanno, e servato nella mente; per ciò che l'avere udito senza averlo servato, e poi ad essecuzione in alcuno laudevole atto non messo, non può avere onorato l'autore. E mostra ancora, in queste poche parole precedenti, l'ardente sua affezione verso l'autore, acciò per quello faccia ancora più pronto Virgilio al soccorso dell'autore.

115-120

Poscia che m'ebbe, cioè Beatrice, ragionato questo, che detto t'ho, Gli occhi lucenti lagrimosi volse, per avventura verso il cielo, dove è qui da intendere che, detta la sua intenzione a Virgilio, si ritornò. E in questo lagrimare ancora più d'affezione si dimostra, dimostrandosi ancora uno atto d'amante, e massimamente di donna, le quali, com'hanno pregato d'alcuna cosa la quale disiderino, incontanente lagrimano, mostrando in quello il disiderio suo essere ardentissimo.

Per la qual cosa dice Virgilio: Per che mi fece del venir più presto; E venni a te, nella piaggia diserta, dove tu ruvinavi, là dove il sol tace, così come ella volse, quasi voglia dire: «chè altrimenti non sarei venuto»; Dinanzi a quella fiera, cioè a quella lupa ferocissima, ti levai, Che del bel monte, sovra 'l quale tu vedesti i raggi del sole, il corto andar ti tolse: per ciò che, se davanti parata non ti si fosse, in brieve spazio saresti potuto sopra 'l monte essere andato; dove, per lo suo impedimento, a volervi su pervenire, ti convien fare molto più lungo cammino.

121-126

[121-123] Dunque, che è?, cioè qual cagion è; perchè, perchè ristai?, di seguirmi: e reitera la interrogativa, per pugnere più l'animo dell'uditore; Perchè, cioè per qual cagione, tanta viltà, quanta tu medesimo nelle tue parole dimostri, nel cuor t'allette?, cioè chiami colla falsa estimazione, la qual fai delle cose esteriori; Perchè ardire e francheza non hai?; [124-126] e massimamente: Poi che tali tre donne benedette, quali di sopra detto t'ho, cioè quella donna gentile e Lucia e Beatrice, Curan di te, cioè hanno sollicitudine di te e procuran la tua salute, nella corte del cielo, nella quale subsidio non è mai negato ad alcuno che umilemente l'adomandi; e, oltre a ciò, il mio parlar, al quale tu dovresti dare piena fede, se tanto amore hai portato e porti alle mie opere, come davanti dicesti: «Vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore» etc.; tanto ben ti promette?, cioè di conducerti salvamente in parte, della qual tu potrai, se tu vorrai, salire alla gloria eterna.

127-138

[127-129] «Quali i fioretti». Qui dissi cominciava la quinta parte di questo canto, nella quale l'autore per una comparazione dimostra il perduto ardire essergli ritornato e il primo proponimento. Dice adunque così: Quali i fioretti, li quali nascono per li prati, dal notturno gelo Chinati e chiusi; per ciò che, partendosi il sole, ogni pianta naturalmente ristrigne il vigor suo; ma parsi questo più in una che in un'altra, e massimamente ne' fiori, li quali per tema del freddo, tutti, come il sole comincia a declinare, si richiudono; po' che 'l sol gli 'mbianca, con la luce sua, venendo sopra la terra. E dice «imbianca», per questo vocabolo volendo essi diventare parventi, come paiono le cose bianche e chiare, dove l'oscurità della notte gli teneva, quasi neri fossero, occulti; Si drizan tutti, per ciò che, avendo il gambo loro sottile e debole, gli fa il freddo notturno chinare, ma, come il sole punto gli riscalda, tutti si dirizano, aperti in loro stelo, cioè sopra il gambo loro. [130- 132] Tal mi fec'io, qual i fioretti, di mia virtute stanca, per la viltà che m'era nel cuor venuta; E tanto buono ardire al cor mi corse, per li conforti di Virgilio, Ch'io cominciai, a dire, come persona franca, forte e disposta ad ogni affanno: [133- 135] O pietosa colei, cioè Beatrice, che mi soccorse, col sollicitarti e mandarti a me; E tu, fosti, cortese, ch'ubidisti tosto Alle vere parole che ti porse!, per ciò che, dove venuto non fossi, io era veramente per perire. [136-138] Tu m'hai con disiderio il cor disposto Sì al venir con le parole tue, cioè co' tuoi utili conforti e vere dimostrazioni, Ch'i' son tornato nel primo proposto, cioè di seguirti.

139-142

Or va', ch'un sol volere è d'amendue. Non si potrebbe in altra guisa bene andare, se non fosser la guida e 'l guidato in un volere. Tu duca, quanto è nell'andare, tu signore, quanto è alla preeminenza e al comandare, e tu maestro, quanto è al dimostrare; per ciò che uficio del maestro è il dimostrare la dottrina e il solvere i dubbi.

Così gli dissi: e, poi che mosso fue. Qui comincia la sesta ed ultima parte di questo canto, nella quale l'autore mostra come da capo riprese il cammino con Virgilio. Intrai, con Virgilio, per lo cammino alto, cioè profondo, e silvestro, per ciò che in quello nè albergo nè abitazione alcuna si trovava.

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

1-6

«Lo giorno se n'andava» etc. È stato dimostrato dalla ragione, nella fine del precedente canto, al peccatore qual via tener gli convegna per dover salire alla beata vita e partirsi della miseria della tenebrosa valle. Per la qual dimostrazione, essendosi esso messo dietro alla ragione in cammino, per continuarsi alle predette cose discrive l'autore nel principio di questo secondo canto l'ora nella quale in questo cammino entrarono, la qual dice essere stata nel principio della notte.

Sono adunque intorno alla allegoria del presente canto principalmente da considerare tre cose: delle quali è la primiera qual ragione possa essere per la quale esso di notte cominci il suo cammino; appresso, è da vedere donde potesse nascere la viltà, la qual dimostra nel dubbio il quale muove a Virgilio; ultimamente, è da vedere qual cagione movesse Virgilio, e per che, del limbo a venire nel suo aiuto: per ciò che, veduto questo, assai chiaramente si vedrà per qual cagione da lui si rimovesse la viltà sua.

È adunque intenzione dell'autore di dimostrare nella prima parte, che dissi essere da considerare, che, quantunque l'uomo peccatore, tocco dalla grazia operante di Dio, abbia tanto di conoscimento ricevuto ch'egli s'avvegga essere stato nelle tenebre della ignoranza e per quello in pericolo di pervenire in morte eterna, e disideri di ritornare alla via della verità e d'acquistare salute, e per questo messo si sia dietro alla guida della ragione, in lui da lungo sonno stata desta, non esser perciò incontanente tornato nello stato della grazia, se altro non s'adopera.

E perciò, acciò che in quella tornar si possa, si vuole insiememente pregare Idio col Salmista, dicendo: «Domine, deduc me in iustitiam tuam: propter inimicos meos dirige in cospectu meo viam tuam»; e, oltre a questo, fare alcune altre cose, secondo la dimostrazione della ragione. E queste sono, come altra volta ho detto, il conoscere pienamente i difetti della vita passata e di quegli pentersi e dolersi e, appresso, nelle braccia rimettersene della Chiesa e al vicario di Dio confessarsene, disposto a satisfare. E, questo fatto, potrà veramente credere sè essere nello stato della grazia di Dio tornato e le sue buone opere essere accettevoli e piacevoli nel cospetto suo e valevoli alla sua salute. Ma, infino a tanto che in questa grazia non è il peccatore ritornato, non può andare per la via della luce, ma va per le tenebre notturne.

E perciò, per dovere tosto a quella grazia pervenire, dee il peccatore ingegnarsi di fare ogni atto meritorio, far limosine, l'opere della misericordia, usare alla chiesa, digiunare, orare e simili cose adoperare, per ciò che, quantunque senza lo stato della grazia a salute non vagliano, sono nondimeno preparatorie a doverci più prontamente e più prestamente menare a meritare e ad avere la divina grazia. E perciò, quantunque ad averla l'autore si disponga, per ciò che ancora non l'ha, ne dimostra il principio del suo cammino cominciarsi di notte.

Seguita di vedere, essendo l'autore già entrato dietro alla ragione in cammino, donde potesse nascere in esso la viltà d'animo, la qual dimostra nel dubbio il quale seco medesimo muove alla ragione: nel quale assai manifestamente mostra lui ancora nello stato della grazia non esser tornato, e per questo aver avuto in lui forza il sospettare de' consigli della ragione. Per la qual cosa in molti avviene che, in se medesimi racolti, contro alle dimostrazioni della ragione disputano; e di questo, considerata la nostra fragilità, non ci dobbiamo noi per avventura molto maravigliare.

E la ragione può esser questa: assai manifesta cosa è, eziandio in ciascun constante uomo, nel mutamento d'uno stato ad un altro alquanto gli uomini vacillare e stare in pendente s'è il migliore, o non è, dello stato, nel quale si truova, trapassare ad un altro o pure in quel dimorarsi. E non è alcun dubbio che, stando l'uomo in pendente, che ogni piccola sospinta il può molto muovere e farlo più nell'una parte che nell'altra pendere. Avviene adunque che quegli, li quali, come detto è, seco talvolta racolti sono, quantunque vere conoscano le dimostrazioni della ragione e santi i suoi consigli, nondimeno, d'altra parte ascoltando le lusinghe della blanda carne, i conforti del mondo, le persuasioni del diavolo, a poco a poco cacciando della mente loro il fervor preso del bene adoperare, non fermato ancora da alcun forte proponimento, intiepidiscono e divengon vili e timidi, avvisando, per li conforti de' suoi nimici, sè non dovere poter bastare a quello che il bene adoperare e lo stato della penitenza richiede.

43-45

Per la qual viltà, se da solenne aiuto cacciata non è, assai leggiermente miseri volgiamo i passi e nella nostra morte ci ritorniamo. La qual cosa all'autore avvenia, se le pronte e vere dimostrazioni della ragione non l'avesser ritenuto e confortato a seguitar la 'mpresa.

Ultimamente, dissi che era da vedere qual cagione movesse Virgilio, e per che, del limbo a venire in aiuto dell'autore. Alla qual dimostrazione tiene questo ordine l'autore: e' pare essere assai manifesto che ciascheduno, il quale, dalla grazia operante di Dio tocco, si desta e vede la miseria nella quale le sue colpe l'hanno condutto e, cacciate le tenebre della ignoranza, conosce in quanto mortal pericolo posto sia, che egli, dopo alcuna paura, disideri fuggire il pericolo e ricorrere alla sua salute: il che, non che l'uomo, ma eziandio ogni altro animale naturalmente procura.

E questo assai bene aparisce l'autore aver cominciato a fare nel principio della presente opera: in questo, desto, e conosciuto il suo malvagio stato, ha cominciato a fuggire il pericolo e mostra di disiderare di pervenire alla salute; e ora in questa parte ne mostra quale dee essere quella che ciascuno, il quale questo disidera, dee, sì come più presta e più al suo bisogno oportuna, fare: e ciò mostra dovere essere l'orazione; per ciò che non si può così prestamente ricorrere all'altre cose necessarie alla salute come a quella; e, come che ancora questo si potesse, non pare che ben si proceda, se questa non va avanti.

Alla quale eziandio la natura c'induce, sì come noi per esperienza veggiamo, per ciò che, incontanente che alcuna cosa sinistra veggiamo contro a noi muoversi, subitamente preghiamo per lo divino aiuto. La qual cosa per avventura vuol mostrar d'aver fatta l'autore in quella parte del primo canto, dove dice: «Levai il viso e vidi le sue spalle»; per ciò che atto è di coloro, li quali adorano, levare il viso al cielo, acciò che in quell'atto parte della loro affezione dimostrino. E a questo, che noi oriamo e preghiamo ne' nostri bisogni, ne sollicita Gesù Cristo nell'Evangelio, dove dice:

«Pulsate et aperietur vobis; petite et dabitur vobis».

È il vero che l'orazione almeno queste due cose vuole avere annesse, fede e umiltà; per ciò che chi non ha fede in colui il quale egli priega, cioè ch'egli possa fare quello che gli è domandato, non pare orare, anzi tentare e schernire.

La qual fede quanto fervente e ferma fosse, aparve nella femina cananea, la quale, ancora che non fosse del popolo di Dio, nondimeno tanta fede ebbe in Gesù Cristo che istantissimamente il pregò che liberasse la figliuola dal dimonio che la 'nfestava; e, non essendole da Cristo alcuna cosa risposto, la 'ntera fede la fece ferma e constante di perseverare nel pregare incominciato. Alla quale avendo Cristo risposto che non si volea prendere il pane dei figliuoli e darlo a' cani, non lasciando per questa repulsa e sospignendola la sua fede, continuò nel pregare; e avendo affermato quello, che Cristo avea detto, esser vero, disse: – Signor mio, e i cani che si allievano nella casa mangiano delle miche che caggiono della mensa del signor loro; – volendo per questo dire: «Io cognosco che io non sono del popol tuo, il quale tu tieni per figliuolo, e perciò non debbo il pane de' tuoi figliuoli avere; ma io sono uno de' cani allevato in casa tua; non mi negare quello che a' cani si concede, cioè delle miche che caggiono della mensa tua».

La cui ferma fede conoscendo Cristo, non le volle, quantunque de' suoi figliuoli non fosse, negare la grazia adomandata; ma, rivolto a lei, disse: – Femina, grande è la fede tua: va', e così sia fatto come tu hai creduto. – E quella ora fu dal dimonio liberata la figliuola di lei.

Vuole adunque l'orazione farsi con fede e ancora, sì come voi vedete, con istanzia; per ciò che Cristo vuole alcuna volta essere isforzato, non perchè la liberalità sua sia minore, o men volentieri faccia le adomandate grazie, ma per fare la nostra perseveranza maggiore,e acciò che più caramente riceviamo quello che con istanzia impetriamo.

Vuole ancora l'orazione esser umile, per ciò che alcuna nobiltà di sangue nè abondanza di sustanzie temporali nè magnificenzia d'imperiale o di reale eccellenza la potrebbe di terra levare uno attimo. L'umiltà sola è quella che la 'mpenna e falla infino sopra le stelle volare e quella conduce agli orecchi del Signor del cielo e della terra.

Gran forze son quelle dell'umiltà nel cospetto di Dio: e come che assai in ciascuna cosa, che l'uom vorrà riguardare, apaia, nondimeno mirabilmente il dimostrò nella sua incarnazione; per ciò che non real sangue, non età, non belleza, non simplicità, ma sola umiltà riguardò in quella Vergine, nella quale Egli, di cielo in terra discendendo, incarnò e prese la nostra umanità; sì come essa medesima Vergine testimonia nel suo cantico, quando dice: «Respexit humilitatem ancille sue»; per che da questa parola degnamente essa medesima segue: «Deposuit potentes de sede et exaltavit humiles». Fece adunque il nostro autore fedele ed umile orazione a Dio per la salute sua: la quale, sì come esso medesimo scrive, salì in cielo nel cospetto di Dio guidata dall'umiltà; per ciò che, come vedere abbiam potuto nel precedente canto, l'autore non solamente avea cacciata da sè la superbia, ma avea paura di lei e fuggivala.

E come dobbiamo noi credere la pietosa e divota orazione, guidata dall'umiltà, essere ricevuta in cielo? Certo, non altrimenti che ricevuto fosse il figliuolo prodigo dal pietoso padre, del quale il santo Evangelio ne dimostra: fece il pietoso padre uccidere il vitello sagginato, fece parare il convito, fece chiamare gli amici e con loro si rallegrò e fece festa di avere racquistato il suo figliuolo, il quale gli pareva aver perduto. Così si dee credere l'onnipotente Padre aver fatto in cielo, sentendo per la divota orazione colui alla via della verità ritornare, il quale del tutto partito se n'era e ogni sua grazia avea dispersa e gittata via. Che festa ancora dobbiam credere averne fatta gli angeli di vita eterna? La letizia de' quali è maggiore sopra un peccatore che torni a penitenzia che sopra novantanove giusti.

Posta dunque l'orazione nel cospetto di Dio, quivi dolendosi del malvagio stato di colui che la manda, priega; appresso, e quello di che ella priega scrive l'autore, dicendo che ella chiede in sua dimanda Lucia e, come suo fedele, e che ha di lei bisogno, a lei il racomanda. E così dovemo intendere quella donna gentile essere la santa orazione fatta dal peccatore, e in questa parte dovemo intendere per Lucia la divina clemenza, la divina misericordia, la divina benignità, la qual veramente è nimica di ciascun crudele, per ciò che in alcun crudele nè pietà nè misericordia si truova giammai.

Apare adunque per questo che l'orazione dell'autore adomandasse misericordia, per la qual sola noi possiamo, avendo peccato, nella grazia di Dio ritornare; per ciò che egli è tanta la indegnità e la iniquità del peccare e adoperare contro a' comandamenti di Dio che, se la sua misericordia non fosse, alcun nostro merito mai ci potrebbe nel suo amore ritornare.

Quinci, per le cose che seguitano, apare il nostro Signore aver prestate benignamente le orecchi della sua divinità a' prieghi fatti dall'umile orazione, in quanto dice l'autore che Lucia, cioè la divina misericordia, chiamò Beatrice, cioè se medesima dispose a mettere in atto il priego ricevuto: il che apare in quanto Beatrice, che quivi la grazia salvificante, o vogliam dire beatificante, s'intende, alla salute del pregante si dispose; il che dallo intrinseco della divina mente procedette.

Grande è per certo, come dice san Gregorio, la virtù della orazione, la quale, fatta in terra, adopera in cielo: il che qui manifestamente apare, sì come al peccatore è dimostrato, per ciò che la forza della sua orazione ha rotto e anullato il duro giudicio di Dio, nel quale esso Idio vuole che il peccatore sia punito; e l'umile orazione ha tanto potuto che, rotto questo giudicio, al peccatore, in luogo della pena, è conceduta misericordia; e non solamente misericordia, ma ancora preparatagli e mostratagli la via da pervenire a salvazione.

52-54

Che adunque avviene? che, per lo desiderio della salute sua, la divina bontà fa che per la grazia salvificante si muove Virgilio del limbo, il quale qui si prende per la ragione, per la quale noi siamo detti «animali razionali», o vogliam dire per la grazia cooperante, o vogliam dire l'una e l'altra insieme: con ciò sia cosa che alcuno più atto luogo in noi io non cognosca, dove la grazia cooperante mandatane da Dio si debba più tosto ricevere, che nella sedia della ragione, con ciò sia cosa che essa, dopo la grazia operante ben ricevuta, ogni bene in noi disponga e ordini e con noi insieme adoperi.

E, a dichiarare come Virgilio del limbo sia mosso, è da sapere, come già dicemmo, esser due mondi: l'uno si chiama il maggiore e l'altro il minore, sì come ne mostra Bernardo Silvestre in due suoi libri, de' quali il primo è intitolato Megacosmo da due nomi greci, cioè da «mega», che in latino viene a dire «maggiore», e da «cosmos», che in latino viene a dire «mondo»; e il secondo è chiamato Microcosmo, da «micros», greco, che in latino viene a dire «minore», e «cosmos», che vuol dire «mondo». E ne' detti libri ne dimostra il detto Bernardo il maggior mondo esser questo il quale noi abitiamo e che noi generalmente chiamiamo «mondo», e il minor mondo esser l'uomo, nel quale vogliono gli antichi, sottilmente investigando, trovarsi o tutti o quasi tutti gli accidenti che nel maggior mondo sono. Ed è del maggior mondo quella parte chiamata «limbo», la quale non ha sopra di sè altra cosa che il cerchio della circunferenza della terra, o la estrema superfice della terra, che noi vogliam dire.

E, quantunque l'autore, secondo la sentenzia litterale, mostri Virgilio essere nel limbo del maggior mondo, non è da intendere che quindi fosse mossa la ragione da Beatrice, ma fu mossa del limbo del mondo minore, cioè della più eminente parte dell'uomo, la quale è il celebro, sopra il quale nulla altra cosa è del nostro corpo, se non il craneo e la cotenna, per ciò che in quello fu da Dio locata la ragione.

E questo per ciò che ad essa è stata commessa la guardia di tutto il corpo nostro e, oltre a ciò, il dominio a dovere regolare i movimenti della nostra sensualità, sì come ad ottima distinguitrice delle cose nocive dall'utili.

E convenevole cosa è che colui, al quale è commessa la guardia d'alcuna cosa, che egli stea nella più sublime parte di quella, acciò che esso possa vedere e discernere di lontano ogni cosa emergente, e a quelle cose, che fossero avverse alla cosa la qual guarda, opporsi e trovar rimedio per lo quale da sè le dilunghi: la qual cosa ne' sensati uomini ottimamente fa la ragione, posta nella superiore parte di noi.

Oltre a questo, come il savio re pone il suo real solio in quella parte del suo regno, nella qual conosce esser di maggior bisogno la sua presenza, acciò che per quella si tolgan via le sedizioni e i movimenti inimichevoli, fu di bisogno la ragione esser posta nel cerebro, per ciò che quivi è più di pericolo che in tutto il rimanente del nostro corpo. E la ragione è per ciò che nella nostra testa sono gli occhi, gli orecchi, la bocca e tutti gli altri sensi del corpo, li quali con ogni istanzia nimicano il regno della ragione. E perciò, se loro vicina non fosse, potrebbon muovere cose assai dannose, dove dalla ragione sono oppresse e diminuite le forze loro. E questa sedia della ragione essere nel nostro celebro, e perchè quivi, ottimamente sotto maravigliosa fizione dimostra Virgilio nel primo dell'Eneida, dove dice: Eoliam venit: hic vasto rex Eolus in antro, e, appresso a questo, in più altri versi.

E adunque nel limbo, cioè nella superior parte di questo minor mondo, la ragione e quindi la muove la grazia salvificante in soccorso del peccatore. Il quale movimento non si dee altro intendere se non un rilevarla dallo infimo e depresso stato nel quale lungamente tenuta l'aveano l'appetito concupiscibile e irascibile; e, lei sotto i piedi delle loro scellerate operazioni tenendo, aveano occupata la sedia sua, e questo per tanto tempo, che essa, non potendo il suo officio essercitare, era, tacendo, divenuta fioca, cioè nell'esser fioca dimostrava la lungheza della sua servitudine: e, così rilevatala, in essa pone la grazia cooperante e parala dinanzi allo smarrito intelletto del peccatore.

E di questo non è alcun dubbio che noi, quante volte ci raveggiamo delle nostre disoneste operazioni, tante per divina grazia ricominciamo ad essere uomini, li quali non siamo quanto nella ignoranza dei peccati dimoriamo: anzi, avendo la ragione perduta, siamo divenuti quegli animali bruti, a' quali, come altra volta è detto, sono i nostri difetti conformi. Il che se altra dottrina non ci mostrasse, spesse volte ne 'l mostrano le poetiche fizioni, quando ne dicono alcuno uomo essersi transformato in lupo, alcuno in leone, alcuno in asino o in alcun'altra forma bestiale.

E come la ragione dalla grazia salvificante è nella sua real sedia rimessa, fatta donna e consultrice e aiutatrice del peccatore, il toglie co' suoi ammaestramenti dinanzi a' vizi, li quali gli hanno tolta la corta salita al monte, cioè al luogo della sua salute. E «corta» dice, per ciò che agli uomini, li quali in istato d'inocenzia vivono, è il salire a questo monte leggierissimo, sì come il Salmista ne mostra, là dove dice: «Quis ascendet in montem Domini aut quis stabit in loco sancto eius?»; e, rispondendo alla domanda, quello n'afferma che io dico, dicendo: «Inocens manibus et mundo corde, qui non accepit in vanum animam suam, nec iuravit in dolo proximo suo»; ma a coloro diventa molto lunga, li quali ne' peccati miseramente vivono.

E, oltre a questo, riprende e morde la viltà dell'animo di quegli, li quali, tirati dalle mollizie del mondo, del divino aiuto mostran di disperarsi, mostrando loro come, per loro umile orazione, la misericordia di Dio e la grazia salvificante procurin per loro nel cospetto di Dio; mostrando ancora come sicuramente ad ogni affanno mettere si possano, avendo sè, cioè la grazia cooperante, con loro e in loro aiuto e consiglio.

Maraviglierannosi per avventura alcuni, e diranno: «A che era di bisogno che la grazia salvificante movesse o rilevasse la ragione nell'autore?». Alla qual domanda è la risposta prontissima. Vuole così la ragion delle cose, che negli atti morali, sì come questo è, noi non possiamo alcuna cosa bene adoperare nè con ordine debito, se noi primieramente non cognosciamo il fine al qual noi dobbiamo adoperare, per ciò che la notizia di quello ha a causare i nostri primi atti e di quindi ad ordinare quegli che appresso a' primi e subseguentemente deono seguire.

Come comporrà il cirugico il suo unguento o il fisico la sua medicina, se prima il cirugico non vede il malore e il fisico l'omore da purgare? Come darà il nocchiere la vela del suo legno a' venti, se esso primieramente non avrà conosciuto e disposto in qual contrada esso voglia pervenire? Come farà l'architetto fondare uno edificio, o preparar la materia da edificarlo, se egli primieramente non sa che spezie d'edificio debba esser quello che far si dee? con ciò sia cosa che altra forma e altro maestero voglia un tempio che un palagio reale, e altra forma il palagio che una casa cittadinesca.

È adunque di necessità primieramente cognoscere il fine, che noi pognamo alcuno nostro atto in opera: e perciò, se ben guarderemo, se il disiderio del peccatore è di salvarsi, esser la grazia salvificante causativa di quelle nostre operazioni, le quali a salute ci possan perducere.

E di queste nostre operazioni conviene che sia dimostratrice e ordinatrice la ragione: e però la ragione è la prima cosa causata dalla grazia salvificante, la quale l'autor mostra in persona di Beatrice venire a muover Virgilio. E questo scendere non si dee intendere essere stato attuale; ma semplicemente la volontà di Dio, provocata dall'umile orazione del peccatore a misericordia, è causativa di questo rilevamento della ragione, in quanto in essa sta il concedere la grazia salvificante.

Adunque, avicinandosi alla conclusione, dico l'autore, per le riprensioni della ragione – in lui ritornata e per gli ammonimenti di lei, avere la viltà, presa da' malvagi conforti de' nostri nemici, posta giù e cacciata da sè; riprende, per lo sano consiglio della ragione, il vigore e la forza smarrita e nel primo suo buono proponimento si ritorna e, ad ogni fatica per acquistar salute disposto, con la ragione insieme riprende il cammino. E questa si può dire essere interamente l'esposizione allegorica del presente canto.

Nè sia alcuno sì poco savio che creda queste cose, quantunque mostrino nel discriversi aver certe interposizioni di tempo, non doversi poter fare senza la dimostrata interposizione: per ciò che egli è possibile di muovere la divinità e d'aver veduto ciò, che l'autore dee nello 'nferno vedere, e di pervenire alla porta di purgatorio e ancora di salire in cielo quasi in un momento, pure che la contrizione sia grande e il fervore della carità ferventissimo e intero, come di molti abbiam già letto essere stato.

III

ESPOSIZIONE LITTERALE

1-3

[L. VIIII]

«Per me si va nella città dolente» etc. In questo canto ne raconta l'autore come alla porta dello 'nferno pervenissero e come dentro ad essa fosse da Virgilio menato e quivi vedesse i cattivi miseramente afflitti e ultimamente pervenissero al fiume d'Acheronte. E dividesi questo canto in due parti: nella prima mostra come alla prima porta dello 'nferno pervenisse e dentro a quella fosse da Virgilio menato; nella seconda parte discrive quello che dentro dalla porta udisse e vedesse. E comincia quivi: «Quivi sospiri, pianti».

Adunque nella prima parte, continuandosi a quello che nella fine del precedente canto ha detto, cioè come con Virgilio entrasse in cammino, dice dove pervenne, cioè alla prima porta della entrata d'inferno; sopra la quale, dice, vide scritto: Per me, cioè per entro me, si va nella città dolente, cioè nella città di Dite, dolente in perpetuo per li dannati spiriti li quali dentro vi sono; della qual città, per ciò che pienamente se ne scriverà in questo libro appresso, nel canto VIII, qui non curo di dirne alcuna cosa; Per me si va nell'eterno dolore, al quale dannati sono coloro li quali muoiono nell'ira di Dio; Per me si va tra la perduta gente. Dice «perduta», per ciò che alcuna potenza di bene adoperare non è in loro: e questi cotali meritamente si posson dir perduti.

4-6

Giustizia mosse, a farmi: e la giustizia che 'l mosse fu la superbia del Lucifero, la quale meritò eterno supplicio, il quale Idio volle tanto da sè dilungare quanto più si potea, e perciò nel centro della terra gittatolo, quivi la sua prigione fece e volle quella finalmente esser prigione di tutti quegli li quali contro alla sua deità operassero; il mio alto Fattore, cioè Idio; Fecemi la divina Potestate, cioè Idio Padre, al quale è attribuita ogni potenza; La somma Sapienza, cioè il Figliuolo, il quale è sapienza del Padre; e 'l primo Amore, cioè lo Spirito santo, il quale è perfettissima carità, igualmente moventesi dal Padre e dal Figliuolo. E così apare questa porta essere stata fatta dalla Trinità, a dimostrare che chi offende in alcuna cosa Idio offenda queste tre persone, e perciò da tutte e tre essere quello luogo composto, dove gli offenditori in perpetuo fuoco sono dannati.

7-9

Dinanzi a me, porta, non fur cose create Se non eterne; così mostra questo luogo essere stato prima creato da Dio che fosse creato l'uomo, il quale, quanto è al corpo, non è eterno, e che fosse creato poi che fu creato il cielo e la terra e gli angioli, i quali sono eterni; e, per ciò che, come parte degli angioli peccarono, che peccarono prima che l'uomo fosse fatto, fu, come detto è, di presente creato questo luogo in lor prigione e supplicio; quantunque i santi tengano questo aere tenebroso essere pieno di quegli, come appresso più distesamente alquanto si dirà.

E in quanto l'autore dice qui «eterne», favella di licenzia poetica impropiamente, come assai spesso si fa: per ciò che l'essere eterno a cosa alcuna non s'apartiene se non a quella la quale non ebbe principio nè dee aver fine, e questa è solo Idio; gli angioli e le nostre anime e certe altre creature da Dio imediatamente create, quantunque mai fine aver non debbano, per ciò che ebber principio, non si deono, propiamente parlando, dire «eterne», ma «perpetue»; ed io eterna duro, sì come opera creata da Dio senza alcun mezzo, per ciò che per li dottori si tiene ciò, che imediatamente fu o sarà creato da Dio, è eterno. Lasciate ogni speranza, o voi che 'ntrate, dentro da me, «quia in inferno nulla est redemptio», se ciò di potenzia assoluta Idio non facesse come fece de' santi padri, li quali ne trasse quando, già risucitato da morte, spogliò il limbo.

10-12

Queste parole, di sopra dette, di colore oscuro, conforme alla qualità del luogo nel quale per quella porta s'andava, Vid'io scritte al sommo d'una porta, cioè a quella per la quale in inferno s'entrava; Per ch'io, supple: dissi: maestro, Virgilio; e ben fa qui a chiamarlo «maestro», per ciò che a' maestri si vogliono muovere i dubbi e da loro aspettare le chiarigioni; il senso lor, cioè quello che dir vogliono, m'è duro, cioè malagevole ad intendere.

13-15

E quegli, cioè Virgilio, a me, supple: rispose, come persona accorta, cioè intendente. Qui, cioè in questa entrata, si convien lasciare ogni sospetto, acciò che sicuro si vada. Qui si convien ch'ogni viltà, d'animo, sia morta, cioè cacciata da colui il quale vuole entrare qua dentro. E son queste parole prese dal VI dell'Eneida, dove la Sibilla dice ad Enea: Nunc animis opus, Enea, nunc pectore forti.

16-18

Noi siam venuti al luogo ov'io t'ho detto, cioè allo 'nferno, del quale, vicino al fine del primo canto, gli disse; Che vederai le genti dolorose C'hanno perduto, per li lor peccati, il ben dello 'ntelletto, cioè Idio, il quale è via e verità e vita: e il ben dello 'ntelletto è la verità, per la quale tutti per diverse vie ci fatichiamo, e pochi alla notizia di quella pervengono.

19-21

E poi che la sua mano alla mia pose Con lieto viso, ond'io mi confortai. Qui assai manifestamente n'ammaestra l'autore con che viso noi dobbiamo mettere, chi ne segue, nelle dubbiose cose: e dice che dee esser con lieto, per ciò che dal viso lieto del duca prende conforto e sicurtà chi segue; dove, non vedendolo lieto, coloro che a lui riguardano assai leggiermente impauriscono e diventano vili, come noi leggiamo le legioni romane, da' contrari auspizi e dal viso di Flaminio consolo turbato invilite, da Anibale allato al lago Trasimeno essere state sconfitte. Dice adunque di sè l'autore che, vedendo nella entrata di così dubbioso luogo lieto Virgilio, egli si confortò tutto.

Mi mise dentro alle segrete cose. Segrete sono in quanto agli occhi mortali manifestar non si possono, per ciò che così i tormenti, come i tormentati e i tormentatori ancora tutti, son cose spirituali e invisibili a noi, e quinci segrete; quantunque gli effetti di quelle, secondo che mostrar si possono per iscritture e per ammaestramenti di santi uomini, tutto il dì ci sieno aperti e palesati.

22-24

«Quivi sospiri, pianti ed alti guai». Quivi incomincia la seconda parte del presente canto, nella qual dissi che si discrivea quello che l'autore nella entrata prima dello 'nferno avea veduto e udito. E dividesi questa parte in sette: per ciò che nella prima l'autor pone molti dolorosarmente dolersi; nella seconda gli dichiara Virgilio chi questi sieno che così si dolgono; nella terza discrive l'autore la pena dalla quale questi son tormentati; nella quarta dice l'autore sè aver vedute molte anime correre ad un fiume; nella quinta dice sè essere a questo fiume pervenuto e non averlo voluto passare dall'altra parte un nocchiere, che tutti gli altri in una sua barca passava;

nella sesta gli apre Virgilio perchè Caròn non l'ha voluto passare; nella settima ed ultima mostra l'autore sè per un tremor della terra e poi da un baleno essere stato vinto e caduto. La seconda comincia quivi: «Ed egli a me: questo misero modo»; la terza quivi: «Ed io che riguardai»; la quarta quivi: «E poi ch'a riguardare»; la quinta quivi: «Ed ecco verso noi»; la sesta quivi: «Figliuol mio, disse»; la settima e ultima quivi: «Finito questo».

Dice adunque così: Quivi, cioè nella prima entrata dello 'nferno, sospiri e pianti. «Pianto» è quello che con ramarichevoli voci si fa, quantunque il più i volgari lo 'ntendano ed usino per quel pianto che si fa con lagrime; e alti guai. Questi apartengono ad ogni spezie di dolore e massimamente a quello che con altissime voci e dolorose si dimostra; Risonavan per l'aere senza stelle, cioè oscuro e al cospetto del cielo chiuso, Per ch'io, al cominciar, ne lagrimai. Ecco una delle fatiche dell'animo, la quale predisse nel cominciamento del secondo canto gli s'aparecchiava.

25-30

Diverse lingue, cioè diversi idiomi, per la diversità delle nazioni dell'universo, le quali tutte quivi concorrono; orribili favelle, cioè spaventevoli, come son qui tra noi quelle de' Tedeschi, li quali sempre pare che garrino e gridino, quando più amichevolmente favellano; Parole di dolore, cioè significanti dolore; accenti d'ira. «Accento» è il proferere, il quale facciamo alto o piano, acuto o grave o circunflesso; ma qui dice che erano d'ira, per la quale si sogliono molto più impetuosi fare che, senza ira parlando, non si farieno.

Voci alte, per le punture della doglia, e fioche: suole l'uomo per lo molto gridare affiocare; e suon di man, come soglion far le femine battendosi a palme, con elle, cioè con quelle voci: le quali cose intra sè diverse, non melodia, come soglion fare le voci misurate, ma Facevano un tumulto, cioè una confusione, il qual s'agira; per ciò che il luogo è ritondo e, essendo da quel tumulto l'aere percosso e non avendo alcuna uscita, è di necessità che per lo luogo s'agiri e prenda moto circulare; Sempre in quell'aer senza tempo tinta, cioè mutata per contrarietà di venti o di altro accidente.

Come l'arena quando turbo spira. Dimostra qui l'autore, per una brieve comparazione, il moto di quel tomulto, come di sopra dissi, essere circulare e di quella forma che noi veggiamo talvolta muovere in cerchio la polvere sopra la superfice della terra; e questo massimamente avvenire, quando un vento, il quale si chiama da' suoi effetti «turbo», spira: il quale non pare avere alcuno ordinato movimento, come gli altri hanno, per ciò che non viene da diterminata parte, ma, essendo la essalazion calda e secca, che dalla terra surge in alto, pervenuta alla freddeza d'alcun nuvolo e da quella a parte a parte cacciata, diviene vento, il quale, là dove si genera, prende moto circulare;

e per questo non è universale, anzi è solamente in quella parte dove generato è, in tanto che in una medesima piaza noi il vedremo in una parte di quella e non in un'altra; e per ciò che la essalazione è a parte a parte repulsa dal nuvolo, il veggiam noi per certi intervalli far queste circulazioni sopra la terra. E questo vento, come noi il chiamiamo «turbo», Aristotile il chiama «tifone» nella sua Metaura, dove chi vuole può pienamente vedere di questa materia.

31-33

Ed io ch'avra l'orror, cioè di stupore, la testa cinta, cioè intorniata: e questo dice per lo moto circulare di quel tumulto; Dissi: maestro, che è quel ch'i' odo?, che fa questo tumulto; E che gent'è, questa, che par nel duol sì vinta?, secondo che le loro voci manifestano.

34-36

«Ed egli a me». In questa seconda parte della subdivisione dichiara Virgilio all'autore chi sien costoro de' quali esso dimanda. Ed egli, cioè Virgilio, a me, supple: rispose: questo misero modo, il quale tu odi e del quale tu se' stupefatto, Tengon l'anime triste di coloro Che visser senza infamia, d'alcuna loro malvagia operazione, per ciò che, quantunque buone non fossero, erano intorno a sì bassa e misera materia che di sè non davano alcuna cagion di parlare, e perciò si può dire che senza infamia vivessero; e senza lodo, cioè senza fama, per ciò che, come del loro male adoperare è detto, il simigliante dir si può se alcun bene adoperavano.

Ma da vedere è che gente questa può essere. E, se io estimo bene, questa mi pare quella maniera d'uomini, li quali noi chiamiamo «mentacatti», o vero «dementi»; li quali, ancora che abbiano alcun senso umano, per molta umidità di cerebro hanno sì il vigore del cuore spento che cosa alcuna non ardiscono d'adoperare degna di laude, anzi si stanno freddi e rimessi ed il più del tempo oziosi, quantunque talvolta sospinti sieno dal disiderio di dovere alcuna cosa adoperare; di che quello segue che l'autore ne dice, cioè «che visser senza infamia e senza lodo».

37-39

Mischiate sono, queste misere anime, a quel cattivo coro. «Coro» si dice propriamente un'adunazione d'uomini, li quali in figura di cerchio sieno congiunti insieme; o «coro» è detto quello luogo, nel quale stanno nelle chiese coloro che cantano, il quale ha figura di mezzo cerchio. E qui si potrebbe prendere per ciascuno di questi due significati, per ciò che, considerato il movimento di questi spiriti, il quale è circulare, come appresso si dimosterrà, si può il loro dir «coro»; e se per altro significato il vorrem prendere, quello di costoro potrem dire «coro», cioè loro essere ordinati a modo di coro, ma non a cantare, anzi a piangere miseramente e in eterno.

«Cattivo» il chiama per la similitudine la quale hanno quegli spiriti con queste anime de' cattivi, le quali con loro son mischiate: e in tanto sono loro simili, in quanto non seppero diliberare che farsi nel tempo della rebellione del Lucifero, ma si stettero freddi e timidi, senza diliberare di tenersi con Dio, come doveano, o seguire il Lucifero, come non doveano.

Degli angeli. Questo nome «angelo» è derivato da uno nome greco, cioè «aggelos», il quale in latino viene a dire «nunzio» o «ambasciadore» o «messo»: e per ciò che essi quello officio appo il diavolo fanno, cioè d'esser mandati, che appo Idio fanno i buoni angeli, quel nome antico d'angeli sempre ritenuto s'hanno e ritengono, quantunque sieno divenuti dimoni; e secondo che alcun santo vuole, questo nome non è loro attribuito giammai, se non quanto sono in alcuna commessione loro fatta da Dio; la qual finita, non si chiama più angelo, ma spirito beato; che non furon ribelli, supple: a Dio, Nè fur fedeli a Dio, ma per sè foro: non tenner costoro nè con Dio nè col diavolo.

Ed acciò che qui alcuno per men che bene intendere non errasse, è da sapere non essere state che due maniere di angeli, sì come il Maestro ne dimostra nel secondo delle Sentenzie, e di queste due l'una non peccò e però appresso a Dio si rimase in paradiso: l'altra, che peccò, tutta fu gittata fuori di paradiso e cadde e questo aere tenebroso propinquo alla terra riempiè, e questo affermano i santi esserne pieno; e da questi talvolta muovono le tempeste e le impetuose turbazioni che nell'aere sono e in terra discendono; e da questi dicono noi essere tentati e stimolati e venire quelle illusioni dalle quali i non molto savi son talvolta beffati e scherniti. Concedono nondimeno talvolta di questi dimoni discenderne in inferno ad infestare e tormentare l'anime de' dannati, affermando questi cotali spiriti immondi al dì del giudicio tutti dovere dalla divina potenza essere rachiusi in inferno.

Ora pare qui che all'autor piaccia questi malvagi angeli essere in due spezie divisi: delle quali vuole l'una aver men peccato che l'altra, in quanto mostra questa spezie, che men peccò, vicina alla superfice della terra essere rilegata; e per ciò che la giustizia di Dio secondo <la gravità della colpa> più e meno punisce, non intende costoro al dì del giudicio dover essere da Dio nel profondo inferno rilegati, come saranno gli altri che molto più peccarono.

40-42

E però vuolsi questa lettera, che segue, leggere in questo modo: Caccianli i cieli, da sè; e segue incontanente la ragione per che, cioè per non esser men belli, per ciò che i cieli sono bellissimi; ed intra l'altre loro singulari bellezze, hanno che in essi alcuna macula di colpa non si truova, per ciò che in essi alcuna cosa non si riceve se non purissima, ed essi furono purissimi creati da Dio; per che segue, se essi ricevessero questa spezie di angeli, la quale è viziosa, essi maculerebbono la lor bellezza: e per ciò, acciò che questo non avvenga, essi gli scacciano e dilungangli da loro.

Nè il profondo inferno gli riceve, cioè riceverà: e ponsi qui il presente per lo futuro: per ciò che, altrimenti leggendosi o intendendosi, parrebbero le spezie degli angeli esser tre, la qual cosa sarebbe contro alla catolica verità, e dice «il profondo», a differenza del luogo dove sono in inferno, che veggiamo gli pone nella più alta parte di quello.

E appresso mostra la cagione per che dal profondo inferno ricevuti non sieno, dicendo: Ch'alcuna gloria, cioè piacere, i rei, angeli, li quali manifestissimamente furono ribelli, avrebber d'elli, veggendoli in quel medesimo supplicio che essi saranno.E così apare non essere opera de' ministri infernali che questi angeli non sieno nel profondo inferno, ma della giustizia di Dio, la quale non patisce che di cosa alcuna quegli spiriti maladetti possano avere alleggiamento della pena loro.

43-48

[43-45] Ed io: maestro, supple: dissi, che è tanto greve, cioè qual tormento, <A lor> che lamentar gli fa sì forte?, cioè sì amaramente. Rispose, cioè Virgilio: dicerolti molto breve. [46-48] E dice così: Questi, cattivi, che tu odi così dolersi, non hanno speranza di morte, per ciò che manifesto è loro l'anime essere eterne; E la lor cieca vita, senza alcuna luce di merito, è tanto bassa, cioè tanto depressa, avendo riguardo che in inferno sieno dannati in eterno, e su nel mondo di loro alcuna memoria non sia e quasi sieno come se stati non fossero; Che invidiosi son d'ogni altra sorte, di peccatori, quantunque di gravissimi supplici tormentati sieno: per che chiaro comprender si può costoro essere miserissimi, poichè di ciascuno, quantunque misero, invidiosi sono, con ciò sia cosa che invidia non si soglia portare se non a migliore o a più felice di sè.

49-51

Fama di loro. Che cosa sia fama è mostrato di sopra nella esposizione della lettera del precedente canto; il mondo, cioè il costume de' mondani, il quale è solamente i segnalati uomini far famosi, esser non lassa, per ciò che furono torpenti, miseri e freddi.

Misericordia e giustizia gli sdegna; e questo per ciò che le loro opere non furon tali che impetrar misericordia per quelle sapessero o potessero, per la quale sarebbero stati allevati alla gloria eterna: e furon sì vili e sì dolorose che giustizia gli sdegna, cioè non cura di dovergli tra le più gravi colpe dannare, quantunque in quelle per mentacattaggine forse peccassero; ma, sì come morti senza la grazia di Dio, gli lascia quivi, come gittati da sè, miseramente dolersi, come miseramente vissero. E questa seconda cagione è troppo più ponderosa che la primiera e più gli prieme; e per questa si manifesta loro sentire quanto la lor vita sia vile. E questa è la cagione per che, come l'altre anime de' peccatori, non vanno a passare il fiume di Acheronte, quantunque nondimeno in inferno sieno, là dove sono.

Non ragioniam di lor: quasi voglia dire che il ragionar di così fatta spezie di genti è un perder di tempo; ma guarda, se t'agrada di vedere la lor pena, e, guardando, passa, e lasciagli stare. E questo riguardare gli concede Virgilio non in contentamento dell'autore, ma in dispetto de' riguardati, li quali noia sentono, vedendo la lor miseria essere da alcuno veduta o conosciuta.

52-57

[52-54] Ed io che riguarda', secondo m'avea conceduto Virgilio; e qui discrive la qualità della loro afflizione, per la quale sì amaramente si dolgono; vid'una insegna Che girando, cioè in giro andando, correva, cioè correndo era portata, tanto ratta, cioè sì velocemente, Che d'ogni posa mi pareva indegna. [55- 57] E dietro le venia, a questa insegna, sì lunga tratta, cioè sì gran quantità, Di gente, d'anime state di genti, ch'io non avrei creduto, avanti che io avessi veduto questo, Che morte tanta n'avesse disfatta, cioè uccisa. E dice «disfatta», per ciò che la morte non è altro che la separazione dell'anima dal corpo, la quale per la morte separandosi, resta questa composizione dell'anima e del corpo, le quali insieme fanno l'uomo, essere disfatta; per ciò che, dopo cotale dipartimento, colui, che prima era uomo, non è poi più uomo.

58-60

Poscia ch'io v'ebbi, guardando, alcun riconosciuto, il quale non nomina, per ciò che, se egli il nominasse, qualche fama o infamia gli darebbe: il che sarebbe contro a quello che di sopra ha detto, cioè «Fama di loro il mondo esser non lassa» etc.; Vidi e e conobbi l'ombra di colui Che fece per viltà il gran rifiuto.

Chi costui si fosse non si sa assai certo; ma, per l'operazione la quale dice da lui fatta, estiman molti lui avere voluto dire di colui il quale noi oggi abbiamo per santo e chiamiamlo san Piero del Morrone, il quale senza alcun dubbio fece un grandissimo rifiuto, rifiutando il papato. E dicesi lui a questo rifiuto essere in questa maniera pervenuto, che, essendo egli semplice uomo e di buona vita nelle montagne del Morrone in Abruzo sopra Sermona in atto eremitico, egli fu eletto papa in Perugia, appresso la morte di papa Niccola d'Ascoli; ed essendo il suo nome Piero, fu chiamato Cilestrino.

La cui semplicità considerando, messer Benedetto Gatano cardinale, uomo avvedutissimo e di grande animo e disideroso del papato, astutamente operando, gli incominciò a mostrare che esso in pregiudicio dell'anima sua tenea tanto officio, poichè a ciò sofficiente non si sentia.

Alcuni vogliono dire che esso usò con alcuni suoi segreti servidori che la notte voci s'udivano nella camera del predetto papa, le quali, quasi d'angeli mandati da Dio fossero, dicevano: – Renunzia, Cilestrino! renunzia, Cilestrino! – Dalle quali mosso, ed essendo uomo idiota, ebbe consiglio col predetto messer Benedetto del modo del poter renunziare. Il quale gli disse: Il modo sarà questo, che voi farete una decretale, nella quale si contenga che il papa possa nelle mani de' suoi cardinali renunziare il papato.

Il quale, come a doverla fare il vide disposto, essendo essi in Napoli, segretamente fu col re Carlo secondo, re di Cicilia, a cui stanza il detto papa poco davanti aveva fatti dodici cardinali, e, apertogli l'animo suo, gli promise d'aiutarlo con ogni forza della Chiesa nella guerra sua di Cicilia, dove facesse che, rifiutando Cilestrino il papato, esso facesse che i dodici cardinali, fatti a sua istanza, gli dessero le boci loro nella elezione: la qual cosa il re gli promise.

Laonde esso, con alcuni altri cardinali italiani, sotto certe promessioni, ordinato questo medesimo, adoperò che il papa pronunziò la legge del dover potere rinunziare il papato; e il dì di santa Lucia, essendo stato cinque mesi e alcun dì papa, venuto co' papali ornamenti in concistoro, in presenza de' suoi cardinali puose giù la corona e il papale ammanto e rifiutò il papato. Di che poi seguì, che la vilia di Natale messer Benedetto predetto fu eletto papa e chiamato Bonifazio ottavo.

Il quale ivi a poco tempo, per ciò che vedeva gli animi di molti inchinarsi ad avere nel detto frate Piero, quantunque rinunziato avesse, divozione come in vero papa, fece il predetto frate Piero chiamare dal monte santo Agnolo in Puglia, dove per divozione andato n'era e quindi, secondo che alcuni affermano, era disposto di passarsene in Ischiavonia e quivi in montagne altissime e salvatiche finire in penitenzia i dì suoi; il fece chiamare e fecenelo andare alla rocca di Fummone, e quivi tenerlo mentre visse; ed essendo morto, il fece in una piccola chiesicciuola fuori della rocca senza alcuno onore funebre sepellire in una fossa profondissima, acciò che alcuno non curasse di trarne giammai il corpo suo.

Pare adunque l'autore qui volere lui, per questa viltà d'animo, in questa parte superiore dello 'nferno tra' cattivi esser dannato. Sono per questo alcuni che riprendono l'autore, dicendo lui qui avere errato e detto contro a quello articolo che si canta nel Simbolo, cioè: «Et in unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam», in quanto dice contro a quello che la Chiesa di Dio ha diliberato, cioè questo frate Piero essere santo, ed egli, mostrando di non crederlo, il mette tra' dannati.

Alla quale obiezione è così da rispondere: che, quando l'autore entrò in questo cammino, il quale egli discrive, e nel qual dice aver veduta e conosciuta l'ombra di colui che fece per viltà il gran rifiuto, questo san Piero non era ancora canonizato, per ciò che, sì come aparirà nel XXI canto di questo libro, l'autore entrò in questo cammino nel MCCCI, e questo santo uomo fu canonizato poi molti anni, cioè al tempo di papa Giovanni vigesimosecondo: e però, infino a quel dì che canonizato fu, fu licito a ciascuno di crederne quello che più gli piacesse, sì come è di ciascuna cosa che dalla Chiesa diterminata non sia; e per conseguente l'autore non fece contro al predetto articolo, ma farebbe oggi chi credesse quello esser vero.

Altri voglion dire questo cotale, di cui l'autore senza nominarlo dice che fece il gran rifiuto, essere stato Esaù,figliuolo d'Isàc: il quale, essendo primogenito di Isàc come nel Genesì si legge, per ciò che inanzi a Iacòb, con lui ad un parto nascendo, uscì del ventre della madre, ed aspettando a lui, per questa ragione, la benedizione del padre quando a morte venisse, secondo che a quegli tempi s'usava, tornando un dì da cacciare ed avendo grandissimo desiderio di mangiare, trovò Iacòb, suo fratello, avere inanzi una minestra di lenti, le quali la madre gli avea cotte, e domandogliele. Iacòb rispose che non gliele darebbe, se egli non rifiutasse alle ragioni della sua primogenitura e concedessele a lui. Per la qual cosa Esaù, tirato dallo appetito del mangiare, rifiutò ogni sua ragione e concedettela a Iacòb: e per questo voglion dire l'autore intender d'Esaù, e lui vuol dire aver fatto il gran rifiuto. La qual cosa nè la nego nè l'affermo: so io bene, secondo che nel Genesì si legge, Esaù fu reo e malizioso e fattivo uomo, e non fu semplice nè mentacatto e fu grande e potente uomo e padre di molte nazioni.

61-63

Incontanente: come veduto ebbi e riconosciuto costui, intesi, dalla sua viltà, e certo fui Che questa, che così correva dietro a quella insegna, era la setta de' cattivi, A Dio spiacenti ed a' nimici sui, cioè a' demòni; quasi voglia dire: «come a Domenedio piace l'uomo, il quale s'essercita sempre in bene adoperare, quia non sufficit abstinere a malo, nisi faciat quis quod bonum est, così dispiacciono a' demòni coloro che son pigri, oziosi e tardi e non si essercitano in male adoperare».

64-69

[64-66] Questi sciagurati. Questo vocabolo è disceso dall'antico costume de' gentili, li quali nelle più lor cose seguivano gli augùri, cioè quelle significazioni che dal volato e dal garrito degli uccelli, qual buona e qual malvagia, secondo le dimostrazioni di quella facultà scioccamente prendevano; laonde quelli che malo augurio avevano, erano chiamati «sciagurati», il qual vocabolo oggi appo noi suona «sventurati»; che mai, cioè in alcun tempo, non fur vivi, quanto è ad operazioni spettanti ad uomini, li quali si dican vivere.

Erano ignudi: questo medesimo si può dire di tutti i dannati, li quali non solamente son privati di vestimenti, ma di consolazione e di riposo; e stimolati molto, trafitti, Da mosconi e da vespe, ch'eran ivi, cioè in quel luogo. [67-69] Elle, cioè i mosconi e le vespe, rigavan lor di sangue, il quale delle trafitture usciva, il volto. Chiamasi la faccia dell'uomo «volto», in quanto per quella il più delle volte si discerne quello che l'uom vuole: e così si diriverà da «volo- vis», che sta per «volere». Che mischiato di lagrime a' lor piedi Da fastidiosi vermi era ricolto, questo sangue mescolato con le lagrime de' miseri cattivi.

70-75

«E poi che a riguardare». Qui comincia la quarta parte della subdivisione della seconda parte di questo canto, nella quale, poi che discritta ha la pena de' cattivi, dice sè aver vedute molte anime tutte correre a un fiume. E poi, che, veduta la miseria de' cattivi, che a riguardare oltre mi diedi, cioè più avanti: il general costume degli uomini pone, li quali, con ciò sia cosa che tutti siam vaghi di veder cose nuove, sempre oltre alle vedute sospigniamo gli occhi; Vidi gente alla riva d'un gran fiume, Per ch'io dissi: maestro, a Virgilio, or mi concedi Ch'io sappia quali e' sono, quegli che io veggio, e qual costume Le fa di trapassar, il fiume, parer sì pronte, cioè volonterose, Com'io discerno per lo fioco lume, cioè per lo non chiaro lume; per ciò che, sì come l'esser fioco impedisce la chiarità della voce, così le tenebre impediscono la chiarità della luce.

76-78

Ed egli, cioè Virgilio, a me, supple: rispose: le cose, delle quali tu domandi, ti fien conte, cioè manifeste, Quando noi fermerem li nostri passi, là pervenuti, Su la trista riviera d'Acheronte. Secondo che scrive Pronapide nel suo Protocosmo, Acheronte è un fiume infernale il quale dice che in una spelunca, la quale è nell'isola di Creti, nacque della prima Cerere, figliuola di Celio; e, vergognandosi di venire in publico, per certe fessure della terra se ne discese in inferno.

Sotto questa fizione è da intendere questo: come altra volta dissi, Titano e i figliuoli combatterono con Saturno e presero lui e la moglie: per la qual cosa Cerere, figliuola di Celio, per ciò che confortato avea Saturno che non rendesse il regno a Titano, temendo di lui, si fuggì in Creti, tanto dolente, quanto più esser potea, di ciò che avvenuto era a Saturno, e quivi si nascose. E poi, sentendo che Giove aveva vinto Titano e liberato Saturno e la moglie di prigione, non altrimenti che la femina dipone il peso del ventre suo partorendo, così Cerere, posto in questo luogo, dove occulta dimorava, ogni dolore giù ed ogni amaritudine, uscì in publico lieta. E da questo dolore posto giù fu data la materia alla fizione: quasi voglia dire il dolore essersi tornato al suo principio, cioè al luogo del dolore in inferno. E questo discrive in forma di fiume, a dimostrare la quantità essere stata grande del dolore.

Ma il nostro autore gli dà, fingendo, altra origine, per ciò che, sì come aparirà nel XIIII canto del presente libro, egli mostra questo fiume e gli altri infernali nascere di gocciole d'acqua che caggiono di fessure, le quali dice essere in una statua di più metalli, dritta nell'isola di Creti: e quivi più appieno se ne tratterà, e di questo e degli altri.

79-81

Allor con gli occhi vergognosi e bassi, Temendo no 'l mio dir gli fosse grave, cioè noioso, Infino al fiume, d'Acheronte, di parlar mi trassi, cioè senza parlare mi condussi.

«Ed ecco verso noi». Questa è la quinta parte della subdivisione del presente canto, nella quale l'autore mostra un dimonio venire verso loro in una nave e passar gli altri e lui non aver voluto passare. Ed è questa parte presa da Virgilio, dove nel VI dell'Eneida scrive:

Portitor has horrendus aquas et flumina servat
terribilis squalore Charon etc.,

82-93

[82-84] per ben ventuno verso. Dice adunque: Ed ecco verso noi venir per nave Un vecchio bianco per antico pelo, il quale per altro sarebbe paruto nero, se gli anni non l'avessero fatto divenir canuto, per ciò che la gente volgare stimano che il diavolo sia nero, per ciò che i dipintori dipingono Domenedio bianco: ma questa è scioccheza a credere, per ciò che lo spirito, essendo cosa incorporea, non può d'alcun colore esser colorato. Gridando: guai a voi, anime prave!, cioè malvage; [85-93] Non isperate mai veder lo cielo: il che vuole che elle intendano in perpetuo quindi non dovere uscire. Io vegno per menarvi all'altra riva, di questo fiume, Nelle tenebre eterne, in caldo e 'n gelo. E tu che se' costì, anima viva, volgendo il suo parlare all'autore, Partiti da cotesti, che son morti; quasi voglia dire: «per ciò che con loro tu non dei nè puoi passare».

Ma, poi ch'e' vide ch'io non mi partiva, per suo comandamento, Disse: per altra via, che per questa, per altri porti Verrai a piaggia, non qui, donde io levo l'altre; per passare, dall'altra parte, Più lieve legno, cioè nave. È «legno» tra' marinai general nome di qualunque spezie di navilio, e massimamente de' grossi, come che qui della sua barca, o per un'altra, lo 'ntenda Carone; convien che ti porti, cioè ti valichi.

94-96

E il duca, cioè Virgilio, a lui: Caròn. Questo Caròn, secondo che Crisippo scrisse, fu figliuolo d'Erebo e della Notte: di questa favola sarà il significato nella esposizione allegorica; ed è posto a questo uficio di passar l'anime dannate dall'una riva all'altra d'Acheronte, come qui apare; non ti crucciare, e incontanente suggiugne la cagione per la quale gli mostra non doversi crucciare, dicendo: Vuolsi così, cioè che costui vivo vada per questo regno de' morti; e dove si vuole?: colà, dove si puote Ciò che si vuole, cioè nella divina mente; per ciò che Idio può ciò che vuole; e più non dimandare, quasi voglia per questo dirgli: non è convenevole che a te si dimostri la cagione della volontà di Dio.

97-99

Quinci, cioè dalle parole da Virgilio dette, fur quete, cioè quetate, senza alcuna cosa più dire, le lanute gote, cioè barbute, Del nocchier della livida palude, cioè di Carone. E chiama ora «palude» quello che di sopra chiama «fiume», e questo fa di licenza poetica, per la quale spessissimamente si pone un nome per un altro, sì veramente che quel cotal nome abbia alcuna convenienza con la cosa nominata, come è qui, che il fiume è acqua e la palude è acqua, e talvolta in alcuna parte corre il fiume sì piano che egli par non men tosto palude che fiume. «Livida» la chiama, a dimostrazione che l'acqua sia torbida e quella torbideza sia nera ed oscura. Che 'ntorno agli occhi avea di fiamme rote, a dimostrare la sua ferocità e il suo furore.

100-102

Ma quelle anime, ch'eran lasse, per dolore, non per lungheza di cammino, e nude, di consiglio e di aiuto; Cangiar colore, mostrando di fuori l'angoscia, la quale dentro sentivano, e dibattero i denti, come coloro fanno li quali la febbre piglia, che inanzi lo 'ncendio di quella triemano e battono i denti. Tosto che 'nteser le parole crude, dette da Caròn di sopra: «Io vegno per menarvi all'altra riva» etc.

103-105

Bestemmiavano Idio. Fa qui l'autore imitare a quelle anime il bestiale costume di molti uomini che, quando attendono o hanno alcuna cosa, la quale loro a grado non sia, disperatamente cominciano a bestemmiare, quasi per quello, non altrimenti che se Dio spaventassono, si debba diminuire o mitigare la fatica, la quale aspettano o la quale hanno; e' lor parenti, cioè i padri e le madri, li quali principio e cagione dierono all'esser loro; L'umana spezie, quasi volessero più tosto essere stati animali bruti, acciò che col corpo si fosse morta l'anima; il luogo, supple: bestemmiavano, dove nacquero; il tempo, nel qual nacquero; e 'l seme, del quale nacquero, Di lor semenza, cioè bestemmiavano il seme di lor semenza, cioè della quale seminati furono, e di lor nascimenti, cioè bestemmiavano il luogo e 'l tempo di lor nascimenti.

106-111

[106-108] Poi si ritrasser tutte quante insieme: quinci apare loro quivi esser venute sparte; Forte piangendo alla riva malvagia, d'Acheronte, Ch'attende ciascun uom che Dio non teme, per ciò che tutti dichinan quivi coloro che, vivendo, non ebbono temor di Dio. [109-111] Caròn dimonio, con occhi di bragia, cioè ardenti e focosi, Loro acennando, tutti gli racoglie, in su la sua nave; batte con remo, cioè con quel bastone col quale mena la sua nave, il quale i marinai chiamano «remo», qualunque, di quelle anime, s'adagia, a sedere o in altra guisa.

112-117

[112-114] Come d'autunno, cioè in quella stagione la quale noi chiamiamo «autunno», da mezzo settembre infino a mezzo dicembre, si levan le foglie L'una appresso dell'altra, cadendo, infin che 'l ramo, sopra il quale erano, Vede alla terra tutte le sue spoglie, cioè i vestimenti, li quali la stagione gli ha fatti cadere da dosso: ed è questa comparazione presa da Virgilio in quella parte del VI libro dell'Eneida, che di sopra dicemmo;

[115-117] Similemente il mal seme d'Adamo, il quale fu il primo nostro padre, e del quale noi siamo tutti seme; ma parte di questo seme è buono, sì come sono i santi uomini e servanti i comandamenti di Dio, e parte n'è malvagio, sì come sono i peccatori, li quali ostinati nelle loro colpe muoiono nell'ira di Dio: e questa è quella parte che si racoglie nella nave di Carone. Gittansi di quel lito, cioè d'in su quella riva, ad una ad una, quelle anime dannate, Per cenni, da Caròn fatti, com'augel per suo richiamo, cioè per lo pasto mostratogli.

118-120

Così, racolte, sen vanno su per l'onda bruna, d'Acheronte, E avanti che sien, queste che pur mo salirono, di là, cioè dall'altra riva, discese, Anco di qua, da quest'altra parte, nuova schiera, cioè quantità d'anime ancora non istatavi, s'aduna. E in questo dimostra l'autore continuamente molti morirne sopra il circuito della terra, de' quali la maggior parte muoiono nell'ira di Dio, «quia multi sunt vocati, pauci vero electi».

121-129

[121-123] «Figliuol mio, disse». In questa sesta parte della subdivisione gli apre Virgilio la cagione per che Caròn non l'ha voluto passare e per che quelle anime son pronte a voler passare il fiume. E dice: Figliuol mio: mostra in questa parola Virgilio paterna affezione all'autore; disse il maestro cortese. Ben dice «maestro», per ciò che, come qui apare, Virgilio gli solve il dubbio della dimanda fattagli da lui di sopra, dove dice: «Maestro, or mi concedi ch'io sappia» etc., e coloro che solvono bene i dubbi meritamente si possono e debbono esser chiamati maestri. «Cortese» il chiama, per ciò che continuo in quello che al suo uficio apartenesse gli fu liberale.

Quegli, uomini, o le loro anime a dir meglio, che muoion nell'ira di Dio, li quali son quegli che senza contrizione, senza confessione, veggendosi nel caso della morte, consistono pertinaci nelle loro nequizie, e così, senza riconciliarsi a Dio de' peccati commessi, si muoiono: e diconsi morire nell'ira di Dio, in quanto la sua grazia racquistar non hanno voluto, seguendo gl'instituti della catolica Chiesa; Tutti convengon, cioè insiememente vegnono, qui, a questo fiume, d'ogni paese, di levante e d'occidente e di ciascuna altra plaga del mondo, [124-126] E pronti sono a trapassar lo rio, cioè il fiume il quale qui chiama «rio», tirato dalla consonanza del verso.

E seguita la ragione per che a questo son pronti: Chè la divina giustizia gli sprona, cioè gli costrigne, Sì che la tema, la quale hanno delle pene eternali, si converte in disio, di andar tosto a quelle. [127- 129] Quinci, cioè per la nave di Carone, non passò mai anima buona, cioè che al cielo dovesse ritornare, come dei tu, che non vieni per rimanere: E però, se Caròn di te si lagna, cioè si duole e non ti vuol passare, Ben puo' saper ormai, che 'l suo dir suona, avendo intesa la cagione del suo ramarichio.

130-132

[L. X]

«Finito questo». Questa è la settima e ultima parte della subdivisione del presente canto, nella quale l'autor mostra sè per un tremore della terra e per un baleno vinto e caduto. Dice adunque: Finito questo, cioè la dichiarazione fattami da Virgilio della pronteza dell'anime a trapassare il fiume, la buia, cioè oscura, campagna. «Campagna» sono luoghi piani e larghi, li quali quivi non si dee credere che sieno; ma usa il vocabolo largamente, autoritate poetica: e de'si intendere per la qualità di quello luogo dove vuole dare ad intendere che era, qual che si fosse, o montuoso o piano; Tremò sì forte.

Ma qui è da vedere che volle dire questo tremare, con ciò sia cosa che l'autore niente ponga senza cagione, e perciò è da sapere l'autore in ogni cosa porre quegli medesimi accidenti avvenire a' dannati, che a coloro che in istato di grazia sono ed in via di penitenzia. E quinci, se noi riguarderem bene, come allo entrare d'ogni cerchio di purgatorio si truova alcuno agnolo il quale lietamente e cantando conforta chi sale in quello, così ad ogni cerchio d'inferno si trova alcun dimonio il quale orribilmente spaventa chi discende in esso. E così come il monte del purgatorio, quando alcuna anima purgata sale al cielo, tutto triema e tutti gli spiriti di quello, sentendo il tremore ed intendendo ciò che significa, da carità mossi, cantano e ringraziano Idio che a sè quella anima beata chiama, così in inferno, come anime di nuovo vi caggiono, come delle trasportate da Caròn feciono, triema tutta la valle d'inferno: per la qual cosa l'anime dannate, che ciò sentono, intendendo venire anime ad acrescere la loro tristizia, tutte oltre al dolore usato si contristano e piangono.

E così l'autore mostra di volere in questa parte sentire, come che non sia cosa nuova, le parti intrinseche e cavernose della terra talvolta tremare per la revoluzione dell'aere che in quelle è rachiuso e che vuole uscir fuori; che dello spavento La mente, cioè il ricordarmene, di sudore ancor mi bagna. Suole talvolta agli uomini subitamente spaventati rifuggire dalle parti esteriori dentro al cuore, sentendolo temere, il sangue: e per questo coloro alli quali questo avviene, rimangono palidi e deboli e quasi insensibili: ed esse parti esteriori, premute dalla passione della paura, mandano per li pori fuori talvolta una acqua fredda, la qual noi diciamo «sudore»; e se tosto le parti predette non recuperassero il sangue e le forze loro, caderebbe l'uomo e parrebbegli venir meno come se egli morisse, e forse, perseverando il sudore, si morrebbe. Ed hannone già alcuni, essendo per paura il sangue rifuggito dentro, perduti o debilitati alcun membro, in guisa che mai poi operare non gli hanno potuti: e dicono i meno savi questi cotali essere stati percossi dal dimonio; e per avventura anche se ne son morti.

135-136

La terra lacrimosa, cioè quella valle d'inferno, o per li molti pianti che in quella si fanno o per l'umidità, la quale è nella concavità della terra generata dal freddo, il quale ha l'essalazioni della terra calde e umide risolute in acqua, la quale, primieramente acostata alla terra fredda, è fatta in forma di lacrime, e così si può dire il ninferno essere lacrimoso, deide, cioè causò vento.

Generansi i venti, secondo che ad Aristotile piace nel II della Metaura, d'essalazioni calde e secche della terra, cacciate e sospinte da sè da' nuvoli freddi o da alcuno freddo che nell'aere sia. Le quali cose come in inferno sieno non so. Estimo che 'l tumultuoso rivolgimento, il quale l'autore vuol mostrare che vi sia, causi alcuno impeto, il quale muova quello aere, e l'aere mosso paia vento.

Che balenò una luce vermiglia. Questi non sono accidenti che la natura soglia producere sotterra; e perciò è verisimile quello movimento dell'aere, il quale ho detto essere stato, e, oltre a questo, quello impeto avere dalle parti inferiori seco recata qualche vampa di fuoco, la quale in forma d'un baleno aparve all'autore. La qual mi vinse ogni mio sentimento; segno è, per questo, avere quella luce grandissimo stupore avere messo nell'autore ed essere stato tanto che quello ne sia seguito che dice, cioè: E caddi, come l'uom cui sonno piglia.

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

«Per me si va nella città dolente» <etc.>. Nel principio del presente canto si continua l'autore alle cose dette nella fine del precedente, là dove disse, per le vere dimostrazioni fattegli dalla ragione, sè avere la viltà dell'animo posta giuso e essersi ritornato nel proponimento primo, e così, dietro alla ragione, essersi rientrato nel cammino da dovere poter pervenire allo stato della grazia, e quindi ad eterna salute, come disiderava; e, camminando, mostra sè alla porta dello 'nferno essere pervenuto.

E sono intorno al senso allegorico di questo canto da considerare tre cose: la prima è quello che l'autore voglia intendere per questa porta; la seconda, come si conformi il supplicio dato a' cattivi con la colpa loro; la terza, quello che l'autore voglia sentire per lo fiume d'Acheronte e per lo nocchiere, e, oltre a ciò, per lo accidente a lui avvenuto. E, queste vedute, assai convenientemente s'avrà il senso allegorico veduto del presente canto.

1-9

Avendo adunque riguardo a parte delle parole scritte sopra la porta, la quale l'autor discrive, e alla ampieza di quella e similemente all'averla senza alcun serrame trovata, possiam comprendere quella essere la via della morte, con ciò sia cosa che il nostro Signore dica nell'Evangelio: «Intrate per angustam portam, quia lata et spatiosa via est que ducit ad perditionem, et multi sunt qui intrant per eam»: e così per questa via il peccato ne mena a dannazione eterna.

Ed è questa via ampia, a farne chiari agevole cosa essere il peccare e quello essere assoluto da ogni stretteza di regola; il che delle virtù non avviene, le quali sono ristrette e limitate dalli loro estremi. L'essere senza alcun serrame ne mostra assai chiaro in ogni ora, in ogni tempo essere a ciascuno, volendo, possibile d'entrare nella via della morte ed andare ad eterna perdizione. Ed ancora si può per l'ampieza di questa porta comprendere essa in tanta largheza distendersi che, in qualunque parte del mondo l'uomo pecca, truovi di questa porta la larga entrata. E fu aperta questa dalla superbia dell'agnolo malvagio, il quale primeramente ardì di levare la fronte contro a Colui che creato l'avea, nè mai poi si richiuse.

Dentro alla quale, entrata l'umana considerazione dietro a' passi della ragione, nel vestibulo della perdizione eterna vede i cattivi e inerti, come nella lettera è dimostrato, correre dietro ad una insegna, agirandosi; e questi essere agramente istimolati da mosconi e da vespe e il sangue di questi dolenti essere ricevuto da putridi vermini. Li quali perciò all'entrata della perduta vita dimostrati ne sono, acciò che da essi prendiamo quanto abominevole colpa sia quella della inerzia, veggendo essa non solamente alla divina giustizia, ma ancora a' diavoli dispiacere. E per questo siamo ammaestrati a guardarci da quella, acciò che in tanta miseria non divegnamo che igualmente a' buoni e a' malvagi siamo odiosi.

16-18

Pare adunque questo vizio consistere in una freddeza d'animo, la quale, occupate non solamente le potenzie intellettive, ma eziandio le sensitive, tiene coloro, ne' quali esso dimora, del tutto oziosi, in tanto che, brievemente, niuna oportunità pare che muover gli possa ad alcuno atto operativo: e per questo non come uomini, ma come bruti animali, anzi come vermini putridi e fastidiosi, menano la vita loro.

Ed in questo pare loro, per quel che comprender si possa, sentire alcun diletto, il quale, per ciò che da viziosa cagione è preso, senza colpa esser non puote. E però, spenta la lor sensual vita e tolta via la graveza del misero corpo consenziente alla viltà dell'animo, avendo quel conoscimento, assoluti, che perduto aveano, legati, dal vermine della conscienza morsi e per quello conoscendo sè niuno onesto segno nella lor misera vita aver seguito, ora senza pro seco dicendo: «Così dovremmo aver fatto!», non tardi nè lenti, ma correndo, seguitano quel segno che seco estimano dovere, vivendo, aver seguito.

64-66

E, per ciò che questo lor vermine non muore, il seguono in giro, a dimostrare che, come nel cerchio non è alcun principio nè fine, così questa lor fatica non debbia giammai avere requie nè riposo. E a questo atto gli sollicita il vermine della conscienza con due stimoli, con mosconi e con vespe, li quali continuamente gli trafiggono. Li quali mosconi e vespe sono da intendere per la memoria di due loro singulari miserie, nelle quali nella loro dolorosa vita presero alcun piacere: le quali furono l'una nel brutto e sporcinoso modo di vivere che tennero, l'altra nell'oziosamente vivere.

E queste si deono intendere, per ciò che' mosconi sono generati di putredine d'acqua e di terra corrotte; e questi intender si deono la rimembranza della loro fastidiosa vita, la quale ora conoscono e dispiace loro e, dispiacendo, senza pro gli affligge e infesta; sì che assai bene dimostrano confarsi in questo la pena con la colpa. Le vespe s'ingenerano delle interiora dell'asino similemente corrotte, e l'asino essere inerte, ozioso e torpente animale assai chiaro si conosce per tutti: e però per le punture delle vespe, amarissime, assai bene si dee comprendere, per quelle, il morso doloroso della rimembranza della loro oziosità, dal quale sono dolorosamente trafitti, come aparir può per lo sangue il quale cade dalle punture.

67-69

Il loro sangue essere da puzolenti vermini racolto ha a ramemorare a questi dolenti che il sangue generato della digestione de' cibi, li quali usarono vivendo, non nutricò e sostenne in vita corpi umani, anzi putridi e sozi vermini: per le quali cose assai bene pare si conformi colla colpa la pena di costoro. E questo basti de' cattivi aver detto.

76-78

Resta a vedere la terza parte, cioè quello che l'autore per lo fiume e per lo nocchiere e per lo caso, che a lui adivenne, voglia sentire. E, secondo che io possa comprendere, la sua intenzione è di mostrare come in inferno, oltre al fiume d'Acheronte, si discenda: e questo mostra convenirsi fare passando il fiume, il quale in due maniere trapassarsi qui, sotto assai artificiosa fizione, discrive. Delle quali dice esser la prima per la nave di Caròn, nella quale, come detto è, esso trapassa l'anime di quegli che in peccato mortale morti sono.

E però, avanti che della seconda maniera tocchiamo, è da vedere quello che l'autore senta per questo fiume, che per lo nocchiere, che per la nave e che per lo remo, col quale dice che batte qualunque s'adagia. Vuole adunque per questo fiume l'autore disegnare la vita presente, la quale ottimamente dir si può simile ad un fiume: per ciò che, sì come il fiume corre continuo, sempre declinando, senza mai in su ritornare, così la nostra vita dal dì del nostro nascimento sempre e con velocissimo corso declina verso la morte, senza mai indietro rivolgersi. Il che ci è, oltre alla continua esperienza, per la divina Scrittura mostrato, nella quale leggiamo:

«Omnes morimur, et quasi aqua labimur que numquam revertitur».

Sono, oltre a ciò, i fiumi, quando per abondanza d'acque e quando per forza di venti, tempestosi. Il che similemente della nostra vita adiviene: per ciò che alcuna volta adiviene, per troppa mondana felicità, che noi gonfiamo e divegnamo superbi, e non ricapiendo in noi, e non essendo a' nostri termini contenti, essondiamo; e, come i fiumi in danno de' campi vicini talvolta traboccano, così noi in danno del prossimo e di noi medesimi trabocchiamo; e similemente siamo da diversi impeti della fortuna fieramente afflitti e infestati negli animi nostri. E come il fiume volge grandissime pietre nel suo fondo, così noi nel secreto del nostro petto continuamente rivolgiamo gravissime e noiose sollicitudini; e nè altrimenti che' fiumi con le loro circunvoluzioni talvolta trangugian le navi e' navicanti, così noi tranghiottisce la circunvoluzione de' peccati e della bocca infernale.

E, acciò che io faccia fine alle comparazioni, come i fiumi molte afflizioni porgono, così la nostra vita è piena di tribolazioni infinite: per la qual cosa per quel medesimo nome chiamar la possiamo che questo fiume si chiama, il quale è Acheronte, che tanto suona in latino quanto «cosa senza allegreza»: la quale per certo è del tutto rimossa dalla presente vita, veggendo non essere alcuno, quantunque vecchio, che con verità possa dire sè avere avuto giammai un dì intero senza mille angosce più cocenti che 'l fuoco.

82-84

E sopra questo fiume è una nave, nella quale dall'una riva all'altra sono l'anime trasportate. È manifesta cosa di legni leggieri comporsi le navi e quelle, senza molta acqua prendere, sopra essa dimorare; per la qual mi pare si possa sentire le nostre concupiscenze, le quali, leggieri e mutabili, non altramenti per la presente vita transvolano, che facciano sopra l'onde le navi, e seco d'uno appetito in un altro trasportano coloro, li quali miseramente disiderano, nè prima a riva gli pongono, che in perpetua perdizione gli conducono: come per essa dice l'autore che Caròn trasportava l'anime in perpetua doglia.

È, appresso, di questa nave nocchiere un dimonio chiamato Caròn, bianco per antico pelo, il quale nella lettera dicemmo essere stato figliuolo d'Erebo e della Notte. Per lo quale assai apertamente vedere si puote intendersi il tempo, per ciò che il Tempo fu figliuolo d'Erebo, cioè del profondo consiglio di Dio, il quale creò lui, come l'altre cose, e non essendo avanti la creazione del mondo alcuna luce sensibile nel mezzo delle tenebre, le quali avanti la creazione del mondo erano, produsse lui come cominciò a distinguer quelle in dì distinti, come nel principio del Genesì si legge: e quinci, perchè nelle tenebre prodotto fu, sentirono i poeti lui essere figliuolo della Notte, cioè delle tenebre.

Il nome del quale Servio, Sopra l' ‘Eneida’ di Vergilio, dice esser «‘Charon’ quasi ‘chronos’»: e questo vocabolo in latino viene a dire «tempo». Il quale l'autore dice essere «bianco per antico pelo», discrivendolo dall'accidente della vecchieza degli uomini, nella quale noi divegnamo canuti: e per questo vuol dimostrare il Tempo essere vecchio cioè già è lungo spazio stato prodotto. E nel vero assai è vecchio, per ciò che, secondo si comprende in libro Temporum d'Eusebio, egli è, dalla creazione del mondo infino a questo anno, perseverato VImDLXXII anni o in quel torno. E perciò si pone nocchiere sopra questo fiume, per ciò che dir si puote il tempo esser quello che in sè il dì della nostra natività ne riceve e con le sue revoluzioni, avendone dalla riva del nostro nascimento levati, ne mena per la presente vita, qual più e qual meno, e transportane all'altra riva, cioè al dì della morte.

È vero che egli è qui posto dall'autore a trapassare l'anime che muoiono nell'ira di Dio, e ciò non è senza cagione, per ciò che quelle, che questa mortal vita finiscono nella grazia di Dio, non si dicono, secondo che i santi dicono, morire, ma d'una vita trapassare in altra, e quella essere eterna, nella quale il tempo non ha alcuna cosa a fare, per ciò che l'eternità non patisce alcuna dimensione di tempo.

De' dannati non si può dir così, per ciò che di questa vita vanno in morte perpetua: e perciò pare che il tempo abbia a diterminare con certo numero d'anni o di dì lo spazio della presente vita, la quale per rispetto della morte perpetua fu a' dannati morte in quanto finirono questa vita, la quale, quantunque piena d'afflizioni e di fatiche sia, è nondimeno beata stata a' dannati, per rispetto di quella alla quale in morte perpetua son trapassati.

109-111

Ma da vedere è quello che intender voglia l'autore per lo remo di questo nocchiere. È il remo un bastone lungo, col quale il nocchiere fa muovere la sua nave, e con esso la mena e diriza d'un luogo ad un altro. Col quale remo l'autor dice questo dimonio battere l'anime le quali s'adagiano nella sua nave: intendendo per questo la sollicitudine di coloro, li quali all'acquisto delle cose temporali son tutti dati; per ciò che questa sollicitudine, dalla varietà del tempo e dalla qualità delle cose imprese stimolata, non lascia alcun cupido sentire alcun riposo, ma igualmente il dì e la notte o in pensieri o in opera gli tiene occupati e sempre con nuove dimostrazioni a varie operazioni gli sospigne, molesta e affligge, in guisa che, non che riposo prendere possano, ma elle non lasciano altrui avere spazio di rispirare.

E, se di ciò per avventura alcuno essemplo aspettaste, lasciando stare la sollicitudine pastorale de' sommi pontefici, le grandi imprese de' re, de' prencipi e de' signori, riguardate con l'occhio della mente quelle de' mercatanti, co' quali noi continuamente siamo: ogni piccolo movimento ora in Inghilterra, ora in Fiandra, ora in Ispagna, ora in Cipri, ora in una parte e ora in un'altra, sollicitando, ricordando, avvisando, li fa scrivere non lettere, ma vilumi a' lor compagni; e, inanzi tratto, sempre con sospetto l'aportate ricevono; ogni vento gli tien sospesi a loro navili; nè sì piccolo romore di guerra nasce che essi incontanente non temano delle mercatantie messe in cammino; e quanti sensali parlan loro, tanti fan loro mutare animi e consigli.

Chi potrebbe esplicare quante sieno le cose che agli inviluppati nelle cose temporali rompino, turbino, guastino, impediscano i desiderati riposi? Niuna scrittura è che apieno gli potesse mostrare. E così i dolenti, che hanno torto il disiderio della eterna beatitudine alle cose che perir debbono, sono nella presente vita in continua afflizione, e di qui trapassano alla perpetua.

91-93

La cagione per che questo dimonio niega di passare l'autore puote esser questa: per ciò che egli non potrebbe ancora conducer l'autore alla riva opposita, con ciò sia cosa che ancora venuto non sia l'ultimo dì dell'autore, il quale ancora vivea; e, appresso, sentiva il dimonio l'autore non essere in disposizione ch'egli volesse passare per dover di là dimorare: e perciò non aparteneva al ministro della divina giustizia, al quale è commesso di trapassare i malvagi, di trapassar similemente quelli che malvagi non sono e vanno per esser buoni, sì come l'autore andava. E però gli dice: «Più lieve legno convien che ti porti», volendo per questo mostrare che, quando la colpa è più lieve, più lievemente trapassi Acheronte. E quelle sono da dir più lievi, le quali si possono talvolta por giuso, come puote l'uomo che vive por giù le sue colpe per la penitenzia, che quelle che in eterno non si posson metter giù, come quelle sono nelle quali l'uomo si muore.

E non è da credere che attualmente l'autore in inferno andasse o che questo fiume o questo nocchiere e l'altre cose, che qui e altrove si pongono, vi sieno; ma conviensi a' nostri ingegni in questa maniera parlare, acciò che essi con minore difficultà possino dalle cose attualmente discritte comprendere le spirituali, le quali per opera d'imaginazione o di meditazione s'intendono.

Non ha la divina volontà bisogno d'alcuno uficiale: basta in lei semplicemente il volere, e quello incontanente è mandato ad essecuzione, sì come dice il Salmista: «Dixit, et facta sunt; mandavit, et creata sunt». Ma questo noi non comprenderemmo, se in alcuni termini dimostrativi non ne fosse posto dinanzi quello che Idio dispone e adopera, sì come nelle cose dette si può comprendere, cioè noi vivere ed essere dal tempo menati alla morte e, dopo quella, se male vivuti siamo, dannati. E così possiam questa maniera del passare in inferno dire che sia per sentenzia difinitiva data da Dio, sì come da giudice il quale esser non può in alcuna cosa ingannato.

E come quelli cotali, che da questa sentenzia dannati sono, hanno il fiume valicato, in rem iudicatam sono trapassati, senza dovere sperare che mai per alcuna cagione cotal sentenzia si debba o possa rivocare: quantunque scioccamente Origene, per altro prudentissimo e grandissimo litterato uomo, mostrasse di credere Idio alla fine del mondo dovere, non che d'altrui, ma eziandio de' demòni aver misericordia e perdonar loro e menarnegli in vita eterna.

La seconda maniera del trapassare in inferno, cioè di valicare il fiume d'Acheronte, par che l'autore voglia qui essere per una spezie di sentenzia, la quale si chiama «interlocutoria», la quale nostro Signore dà in questa forma: che qualunque uomo cade in peccato mortale sia incontanente messo nella prigione del diavolo; nondimeno esservi ma con questa condizione, che, se egli d'avere commesso quel peccato, per lo quale è servo del diavolo divenuto, si vuole riconoscere e per penitenzia riconciliarsi a Dio, che egli possa così uscire della detta prigione e ritornare in sua libertà; e dove riconoscer non si voglia, s'intenda in perpetuo esser dannato a dovere stare in quella prigione, nella quale noi miseri tutto 'l dì caggiamo e alle gonghie del diavolo di nostra volontà le gole porgiamo. La qual cosa avvenire discrive l'autore sotto questa fizione.

133-136

Dice adunque per se medesimo, e così ciascuno può per se medesimo intendere, che «la terra lacrimosa», cioè la presente vita, la quale è piena di lagrime e di miserie, «diede vento, che balenò una luce vermiglia», cioè uno splendor grande in aparenza, vano e fugace, sì come è il vento, il quale niuno può nè pigliar nè tenere e sempre fugge. E questo splendore dice essere stato balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che della vanità delle cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale, essendo sùbito, reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla, sì come noi veggiamo avvenire de' fulgori temporali, che testè sono e testè non sono.

Or nondimeno sono appo la nostra fragilità di tanta forza, che spesse volte occupano in tanto le menti d'alcuno e con tanta affezione disiderati sono ch'è lasciata la debita notizia di Dio e dello splendore eterno, per <la> quale via e per li vizi e per le malvage operazioni si trascorre in essi. Di che assai apare a questi cotali ogni sentimento razionale esser tolto ed essi cadere nelle colpe e nelle miserie del peccato, come cade colui il quale è soprapreso dal sonno.

E fa in questo l'autore debita comparazione: per ciò che, quantunque, peccando mortalmente, nella infernal morte si caggia, nondimeno è questa morte in tanto simile al sonno, in quanto l'uomo si può da essa destare mentre nella presente vita dimora, sì come nel principio del seguente canto mostra l'autore d'essere stato desto, ma da grave tono; la gravità del qual tono possiamo dire essere stata alcuna di quelle cose, con le quali davanti nel principio del primo canto del presente libro dicemmo che Domenedio toccava i peccatori con la grazia operante, quando in alcuno la mandava.

E meritamente qui possiam repetere quello che nel predetto luogo dicemmo, l'autore per lo sonno non essersi accorto come nella pregione del diavolo s'entrasse, cioè come si trapassasse il fiume d'Acheronte; ma, destandosi e trovandosi dall'altra parte del fiume, assai leggiermente conoscer si può la sua colpa e la sentenzia di Dio avervelo trasportato. E questo trasportamento sarebbe stoltizia a credere che corporale fosse stato: fu adunque spirituale, come ispiritualmente intendere si dee noi per lo peccato divenir servi del diavolo.

E, quantunque a quegli, che in questa forma trapassano in inferno, sia licito, volendo, il poterne uscire, non posson però uscirne per tornarsi addietro per la via donde entrarono, per ciò che per lo peccato non si può di peccato uscire, come quegli farebbono che per quella via n'uscissono, per la quale v'entrarono; ma conviensene uscire per la via opposita al peccato, la quale nulla altra è che la penitenzia.

E a pervenire a questa via mostra l'autore essergli convenuto tutto lo 'nferno trapassare e di quello, per la parte opposita a quella onde v'entrò, esserne uscito. E questa via, se noi riguardiam bene, il conduce appiè del monte della penitenzia, dove truova Catone, che a quella il diriza e sollicita.

IV

ESPOSIZIONE LITTERALE

1-3

[L. XI]

«Ruppemi l'alto sonno nella testa» etc. Nel principio del presente canto, sì come usato è l'autore, alle cose dette nella fine del precedente si continua. Dissesi nella fine del precedente canto come un vento balenò una luce vermiglia, la quale, toltogli ogni sentimento, il fece cadere come l'uomo il quale è preso dal sonno: per che nel principio di questo dimostra come questo suo sonno gli fosse rotto. E dividesi questo canto in due parti: nella prima dimostra come rotto gli fosse il sonno e come nello 'nferno si ritrovasse; nella seconda procedendo dietro a Virgilio, raconta sè avere molti spiriti veduti, pieni di gravi e cocenti sospiri, senza alcuna altra visibile pena. E questa seconda comincia quivi: «Or discendiam qua giù nel cieco mondo».

Dice adunque nella prima parte così: Ruppemi. Questo vocabolo suona violenza, volendo in ciò dimostrare che ogni atto, che in inferno si fa, sia violento e non naturale. La qual cosa non è senza cagione, la quale è questa: giusta cosa è che chi, peccando, fece violenza a' comandamenti e a' piaceri di Dio in questa vita, violentemente sia da' ministri della giustizia punito nell'altra; l'alto sonno: il sonno, secondo che ad alcuno pare, è un costrignimento del caldo interiore e una quiete diffusa per li membri indeboliti dalla fatica; altri dicono il sonno essere un riposo delle virtù animali, con una intensione delle virtù naturali. Del qual, volendo i suoi effetti mostrare, scrive Ovidio così:

Somne, quies rerum placidissima, somne Deorum,
pax animi, quem cura fugit, qui corpora duris
fessa ministeriis mulces reparasque labori etc.

E, appresso costui, assai più pienamente ne scrive Seneca tragedo, in tragedia Herculis furentis, dove dice:

... tuque, o domitor Somne malorum,
requies animi,
pars humane melior vite,
volucer, matris genus Astree,
frater dure languide Mortis,
veris miscens falsa, futuri
certus et idem pessimus autor,
pater o rerum, portus vite,
lucis requies noctisque comes,
qui par regi famuloque venis,
placidus fessum lenisque fove:
pavidum leti genus humanum
cogis longam discere mortem etc.
Di costui ancora Ovidio nel suo maggior volume discrive la casa, la camera e il letto e la sua famiglia, se quella per avventura alcuno disiderasse; nella testa: la testa è alcuna volta posta per quella parte del viso, la qual noi chiamiamo «fronte», e alcuna volta per tutto il capo; e così in questo luogo intende l'autore, per ciò che nel capo dimora il sonno causato da' vapori surgenti dallo stomaco e saglienti per l'arterie al cerebro.

Un greve tuono. È il tuono quel suono il quale nasce de' nuvoli, quando sono per violenza rotti; e causasi il tuono da essalazioni della terra fredde e umide e da essalazioni calde e secche, sì come Aristotile mostra nel III libro della sua Metaura; per ciò che, essendo l'essalazioni calde e secche dalle fredde e umide circundate, sforzandosi quelle d'uscir fuori e queste di ritenerle, avviene che, per lo violento moto delle calde e secche, elle s'accendono, e, per quella vertù aumentate, asottiglian tanto la spesseza della umidità che ella si rompe: ed in quel rompere fa il suono il qual noi udiamo, il quale è tanto maggiore e più ponderoso quanto la materia della essalazione umida si truova esser più spessa quando si rompe.

La qual cosa intervenir non può in quello luogo dove l'autore disegna che era, per ciò che in quello non possono essalazioni surgere che possano tuono causare: per che assai chiaro puote aparere l'autore per questo «tuono» intendere altro che quello che la lettera suona, sì come già è stato mostrato nell'allegoria del precedente canto; sì ch'io mi riscossi, Come persona che per forza è desta. E in queste parole mostra ancor l'autore gli atti infernali tutti essere violenti.

4-6

E l'occhio riposato. Dice «riposato», per ciò che prima invano si faticherebbe di guardare chi è desto per forza, se prima alquanto non fosse lo stupore dello essere stato desto cessato; con ciò sia cosa che non solamente l'occhio, ma ciascun altro senso n'è incerto di sè divenuto; intorno mossi, Dritto levato. In questo dimostra l'autore il suo reducere i sensi nelli loro debiti ufici; e fiso riguardai, le parti circustanti: ed a questo segue la cagione per che ciò fece, cioè Per conoscer lo loco dov'io fossi, per ciò che quello non gli pareva, dove il sonno l'avea preso.

7-9

Vero è. Qui dimostra d'aver conosciuto il luogo nel quale era, e dimostra qual fosse, dicendo che 'n sulla proda mi trovai, così desto, Della valle l'abisso dolorosa, sopra la quale come esso pervenisse è nella fine del senso allegorico del precedente canto mostrato; Che tono accoglie d'infiniti guai, cioè un romore tumultuoso ed orribile, simile ad un tuono.

10-12

Oscura, all'aparenza, profonda, all'essistenza, <era> e nebulosa, per la qual cosa, oltre all'oscurità, era noiosa agli occhi; Tanto, che per ficcar, cioè agutamente mandare, il viso, cioè il senso visivo, a fondo, cioè verso il fondo, Io non vi discerneva alcuna cosa: pur dunque alcuna cosa vi vedea, ma quello che fosse non discerneva, per la grosseza delle tenebre e della nebbia.

13-15

«Or discendiamo qua giù nel cieco mondo». In questa seconda parte del presente canto dimostra l'autore essere per una medesima colpa, cioè per non avere avuto battesimo, tre maniere di genti essere dannate; e questa si divide in due parti: nella prima dichiara delle due maniere de' predetti; nella seconda scrive della terza. E comincia la seconda quivi: «Non lasciavam l'andar» etc. Nella prima parte l'autore fa due cose: primieramente discrive la pena delle tre maniere di genti di sopra dette, e pone delle due, delle quali l'una dice essere stati infanti, cioè piccioli fanciulli, l'altra dice essere stati uomini e femine; nella seconda muove un dubbio a Virgilio, il quale Virgilio gli solve. E comincia questa seconda quivi: «Dimmi, maestro mio» etc.

Dice adunque così: Or discendiam, per ciò che in quel luogo sempre infino al centro si diclina; qua giù nel cieco mondo, cioè in inferno, il qual per tanto dice esser «cieco», per ciò che alcuna natural luce non v'è. Cominciò il maestro, cioè Virgilio, tutto smorto, cioè palido oltre l'usato. È il vero che l'uomo impalidisce per l'una delle tre cagioni, o per infermità di corpo, nella quale intervengono le diminuizioni del sangue, le diete e l'altre evacuazioni, le quali n'hanno a torre il vivido colore, o per paura o per compassione: e qui, come appresso si dirà, Virgilio, discendendo giù, impalidì per compassione. Io sarò primo, cioè andrò avanti, e tu sarai secondo, cioè mi seguirai; volendo, per questo ordine dell'andare, renderlo più sicuro, in quanto colui che va davanti truova prima ogni ostaculo, il quale l'andare impedisse, e quello rimuove, se egli è buono e valoroso duca.

16-18

Ed io, che del color, palido di Virgilio, mi fui accorto, riguardandolo nel viso, Dissi: come verrò, io appresso, se tu, che vai avanti ed ha'mi fatto vedere di menarmi salvamente, paventi, cioè hai paura, Che suogli al mio dubbiare esser conforto?, sì come nel primo canto apare, dove tu mi levasti dinanzi a quella lupa, e nel secondo canto, dove tu dell'animo cacciasti la viltà sopravenutavi.

19-21

Ed egli, cioè Virgilio, a me, disse: l'angoscia delle genti, onorevoli e d'alta fama, Che son qua giù, in questo primo cerchio dello 'nferno, nel viso mi dipigne, cioè colora, Quella pietà, cioè compassione, che tu per tema, cioè per paura, senti, cioè estimi che sia per paura. Altri vogliono che il senso di questa lettera sia questo: «per ciò che tu senti te pauroso, tu estimi da questo mio colore che io similemente abbia paura; ma non è così: io son palido per compassione» etc. La prima esposizione mi piace più.

22-24

Andiam: confortalo ad andare e dimostragli la cagione, dicendo: chè la via lunga ne sospigne, a dover andare. Così si mise, precedendo, e così mi fè entrare, seguendolo io, Nel primo cerchio, cioè nel limbo, che l'abisso, cioè inferno, cigne, cioè atornia.

25-27

Quivi, in quel primo cerchio, secondo che per ascoltare, potea comprendere, Non avea pianto mai, cioè d'altro che di sospiri. È il sospiro una essalazione che muove dal cuore, da alcuna noia faticato, il quale il detto cuore per agevolamento di sè, manda fuori; e, se così non facesse, potrebbe l'angoscia, ritenuta dentro, tanto ampliarsi e tanto gonfiare dintorno a lui, che ella potrebbe interchiuder sì lo spirito vitale che il cuore perirebbe, e, per ciò che la quantità dell'angoscia di quelle anime, che eran là giù, era molta, pare i sospiri dovere esser molti e con impeto mandati fuori. Per la qual cosa convien che segua quello che appresso dice, cioè: Che l'aura eterna, in quanto non si muta la qualità di quella aura; ed è «aura» un soave movimento d'aere: per questa cagione non credo voglia dire il testo «aura», per ciò che alcuna soavità non ha in inferno, anzi v'è ogni moto impetuoso e noioso: e quinci credo voglia dire «aere eterno»; facevan, gl'impeti de' sospiri, tremare, cioè avere un movimento non maggiore che 'l tremare.

28-30

E ciò avvenia, cioè questo sospirare, da duol senza martìri. Non eran dunque quelle anime, che quivi erano, da alcuna pena estrinseca stimolate, ma solamente da affanno intrinseco, il quale si causava dal conoscimento della lor miseria, vedendosi private della presenza di Dio non per loro colpa o peccato commesso, ma per lo non avere avuto battesimo, come appresso si dice. Che avean le turbe, cioè multitudini, ch'erano grandi, D'infanti, cioè di pargoli, li quali «infanti» si chiamano, per ciò che ancora non eran venuti ad età che perfettamente potesson parlare: e questa è l'una delle due maniere di genti, delle quali dissi che l'autor trattava in questa parte; e di femine e di viri, cioè d'uomini: e questa è l'altra maniera, in tanto dalla prima differenti, in quanto i primi morirono infanti, come detto è, e questi secondi morirono non battezati in età perfetta.

Li quali una medesima cosa direi loro essere e gl'infanti, se quella copula, la quale vi pone, quando dice: «d'infanti e di femine e di viri», non mi togliesse da questa oppinione. E la ragione che mi moverebbe sarebbe questa: per ciò che io non estimo che da creder sia, quantunque nella presente vita gl'infanti in tenerissima età morissono, che essi sieno al supplicio in quella età, cioè in quello poco o nullo conoscimento; anzi credo sia da credere loro essere in quello intero conoscimento, che è qualunque degli altri che più atempati morirono. La qual perfezione del conoscimento credo sia lor data in tormento e in noia, e non in alcuna consolazione, come a noi mortali quando bene usare il vogliamo, è conceduto.

31-36

Lo buon maestro, cioè Virgilio, il quale in questa parte, per ammaestrarlo che domandar dovesse quando alcuna cosa vedesse nuova e da doverne meritamente adomandare, o forse per rassicurarlo al domandare, per ciò che nel precedente canto, perchè non gli parve che Virgilio tanto pienamente al suo dimando gli rispondesse, vergognandosi sospicò non grave fosse a Virgilio l'essere domandato, per che poi d'alcuna cosa domandato non l'avea, a me disse: tu non dimandi Che spiriti son questi, che tu vedi?, qui, che sospirando si dolgono.

Ed appresso fa come il buon maestro dee fare, il quale, vedendo quello di che meritamente può dubitare il suo auditore, gli si fa incontro col farlo chiaro di ciò che l'uditore adomandar dovea, e dice: Or vo' che sappi, avanti che più andi, Ch'e' non peccaro, questi spiriti che tu vedi qui; e s'egli hanno mercedi, cioè se essi adoperarono alcun bene il quale meritasse guiderdone, Non basta, cioè non è questo bene avere adoperato sofficiente alla loro salvazione: e la cagione è perchè non ebber battesmo. E questo n'è assai manifesto per lo Evangelio, dove Cristo parlando a Niccodemo dice:

«Amen, amen dico tibi, nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu sancto, non potest introire regnum Dei».

È adunque il battesimo una regenerazione nuova, per la quale si toglie via il peccato originale, del quale tutti, nascendo, siamo maculati, e divegnamo per quello figliuoli di Dio, dove davanti eravamo figliuoli delle tenebre; e fa questo sacramento valevoli le nostre buone operazioni alla nostra salute, dove senza esso son tutte perdute, sì come qui afferma l'autore. Che è parte della fede che tu credi, cioè della fede catolica; e però dice che è «parte» di quella, per ciò che gli articoli della fede son dodici, de' quali dodici è il battesimo uno.

37-39

Appresso questo, risponde Virgilio ad una quistione, la quale esso medesimo muove, dicendo: E se pur fur, costoro de' quali noi parliamo, dinanzi al cristianesmo, cioè avanti che Cristo per le sue opere e per li suoi ammaestramenti introducesse questa fede e mostrasse il battesimo essere necessario a volere avere vita eterna per ciò son perduti, perchè Non adorar debitamente Idio. E in tanto non l'adorarono debitamente, in quanto non dirittamente sentivano di Dio, cioè lui essere una deità in tre persone, lui dover venire a prendere carne per la nostra redenzione; non sentirono de' comandamenti dati da lui al popolo suo, ne' quali, bene intesi, istava la salute di coloro li quali avanti alla sua incarnazione furono suoi buoni e fedeli servidori: ma adoravano Idio secondo loro riti, del tutto deformi al modo nel quale Idio volea essere adorato e onorato.

E di questi cotai, cioè che dinanzi al cristianesimo furono, son io medesmo, per ciò che Virgilio, sì come in libro Temporum d'Eusebio si comprende, avanti la predicazione di Cristo e il battesimo da lui introdutto morì, nel torno di quarantacinque anni; nè della venuta di Cristo nella Vergine, per quello che comprender si possa, sentì alcuna cosa: come che santo Augustino, in un sermone Della natività di Cristo, scriva lui avere la venuta di Cristo profetata ne' versi scritti nella IIII Egloga della sua Buccolica, dove dice:

Ultima Cumei venit iam carminis etas:
magnus ab integro seclorum nascitur ordo.
Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna:
iam nova progenies celo delabitur alto.

De' quali versi alcun santo non sente quello che forse vuole pretendere santo Augustino; e se pure sono di quelli che il sentono, e per avventura santo Augustino medesimo, non credono lui avere inteso quello che esso medesimo disse, se non come fece Caifàs, quando al popolo iudaico disse, per Cristo già preso da loro, che bisognava che uno morisse per lo popolo, acciò che tutta la gente non perisse. Non adunque sentì Virgilio di Dio, come sentir si volea a chi voleva avanti al cristianesmo salvarsi.

40-42

Per tai difetti, cioè per cose omesse, non per cose commesse, o vogliam dire per non avere avuto battesimo e per non aver debitamente adorato Idio; e non per altro rio, cioè per avere contro alle morali o naturali leggi commesso; Semo perduti, cioè dannati a non dovere in perpetuo vedere Idio; e sol di tanto offesi, Che senza speme vivemo in disio, il quale disio non è altro che di vedere Idio, nel quale consiste la gloria de' beati.

E quantunque molto faticosa cosa sia il ferventemente disiderare, è, oltre a ciò, quasi fatica e noia importabile l'ardentemente disiderare e non conoscere nè avere speranza alcuna di dover potere quello, che si disidera, ottenere: e perciò, quantunque prima facie paia non molto gravosa pena essere il disiderare senza sperare, io credo ch'ella sia gravissima; e ancora più se le aggiugne di pena, in quanto questo disiderio è senza alcuna intermessione.

43-45

Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi, sì per Virgilio e sì ancora Però che gente di molto valore, stati intorno agli essercizi temporali, Conobbi, non qui, ma nel processo, quando co' cinque savi entrò nel castello sette volte cerchiato d'alte mura, che 'n quel limbo, cioè in quello cerchio superiore, vicino alla superfice della terra. Chiamano gli astrologi un cerchio dello astrolabio, contiguo alla circunferenza di quello e nel quale sono segnati i segni del zodiaco e i gradi di quegli, «limbo»; dal quale per avventura gli antichi dinominarono questo cerchio, per ciò che quasi imediatamente è posto sotto la circunferenza della terra; eran sospesi, dall'ardore del loro disiderio.

46-48

«Dimmi, maestro mio». Qui dissi cominciava la seconda particella della prima parte della seconda della division principale, nella quale l'autore muove una quistione a Virgilio ed esso gliele solve. Dice adunque: Dimmi, maestro mio, dimmi, signore. Assai l'onora l'autore per farselo benivolo, acciò che egli più pienamente gli risponda che fatto non avea alla dimanda fattagli nel precedente canto, dopo la quale alcuna altra che questa infino a qui fatta non gli avea.

Ed intende in questa domanda non di voler sapere de' santi padri che da Cristo ne furon tratti, che dobbiamo credere il sapea, ma per ciò fa la domanda, per sapere se in altra guisa che in questa, cioè che fatta fu per la venuta di Cristo, alcun altro n'uscì mai: quasi per questo voglia farsi benivolo Virgilio, dandogli intenzione occultamente che, se alcuna altra via che quella che da Cristo tenuta fu, vi fosse, egli s'ingegnerebbe d'adoperare di farne uscire lui e di farlo pervenire a salute.

Cominciai io, per voler esser certo Di quella fede, che vince ogn'errore, cioè per sapere se quello era stato che per la nostra fede n'è porto, cioè che Cristo scendesse nel limbo e traessene i santi padri. Il che, quantunque credere si debba senza testimonio ciò che nella divina Scrittura n'è scritto, sono nondimeno di quegli che stimano potersi delle cose preterite domandare. Ma io per me non credo che senza colpa far si possa, per ciò che pare un derogare alla fede debita alle Scritture; e però così le cose passate, come quelle che venir debbono, senza cercarne testimonianza d'alcuno, si vogliono fermamente credere e semplicemente confessare.

49-54

[49-51] Uscici mai, di questo luogo, alcuno, o per suo merto, cioè per l'avere con intera pazienza lungamente sostenuta questa pena, o per l'avere sì nella mortal vita adoperato che egli dopo alcuno spazio di tempo meritasse salute; O per l'altrui, opera, o fatta o che far si possa per l'avvenire, che poi fosse beato?, uscendo di qui e sagliendo in vita eterna.

Ed egli, cioè Virgilio, che 'ntese il mio parlar coverto, cioè intorno a quella parte, per la quale io, tacitamente intendendo, faceva la domanda generale, [52-54] Rispose: io era nuovo in questo stato. Dice «nuovo», per rispetto a quegli che forse migliaia d'anni v'erano stati, dov'egli stato non v'era oltre a quarantotto anni; per ciò che tanti anni erano passati dopo la morte di Virgilio infino alla passion di Cristo, nel qual tempo quello avvenne che esso dee dire, cioè Quando ci vidi venire, in questo luogo, un possente, cioè Cristo, il quale Virgilio non nomina, per ciò che nol conobbe. E meritamente dice «possente», per ciò che egli per propia potenza aveva quel potuto fare che alcuno altro non potè mai, cioè vincere la morte e risucitare, avea vinta la potenza del diavolo, oppostasi alla sua entrata in quel luogo. Ed era questo possente Con segno di vittoria incoronato. Non mi ricorda d'avere nè udito nè letto che segno di vittoria Cristo si portasse al limbo altro che lo splendore della sua divinità; il quale fu tanto che il luogo di sua natura oscurissimo egli riempiè tutto di luce: donde si scrive che «habitantibus in umbra mortis lux orta est eis».

55-57

Trasseci l'ombra del primo parente, cioè d'Adamo. Adamo fu, sì come noi leggiamo nel principio quasi del Genesì, il primiero uomo il sesto dì creato da Dio e fu creato del limo della terra in quella parte del mondo, secondo che tengono i santi, che poi chiamata fu il «Campo damasceno». Ed essendo da Dio la statura sua fatta di terra, gli soffiò nel viso e in quel soffiare mise nel petto suo l'anima dotata di libero arbitrio e di ragione, per la quale egli, il quale ancora era imobile ed insensibile, divenne sensibile e mobile per se medesimo; e secondo che i santi credono, egli fu creato in età perfetta, la quale tengono esser quella nella quale Cristo morì, cioè di trentatrè anni.

E lui così creato e fatto alla imagine di Dio, in quanto avea in sè intelletto, volontà e memoria, il trasportò nel paradiso terrestro, dove, essendosi adormentato, nostro Signore non del capo nè de' piedi, ma del costato gli trasse Eva, nostra prima madre, similemente di perfetta età. La quale come Adamo, desto, vide disse: – Questa è osso dell'ossa mie e per costei lascerà l'uomo il padre e la madre ed acosterassi alla moglie. – La qual'è tratta del suo costato per darne ad intendere che per compagna, non per donna nè per serva dell'uomo l'avea produtta Idio; e ad Adamo non per sollicitudine perpetua e guerra senza pace e senza triegua, come l'odierne mogli odo che sono, ma per sollazo e consolazione a lui la diede.

E comandò loro che tutte le cose, le quali nel paradiso erano, usassero, sì come produtte al loro piacere, ma del frutto d'uno albero solo, il quale v'era, cioè di quello «della scienza del bene e del male», s'astenessero, per ciò che, se di quello gustassero, morrebbero: e quindi in così bello e così dilettevole luogo gli lasciò nelle lor mani. Ma l'antico nostro nimico, invidioso che costoro produtti fossero a dover riempiere quelle sedie, le quali per la ruina sua e de' suoi compagni evacuate erano, presa forma di serpente, disse ad Eva che, se ella mangiasse del frutto proibito, ella non morrebbe, ma s'aprirebbono gli occhi suoi e saprebbe il bene e 'l male e sarebbe simile a Dio. Per la qual cosa Eva mangiato del frutto proibito, e datone ad Adamo, incontanente s'apersero gli occhi loro, e cognobbero che essi erano ignudi: e fattesi alcune coperture di foglie di fico davanti, si nascosero per vergogna; e quindi, ripresi da Dio, furono cacciati di paradiso, e, nelle fatiche del lavorio della terra divenuti, ebbero più figliuoli e figliuole. Ultimamente Adamo, divenuto vecchio, d'età di novecentotrenta anni si morì.

Ma qui son certo si moverà un dubbio e dirà alcuno: «Tu hai detto davanti che ciò che Idio crea senza alcun mezzo è perpetuo; Adamo fu creato da Dio senza alcun mezzo: come dunque non fu imortale?». A questo si può in questa forma rispondere: egli è vero che ciò che Idio senza mezzo crea è perpetuo; ma è questo da intendere delle creature semplici, sì come furono e sono gli angioli, li quali sono semplicemente spiriti, come sono i cieli, le stelle, gli elementi, li quali tutti sono di semplice materia creati. Ma l'uomo non fu così: anzi fu creato di materia composta, sì come è d'anima e di corpo, e perciò non è perpetuo come sono le predette creature.

Ma quinci può surgere un'altra obiezione e dirsi: «Egli è vero che l'uomo è composto d'anima e di corpo e queste due cose amendune furon create da Dio: perch'è dunque l'anima perpetua, e 'l corpo mortale?». Dirò allora l'anima essere stata da Dio composta di materia semplice, come furon gli angioli, ma il corpo non così, per ciò che non fu composto del semplice elemento della terra, senza alcuna mistura d'altro elemento, sì come d'acqua: per ciò che della terra semplice non si sarebbe potuta fare la statura dell'uomo, fu adunque fatta del limo della terra, avente alcuna mistura d'acqua.

Non che io non creda che a Dio fosse stato possibile averlo fatto di terra semplice, il quale di nulla cosa fece tutte le cose, ma la corruzione de' corpi ne mostra quegli essere stati fatti di materia composta: e perciò, quantunque in perpetuo viva l'anima, non seguita il corpo dovere essere perpetuo. Sarebbon di quegli che alla obiezione prima risponderebbono Adamo aversi questa corruzione e morte de' corpi con la inobbedienza acquistata, avendolo Domenedio, avanti il peccato, fatto accorto. Ma potrebbe qui dire alcuno: «Adàm peccò, e di perpetuo divenne mortale: gli angioli che peccarono, perchè non divenner mortali?». Alla quale obiezione è assai risposto di sopra: per ciò che, di semplice materia creati, non posson morire, se non come l'anime nostre; la quale, quantunque peccasse col corpo d'Adamo, non però la sua perpetuità perdè, ma perdella il corpo, al quale, sì come a cosa atta a ricevere la morte, ella era stata minacciata da Dio. Ma questa è materia da molto più sublime ingegno che il mio non è, e perciò, per la vera soluzione di tanto dubbio, si vuole ricorrere a' teologi ed a' sofficientissimi litterati, la scienza de' quali propriamente dintorno a così fatte quistioni si distende.

D'Abèl, suo figlio, cioè d'Adàm. Questi si crede che fosse il primiero uomo che morì, ucciso da Caìn, suo fratello, per invidia. Leggesi nel Genesì Caino, il quale fu il primo figliuolo d'Adàm, essersi dato all'agricultura, e Abèl, similemente figliuolo d'Adàm e che appresso a Caìn nacque, essere divenuto pastore: ed avendo questi due cominciato a far, prima che alcuni altri, de' frutti delle loro fatiche sacrificio a Dio, era costume di Caìn, per avarizia, quando eran per far sacrificio, d'eleggere le più cattive biade, o che avessero le spighe vòte o che fossero per altro accidente guaste, e di quelle sacrificare.

Per la qual cosa non essendo il suo sacrificio acetto a Dio, come in quelle il fuoco acceso avea, incontanente il fummo di quel fuoco non andava diritto verso il cielo, ma si piegava e andavagli nel viso. Abèl in contrario, quando a fare il sacrificio veniva, sempre eleggeva il migliore e il più grasso agnello delle greggi sue e quello sacrificava: di che seguiva che, essendo il sacrificio d'Abèl acetto a Dio, il fummo dello olocausto saliva dirittamente verso il cielo. La qual cosa vedendo Caino e avendone invidia, cominciò a portare odio al fratello; e un dì, con lui insieme discendendo in un loro campo, non prendendosene Abèl guardia, Caìn il ferì in su la testa d'un bastone ed ucciselo.

E quella di Noè. Dispiacendo a Domenedio l'opere degli uomini sopra la terra e per questo essendo disposto a mandare il diluvio, conoscendo Noè essere buono uomo, diliberò di riservar lui e tre suoi figliuoli e le lor mogli e ordinògli in che maniera facesse un'arca e come dentro v'entrasse e similemente quanti e quali animali vi mettesse; e, ciò fatto, mandò il diluvio, il quale fu universale sopra ogni alteza di monte e tra 'l crescere e scemare perseverò nel torno di dieci mesi.

Ed essendo pervenuta l'arca, la quale notava sopra l'acque, sopra le montagne d'Ermenia e non movendosi più per l'acque che scemavano, aperta una finestra, la quale era sopra l'arca, mandò fuora il corbo: il qual non tornando, mandò la colomba e quella tornò con un ramo d'ulivo in becco; per la qual cosa Noè conobbe che il diluvio era cessato, e, uscito fuori dell'arca, fece sacrificio a Dio.

E, appresso, piantò la vigna, della qual poi, nel tempo debito, ricolto del vino, inebriò e, adormentato nel tabernaculo suo, fu da Cam, suo figliuolo, trovato scoperto; il quale, di lui beffatosi, il disse a' fratelli, a Sem e a Iafèt, li quali, portato un mantello, ricopersero il padre; ed egli poscia, desto, e risaputo questo, maladisse Cam. Ed essendo vivuto novecentocinquanta anni nella grazia di Dio, passò di questa vita.

Di Moisè, legista ed ubidente. Moisè nacque in Egitto; ed essendo stato per lo re d'Egitto comandato che tutti i figliuoli degli Ebrei maschi fossero uccisi e le femine servate, avvenne che, per ciò che bello figliuolo era paruto alla madre, non l'uccise, ma servollo tre mesi occultamente; ma poi, non potendolo più occultare, fatto un picciolo vasello di giunchi e quello imbiutato di bitume, sì che passarvi l'acqua dentro non poteva, il mise nel fiume: e l'acqua menandolo giù, la sorella di lui seguitava il vasello per vedere che ne divenisse.

Ed essendo per ventura la figliuola di Faraone con le sue femine discesa al fiume per bagnarsi, vide questo vasello, e, fattolo prendere ad una delle sue femine, l'aperse e, trovatovi dentro il picciolo fanciullo che piagnea, disse: – Questi dee essere de' figliuoli delle Ebree. – Allora la fanciulla, che il vasello seguiva, disse: – Madonna, vuogli che io vada e truovi una ebrea che il balisca? – A cui la donna disse: – Va'. – Ed ella andò e menò la madre medesima, la quale, come cresciuto l'ebbe, il rendè alla donna, la quale il nominò Moisè, quasi «tratto dell'acqua», e a modo che figliuolo se l'adottò.

Moisè crebbe, ed avendo un egizio, per ciò che egli batteva uno ebreo, ucciso, temendo del re, se ne andò in Madiàn e quivi co' sacerdoti di Madiàn si mise a stare e prese per moglie una fanciulla chiamata Sefora; e dopo alcun tempo, secondo il piacer di Dio, venne davanti a Faraone e comandògli che liberasse il popolo d'Israèl della servitudine nella quale il tenea. La qual cosa non volendo far Faraone, più segni, secondo il comandamento di Dio, gli mostrò; ed ultimamente, comandato agli Ebrei che quelle cose, che acattar potessero dagli Egizi, e prendessero e seguitasserlo, chè egli li menerebbe nella terra di promessione; il che fatto, e con loro messosi in via, e pervenuti al mare Rosso, quello percosse con la sua verga in dodici parti, sì come gli Ebrei erano dodici tribi, ed in tante s'aperse subitamente il mare, per le quali gli Ebrei passarono salvamente e gli Egizi, che dietro a loro seguitandogli per quelle vie medesime si misero, richiuso, come passati furono gli Ebrei, il mare, tutti anegarono.

Guidò adunque Moisè costoro per lo diserto, e, per le sue orazioni, di manna furono nutricati in esso e piovero loro da' cielo cotornici; e, percossa da Moisè con la verga una pietra, subitamente n'uscì per divino miracolo un fiume d'acqua di soavissimo sapore, del quale gli Ebrei saziaron la sete loro; e, oltre a questo, esso ordinò loro il tabernaculo, nel quale dovessero sacrificare a Dio, ordinò i sacerdoti e li loro vestimenti e similemente le vittime e gli olocausti, e diede loro i giudici a udire e diterminare le loro quistioni.

E, oltre a ciò, salito in sul monte Sinai e quivi dimorato in digiuni e penitenza quaranta dì, ebbe da Dio due tavole, nelle quali erano scritti i comandamenti della legge, la quale esso, disceso dal monte, diede al popolo: e però il sopranomina l'autore «legista». Al fine, dopo molte fatiche, morì nella terra di Moàb, essendo d'età di centoventi anni, e fu sepellito nella valle della terra di Moàb di contra a Segòr: nè fu alcuno che conoscesse il luogo della sua sepoltura.

58-60

Abraàm patriarca. Abraàm fu figliuolo di Tara e nacque in Ur, città di Caldea, l'anno quarantatrè del regno di Nino, re d'Assiria. Questi, per comandamento di Dio, insieme con Sarra, sua moglie, venne in Canaàn, e quivi, essendo già d'età di novantanove anni, avendo prima d'Agàr, serva egizia, avuto Ismaèl, generò in Sarra già vecchia, come anunziato gli fu da tre li quali gli aparvero nella valle di Mambrè, un figliuolo, il quale chiamò Isaàc.

E, avendogli comandato Idio che egli gli facesse sacrificio del detto Isaàc, con lui insieme, portando esso un fascio di legne in collo e Abraàm il fuoco e 'l coltello in mano, n'andò sopra una montagna, e quivi, essendo per uccidere il figliuolo, per imolarlo secondo il comandamento d'Idio, gli fu preso il braccio e mostratogli un montone, il quale in una macchia di pruni era, ritenuto da quegli per le corna: come Idio volle, veduta la sua obedienza, lasciato il figliuolo, sacrificò il montone. Costui fu quegli che, vinti i re di Sogdoma e riscosso Lot, suo nepote, primieramente offerse per sacrificio pane e vino a Melchisedèc, re e sacerdote di Salèm; a costui fece Idio la promessione di dare a' suoi discendenti la terra abondante di latte e di mèle.

Il quale, essendo già d'età di centosettantacinque anni, morì e fu da' figliuoli sepellito nel Campo d'Efròn, de' figliuoli di Soòr Eteo della regione di Mambrè, il quale avea comperato in quello uso, quando morì Sarra, sua moglie, da' figliuoli di Het. È costui chiamato «patriarca», a «pater», che in latino viene a dir «padre», e «arcos», che viene a dire «prencipe»: e così resulta «prencipe de' padri».

E Davìt re. Questi fu figliuolo di Iesse della tribù di Giuda; e levato giovane da guardare le pecore del padre, per ciò che ammaestrato era di sonare la cetera, venne al servigio di Saùl re, il quale esso col suo suono alquanto mitigava dalla noia che il dimonio alcuna volta gli dava; ed essendo giovanetto, andò a combattere con Golia filisteo, il quale avea statura di gigante, e lui con la fionda, la quale ottimamente sapea adoperare, e con alquante pietre uccise: ond'egli meritò la grazia del popolo ed ebbe Micòl, figliuola di Saùl, per moglie.

Racquistò l'arca federis, la quale al popolo d'Israèl era stata per forza di guerra tolta; e fu valoroso uomo in guerra e lunga persecuzione patì da Saùl, al quale per invidia era venuto in odio; ultimamente, essendo da' Filistini stato sconfitto Saùl e' figliuoli in Gelboè e quivi se medesimo avendo ucciso, fu in suo luogo coronato re. E nelle sue opere fu grato a Dio; e, avuti di più femine figliuoli, e invecchiato molto, si morì e lasciò in suo luogo re Salamone, suo figliuolo.

E Israèl, cioè Iacòb, il quale fu figliuolo di Isaàc: ed essendo prima del ventre della madre uscito Esaù e per quello apartenendosi a lui le primogeniture, quelle acquistò con una scodella di lenti, la quale gli donò, tornando esso affamato da cacciare. E tornandosi esso di Mesopotania, dove, dopo la morte d'Isaàc, per paura d'Esaù fuggito s'era, sì come nel Genesì si legge, tutta una notte fece con un uomo da lui non conosciuto alle braccia; e non potendo da quello uomo esser vinto, venendo l'aurora, disse quello uomo: – Lasciami. – Al quale Iacòb rispose di non lasciarlo, se da lui benedetto non fosse. Il quale colui domandò come era il nome suo, a cui esso rispose: – Io son chiamato Iacòb. – E quello uomo disse: – Non fia così: il tuo nome sarà Israèl, per ciò che, se tu se' forte contro a Dio, pensa quello che tu potrai contro agli altri uomini. – E, toccatogli il nervo dell'anca, gliele indebolì in sì fatta maniera, che sempre poi andò isciancato: per questa cagione i Giudei non mangiano di nervo.

Col padre, cioè Isaàc, il quale fu figliuolo d'Abraàm; e co' suoi nati, cioè di Iacòb, li quali furono dodici, acquistati di quatro femine: e da' quali li dodici tribi d'Israèl ebbero origine, e ciascuna fu dinominata da uno di questi dodici, cioè da quello dal quale aveva origine tratta.

E con Rachele, per cui tanto fè. Iacòb, il quale avendo per li consigli di Rebecca, sua madre, ricevute tutte le benedizioni da Isaàc, suo padre, le quali Esaù, quantunque per una minestra di lenti vendute gli avesse, come di sopra è detto, diceva che a lui apartenevano, sì come a primogenito, per paura di lui se n'andò in Mesopotania a Labàn, fratello di Rebecca, sua madre.

Il quale Labàn avea due figliuole, Lia e Rachèl; e piacendogli Rachèl, si convenne con Labàn di servirlo sette anni, ed esso, in luogo di guiderdone, fatto il servigio, gli dovesse dare per moglie Rachèl: e avendo sette anni servito ed essendo celebrate le noze, nelle quali credeva Rachèl essergli data, la mattina seguente trovò che gli era stata da Labàn messa la notte preterita nel letto, in luogo di Rachèl, Lia, la quale era cispa.

Di che dolendosi al suocero, gli fu risposto che l'usanza della contrada non pativa che la più giovane si maritasse prima che colei che di più età fosse; ma, se servire il volesse, gli darebbe, in capo del tempo, similemente Rachèl. Di che convenutisi insieme che esso servisse altri sette anni, come serviti gli ebbe, gli fu da Labàn conceduta Rachèl. E questo è quello che l'autore intende, quando dice: «Rachèl, per cui tanto fè», cioè tanto tempo servì.

Fu questo Iacòb buono uomo nel cospetto di Dio. E per fame fu costretto egli e' figliuoli e' nipoti di partirsi del paese di Caninea e d'andarne in Egitto, là dove Iosèf, suo figliuolo, il quale esso per inganno degli altri figliuoli lungo tempo davanti credeva morto, era prefetto de' granai di Faraone; e quivi onoratamente ricevuto, già vecchio d'età di centodiece anni, morì; e fu il corpo suo con odorifere spezie sepellito in Egitto, avendo egli avanti la morte scongiurati i figliuoli che, quando da Dio vicitati fossero e nella terra di promessione tornassero, seco di quindi l'ossa sue ne portassero.

61-63

E altri molti, sì come Eva, Set, Sarra, Rebecca, Isaia, Ieremia, Ezechièl, Danièl e gli altri profeti e Giovanni Batista e simili a questi; e fecegli beati, menandonegli in vita eterna, nella quale è vera e perpetua beatitudine. E vo' che sappi che, dinanzi ad essi, cioè inanzi che costoro beatificati fossero, Spiriti umani non eran salvati: e ciò era per lo peccato del primo parente, il quale ancora non era purgato; ma, tolta via quella colpa per la passione di Cristo, furon quegli, che bene aveano adoperato, liberati dalla prigione del diavolo, e aperta loro, e a coloro che appresso doveano venire e bene adoperare, la porta di paradiso.

64-66

«Non lasciavam l'andar». Questa è la seconda parte principale della seconda di questo canto, nella quale l'autore dimostra come, procedendo avanti, pervenisse a vedere la terza spezie degli spiriti che in quel cerchio dimoravano. Ed in questa parte fa l'autore quatro cose: nella prima dice sè aver veduto in quel luogo un lume; nella seconda dice come Virgilio da quatro poeti fu, tornando, ricevuto; nella terza dice come con quegli cinque poeti entrasse in un castello, nel qual vide i magnifichi spiriti; nella quarta dice come egli e Virgilio dagli altri quatro poeti si partissero. La seconda comincia quivi: «Intanto voce»; la terza quivi: «Così andammo infino»; la quarta quivi: «La sesta compagnia».

Dice adunque: Non lasciavam, Virgilio ed io, l'andar perch'el dicessi, cioè ragionasse: Ma passavam, andando, la selva tuttavia. E, appresso questo, dichiara se medesimo qual selva voglia dire, dicendo: La selva, dico, di spiriti spessi, volendo in questo dare ad intendere quello luogo essere così spesso di spiriti come le selve sono d'àlbori.

67-69

Non era lunga ancor la nostra via, cioè non c'eravam molto dilungati, Di qua dal sonno, il quale nel principio di questo canto mostra gli fosse rotto. Alcuna lettera ha: «Di qua dal suono», ed allora si dee intendere questo «suono» per quello che fece il tuono il quale il destò; ed alcuna lettera ha: «Di qua dal tuono», il quale di sopra dice che il destò: e ciascuna di queste lettere è buona, per ciò che per alcuna di esse non si muta nè vizia la sentenza dell'autore; quando io vidi un foco, un lume, Ch'emisperio: «emisperio» è la mezza parte d'una spera, cioè d'un corpo ritondo, come è una palla, del quale alcun lume, quantunque grande sia, non può più vedere; Di tenebre vincia. Qui non vuole altro dir l'autore, se non che quel fuoco, o ver lume, vinceva le tenebre, alluminandole della mezza parte di quello luogo ritondo, a dimostrare che questo lume non toccava quelle altre due maniere di genti, delle quali di sopra ha detto, per ciò che non furon tali che per gran cose conosciuti fossero.

70-72

Di lungi n'eravamo, da questo lume, ancora un poco, Ma non sì, n'eravamo lontani, che io non discernessi, per lo splendore di quel lume, in parte, quasi dica: non perciò apieno; Che orrevol, cioè onorevole, gente possedea, cioè dimorando occupava, quel loco, nel quale eravamo.

73-75

O tu, Virgilio; e domanda qui l'autore chi coloro sieno li quali hanno luce, dove quegli, che passati sono, non l'hanno; che onori, col ben sapere l'una e col bene essercitar l'altra, scienza ed arte. Catta qui l'autore la benivolenza del suo maestro commendandolo e dicendo lui essere onoratore di scienza e d'arte. Dove è da sapere che, secondo che scrive Alberto sopra il VI dell'Etica d'Aristotile, sapienza, scienza, arte, prudenza ed intelletto sono in cotal maniera differenti, che la sapienza è delle cose divine, le quali trascendono la natura delle cose inferiori; scienza è delle cose inferiori, cioè della lor natura; arte è delle cose operate da noi, e questa propiamente apartiene alle cose meccaniche, e, se per avventura questa si prende per la scienza speculativa, impropriamente è detta «arte», in quanto con le sue regole e dimostrazioni ne costrigne infra certi termini; prudenzia è delle cose che deono essere considerate da noi, onde noi diciamo colui esser prudente, il quale è buono consigliatore; ma lo 'ntelletto si dee propiamente alle proposizioni che si fanno, sì come: «ogni tutto è maggiore che la sua parte».

Estolle adunque qui l'autore Virgilio nelle due di queste cinque, dicendo che egli onora «scienza ed arte», bene e maestrevolmente operandole, sì come apare ne' suoi libri, ne' quali esso agli intelligenti si dimostra ottimamente aver sentito in filosofia morale e in naturale, il che aspetta alla scienza; e, oltre a ciò, si dimostra mirabilmente avere adoperato in ciò che alla composizione de' suoi poemi, o alle parti di quegli, si richiede, usando in essi l'artificio di qualunque liberale arte, secondo che le oportunità hanno richiesto; e questo apartiene all'arte non meccanica, ma speculativa, e perciò meritamente queste lode dall'autore attribuite gli sono.

Questi chi sono, c'hanno tanta orranza, cioè onoranza: il qual vocabolo per cagion del verso gli conviene asincopare, e dire, per «onoranza», «orranza»; Che dal modo degli altri, li quali per infino a qui abbiam veduti, gli diparte?, in quanto hanno alcuna luce, dove quegli, che passati sono, non hanno.

76-78

E quegli, cioè Virgilio, disse a me: l'onrata, cioè l'onorata, nominanza; puossi qui «nominanza» intender per «fama»; Che di lor suona su nella tua vita, nella quale questi cotali, sì nelle scritture degli antichi e sì ancora ne'ragionamenti de' moderni, racordati sono; Grazia, singulare, acquista nel ciel, da Dio, che sì gli avanza, oltre a quegli che senza luce lasciati abbiamo.

Intorno alla quale risposta dobbiamo sapere aver luogo quello che della divina giustizia si dice, cioè che ella non lascia alcun male impunito, nè alcun bene inremunerato: per ciò che questi, de' quali l'autor domanda, sono genti, le quali tutte virtuosamente ed in bene della republica umana, quanto al moral vivere, adoperarono, ma, per ciò che non conobbero Idio, non fecero le loro buone operazioni per Dio e per questo non meritarono l'eterna gloria, la quale Idio concede per merito a coloro che, avendo rispetto a lui, adoperan bene; ma nondimeno, per ciò che bene adoperarono e dispiacquero loro i vizi e le mal fatte cose, quantunque il rispetto per ignoranza non fosse buono, pur pare che essi di ciò alcun premio meritino. Il qual è, secondo la 'ntenzione di Virgilio, che la giustizia di Dio renda loro in sofferire che essi per fama vivano nella presente vita; per che bene dice esso Virgilio che la loro onorata nominanza, delle operazioni ben fatte da loro, acquista grazia nel cielo, la quale concede loro lume, dove agli altri nol concede.

79-81

«Intanto voce fu». Dissi qui cominciare la seconda parte della seconda principale, nella qual mostra Virgilio essere stato da quatro poeti onoratamente ricevuto; e dice: Intanto, cioè mentre Virgilio mi rispondeva alla domanda fatta, come di sopra apare, voce: a differenza del suono, è la voce propriamente dell'uomo, in quanto esprime il concetto della mente, quando è prolata; ogni altra cosa per la bocca dell'uomo, o d'alcun altro animale o di qualunque altra cosa, è o suono o sufolo: e questi suoni hanno diversi nomi, secondo la diversità delle cose dalle quali nascono; fu per me, cioè da me, udita, così fatta: Onorate l'altissimo poeta; e questa, per quello che poi segue, mostra che detta fosse, da chi che se la dicesse, da quegli quatro poeti che poi incontro gli si fecero. Ed assai onora qui Dante Virgilio in quanto dice «altissimo», il quale adiettivo degnamente si confà a Virgilio, per ciò che egli di gran lunga trapassò in iscienza ed in arte ogni latin poeta, stato davanti da lui o che poi per infino a questo tempo stato sia. L'ombra sua, cioè di Virgilio, torna, ch'era dipartita, quando andò al soccorso dell'autore, come di sopra è dimostrato.

82-84

Poi che la voce, già detta, fu ristata e queta, Vidi quatro grandi ombre, non di statura, ma grandi per dignità, a noi venire, come l'uno amico va a ricoglier l'altro, quando d'alcuna parte torna. Sembianza avevan nè trista nè lieta. In questa discrizione della sembianza di questi poeti dimostra l'autore la gravità e la constanzia di questi solenni uomini, per ciò che costume laudevole è de' maturi e savi uomini non mutar sembiante per cosa che avvegna o prospera o avversa, ma con equale e viso e animo le felicità e le avversità sopravegnenti ricevere: per ciò che chi altrimenti fa mostra sè esser di leggiere animo e di volubile.

85-87

Lo buon maestro, Virgilio, cominciò a dire: Mira colui con quella spada in mano. È la spada instrumento bellico, e però per quella vuol dare l'autore ad intendere di che materia colui che la portava cantasse: e però a lui, e non ad alcuno degli altri, la discrive in mano, per ciò che il primo fu che si creda che in istilo metrico scrivesse di guerre e di battaglie e per consequente pare che, chi dopo lui scritto n'ha, l'abbia avuto da lui. Che vien dinanzi a' tre, poeti che 'l seguono, sì come sire, cioè signore e maggiore.

88-90

Egli è Omero, poeta sovrano. Dell'origine, della vita e degli studi d'Omero, secondo che diceva Leòn tesalo, scrisse un valente uomo greco chiamato Calimaco più pienamente che alcun altro; nelle scritture del quale si legge che Omero fu d'umile nazione, per ciò che in Ismirna, in que' tempi nobile città d'Asia, il padre di lui in publica taverna fu venditore di vino a minuto e la madre fu venditrice d'erbe nella piaza, come qui fra noi son le trecche.

Nondimeno, come che in Ismirna i suoi parenti facessero i predetti essercizi, non si sa certamente di qual città esso natio fosse. È il vero che, per la sua singular sofficienza in poesì, sette nobili città di Grecia insieme lungamente ebber quistione della sua origine, affermando ciascuna d'esse, e con alcune ragioni dimostrando, lui essere stato suo cittadino; e le città furon queste: Samos, Smirne, Chiòs, Colofòn, Pilos, Argos, Atene. E alcune di queste furon le quali gli feciono onorevole e magnifica sepoltura, quantunque fittizia fosse; e ciò fecero per rendere con quella a coloro, li quali non sapevano dove stato si fosse sepellito, testimonanza lui essere stato suo cittadino; e quegli di Smirne non solamente sepoltura, ma gli fecero un notabile tempio, nel quale non altrimenti che se del numero de' loro idii stato fosse, secondo il loro errore, onorarono la sua memoria per molte centinaia d'anni. Fu nondimeno dai più reputato che egli fosse ismirneo, o però che, come detto è, in Smirne fu allevato, dimorandovi il padre e la madre di lui, o che di ciò gli Smirnei mostrassero più chiara testimonianza che gli altri dell'altre città; e così mostra di credere Lucano, dove dice: Quantum Smirnei durabunt vatis honores, dicendo d'Omero.

Fu questo valente uomo, secondo Calimaco, nominato Omero per lo vaticinio di lui detto da un matematico, il quale per ventura intervenne, nascendo egli, il quale disse: – Colui che al presente nasce morrà cieco; – e per questo fu dal padre nominato Omero; il quale nome è composto ab «o», che in latino viene a dire «io», e «mi», che in latino viene a dire «non», ed «erò», che in latino viene a dire «veggio»: e così tutto insieme viene a dire «io non veggio»; e, come nel processo aparirà, secondo il vaticinio morì cieco.

Questi dalla sua fanciulleza, aiutandolo come poteva la madre, si diede agli studi; e, udite sotto diversi dottori le liberali arti, lungo tempo udì sotto un poeta chiamato Pronapide, chiarissimo in que' tempi in quella facultà; e, appresso questo, partitosi di Grecia, seguendo i famosi Studi, se n'andò in Egitto, dove sotto molti valenti uomini udì poesia e filosofia e altre scienze, e massimamente sotto un filosafo chiamato Falacro, in quegli tempi sopra ogni altro famoso; ed in Egitto perseverò nel torno di venti anni, con maravigliosa sollicitudine, e quindi poi se ne tornò in Arcadia, dove per infermità perdè il vedere.

E cieco e povero si crede che componesse nel torno di tredici volumi variamente titolati e tutti in istilo eroico, de' quali si truovano ancora alquanti, e massimamente la Iliada, distinta in ventiquatro libri, nella quale tratta delle battaglie de' Greci e de' Troiani infino alla morte d'Ettore, mirabilmente commendando Acchille. Compose similemente l'Odissea in ventiquatro libri partita, nella quale tratta gli errori d'Ulisse, li quali dieci anni perseverarono dopo il disfacimento di Troia. Scrisse similemente uno libro delle laude degl'idii, il cui titolo non mi ricorda d'aver udito; scrisse ancora un libro, distinto in due, nel quale scrisse una battaglia, o vero guerra, stata tra le rane e' topi, la qual non finse senza maravigliosa e laudevole intenzione. Compose, oltre a ciò, un libro della generazion degl'idii; e composene uno chiamato Egàm, la materia del quale non trovai mai qual fosse; e similemente più altri infino in tredici, de' quali il tempo, ogni cosa divorante, e massimamente dove la negligenzia degli uomini il permetta, ha non solamente tolta la notizia delle materie, ma ancora li loro nomi nascosi, e spezialmente a noi latini.

E, acciò che questo non sia pretermesso, in tanto pregio fu la sua Iliada appo gli scienziati e valenti uomini, che, avendo Alessandro macedonico vinto Dario, re di Persia, e presa Persida, reale città, trovò in essa tanto tesoro, che, vedendolo, obstupefece. Ed essendo in quello molti e carissimi gioielli, trovò tra essi una cassetta preziosissima per maestero e carissima per ornamento di pietre e di perle; e co' suoi baroni, sì come scrive Quinto Curzio, il quale in leggiadro e laudevole stilo scrisse l'opere del detto Alessandro, come cosa mirabile riguardandola, domandò qual cosa di quelle, che essi sapessero, paresse loro, più tosto che alcuna altra, da servare in così caro vasello: non v'ebbe alcuno che la real corona o lo scettro o altro reale ornamento dicesse, ma tutti con Alessandro insieme in una sentenzia concorsono, cioè che sì preziosa cassa cosa alcuna più degnamente servar non potea che la Iliada d'Omero. E così a servar quel libro fu deputata.

Fu Omero nel mangiare e nel bere moderatissimo, e non solamente fu di brieve e poco sonno, ma quello prese con gran disagio, per ciò che, o povertà o astinenza che ne fosse cagione, il suo dormire era in su un pezo di rete di funi alquanto sospeso da terra, senza alcuni altri panni. Fu, oltre a ciò, poverissimo tanto che, essendo cieco, non aveva di che potesse dare le spese ad un fanciullo che il guidasse per la via, quando in parte alcuna andar volesse: e la sua povertà era volontaria, per ciò che delle temporali sustanze niente si curava. Fu di piccola statura, con poca barba e con pochi capelli; di mansueto animo e d'onesta vita e di poche parole.

Fu, oltre a ciò, alcuna volta fieramente infestato dalla fortuna e, tra l'altre, essendo in Atene ed avendo parte della sua Iliada recitata, il vollero gli Ateniesi lapidare, per ciò che in essa, poeticamente parlando, aveva scritto gl'idii l'un contro all'altro aver combattuto, non sentendo gli Ateniesi ancora quali fossero i velamenti poetici, nè quello che per quelle battaglie degl'idii Omero s'intendesse: e per questo, credendosi lui esser pazo, il vollero uccidere; e, se stato non fosse un valente uomo e potente nella città, chiamato Leontonio, il quale dal furioso impeto degli Ateniesi il liberò, senza dubbio l'avrebbono ucciso. La quale bestiale ingiuria il povero poeta non lasciò senza vendetta passare, per ciò che, appresso questo, egli scrisse un libro il cui titolo fu De verbositate Atheniensium, nel quale egli morse fieramente i vizi degli Ateniesi, mostrando nel vulgo di quegli nulla altra cosa essere che parole.

E altra fiata, essendo chiamato da Ermolao, re, o vero tiranno, d'Atene, quasi sprezandolo, disse che per lui nè per tutto il suo regno non vorrebbe perdere una menoma sillaba d'un suo verso, e che esso co' suoi versi possedeva maggior regno che Ermolao non faceva con la sua gente d'arme. Per la qual cosa, turbato, Ermolao il fece prendere e crudelmente battere, e poi metterlo in pregione: nella quale avendolo otto mesi tenuto nè per questo vedendolo piegarsi in parte alcuna dalla libertà dell'animo suo, il fece lasciare, nè potè fare che con lui volesse rimanere.

Della morte sua, secondo che scrive Calimaco, fu uno strano accidente cagione: per ciò che, essendo egli in Arcadia ed andando solo su per lo lito del mare, sentì pescatori, li quali sopra uno scoglio si stavano, forse tendendo o raconciando loro reti; li quali esso domandò se preso avessero, intendendo seco medesimo de' pesci. Costoro risposero che quegli, che presi aveano, avean perduti e quegli, che presi non aveano, se ne portavano. Era stata fortuna in mare e però, non avendo i pescatori potuto pescare, come loro usanza è, s'erano stati al sole e i vestimenti loro aveano cerchi e purgati di que' vermini che in essi nascono: e quegli, che nel cercar trovati e presi aveano, gli aveano uccisi e quegli, che presi non aveano, essendosi ne' vestimenti rimasi, ne portavan seco.

Omero, udita la risposta de' pescatori ed essendogli oscura, mentre al doverla intendere andava sospeso, per caso percosse in una pietra, per la qual cosa cadde e fieramente nel cader percosse e di quella percossa il terzo dì appresso si morì. Alcuni voglion dire che, non potendo intender la risposta fattagli da' pescatori, entrò in tanta maninconia che una febbre il prese, della quale in pochi dì si morì e poveramente in Arcadia fu sepellito; onde poi, portando gli Ateniesi le sue ossa in Atene, in quella onorevolmente il sepellirono.

Fu adunque costui estimato il più solenne poeta che avesse Grecia, nè fu pure appo i Greci in sommo pregio, ma ancora appo i Latini in tanta grazia, che per molti eccellenti uomini si truova essere stato maravigliosamente commendato: e intra gli altri nel quinto delle sue Quistioni tusculane scrive Tullio così di lui:

«Traditum est etiam Homerum cecum fuisse: at eius picturam, non poesim videmus. Que regio, que ora, qui locus Grecie, que species forme, que pugna queque artes, quod remigium, qui motus hominum, qui ferarum ita expictus est, ut que ipse non viderit, nos ut videremus, effecerit!» etc.

Nè si sono vergognati i nostri poeti di seguire in molte cose le sue vestige, e massimamente Virgilio; per la qual cosa meritamente qui il nostro autore il chiama «poeta sovrano».

Fiorì adunque questo mirabile uomo, chiamato da Giustiniano Cesare «padre d'ogni virtù», secondo l'oppinione d'alcuni, ne' tempi che Melanto regnava in Atene ed Enea Silvio regnava in Alba; Aristotene dice che egli fu cento anni poi che Troia fu presa; Aristarco dice lui essere stato dopo l'emigrazione ionica cento anni, regnante Echestrato, re di Lacedemonia, e Latino Silvio, re d'Alba; altri vogliono che fosse dopo questo tempo detto, essendo Labote re di Lacedemonia ed Alba Silvio re d'Alba; Filocoro dice che egli fu a' tempi d'Arcippo, il quale era appo gli Ateniesi nel supremo maestrato, cioè centonovanta anni dopo la presura di Troia; Arciloco dice che egli fu corrente la XXIII olimpiade, cioè cinquecento anni dopo il disfacimento di Troia; Apolladoro gramatico ed Euforbio istoriografo testimoniano Omero essere stato avanti che Roma fosse fatta centoventiquatro anni, e, come dice Cornelio Nepote, avanti la prima olimpiade cento anni, regnante appo i Latini Agrippa Silvio ed in Lacedemonia Archelao. Del quale per ciò così particulare investigazion del suo tempo ho fatta, perchè comprender si possa, poi tanti valenti uomini di lui scrissero, quantunque concordi non fossero, ciò avvenuto non poter essere se non per la sua preeminenzia singulare. [L. XIII]

L'altro è Orazio satiro, che viene, etc. Orazio Flacco fu di nazione assai umile e depressa, per ciò che egli fu figliuolo d'uomo libertino: e «libertini» si dicevan quegli li quali erano stati figliuoli d'alcun servo, il quale dal suo signore fosse stato in libertà ridotto, e chiamavansi questi cotali «liberti»; e fu di Venosa, città di Puglia, e nacque sedici anni avanti che Giulio Cesare fosse fatto dettatore perpetuo. Dove si studiasse e sotto cui, non lessi mai, che io mi ricordi; ma uomo d'altissima scienza e di profonda fu, e massimamente in poesia fu espertissimo.

La dimora sua, per quello che comprender si possa nelle sue opere, fu il più a Roma, dove, venuto, meritò la grazia d'Ottavian Cesare e fugli conceduto d'essere dell'ordine equestre, il quale in Roma a que' tempi era venerabile assai. Fu, oltre a ciò, fatto maestro della scena, e singularmente usò l'amistà di Mecenate, nobilissimo uomo di Roma, ed in poesia ottimamente ammaestrò.

Usò similemente quella di Virgilio e d'alcuni altri eccellenti uomini; e fu il primero poeta che in Italia recò lo stile de' versi lirici, il quale, come che in Roma conosciuto non fosse, era lungamente davanti da altre nazioni avuto in pregio, e massimamente appo gli Ebrei, per ciò che, secondo che san Geronimo scrive nel proemio libri Temporum d'Eusebio cesariense, il quale esso traslatò di greco in latino, in versi lirici fu da' Salmisti composto il Saltero, e questo stilo usò esso Orazio in un suo libro, il quale è nominato Ode.

Compose, oltre a ciò, un libro chiamato Poetria, nel quale egli ammaestra coloro, li quali a poesia vogliono attendere, di quello che operando seguir debbono e di quello da che si debbono guardare, volendo laudevolmente comporre. Negli altri suoi libri, sì come nelle Pìstole e ne' Sermoni, fu accerrimo riprenditore de' vizi, per la qual cosa meritò di essere chiamato poeta «satiro». Altri libri de' suoi, che i quatro predetti, non credo si truovino. Morì in Roma d'età di cinquantasette anni, secondo Eusebio dice in libro Temporum, l'anno XXXVI dello 'mperio d'Ottaviano Augusto.

Ovidio è 'l terzo. Publio Ovidio Nasone fu natio della città di Sulmona in Abruzo, sì come egli medesimo in un suo libro, il quale si chiama De tristibus, testimonia, dicendo:

Sulmo michi patria est, gelidis uberrimus undis,
milia qui decies distat ab Urbe novem.
E, secondo che Eusebio in libro Temporum dice, egli nacque nella patria sua il secondo anno del triumvirato di Ottaviano Cesare: e fu di famiglia assai onesta di quella città, e dalla sua fanciulleza maravigliosamente fu il suo ingegno inchinevole agli studi della scienza.

Per la qual cosa, sì come esso mostra nel preallegato libro, il padre più volte si sforzò di farlo studiare in legge, sì come faceva un suo fratello, il quale era di più tempo di lui; ma, traendolo la sua natura agli studi poetici, avveniva che, non che egli in legge potesse studiare, ma, sforzandosi talvolta di volere alcuna cosa scrivere in soluto stilo, quasi sanza avvedersene, gli venivano scritti versi; per la qual cosa esso dice nel detto libro: quidquid conabar scribere versus erat; della qual cosa il padre dice che più volte il riprese, dicendo:

Sepe pater dixit: studium quid inutile temptas?
Meonides nullas ipse reliquit opes.

Per la qual cosa, eziandio contro al piacer del padre, si diede tutto alla poesia; e, divenuto in ciò eruditissimo uomo, lasciata la patria, se ne venne a Roma, già imperando Ottaviano Augusto, dove singularmente meritò la grazia e la famigliarità di lui; e per sua opera fu ascritto all'ordine equestre, il quale, per quello che io possa comprendere, era quel medesimo che noi oggi chiamiamo «cavalleria»; e, oltre a ciò, fu sommamente nell'amore de' romani giovani.

Compose costui più libri, essendo in Roma, de' quali fu il primo quello che chiamiamo l' Epistole. Appresso, ne compose uno, partito in tre, il quale alcun chiamano Liber amorum, altri il chiamano Sine titulo: e può l'un titolo e l'altro avere, per ciò che d'alcuna altra cosa non parla che di suoi inamoramenti e di sue lascivie usate con una giovane amata da lui, la quale egli nomina Corinna; e puossi dire similemente Sine titulo, per ciò che d'alcuna materia continuata, dalla quale si possa intitolare, favella, ma alquanti versi d'una e alquanti d'un'altra, e così possiam dir di pezi, dicendo, procede.

Compose ancora un libro, il quale egli intitolò De fastis et nefastis, cioè de' dì ne' quali era licito di fare alcuna cosa e di quegli che licito non era, narrando in quello le feste e' dì solenni degl'idii de' Romani e in che tempo e giorno vengano, come appo noi fanno i nostri calendari; e questo libro è partito in sei libri, ne' quali tratta di sei mesi: e per questo apare non esser compiuto, o che più non ne facesse o che perduti sien gli altri.

Fece, oltre a questo, un libro, il quale è partito in tre e chiamasi De arte amandi, dove egli insegna e a' giovani ed alle fanciulle amare; e, oltre a questo, ne fece un altro, il quale intitolò De' remedi, dove egli s'ingegna d'insegnare disamorare. E fece più altri piccioli libretti, li quali tutti sono in versi elegiaci, nel quale stilo egli valse più che alcuno altro poeta. Ultimamente compose il suo maggior volume in versi essametri e questo distinse in quindici libri; e, secondo che esso medesimo scrive nel libro De tristibus, convenendogli di Roma andare in essilio, non ebbe spazio d'emendarlo.

Appresso, qual che la cagione si fosse, venuto in indegnazione d'Ottaviano, per comandamento di lui ne gli convenne, ogni sua cosa lasciata, andare in una isola, la quale è nel mar Maggiore, chiamata Tomitania: ed in quella relegato da Ottaviano, stette infino alla morte. È questa isola nella più lontana parte che sia nel mar Maggiore nella foce d'un fiume de' Colchi, il quale si chiama Fasis. E in questo essilio dimorando, compose alcuni libri, sì come fu quello De tristibus, in tre libri partito; composevi quello il quale egli intitolò In Ibin; composevi quello che egli intitola De Ponto, e tutti sono in versi elegiaci, come quegli che di sopra dicemmo.

La cagione per la quale fu da Ottaviano in Tomitania rilegato, sì come egli scrive nel libro De tristibus, mostra fosse l'una delle due o amendue; e questo mostra scrivendo: Perdiderunt me cum duo crimina, carmen et error. La prima adunque dice che fu l'aver veduta alcuna cosa d'Ottaviano Cesare, la quale esso Ottaviano non avrebbe voluto che alcuno veduta avesse: e di questa si duol molto nel detto libro, dicendo: Cur aliquid vidi, cur lumina noxia feci?; ma che cosa questa fosse in alcuna parte non iscrive, dicendo convenirgliele tacere, quivi: Alterius facti culpa silenda michi est.

La seconda cagione dice che fu l'avere composto il libro De arte amandi, il quale pareva molto dover adoperare contro a' buoni costumi de' giovani e delle donne di Roma. E di questo nel detto libro si duol molto e quanto può s'ingegna di mostrare questo peccato non aver meritata quella pena.

Alcuni aggiungono una terza cagione, e vogliono lui essersi inteso in Livia, moglie d'Ottaviano, e lei esser quella la quale esso sovente nomina Corinna, e, di questo essendo nata in Ottaviano alcuna sospezione, essere stata cagione dello essilio datogli. Ultimamente, essendo già d'età di cinquantotto anni, l'anno IIII di Tiberio Cesare, secondo che Eusebio in libro Temporum scrive, nella predetta isola Tomitania finì i giorni suoi e quivi fu sepellito.

Sono nondimeno alcuni li quali mostrano di credere lui essere stato rivocato da Ottaviano a Roma: della qual tornata molti Romani faccendo mirabil festa e per questo a lui ritornante fattisi incontro, fu tanta la moltitudine, la quale sanza alcuno ordine volendogli ciascun far motto e festa, che, nel mezzo di sè inconsideratamente strignendolo, il costrinse a morire.

E l'ultimo è Lucano. Il nome di costui, secondo che Eusebio in libro Temporum scrive, fu Marco Anneo Lucano. Dove nascesse, o in Corduba, donde i suoi furono, o in Roma, non è assai chiaro. Fu figliuolo di Lucio Anneo Mela e d'Atilla, sua moglie; il quale Anneo Mela fu fratel carnale di Seneca morale, maestro di Nerone. Giovane uomo fu e di laudevole ingegno molto, sì come nel libro delle guerre cittadine tra Cesare e Pompeo, da lui composto, apare.

Fu alquanto presuntuoso in estimare della sua sofficienza, oltre al convenevole; per ciò che si legge che, avendo egli alcuna volta con li amici suoi conferito, leggendo, del suo libro, dovette una volta dire: – Che dite Mancaci cosa alcuna a essere equale al Culice? – Culice fu un libretto metrico, il quale compose Virgilio, essendo ancora giovanetto, e, posto che sia laudevole e bello, non è però da comparare all'Eneida; e quantunque Lucano il Culice nominasse, fu assai bene dagli amici compreso, in sì fatta maniera il disse, che egli voleva che s'intendesse se alcuna cosa pareva loro che al suo lavorio mancasse ad essere equale all'Eneida; della qual cosa esso maravigliosamente se medesimo ingannò.

Appresso, fu costui, che che cagion se ne fosse, assai male della grazia di Nerone, in tanto che per Nerone fu proibito che i suoi versi non fossono da alcun letti. Sono, oltre a ciò, e furono assai, li quali estimarono e stimano costui non essere da metter nel numero de' poeti, affermando essergli stata negata la laurea dal Senato, la quale come poeta adomandava: e la cagione dicono essere stata per ciò, che nel collegio de' poeti fu diterminato costui non avere nella sua opera tenuto stilo poetico, ma più tosto di storiografo metrico. E questo assai leggiermente si conosce esser vero a chi riguarda lo stilo eroico d'Omero o di Virgilio o il tragedo di Seneca poeta o il comico di Plauto e di Terrenzio o il satiro d'Orazio o di Persio o di Giovenale, con quello de' quali quello di Lucano non è in alcuna cosa conforme; ma, come che si trattasse, maravigliosa eccellenzia d'ingegno dimostra.

Esso, ancora assai giovane uomo, fu da Nerone Cesare trovato essere in una congiurazione fatta contro a lui da un nobile giovane romano chiamato Pisone, con molti altri consenziente; e, ritenuto per quella, avendo veduto, secondo che Cornelio Tacito scrive, una femina volgare chiamata Epicari avere tutti i tormenti vinti, e ultimamente uccisasi avanti che alcun de' congiurati nominar volesse, non solamente alcuno n'aspettò per non acusare se medesimo, ma eziandio non sofferse di vedere nè i tormenti nè i tormentatori, ma, come domandato fu se in questa congiurazione era colpevole, prestamente il confessò: e non solamente gli bastò d'avere acusato sè, ma con seco insieme acusò Atilla, sua madre.

Per la qual cosa, morto già Lucio Anneo Seneca, suo zio, essendo a Marco Annenio commesso da Nerone che morire il facesse, si fece in un bagno aprir le vene; e, sentendo già per lo diminuimento del sangue le parti inferiori divenir fredde, secondo che scrive il predetto Cornelio, ricordatosi di certi versi già composti da lui d'uno uom d'arme, il quale per perdimento di sangue morire in quegli raconta, quegli a' circunstanti racontò ed in quegli l'ultime sue parole e la vita finirono.

91-93

Però che ciascun, di questi quatro nominati, meco si conviene, cioè si confà o è conforme, Nel nome che sonò la voce sola, cioè quella che dice che udì: «Onorate l'altissimo poeta»; nella qual «voce sola» non è alcun altro nome sustantivo se non «poeta», nel qual nome dice questi quatro convenirsi con lui, in quanto ciascun di questi quatro è così chiamato poeta come Virgilio: ma in altro con lui non si convengono, per ciò che le materie, delle quali ciascun di loro parlò, non furono uniformi con quella di che scrisse Virgilio, in quanto Omero scrisse delle battaglie fatte a Troia e degli errori d'Ulisse, Orazio scrisse ode e satire, Ovidio epistole e trasformazioni, Lucano le guerre cittadine di Cesare e di Pompeo e Virgilio scrisse la venuta d'Enea in Italia e le guerre quivi fatte da lui con Turno, re de' Rutoli. Fannomi onore, e di ciò fanno bene. Convenevole cosa è onorare ogni uomo, ma spezialmente quegli li quali sono d'una medesima professione, come costoro erano con Virgilio.

94-96

Così,come scritto è, vidi adunar, cioè congregare, essendosi Virgilio congiunto con loro, la bella scola. «Scola» in greco viene a dire «convocazione» in latino; per ciò che per esse son convocati coloro li quali disiderano sotto l'audienza de' più savi aprendere; il qual vocabolo, con ciò sia cosa che sia alquanto discrepante da quello che l'autore mostra di voler sentire, cioè non adunarsi la convocazione, ma i convocati, nondimeno tolerar si può licentia poetica, ed intender per la convocazione i convocati.

Di que' signor, cioè maestri e maggiori, dell'altissimo canto, cioè del parlar poetico, il quale senza alcun dubbio ogni altro stilo trapassa, sì come nelle parole seguenti l'autor medesimo dice. Che sopra ogni altro com'aquila vola, cioè, come l'aquila vola sopra ogni altro uccello, così il canto poetico, e massimamente quello di questi poeti, vola sopra ogni altro canto e ancora sopra quello che alcun altro poeta da costoro in fuori avesse fatto: il che, posto che d'alcuni, non credo di tutti si verificasse.

97-99

E poi ch'egli ebber ragionato alquanto. Puossi qui comprendere per l'atto seguitone, che dice si volson verso lui «con salutevol cenno», che essi ragionassero dell'autore, domandando gli altri Virgilio chi fosse colui il quale seco menava: ed esso dicendolo loro e commendando l'autore molto, come i valenti uomini fanno, che sempre commendano coloro de' quali parlano, se già non fossono evidentemente uomini infami, ne seguì ciò che appresso dice, cioè: Volsonsi a me con salutevol cenno, E 'l mio maestro sorrise di tanto, cioè rallegrossi, come colui al quale dilettava uomini di tanta autorità aver prestata fede alle sue parole, e per quelle onorar colui, il quale esso commendato avea.

È nondimeno qui da considerare la parola che dice, «sorrise», la qual molti prenderebbono non per essersi rallegrato, ma quasi schernendo quello aver fatto: la qual cosa del tutto non è da credere, per ciò che l'autore non l'avrebbe scritto, nè è verisimile il dottore farsi beffe de' suoi uditori, con ciò sia cosa che nello 'ngegno de' buoni uditori consista gran parte dell'onor del dottore; ma senza alcun dubbio puose l'autore quella parola «sorrise» avvedutamente, e la ragione può esser questa.

È il riso solamente all'umana spezie conceduto: alcun altro animale non è che rida; e questo mostra avere la natura voluto, acciò che l'uomo non solamente parlando, ma ancora per quello mostri l'intrinsica qualità del cuore, la letizia del quale prestamente, molto più che per le parole, si dimostra per lo riso.

È il vero che questo riso non in una medesima maniera l'usano gli stolti, che fanno i savi, per ciò che i poco avveduti uomini fanno le più delle volte un riso grasso e sonoro, il quale rende la faccia deforme e fa lagrimar gli occhi e ampliar la gola e doler gli emuntori del cerebro e le parti interiori del corpo vicine al polmone; e questo non è laudevole. Ma i savi non ridono a questo modo, anzi, quando odono o veggono cosa che piaccia loro, sorridono, e di questo sintilla per gli occhi una letizia piacevole, la quale rende la faccia più bella assai, che non è senza quello: per che assai ben comprender si puote l'autore aver detto Virgilio, come savio, aver sorriso di quello che a grado gli fu.

Sono nondimeno alcuni che par talvolta che sorridano quando alcuna cosa scherniscono, o talvolta, sdegnando, si turbano: questo non è da dir «sorridere», anzi è «ghignare»; e procede non da letizia, ma da malizia d'animo, per la qual ci sforziamo di volere frodolentemente mostrare che ci piaccia quello che ci dispiace.

100-102

E più d'onore ancora assai mi fenno, cioè feciono, non essendo contenti solamente ad averlo salutato. E l'onor che gli fecero fu questo: Che e' mi fecer della loro schiera, cioè mi dichiararon fra loro esser poeta; e questo propiamente aspetta a coloro li quali conoscono e sanno che cosa sia poesia, sì come uomini che in quella sono ammaestrati: e questo fu per certo solenne onore.

Sì ch'i' fui sesto tra cotanto senno, cioè tra' cinque altri così notabili poeti, io mi trovai essere stato sesto in numero; in sofficienza non dice, però che sarebbe paruto troppo superbo parlare. Molti nondimeno redarguiscono per questa parola l'autor di iattanzia, dicendo ad alcuno non star bene nè esser dicevole il commendar se medesimo, la qual cosa è vera; nondimeno il tacer di se medesimo la verità alcuna volta sarebbe dannoso; e perciò par di necessità il commendarsi d'alcuno suo laudevole merito alcuna fiata.

E questo n'è assai dichiarato per Virgilio pel primo dello Eneida, là dove esso discrive Enea essere stato sospinto da tempestoso mare nel lito africano, dove, non sappiendo in che parte si fosse e trovando la madre in forma di cacciatrice in un bosco e da lei domandato chi egli fosse, il fa rispondere: Sum pius Eneas, fama super ethera notus. Direm noi qui Virgilio, uomo pieno di tanto avvedimento e intento a dimostrare Enea essere stato in ciascuna sua operazione prudentissimo uomo, aver fatto rispondere Enea contro al buon costume? Certo no; nè è da credere lui senza gran cagione aver ciò fatto. Che dunque diremo? Che, considerato il luogo nel quale Enea era, gli fu di necessità, rispondendo, di commendar se medesimo; per ciò che, se di sè quivi avesse taciuta la verità, ne gli potea assai sconcio seguire, in quanto non sarebbe stato a cui caler di lui, che aveva bisogno, sì come naufrago, della sovenzione de' paesani: il quale non è dubbio niuno, che, avendo di se medesimo detto il vero, cioè che egli non rubatore, non di vil condizioni, ma che pietoso uomo era, e ancora molto per fama conosciuto, avrebbe molto più tosto trovato che se questo avesse taciuto.

E, acciò che a provare questa verità aiutino i divini essempli, mi piace di producere in mezzo quello che noi nello Evangelio leggiamo, cioè che Cristo, figliuol di Dio, avendo il dì della sua ultima cena in terra lavati i piedi a' discepoli suoi, tra l'altre cose da lui dette loro in loro ammaestramento, disse queste parole: – Voi mi chiamate maestro e signore: e fate bene, per ciò che io sono. – Direm noi in questo Cristo aver peccato o contro ad alcun buon costume avere adoperato? Certo no, per ciò che nè in questo nè in altra cosa peccò giammai colui che era toglitore de' peccati e che col suo preziosissimo sangue lavò le colpe nostre: anzi così questo, come gli altri suoi atti tutti ottimamente fece, per ciò che, se così fatto non avesse, non avrebbe dato l'essemplo dell'umiltà a' suoi discepoli, il quale, lavando loro i piedi, aveva inteso di dare, se confessato non avesse, anzi detto, esser loro maestro e signore, come il chiamavano. Il che assai si vede per le parole seguenti dove dice: – E se io, il quale voi chiamate maestro e signore, e così sono, ho fatto questo di lavarvi i piedi, così dovrete voi l'uno all'altro lavare i piedi. Io v'ho dato l'essemplo: come io ho fatto a voi, e così similmente fate voi – etc.

Adunque è talvolta di necessità di parlar bene di se medesimo, senza incorrere nel disonesto peccato della iattanzia: e così si può dire che qui facesse l'autore.

Dissesi di sopra, nella esposizione del titolo generale della presente opera, però convenirsi cognoscere e sapere chi stato fosse l'autore d'alcun libro, per discernere se da prestar fosse fede alle cose dette da lui, la qual molto pende dall'autorità d'esso. E perciò qui l'autore, dovendo in questo suo trattato poeticamente scrivere dello stato dell'anime dopo la morte temporale, acciò che prestata gli sia fede, di necessità confessa qui esser da' poeti dichiarato poeta.

103-105

«Così andammo infino alla lumera». Questa è la terza parte della seconda principale, nella quale esso dice come con quegli cinque poeti entrasse in un castello, nel quale vide i magnifichi spiriti, e di quegli alquanti nomina. Dice adunque: Così andammo, questi cinque poeti ed io, infino alla lumera, cioè insino al luogo dimostrato di sopra, dove disse sè aver veduto un fuoco, il quale vinceva emisperio di tenebre; Parlando, insieme, cose che il tacere è bello, cioè onesto; Così come, era bello, il parlar, di quelle cose, colà dov'era. Intorno a queste parole sono alcuni che si sforzano d'indovinare quello che debbano poter aver ragionato questi savi: il che mi par fatica superflua. Che abbiam noi a cercar che ciò si fosse, poi che l'autore il volle tacere?

106-111

[106-108] Venimmo appiè d'un nobile castello, cioè nobilmente edificato, Sette volte cerchiato d'alte mura, Difeso intorno, cioè circundato, d'un bel fiumicello. [109- 111] Questo, fiumicello, passammo come terra dura, cioè non altrimenti che se terra dura stato fosse; Per sette porti, le quali il castello avea, come sette cerchi di mura, entrai con questi savi, predetti; Venimmo, passate le sette porti, in prato di fresca verdura. Allegoricamente è da intendere il castello e la verdura, per ciò che nè edificio alcun v'è nè alcun'erba può nascere nel ventre della terra, dove nè sole nè aere puote intrare.

112-114

«Genti v'avea». Venuti al luogo dove i famosi sono, discrive l'autor primieramente alcuno de' lor costumi e modi, per li quali comprender si puote loro esser persone di grande autorità, e, appresso, ne nomina una parte. Dice adunque: Genti v'eran, in quel luogo, con occhi tardi e gravi. Dimostrasi molto nel muover degli occhi delle qualità dell'animo, per ciò che coloro, li quali muovono la luce dell'occhio soavemente e con tardità e con le palpebre quasi gravi in parte gli cuoprono, dimostrano l'animo loro esser pesato ne' consigli e non corrente nelle diliberazioni. Di grand'autorità ne' lor sembianti, in quanto sono nel viso modesti, guardandosi dal superchio e grasso riso e dagli altri atti che abbiano a dimostrare levità. Parlavan rado, per ciò che nel molto parlare, se necessità nol richiede, e ancora nel troppo tosto e veloce parlare non può esser gravità; con voci soavi, per ciò che il gridare e l'elevar la voce superchio si manifesta più tosto abondanza di caldeza di cuore che modestia d'animo.

115-117

Traemmoci così dall'un de' canti, cioè dall'una delle parti di quel luogo; e son prese queste parole dell'autore da Virgilio, dove nel VI dello Eneida dice:

Conventus trahit in medios turbamque sonantem:
et tumulum capit, unde omnes <longo> ordine possit
adversos legere, et venientum discere vultus etc.
In luogo aperto, cioè senza alcun ostaculo, luminoso e alto, per ciò che, del pari, non si può vedere ogni cosa, Sì che veder si potean tutti quanti, quegli li quali quivi erano.

118-120

Colà diritto, sopra il verde smalto, cioè sopra il verde pavimento; il quale dice «verde», per ciò che di sopra ha detto: «Venimmo in prato di fresca verdura», per che apare che il luogo era erboso; la qual cosa, come poco avanti dissi, è contr'a natura del luogo, e perciò si può comprendere lui intendere altro sotto il velamento di questa verdura; il che nella esposizione allegorica si dichiarerà.

Mi fur mostrati, da quegli cinque poeti, gli spiriti magni, cioè gli spiriti di coloro li quali nella presente vita furono di grande animo e furono nelle loro operazioni magnifichi; Che del vedere, così eccellenti spiriti, in me stesso n'essalto, cioè me ne reputo in me medesimo esser maggiore.

121-123

[L. XIIII]

I' vidi Eletra. Eletra, questa della quale qui si dee credere che l'autore intenda, fu figliuola di Atalante e di Pleione; ma di quale Atalante non so, per ciò che di due si legge che furono. De' quali l'uno è questi e più famoso: fu re di Mauritania in ponente, di contro alla Spagna, e il cui nome ancora tiene una gran montagna, la quale, dal mare Occeano atalantiaco andando verso levante, persevera molte giornate; l'altro fu greco e questi nondimeno fu famoso uomo. Ragionasi, oltre a questi, esserne stato un terzo, e quello essere stato toscano ed edificatore della città di Fiesole, del quale in autentico libro non lessi giammai; sono nondimeno di quegli che credono lui essere stato il padre d'Eletra, nè altro ne sanno mostrare se non la vicinanza del luogo dove maritata fu, cioè in Corito, città, o vero castello, non guari lontano a Roma.

Ebbe costei sei sirocchie, chiamate con lei insieme Pliade dal nome della madre, chiamata, come detto è, Pleione; le quali sette sirocchie, secondo le favole de' poeti, per ciò che nutricaron Baco, meritarono essere trasportate in cielo ed in forma di sette poste nel ginocchio del segno chiamato Tauro. Delle quali scrive Ovidio, nel suo De fastis, così:

Plyades incipiunt humeros reserare paternos:
que septem dici, sex tamen esse solent.
Seu quod in amplexum sex hinc venere deorum;
nam Steropem Marti concubuisse ferunt,
Neptuno Alcinoem, et te, formosa Celeno,
Mayam et Eletram, Taygetamque Iovi;
septima mortali Meropes tibi, Sysiphe, nupsit;
penitet; et facti sola pudore latet,
sive quod Eletra Troie spectare ruinas
non tulit, ante oculos opposuitque manum.

Secondo gli astrologi l'una di queste sette stelle è nebulosa e però come l'altre non aparisce. Chiamanle quelle stelle i Latini «virgilie»; Anselmo in libro De imagine mundi dice che queste stelle non si chiamano «Pliade» dal nome della madre loro, ma dalla quantità, per ciò che «plion» in greco viene a dire «multitudine» in latino; «virgilie» son chiamate, per ciò che in quelli tempi, che i virgulti cominciano a nascere, si cominciano a levare, cioè alla entrata di marzo.

Il numero loro, che son sette, puote aver data cagione alla favola, per ciò che, essendo simili in numero alle predette sette stelle, furono cominciate a chiamare dalla gente per lo nome di quelle stelle; e, perseverando eziandio dopo la morte loro questo nome, furono dal vulgo stolto credute essere state trasportate in cielo.

L'avere nutricato Baco può esser preso da questo: quando il sole è in Vergine, queste stelle dopo alquanto di notte si levano e con la loro umidità riconfortano le vigne, le quali per lo calor del dì sono faticate, avendo patito mancamento d'umido.

Che esse abbiano nutrito Giove si dice per questa cagione: Giove alcuna volta s'intende per lo elemento del fuoco e dell'aere, e se nell'aere umidità non fosse, per la quale il calor del fuoco a lei vicino si temperasse l'aere non potrebbe i suoi effetti adoperare, sì sarebbe affocata; adunque l'umidità di queste stelle, che è molta, è cagione di questa sustentazione e per conseguente di nutrimento.

E fu costei moglie di Corito, re della sopradetta città di Corito, la quale estimo da lui dinominata fosse. E sono di quegli che vogliono questo Corito essere quella terra la quale noi oggi chiamiamo Corneto; e a questa intenzione forse agevolmente s'adatterebbe il nome, per ciò che, aggiunta una «n» al nome di Corito, farà Cornito: e queste addizioni, diminuizioni e permutazioni di lettere essere ne' nomi antichi fatte sovente si truovano.

Essendo adunque costei, come detto è, <moglie> di Corito re, gli partorì tre figliuoli, Dardano e Iasio e Italo; nè altro di lei mi ricorda aver letto giammai che memorabile sia. Credo adunque per questo saranno di quegli che si maraviglieranno perchè tra gli spiriti magni non solamente dall'autor posta sia, ma ancora perchè la prima nominata: della qual cosa può essere la cagion questa.

Volle, per quello che io estimo, l'autore porre qui il fondamento primo della troiana progenie e per conseguente de' discendenti d'Enea e della famiglia de' Iuli, li quali, o vogliam dir la quale, più che alcun'altra è stata reputata splendida per nobiltà di sangue e, oltre a questo, quella che in più secoli è perseverata ne' suoi successori: per ciò che, come assai manifestamente per autentichi libri si comprende, per quatro o per cinque mezzi discendendo, per dritta linea si pervenne da Dardano, figliuolo d'Eletra, ad Anchise e da Anchise, per diciasette o forse diciotto, si pervenne in Numitore, padre d'Ilia, madre di Romolo, edificatore di Roma; e per Giulio Proculo, figliuolo d'Agrippa Silvio, che de' discendenti d'Enea fu, si fondò in Roma la famiglia Iulia, parte della quale furono i Cesari, li quali perseverarono infino in Neròn Cesare.

E d'altra parte, secondo che alcuni si fanno a credere, essendo per più mezzi Ettòr disceso di Dardano, dicono che, dopo il disfacimento d'Ilione, certi figliuoli d'Ettore essersene andati in Trazia e quivi aver fatta una città chiamata Sicambria; e de' lor discendenti, dopo lungo tempo, esserne andati su per lo Danuvio e pervenuti infino sopra il Reno, il quale Germania divide da' Galli;e, appresso, dopo più centinaia d'anni, dietro a due giovani reali di quella schiatta discesi, de' quali l'un dicono essere stato chiamato Francone e l'altro Marcomanno, essere passati in Gallia e quivi aver data origine e principio alla progenie de' reali di Francia: e così infino a' nostri dì voglion dire che pervenuta sia.

Ma potrebbe nondimeno dire alcuno: «Se l'autore voleva il principio di così nobile e così antica schiatta porre, perchè non poneva egli Corito il marito di questa Eletra?». A che si può così rispondere: perchè, con ciò sia cosa che di questa origine fosse Dardano, figliuolo d'Eletra, cominciamento, per gli errori degli antichi si dubitò di cui Dardano fosse stato figliuolo, o di Corito o di Giove: e però, non avendo questo certo, volle porre l'autore inizio di questa progenie colei, di cui era certo Dardano essere stato figliuolo.

E il credere che Dardano fosse stato figliuol di Giove nacque da questo: che, essendo morto Corito, e, per la successione del regno nata quistione tra Dardano e Iasio, avvenne che Dardano uccise Iasio; di che vedendo egli i subditi turbati, prese navi e parte del popolo suo, e, da Corito partitosi, dopo alcune altre stanzie, pervenne in Frigia, provincia della minore Asia, dove un re chiamato Tantalo regnava; dal quale in parte del reggimento ricevuto, fece una città la quale nominò Dardania e a' suoi cittadini diede ottime e laudevoli leggi: ed essendo umano e benigno uomo e giustissimo, estimarono quegli cotali lui non essere stato figliuolo d'uomo, ma di Giove: e questo, per ciò che le sue operazioni erano molto conformi agli effetti di quel pianeto, il quale noi chiamiamo Giove.

E regnò questo Dardano, secondo che scrive Eusebio in libro Temporum, a' tempi di Moisè, regnando in Argo Steleno; e in Frigia pervenne l'anno del mondo MMMDCCXXXVII. Così adunque quello che prima era certo, cioè lui essere stato figliuolo di Corito, si convertì in dubbio, e però non il padre, ma la madre, come detto è, puose in questo luogo primiera.

Con molti compagni. Questi estimo erano discesi di lei, tra' quali ne furono alquanti più che gli altri famosi e laudevoli uomini. De' quali compagni ne nomina l'autore alcuno, dicendo: Tra' quai conobbi, per fama, Ettore, figliuol di Priamo, re di Troia, e d'Ecuba.

Costui si crede che fosse in fatti d'arme e forza corporale tra tutti i mortali maravigliosissimo uomo, e così apare nella Iliada d'Omero per tutto. Ultimamente, avendo molte vittorie avute de' Greci, avvenne che, avendo Achille, ad istanzia de' prieghi di Nestore, non volendo combattere egli, conceduto a Patrocolo, suo singulare amico, che egli per un dì si vestisse l'armi sue, e Patrocolo con esse in dosso essendo disceso nella battaglia, come da Ettòr fu veduto, fu da lui estimato esso essere Achille.

Per la qual cosa dirizatosi verso lui, senza troppo affanno vintolo, l'uccise e spogliògli quelle armi, e, quasi d'Achille triumfando, se ne tornò con esse nella città; la qual cosa avendo Achille sentita, pianta amaramente la morte del suo amico e altre armi trovate, discese fieramente animoso contro ad Ettore nella battaglia: avvenutosi ad Ettore, con lui combattè e ultimamente, vintolo, l'uccise.

E tanto potè in lui l'odio, il quale gli portava per la morte di Patrocolo, che, spogliatogli l'arme e legato il morto corpo dietro al carro suo, tre volte intorno intorno alla città d'Ilione lo strascinò; e quindi alla tenda sua ritornato, il guardò dodici dì senza sepoltura, infino a tanto che Priamo, di notte e nascosamente venuto alla sua tenda, quello, grandissimo tesoro e molte care gioie, ricomperò, e, portatonelo nella città, con molte sue lacrime e degli altri suoi e di tutti i Troiani onorevolmente il sepellì.

Ed Enea. Questi fu figliuolo, secondo che i poeti scrivono, d'Anchise troiano e di Venere e nacque sopra il fiume chiamato Simeonte, non guari lontano ad Ilione, al quale poi Priamo, re di Troia, splendidissimo signore, diede Creusa, sua figliuola, per moglie, e di lei ebbe un figliuolo chiamato Ascanio. Fu in arme valoroso uomo e tra gli altri nobili Troiani andò in Grecia con Parìs quando egli rapì Elena: la qual cosa mostrò sempre che gli spiacesse.

Non pertanto valorosamente contro a' Greci combattè molte volte per la salute della patria e tra l'altre si mise una volta a combattere con Achille, non senza suo gran pericolo. In Troia fu sempre ricevitore degli ambasciadori greci: per le quali cose, essendo Iliòn preso da' Greci, in luogo di guiderdone gli fu conceduto di potersi, con quella quantità d'uomini che gli piacesse, del paese di Troia partirsi e andare dove più gli piacesse.

Per la qual concessione prese le venti navi, con le quali Parìs era primieramente andato in Grecia, e in quelle messi quegli Troiani alli quali piacque di venir con lui, e similemente il padre di lui ed il figliuolo, e, secondo che ad alcun piace, uccisa Creusa, lasciato il troiano lito, primieramente trapassò in Trazia e quivi fece una città, la quale del suo nome nominò Enea, nella qual poi esso lungamente fu adorato e onorato di sacrifici come idio, sì come Tito Livio nel XXXX libro scrive.

E quindi poi, sospettando di Polimestore re, il quale dislealmente per avarizia aveva ucciso Polidoro, figliuol di Priamo, si partì e andonne con la sua compagnia in Creti, donde, costretto da pestilenzia del cielo, si partì e vennene in Cicilia, dove Anchise morì appo la città di Trapani. Ed esso poi per passare in Italia rimontato co' suoi amici sopra le navi e lasciata ad Aceste, nato del sangue troiano, una città da lui fatta, chiamata Acesta, in servigio di coloro li quali seguir nol poteano, secondo che Virgilio dice, da tempestoso tempo transportato in Africa e quivi da Didone, reina di Cartagine, ricevuto ed onorato, per alcuno spazio di tempo dimorò.

Poi da essa partitosi, essendo già sette anni errato, pervenne in Italia e nel seno Baiano, non guari lontano a Napoli, smontato, quivi per arte nigromantica, appo il lago d'Averno, ebbe con gli spiriti immondi, di quello che per inanzi far dovesse, consiglio; e quindi partitosi, là dove è oggi la città di Gaeta perdè la nutrice sua, il cui nome era Gaeta, e sopra le sue ossa fondò quella città e dal nome di lei la dinominò; e quindi venuto nella foce del Tevero ed essendogli, secondo che dice Servio, venuto meno il lume d'una stella, la quale dice essere stata Venere, estimò dovere esser quivi il fine del suo cammino.

Ed entrato nella foce e su per lo fiume salito con le sue navi, là dove è oggi Roma, fu da Evandro re ricevuto e onorato; e in compagnia di lui essendo, da Latino, re de' Laurenti, gli fu data per moglie la figliuola, chiamata Lavina, la quale primieramente aveva promessa a Turno, figliuolo di Dauno, re de' Rutoli. Per la qual cosa nacque guerra tra Turno e lui e molte battaglie vi furono, e secondo che scrive Virgilio, egli uccise Turno. Ma alcuni altri sentono altrimenti.

Della morte sua non è una medesima oppinione in tutti. Scrive Servio che Catòn dice che, andando i compagni d'Enea predando appo Lauro Lavinio, s'incominciò a combattere ed in quella battaglia fu ucciso Latino re da Enea, il quale Enea poi non fu riveduto. Altri dicono che, avendo Enea avuta vittoria de' Rutoli e sacrificando sopra il fiume chiamato Numico, che esso cadde nel detto fiume e in quello anegò, nè mai si potè il suo corpo ritrovare: e questo assai elegantemente tocca Virgilio nel IIII dello Eneida, dove pone le bestemmie mandategli da Didone, dicendo:

At bello audacis populi vexatus et armis,
finibus extorris, complexu avulsus Iuli,
auxilium imploret videatque indigna suorum
funera, nec, cum se sub leges pacis inique
tradiderit, regno aut optata luce fruatur,
sed cadat ante diem mediaque inhumatus arena.
Hoc precor etc.

E Virgilio medesimo mostra lui essere stato ucciso da Turno, dove nel libro X dell'Eneida finge che Giunone, sollicita di Turno, nel mezzo ardore della battaglia prende la forma d'Enea, e, seguitata da Turno, fugge alle navi d'Enea; e infino in su le navi essere stata seguitata da Turno, e quindi sparitagli dinanzi: la qual fuga si tiene che non fosse fittizia, ma vera fuga d'Enea, e che quivi, morto, esso cadesse nel fiume. Ma, come che egli morisse, fu da quelli della contrada deificato e chiamato Giove Indigete.

Cesare armato. Gaio Giulio Cesare fu figliuol di Lucio Giulio Cesare, disceso d'Enea, come di sopra è dimostrato, e d'Aurelia, discesa della schiatta d'Anco Marco, re de' Romani; nè fu, come si dice, dinominato Cesare per ciò che del ventre della madre tagliato fosse tratto avanti il tempo del suo nascimento, per ciò che, sì come Svetonio in libro Duodecim Cesarum dice, quando egli uscì candidato di casa sua, egli basciò la madre e dissele: – Io non tornerò a te se non pontefice massimo; – e così fu, che egli tornò a lei disegnato pontefice massimo; ma per ciò fu cognominato Cesare, per ciò che ad un de' suoi passati quello adivenne che molti credono che a lui adivenisse: e da quel cotale cognominato Cesare a cesura, cioè dalla tagliatura stata fatta della madre, quello lato de' Giuli, che di lui discesero, tutti furono cognominati Cesari.

Fu adunque e per padre e per madre nobilissimo uomo e variamente fu dalla fortuna impulso, e parte della sua adolescenzia fece in Bittinia appresso al re Nicomede con poco laudevole fama. Militò sotto diversi imperadori e divenne nella disciplina militare ammaestratissimo e gli onorevoli ufici di Roma tutti ebbe ed essercitò e, tra gli altri, due consolati, li quali esso quivi governò.

Ma, essendo egli questore ed essendogli in provincia venuta la Spagna Ulteriore, ed essendo pervenuto in Gades e quivi nel tempio d'Ercule avendo veduta la statua d'Alessandro macedonico, seco si dolfe, dicendo Alessandro già in quella età, nella quale esso era, avere gran parte del mondo sottomessasi ed esso, da cattività e da pigrizia occupato, non avere alcuna cosa memorabile fatta. E quinci si crede lui aver preso animo alle gran cose, le quali poi molte adoperò: e con astuzia e con sollicitudine sempre s'ingegnò d'esser preposto ad alcuna provincia e ad esserciti e a farsi grande d'amici in Roma.

Ed essendogli, dopo molte altre cose fatte, venuta in provincia Gallia ed in quella andato, per diece anni fu in continue guerre con que' popoli; e, fatto un ponte sopra il Reno, trapassò in Germania e con loro combattè e vinsegli; e similemente trapassato in Inghilterra, dopo più battaglie gli soggiogò. E quindi, tornando in Italia e domandando il triumfo ed il consolato, per una legge fatta da Pompeo gli fu negato l'un de' due.

Per la qual cosa esso, partitosi da Ravenna, ne venne in Italia e seguitò Pompeo, il quale col Senato di Roma partito s'era, infino a Brandizio e di quindi in Epiro; e, rotte le forze sue in Tesaglia, il seguitò in Egitto, dove da Tolomeo, re d'Egitto, gli fu presentata la testa; e quivi fatte con gli Egiziaci certe battaglie e vintigli, a Cleopatra, nella cui amicizia congiunto s'era, concedette il reame, quasi in guiderdone dell'adulterio commesso.

Quindi n'andò in Ponto e, sconfitto Farnace, re di Ponto, si volse in Africa, dove Giuba, re di Numidia, e Scipione, suocero di Pompeo, vinti, trapassò in Ispagna contro a Gneo Pompeo, figliuolo di Pompeo Magno. Quivi alquanto stette in pendulo la sua fortuna. Combattendo esso e' suoi contro a' pompeiani, e' fu in tanto pericolo che esso di voler morire, di quale spezie di morte si volesse uccidere, pensava. Respirò la sua fortuna e rimase vincitore: e quindi si tornò in Roma, dove triumfò de' Galli e degli Egiziaci e di Farnace in tre diversi dì.

Scrive Plinio, in libro De naturali historia, che egli personalmente fu in cinquanta battaglie ordinate, che ad alcun altro romano non avvenne d'essere in tante: solo Marco Marcello, secondo che Plinio predetto dice, fu in quaranta. E di queste cinquanta le più fece in Gallia e in Brettagna ed in Germania, nè, fuor che in una,si trovò esser perdente: e di questo potè esser cagione la sua mirabile industria e la fidanza che di lui aveano coloro li quali il seguivano, li quali non potevano credere, sotto la sua condotta, in alcuno quantunque gran pericolo poter perire. E dice il predetto Plinio sotto la sua capitaneria, in diverse parti combattendo, essere stati uccisi de' nemici dalla sua gente un milione e cento novanta due migliaia d'uomini: nè si pongono in questo numero quegli che uccisi furono nelle guerre nè nelle battaglie cittadine, le quali tra lui e Pompeo e' suoi seguaci furono; per la qual cosa meritamente dice l'autore: «Cesare armato».

Fu, oltre a ciò, costui grandissimo oratore, sì come Tullio, quantunque suo amico non fosse, in alcuna parte testimonia. Fu solenne poeta e leggesi lui nel maggior fervore della guerra cittadina aver due libri metrici composti, li quali da lui furono intitolati Anticatoni. Fu grandissimo perdonatore delle 'ngiurie, in tanto che non solamente a chi di quelle gli chiese perdono le rimise, ma a molti, senza adomandar, di sua spontanea volontà perdonò; pazientissimo fu delle ingiurie in opere od in parole fattegli.

Fu lussurioso molto, per ciò che, secondo che scrive Svetonio, egli nella sua concupiscenzia trasse più nobili femine romane, sì come Postumia di Servio Sulpizio, Lollia d'Aulo Gabinio, Tertullia di Marco Crasso, Muzia di Gneo Pompeo; ma oltre a tutte l'altre amò Servilia, madre di Marco Bruto, la figliuola della quale, chiamata Terzia, si crede che egli avesse. Usò ancora l'amicizie d'alcune altre forestiere, sì come quella della figliuola di Nicomede, re di Bittinia, e Eune Maura, moglie di Bogade, re de' Mauri, e Cleopatra, reina d'Egitto, e altre.

Nè furon questi suoi adultèri taciuti in parte da' suoi militi, triumfando egli, per ciò che nel triumfo gallico fu da molti cantato: – Cesare si sottomise Gallia, e Nicomede Cesare; – ed altri dicevano: – Ecco Cesare che al presente triumfa di Gallia, e Nicomede non triumfa, che si sottomise Cesare. – E, oltre a questo, in questo medesimo triumfo fu detto da molti: – Romani, guardate le vostre donne: noi vi rimeniamo il calvo adultero. – E nella persona di lui propio furon gittate queste parole: – Tu comperasti per oro lo stupro in Gallia, e qui l'hai preso in prestanza. – Costui adunque, tornato in Roma ed avendo triumfato, occupò la republica e fecesi fare contro alle leggi romane dettatore perpetuo, dove, secondo le leggi, non si poteva più oltre che sei mesi stendere l'uficio del dettatore. Ed apartenendo all'autorità del Senato il conceder l'uso della laurea, da esso ottenne di poterla portare continuo, acciò che con quella ricoprisse la testa sua calva, la quale lungamente a suo potere avea ricoperta col tirarsi i capelli di dietro dinanzi.

Ed in questa dignità perseverando ed essendo a molti de' senatori gravissimo, in tanto che gran parte del Senato avea contro a lui congiurato, si riscaldò nel disiderio, lungamente portato, d'esser re; per la qual cosa, essendosi a vendicare la morte di Crasso, stato con più legioni romane ucciso da' Parti, ferocissimi popoli, subornò Lucio Cotta, al quale con quatordici altri uomini aparteneva il procurare i libri sibillini, di quello che voleva raportasse; e Cotta poi in Senato disse ne' libri sibillini trovarsi li Parti non poter esser vinti nè soggiogati se non da re: e però convenirsi che Cesare si facesse re. La qual cosa parve gravissima a' senatori ad udire.

E, come che essi servassono occulta la loro intenzione, fu nondimeno questo un avacciare a dare opera a quello che parte di loro aveano fra sè ragionato: e perciò gl'idi di marzo, cioè dì XV di marzo, Giulio Cesare, sollicitato molto da Bruto, non potendolo Calfurnia, sua moglie, per un sogno da lei veduto la notte precedente, ritenere nè ancora alcuni altri segni da lui veduti, pretendenti quello che poi seguì, in su la quinta ora del dì, uscito di casa, ne venne nella corte di Pompeo, dove quel dì era ragunato il Senato; dove, non dopo lunga dimora, fu da Gaio Cassio e da Marco Bruto e da Decio Bruto, prencipi della congiurazione, e da più altri senatori assalito e fedito di ventitrè punte di stili.

La qual cosa vedendo esso e conoscendo la morte sua, recatisi e compostisi, come meglio potè, i panni dinanzi, acciò che disonestamente non cadesse, senza far alcun romore di voce o di pianto cadde; ed essendone stato portato da alquanti suoi servi a casa e vedute da Antistio medico le piaghe di lui ancora spirante, disse di tutte quelle una sola esservene mortale: e quella si crede fosse quella che da Marco Bruto ricevette.

Appresso, fuggitisi i congiurati ed egli essendo morto, disfatte le sedie giudiciali della corte, le quali si chiamano «rostri», gliene fu fatto, secondo l'antico costume, un rogo, e con grandissimo onore fu il corpo suo arso, e le ceneri, racolte diligentemente, furon messe in quel vaso ritondo di bronzo, il quale ancora si vede sopra quella pietra quadrangula aguta ed alta, che è oggi dietro alla chiesa di san Piero in Roma, la quale il vulgo chiama Aguglia, come che il suo vero nome sia Giulia. [L. XV]

Con gli occhi grifagni. Non mi ricorda aver letta la qualità degli occhi di Giulio Cesare; ma, per ciò che gli occhi grifagni, se da «grifone» viene questo nome, sono riposti nella fronte sotto ciglia aguzate e piccoli per rispetto agli altri, e per questo hanno a significare astuzia e fiereza d'animo dovere essere in colui che gli ha, e queste cose furono in Cesare, e però credere dobbiamo l'autore, o colui da cui l'ebbe, dovere o dire il vero o estimare dagli effetti veri Cesare dovergli così avere avuti fatti ragionevolmente.

124-126

Vidi Camilla. Chi costei fosse distesamente è scritto sopra il primo canto del presente libro; e però qui non bisogna di replicare. Ponla nondimeno qui l'autore per la sua virginità e per la sua costante perseveranza in quella, e, oltre a ciò, per lo suo virile animo, per lo quale non feminilmente, ma virilmente adoperò e morì.

E la Pantasilea. La Pantasilea fu reina dell'Amazone, cioè di quelle donne, le quali senza volere o compagnia o signoria d'uomini, per se medesime in Asia, allato al mar Maggiore, sotto più reine lungo tempo signoreggiarono parte d'Asia e talora d'Europia. La origine delle quali fu questa, secondo che Giustino, abreviatore di Trogo Pompeo, scrive nel libro III della sua Historia.

Essendo cacciati di Scizia, quasi ne' tempi di Nino, re d'Assiria, Silisio e Scolopico, giovani di reale schiatta, per divisione la quale era tra' nobili uomini di Scizia, grandissima quantità di giovani Scizi avendone seco menata insieme con le lor mogli e' figliuoli, nelle contrade di Capadocia, allato ad un fiume chiamato Termodoonte, si posero; e quivi occupati i Campi chiamati Ciri, usati per molti anni di vivere di ratto, e, per questo, rubare e spogliare ed infestare i vicini popoli datorno, avvenne che, per occulto trattato de' popoli, noiati da loro, essi furono quasi tutti uccisi.

Le mogli de' quali, veggendo essere aggiunto al loro essilio l'esser private de' mariti, preson l'armi e con fiero animo andarono incontro a coloro che li loro mariti uccisi aveano e quegli cacciarono fuori del loro terreno: e oltre a ciò, continuando la guerra animosamente per alcun tempo, da ogni nimico il difesero.

Poi, congiugnendosi per matrimonio co' popoli circunstanti, posero giù alquanto la ferocità dell'animo; ma poi, ripresala, e intra sè ragionando, estimarono il maritarsi a coloro, a' quali si maritavano, non esser matrimonio, ma più tosto un sottomettersi a servitudine. Per la qual cosa diliberarono di fare e fecero cosa mai più non udita: e questa fu che tutti quegli uomini, li quali con loro erano a casa rimasi, uccisono, e, quasi resurgendo vendicatrici delle morti degli uccisi loro mariti, nella morte degli altri datorno tutte d'uno animo conspirarono.

E per forza d'arme con quelli, che rimasi erano, avuta pace, acciò che per non aver figliuoli non perisse la lor gente, presero questo modo, che a parte a parte andavano a giacere co' vicini uomini e, come gravide si sentivano, si tornavano a casa; e quegli figliuoli maschi che elle facevano, tutti gli uccidevano, e le femine guardavano e con diligenzia allevavano. Le quali non a stare oziose o a filare o a cucire nè ad alcuno altro feminile uficio adusavano, ma in domare cavalli, in cacce, in saettare ed in fatica continua l'essercitavano.

E, acciò che esse potessero nutricare quelle figliuole che di loro nascessero, essendo loro le poppe agli essercizi delle armi noiose, lasciavano loro la destra e della sinistra le privavano; ed il modo era che, quando eran piccole, tirata alquanto la carne in alto, quella con alcun filo strettissimamente legavano: di che seguiva che la parte legata, non potendo avere lo scorso del sangue, si seccava e così poi, venendo in più matura età, non v'ingrossava la poppa.

E da questa privazione dell'una delle poppe nacque loro il nome, per lo quale poi chiamate furono, cioè «Amazone», il quale tanto vuol dire quanto «senza poppa». E, così perseverando più tempo, quando sotto una reina e quando sotto due, si governavano, continuamente ampliando il loro imperio.

E, essendo in processo di tempo morta una loro reina, la quale fu chiamata Orizia, fu fatta reina la Pantasilea. Costei fu valorosa donna e governò bene il suo regno; e, avendo udito il valor di Ettore, figliuolo del re Priamo, disiderò d'avere alcuna figliuola di lui, e, per cattare l'amore e la benivolenza sua, con gran moltitudine delle sue femine contro a' Greci venne in aiuto de' Troiani; ma non potè quello che disiderava adempiere, per ciò che trovò, quando giunse, Ettore esser già morto. Ma nondimeno mirabilmente più volte per la salute di Troia combattè; alfine combattendo fu uccisa. E, secondo che alcuni scrivono, costei fu che prima trovò la scure: vero è che quella che da lei fu trovata aveva due tagli, dove le nostre n'hanno un solo.

Dall'altra parte, forse a rincontro a' nominati, vidi 'l re Latino. Latino fu re de' Laurenti e figliuolo di Fauno re, de' discendenti di Saturno, e d'una ninfa laurente chiamata Marica, sì come Virgilio nello Eneida dice:

............ Rex arva Latinus et urbes
iam senior longa placidas in pace regebat.
Hunc Fauno et nympha genitum laurente Marica
accepimus.

Ma Giustino non dice così, anzi dice che egli fu nepote di Fauno, cioè figliuolo della figliuola, in questa forma: che, tornando Ercule di Spagna, avendo vinto Gerione e pervenendo nella contrada di Fauno, egli giacque con la figliuola e di quello congiugnimento nacque Latino; e così non di Fauno, ma d'Ercule sarebbe Latino stato figliuolo. Ma Servio Sopra 'l Virgilio dice che, secondo Essiodo, in quello libro il quale egli compose chiamato Aspidopia, che Latino fu figliuolo d'Ulisse e di Circe, la quale alcuni chiamarono Marica: e però dice il detto Servio Virgilio aver detto di lui, cioè di Latino, «Solis avi specimen», per ciò che Circe fu figliuola del Sole.

Ma dice il detto Servio, per ciò che la ragione de' tempi non procede, per ciò che Latino era già vecchio quando Ulisse ebbe la dimesticheza di Circe, essere da prendere quello che Iginio dice, cioè essere stati più Latini. Oltre a questo, così come del padre di Latino sono oppinioni varie, così similmente sono gli antichi scrittori discordanti della madre, per ciò che Servio dice Marica essere dea del lito de' Minturnesi, allato al fiume chiamato Lirim. Laonde Orazio dice:

Et innantem Marice
litoribus tenuisse Lirim;
e però, se noi vorrem dire Marica essere stata moglie di Fauno, non procederà, per ciò che gl'idii locali, secondo l'erronea oppinione degli antichi, non trapassano ad altre regioni. Alcuni dicono Marica esser Venere, per ciò che ella ebbe un tempio allato alla Marica, nel quale era scritto «Pontina Venere»; ma di costei anche si può dire quello che di sopra dicemmo di Latino: potere essere state più Mariche.

Ma di cui che egli si fosse figliuolo, egli fu re de' Laurenti ne' tempi che Troia fu disfatta ed ebbe per moglie Amata, sirocchia di Dauno, re d'Ardea, e zia di Turno, sì come per Virgilio apare. Ma Varrone, in quel libro il quale egli scrive De origine lingue latine, dice che Pallanzia, figliuola d'Evandro re, fu sua moglie. Costui, secondo che vogliono alcuni, ricevette Enea fuggito da Troia; ed avendo avuto un responso da quegli loro idii, che egli ad un forestiere, del quale doveva mirabile succession nascere, desse Lavina, sua figliuola, per moglie, avendola già promessa a Turno, la diede ad Enea: di che gran guerra nacque, nella quale, secondo che dice Servio, questo Latino morì quasi nella prima battaglia.

Che con Lavina, sua figlia, sedea. Lavina, come detto è, fu figliuola di Latino e d'Amata e moglie d'Enea, del quale ella rimase gravida; e temendo la superbia di Ascanio, figliuolo di Enea, il quale era rimaso vincitore della guerra di Turno, si fuggì in una selva; e appo un pastore, secondo che dice Servio, chiamato Tiro, dimorò nascosamente e partorì al tempo debito un figliuolo il quale nominò Giulio Silvio Postumo, per ciò che nato era dopo la morte del padre, nella selva. Ma poi fu costei da Ascanio rivocata nel suo regno, avendo egli già fatta la città di Alba ed in quella andatosene. La quale, non essendo dalle cose avverse rotta, tanto reale animo servò nel petto feminile che senza alcuna diminuizione guardò il regno al figliuolo, tanto che egli fu in età da sapere e da potere regnare. Ma Eusebio in libro Temporum dice che costei dopo la morte d'Enea si rimaritò ad uno il quale ebbe nome Melampo e di lui concepette un figliuolo, il quale fu chiamato Latino Silvio. Nè più di lei mi ricorda aver trovato.

127-129

Vedi quel Bruto che cacciò Tarquino. Bruto fu per lignaggio nobile uomo di Roma, per ciò che egli fu d'una famiglia chiamata i Giuni ed il suo nome fu Gaio Giunio Bruto, e la madre di lui fu sorella di Tarquino Superbo, re de' Romani. E, per ciò che egli vedeva Tarquino incrudelire contro a' congiunti, temendo di sè, avendo sana mente, si mostrò pazo: e così visse buona peza, portando vilissimi vestimenti e ingegnandosi di fare alcune cose piacevoli, come talvolta fanno i matti, acciò che facesse ridere altrui, ed ancora per acquistare la benivolenzia di chi il vedesse, e con questo fuggisse la crudeltà del zio. E, per ciò che poco nettamente vivea, fu cognominato Bruto: il quale, per aver festa di lui, tenevano volentieri appresso di sè i figliuoli di Tarquino.

Ora avvenne che, essendo Tarquinio Superbo intorno ad Ardea ad assedio e i figliuoli del re con altri lor compagni avendo cenato, entrarono in ragionamento delle loro mogli e ciascuno, come far si suole, in vertù e in costumi preponeva la sua a tutte l'altre femine; e, non finendosi la quistione per parole, presero per partito d'andarne alle lor case con questi patti: che, quale delle lor donne trovassero in più laudevole essercizio, quella fosse meritamente da commendar più che alcun'altra.

E così, montati a cavallo, subitamente fecero; e, pervenuti a Roma, trovarono le nuore del re ballare e far festa con le lor vicine, non ostante che i lor mariti fossero in fatti d'arme e a campo; e di quindi n'andarono a un castello chiamato Collazio, dove un giovane chiamato Collatino, loro zio, teneva la donna sua, chiamata Lucrezia, e trovarono costei in mezzo delle sue femine veghiare e con loro insieme filare e far quello che a buona donna e valente s'aparteneva di fare: per che fu reputato che costei fosse più da lodare che alcuna dell'altre e che Collatino avesse miglior moglie che alcun degli altri.

Era tra questi giovani Sesto Tarquinio, giovane scellerato e lascivo, il quale, veduta Lucrezia e seco medesimo commendatola molto, entratagli nell'animo la belleza e l'onestà di lei, seco medesimo dispuose di voler del tutto giacer con lei: e dopo alquanti dì, senza farne sentire alcuna cosa ad alcuno, preso tempo, solo ritornò a Collazio, dove da lei parentevolmente ricevuto ed onorato, considerata la condizione della casa, la notte, come silenzio sentì per tutto, estimando che tutti dormissero, levatosi, col coltello ignudo in mano, tacitamente n'andò là dove Lucrezia dormiva; e, postale la mano in sul petto, disse: – Io sono Sesto e tengo in mano il coltello ignudo; se tu farai motto alcuno, pensa ch'io t'ucciderò di presente. – Ma per questo non tacendo Lucrezia, la quale in guisa alcuna al suo disiderio acconsentir voleva, le disse: – Se tu non farai il piacer mio, io t'ucciderò e appresso di te ucciderò uno de' tuoi servi e a tutti dirò che io t'abbia uccisa, per ciò che col tuo servo in adulterio t'abbia trovata. – Queste parole spaventarono la donna, seco pensando che, se in tal guisa uccisa fosse trovata, leggiermente creduto sarebbe lei essere stata adultera, nè sarebbe chi la sua inocenzia difendesse: e però, quantunque malvolentieri si consentisse a Sesto, nondimeno, avendo pensato come cotal peccato purgherebbe, gli si consentì.

Sesto, quando tempo gli parve, se ne tornò ad Ardea; ed essa piena di dolore e d'amaritudine, come il giorno aparì, si fece chiamare Lucrezio Tricipitino, suo padre, e Collatino, suo marito, e Bruto: li quali essendo venuti e trovandola così dolorosa nell'aspetto, la domandò Collatino: – Che è questo, Lucrezia? Non sono assai salve le cose nostre? – A cui Lucrezia rispuose: – Che salveza può esser nella donna, la cui pudicizia è violata? Nel tuo letto è orma d'altro uomo che di te. – E quinci aperse distesamente ciò che per Sesto Tarquinio era stato la passata notte adoperato.

Il che udendo Collatino e gli altri, quantunque dell'accidente forte turbati fossero, nondimeno la cominciarono a confortare, dicendo la pudicizia non potere esser contaminata, dove la mente a ciò non avesse consentito. Ma Lucrezia, ferma nel suo proponimento, trattosi di sotto a' vestimenti un coltello, disse: – Questa colpa, in quanto a me apartiene, non trapasserà impunita; nè alcuna mai sarà che per essemplo di Lucrezia diventi impudica. – E detto questo e posto il petto sopra la punta del coltello, su vi si lasciò cadere e così, senza poter essere atata, entratole il coltello nel petto, si morì. Tricipitino e Bruto e Collatino, vedendo questo, non potendo più nascondere la indegnità del fatto, ne portarono il corpo morto nella piaza, predicando l'iniquità di Sesto Tarquinio e di molte altre ingiurie accusando il re e' figliuoli.

Il pianto fu grande e il ramarichio per tutto: ma Bruto, estimando che tempo fosse a por giuso la simulata pazia, tratto il coltello del petto alla morta Lucrezia, con una gran brigata de' Collazi n'andò a Roma, lasciando che l'un de' due rimasi andassero nel campo a nunziare questa iniquità: e in Roma pervenuto, per dovunque egli andava, piangendo e dolendosi, convocava la moltitudine a compassione della inocente donna e ad odio de' Tarquini.

Per la qual cosa furono incontanente le porte di Roma serrate, e per tutto gridata la morte e 'l disfacimento del re e de' figliuoli: e il simile era avvenuto nel campo ad Ardea. E come fu sentita la scellerata operazione di Sesto Tarquinio e tutti, lasciato il re e' figliuoli, a Roma venutisene e ricevuti dentro, in una medesima volontà con gli altri divenuti, al re Tarquinio, che minacciando tornava da Ardea, del tutto negarono il ritornare in Roma: e subitamente in luogo del re fecero due consoli appo i quali fosse la dignità e la signoria del re, sì veramente che più d'uno anno durar non dovesse; e di questi due primi consoli fu l'uno Bruto e l'altro Collatino.

E sentendo, in processo di tempo, Bruto due suoi figliuoli tenere alcun trattato di dovere rimettere il re e' figliuoli in Roma, fattigli spogliare e legare ad un palo, prima agramente batter gli fece con verghe di ferro e poi in sua presenzia ferire con le scure e così morire. Cotanto adunque mostrò essergli cara la libertà racquitata.

Ma poi, avendo Tarquino invano tentato di ritornare per trattato in Roma, ragunata d'una parte e d'altra gente d'arme, ad assediare Roma venne. Incontro al quale uscirono col popolo di Roma armati i consoli; ed essendosi tra' due esserciti cominciata la battaglia, avvenne che Arruns, l'uno de' figliuoli di Tarquinio, combattendo, vide Bruto; per che, lasciata la battaglia degli altri, gridò: – Questi è colui che m'ha del regno cacciato! – E, dirizato il cavallo e la lancia verso lui e punto degli sproni il cavallo, quanto correr potea più forte n'andò verso lui; il quale veggendo Bruto venire, e conosciutolo, non schifò punto il colpo, ma, verso lui dirizatosi con la lancia e col cavallo, avvenne che con tanto odio delle punte delle lance si fedirono che amenduni morti caddero del cavallo.

E poi, avendo i Romani avuta vittoria de' nemici, con grandissimo pianto ne recarono in Roma il corpo di Bruto, là dove egli da tutte le donne di Roma, sì come padre e recuperatore della loro libertà e vendicatore e guardatore della loro pudicizia, fu amarissimamente pianto e poi, secondo l'uso di que' tempi, onorevolmente fu sepellito. Lucrezia. Di questa donna è narrata la storia.

Marzia. Marzia non so di che famiglia romana si fosse, nè alcune storie sono, le quali io abbia vedute, che guari menzion faccian di lei. Par nondimeno per antica fama tenersi lei essere stata onesta e venerabile donna; e per tutti si tiene, e Lucano ancora il testimonia, lei essere stata moglie, non una sola volta, ma due, di Catone Uticense; il quale, avendola la prima volta menata a casa, generò in lei tre figliuoli; poi, dispostosi del tutto di volere nel futuro servar vita celibe e fuggire ogni congiugnimento di femina, secondo che alcuni dicono, gliele disse; e, oltre a ciò, imaginando non dovere per l'età essere a lei questa astinenzia possibile, la licenziò di potersi maritare, se a grado le fosse, ad un altro uomo. Per la qual cosa essa si rimaritò ad Ortensio: a quale non so, per ciò che più ne furono; e di lui concepette alcuni figliuoli.

Poi, essendosi morto Ortensio e sopravenuto il tempo delle guerre cittadine tra Cesare e Pompeo, una mattina in su l'aurora picchiò all'uscio di Catone e, entrata da lui il pregò che gli piacesse di doverla ritorre per moglie; e che di questo matrimonio essa non intendeva di volerne altro che solamente il nome d'esser moglie di Catone e sotto l'ombra di questo titolo vivere e, quando alla morte venisse, morire moglie di Catone. Alli cui prieghi Catone condiscese; e, con quella condizione ritoltala, senza alcuna altra solennità osservarne, e, mentre visse, servando il suo proponimento, per sua moglie la tenne, ed ella lui per suo marito.

Giulia. Giulia fu figliuola di Giulio Cesare, acquistata in Cornelia, figliuola di Cinna, già quatro volte stato consolo, la quale, lasciata Consuzia, che davanti sposata avea, prese per moglie. E fu costei moglie di Pompeo Magno, il quale ella amò mirabilmente, in tanto che, essendo delle comizie edilizie riportati a casa i vestimenti di Pompeo, suo marito, rispersi di sangue, il che, secondo che alcuni scrivono, era avvenuto [che] sacrificando egli ed essendogli l'animale, che sacrificar dovea, già ferito, delle mani scappato e così del suo sangue macchiatolo, come prima Giulia gli vide, temendo non alcuna violenzia fosse a Pompeo stata fatta, subitamente cadde e da grave dolore fu constretta, essendo gravida, di gittar fuori il figliuolo che nel ventre avea e quindi morirsi.

E Corniglia. Il vero nome di costei fu Cornelia: ma sforzato l'autore dalla consonanza de' futuri versi, alcune lettere permutate, la nomina «Corniglia». Cornelia fu nobile donna di Roma della famiglia de' Corneli, del lato degli Scipioni; e fu figliuola di quello Scipione, il quale con Giuba, re de' Numidi, seguendo le parti di Pompeo, fu da Cesare sconfitto in Numidia. E fu costei primeramente moglie di Lucio Crasso, il quale fu ucciso da' Parti e a cui fu l'oro fonduto messo giù per la gola; e poi, come Giulia morì, divenne moglie di Pompeo Magno.

Il quale ella, come valente donna dee fare, non solamente amò nella sua felicità, ma veggendo che la fortuna con le guerre cittadine forte il suo stato dicrollava, non dubitò di volere essergli, come nella grandeza sua era stata, ne' pericoli e negli affanni delle guerre compagna: e ultimamente, secondo che Lucano manifesta, con lui dell'isola di Lesbo partitasi, n'andò in Egitto, dove miserabilmente agli assassini di Tolomeo, discendendo in terra, il vide uccidere. Quello che poi di lei si fosse non so; ma d'intera fede e di laudabile amore puote debitamente essere pregiata.

E solo in parte vidi il Saladino. Il Saladino fu soldano di Babillonia, uomo di nazione assai umile per quello mi paia avere per addietro sentito, ma di grande e altissimo animo e ammaestratissimo in fatti di guerra, sì come in più sue operazioni dimostrò. Fu vago di vedere e di cognoscere li gran prencipi del mondo e di sapere i loro costumi: nè in ciò fu contento solamente alle relazioni degli uomini, ma credesi che, trasformatosi, gran parte del mondo personalmente cercasse, e massimamente intra' cristiani, li quali, per la Terra Santa da lui occupata, gli erano capitali nimici. E fu per setta de' seguaci di Maometto, quantunque, per quello che alcuni voglion dire, poco le sue leggi e i suoi comandamenti prezasse. Fu in donare magnifico, e delle sue magnificenze se ne racontano assai. Fu pietoso signore, e maravigliosamente amò e onorò i valenti uomini. E per ciò che egli non fu gentile, come quegli li quali nominati sono e che appresso si nomineranno, estimo che «in parte» starsi «solo» il discriva l'autore.

130-132

Poi ch'i' alzai un poco più le ciglia, cioè gli occhi per vedere più avanti, Vidi il maestro, cioè Aristotile, di color che sanno Seder, cioè usare e stare e quegli atti fare che a filosofo apartengono, ammaestrare, operare e disputare, tra filosofica famiglia.

Aristotile fu di Macedonia, figliuolo di Nicomaco, medico d'Aminta, re di Macedonia, e poi di Filippo, suo figliuolo e padre d'Alessandro; la madre del quale fu chiamata Efestide: li quali Nicomaco ed Efestide vogliono alcuni esser discesi di Macaone e d'Asclepiade, discendenti d'Esculapio; il quale gli antichi, per ciò che grandissimo medico fu, dicono essere stato figliuolo d'Appollo, idio della medicina. E dicono alcuni lui essere stato d'una città chiamata Stagerita, la quale, se io ho bene a memoria, ho già o letto o udito che è non in Macedonia, ma in Trazia: le quali due province è vero che insieme confinano, per che, essendo in su i confini la città, forse agevolmente s'è potuto errare a dinominarla più dell'una provincia che dell'altra.

Fu costui primieramente, dopo l'avere aprese le liberali arti, ammaestrato ne' libri poetici; e credesi che il primo libro che da lui fu composto, fosse uno scritto, o vero comento, sopra li due maggior libri d'Omero, e che, per questo, ancora giovanetto fosse dato da Filippo per maestro ad Alessandro. Poi vogliono lui essere andato ad Atene ad udire filosofia, dove udì tre anni sotto Socrate, in que' tempi famosissimo filosafo: e, lui morto, s'acostò a Platone, il quale le scuole di Socrate ritenne e sotto lui udì nel torno di venti anni. Per che, sì per l'eccellenzia del dottore e sì ancora per lo perseverato studio con vigilanzia, divenne maraviglioso filosofo, in tanto che, andando alcuna volta Platone alla sua casa e non trovando lui, con alta voce alcuna volta disse: – Lo 'ntelletto non c'è, sordo è l'auditorio. – Visse appresso la morte di Platone, suo maestro, anni ventitrè, de' quali parte ammaestrò Alessandro e parte con lui circuì Asia, e parte di quegli scrisse e compose molti libri. Egli la dialettica, ancora non conosciuta pienamente prima, in altissimo colmo recò e ad instruzione di quella scrisse più volumi. Scrisse similmente in retorica, nè meno in quella aparve facundo che fosse alcun altro retorico, quantunque famoso, stato davanti a lui. Similmente intorno agli atti morali ciò che vedere se ne puote per uomo scrisse in tre volumi, Etica, Politica ed Iconomica; nè delle cose naturali alcuna ne lasciò indiscussa, sì come in molti suoi libri apare; e, oltre a ciò, trapassò a quelle che sono sopra natura, con profondissimo intendimento, sì come nella sua Metafisica apare: e brievemente, egli fu il principio e 'l fondamento di quella setta di filosofi, li quali si chiamano Peripatetici.

E non è vero quello che alcuni si sforzano d'aporgli, cioè che egli facesse ardere i libri di Platone: la qual cosa credo, volendo, non avrebbe potuta fare, in tanto pregio e grazia degli Ateniesi fu Platone e la sua memoria e li suoi libri; li quali non ha molto tempo che io vidi, o tutti o la maggior parte o almeno i più notabili, scritti in lettera e gramatica greca in un grandissimo volume, appresso il mio venerabile maestro messer Francesco Petrarca.

È il vero che la scienza di questo famosissimo filosofo lungo tempo sotto il velamento d'una nuvola d'invidia di fortuna stette nascosa, in maraviglioso prezo continuandosi appo i valenti uomini la scienza di Platone; nè è assai certo, se a venire ancora fosse Averoìs, se ella sotto quella medesima si dimorasse. Costui adunque, se vero è quello che io ho talvolta udito, fu colui che prima, rotta la nuvola, fece aparir la sua luce e venirla in pregio; in tanto che oggi quasi altra filosofia che la sua non è dagl'intendenti seguita.

133-135

Ma ultimamente pervenuto questo singulare uomo all'età di sessantatrè anni, finìo la vita sua, e, secondo che alcuni dicono, per infermità di stomaco. Tutti lo miran, per singular maraviglia, quegli che in quel luogo erano; e similmente credo facciano tutti quegli che a' nostri dì in filosofia studiano; tutti onor gli fanno, sì come a maestro e maggior di tutti.

Quivi vid'i' appresso, d'Aristotile, e Socrate. Socrate originalmente si crede fosse ateniese, ma di bassissima condizione di parenti disceso, per ciò che, sì come scrive Valerio Massimo nel III suo libro sotto la rubrica De patientia, il padre suo fu chiamato Sofonisco, intagliator di marmi, e la sua madre ebbe nome Fanarete, il cui uficio era aiutare le donne ne' parti loro e quelle per prezo servire; ed esso medesimo, secondo che dice Papia, alquanto tempo s'essercitò nell'arte del padre.

Poi, lasciata l'arte paterna, divenne discepolo d'una femina chiamata Diutima, secondo che si legge nel libro De vitis philosophorum; ma santo Agostino, nel libro VIII De civitate Dei, scrive che egli fu auditore d'Arcelao, il quale era stato auditore di Anassagora. E, poi che alquanto tempo ebbe udito sotto Arcelao, per divenire pienamente esperto degl'intrinsici effetti della natura, in più parti del mondo gli ammaestramenti de' più savi andò cercando, secondo che scrive Tullio nel libro II delle Quistioni tusculane: e in tanta sublimità di scienzia pervenne che egli, secondo che scrive Valerio, fu reputato quasi un terrestre oraculo dell'umana sapienzia.

E, secondo che mostra di tenere Apulegio, e similmente Calcidio Sopra il primo libro del ‘Timeo’ di Platone, e come Agustino nel libro VIII Della città di Dio, egli ebbe seco infino della sua puerizia un dimonio, il quale Apulegio predetto chiama «idio di Socrate» in un libro che di ciò compose: il quale molte cose gl'insegnò e in ciò che egli aveva a fare l'ammaestrò. Ma chi che di ciò gli fosse il dimostratore, egli fu non solamente dagli uomini, ma eziandio da Apolline, il quale gli antichi ne' loro errori credettero essere idio della sapienza, giudicato sapientissimo.

Della qual cosa non è molto da maravigliarsi, con ciò sia cosa che egli fosse nelli studi della filosofia assiduo e tanto nelle meditazioni perseverante, che Agellio scrive, nel libro II Noctium atticarum, lui essere usato di stare dal cominciamento d'un dì infino al principio del seguente in piede, senza mutarsi poco o molto col corpo e senza volgere gli occhi o 'l viso dal luogo al quale nel principio della meditazione gli poneva.

Fu costui di maravigliosa e laudevole umiltà, per ciò che, quantunque in iscienza continuamente divenisse maggiore, tanto minore nel suo parlare si faceva; e da lui, secondo che Girolamo scrive nella sua XXXV pìstola e, oltre a ciò, nel proemio della Bibbia, nacque quel proverbio, il quale poi per molti s'è detto, cioè: «hoc scio, quod nescio». E, oltre a questo, essendo tanto e sì venerabile filosafo, non solamente in parole, ma in opera la sua umiltà dimostrò.

Esso, tra l'altre volte, secondo che negli studi è usanza, faccendo la colletta dagli uditori suoi ed essi tutti dandogli volentieri non solamente il debito, secondo l'uso, ma ancora più, Eschilo, poverissimo giovane ma d'alto ingegno, lasciò andare ogn'uomo a pagar questo debito, e non andandone più alcuno, esso, levatosi, andò alla catedra di Socrate e disse: – Maestro, io non ho al mondo cosa alcuna che ti dare per questo debito se non me medesimo, e io me ti do; e ricordati che io ti do più che dato non t'ha alcun altro che qui sia; per ciò che non ce n'è alcuno che tanto donato t'abbia che alcuna cosa rimasa non gli sia, ma a me, che me t'ho dato, cosa alcuna non è rimasa. – Al quale Socrate umilemente rispose: – Eschilo, il tuo dono m'è molto più caro che alcuno altro che da costoro mi sia stato dato, e la ragione è questa: io non ho alcuna cosa la quale io possa assai degna donare a costoro che a me hanno donato, ma io ho da potere rendere a te guiderdone del dono che fatto m'hai, e quello sono io medesimo, e così io me ti do; e perciò, quanto tu vuogli che io abbia te per mio, tanto fa' che tu abbi me per tuo. –

Fu di sua natura pazientissimo e con iguale animo portò le cose liete e le avverse, in tanto che molti voglion dire non essergli stato mai veduto più che un viso. Il che maravigliosamente mostrò vivendo e sostenendo i fieri costumi dell'una delle due mogli che avea, chiamata Santippe; la quale senza interporre, il dì e la notte igualmente, con perturbazioni e con romori era da lei stimolato; la qual tanto più nella sua ira s'accendeva quanto lui più paziente vedeva.

Ed essendo alcuna volta stato adomandato da Alcibiade, nobilissimo giovane d'Atene, secondo che scrive Agellio in libro II Noctium atticarum, perchè egli non la mandava via, con ciò fosse cosa che per la legge licito gli fosse, rispuose che, per la continuazione delle ingiurie dimestiche fattegli da Santippe, egli aveva apparato a sofferire con non turbato animo le disoneste cose, le quali egli vedeva e udiva di fuori. Oltre a questo, tenendosi Santippe ingiuriata da lui, un dì, preso luogo e tempo, dalla finestra della casa gli versò sopra la testa un vaso d'acqua putrida e brutta: il quale sappiendo donde venuto era, rasciuttasi la testa, null'altra cosa disse se non: – Io sapeva bene che dopo tanti tuoni dovea piovere. –

Furono le sue risposte di mirabile sentimento. Era in Atene un giovane uomo dipintore, assai conosciuto, il quale subitamente divenne medico; il che essendo detto a Socrate, disse: – Questi può esser savio uomo d'aver lasciata l'arte i difetti della quale sempre stanno dinanzi agli occhi degli uomini, e presa quella li cui errori la terra ricuopre. –

Era, oltre a ciò, usato di prendere piacere di vedere le due sue mogli per lui talvolta non solamente gridare ma azuffarsi insieme, e massimamente sè considerando, il quale era del corpo piccolo e avea il naso cammuso le spalle pelose e le gambe storte, e appresso la viltà dell'animo loro; e il farle venire a zuffa insieme era qualora egli volea, sol che un poco d'amore più all'una che all'altra mostrasse: di che esse una volta accortesi e rivoltesi sopra lui, fieramente il batterono e lui fuggente seguirono, tanto che la loro indegnazione sfogarono.

Fu in costumi sopra ogni altro venerabile uomo, in tanto che solamente nel riguardarlo prendevano maraviglioso frutto gli uditori suoi, sì come <mostra> Seneca nella VI pìstola a Lucillo, dicendo: «Platone e Aristotile e l'altra turba tutta de' savi uomini più da' costumi di Socrate trassero di sapienza che dalle sue parole». Fu nel cibo e nel bere temperatissimo, in tanto che di lui si legge che, essendo una mortale e universale pestilenzia in Atene, nè mai si partì, nè mai infermò, nè parte d'alcuna infermità sentì.

Sostenne con grandissimo animo la povertà, in tanto che, non che egli mai alcun richiedesse per bisogno il quale avesse, ma ancora i doni da' grandi uomini offertigli ricusò. Ed essendo già vecchio, volle aprendere a sonare gli stormenti musici di corda; di che alcuno maravigliandosi gli disse: – Maestro, che è questo? aver veduti gli alti effetti della natura e ora discendere alle menome cose musicali? – Al quale egli dimostrò sè estimare esser meglio d'avere tardi apparata quella arte che morire senza averla saputa. Nè in alcuna età potè sofferire d'essere ozioso, per ciò che, secondo che scrive Tullio nel libro De senectute, egli era già d'età di novantaquatro anni, quando egli scrisse il libro il quale egli appellò Panaletico.

Una cosa ebbe questo singulare uomo, la quale a certi Ateniesi fu grave, ed ultimamente cagione della morte sua: egli non potè mai essere indotto ad avere in alcuna reverenzia gl'idii li quali gli Ateniesi adoravano, affermando un cane, uno asino o qualunque altro più vile animale esser degno di molta maggior venerazione che gl'idii degli Ateniesi. E la ragione, che di ciò assegnava, era che gli animali erano opera della natura, gl'idii degli Ateniesi erano opera delle mani degli uomini.

Per la qual cosa essendo stati fatti, o vero eletti, trenta uomini in Atene a dover riformare lo stato della città e servarlo, ve ne furono alcuni li quali, forse da alcuna altra occulta cagion mossi, sotto spezie di religione vollero che esso confessasse li loro idii essere da onorare e che Atene dalla lor deità e custodia servata fosse. La qual cosa non volendo esso fare, essendo già d'età di novantanove anni, fu fatto mettere in pregione e in quella tenuto da un mese.

Alla fine, vedendo coloro che tener vel facevano, non potersi a ciò l'animo suo inducere, gli mandarono in uno nappo un beveraggio avelenato, il quale egli, sprezati gli umili rimedi mostratigli da Lisia alla sua salute, amando più di finire la vita che di diminuire la sua gravità, con grandissimo animo e con quel viso, il quale sempre in ogni cosa ocorrente fermo servava, il prese.

E piangendo Santippe e dolendosi ch'egli era fatto morire a torto, fieramente la riprese, dicendo: – Dunque vorresti tu, stolta femina, che io fossi morto a ragione? Tolgalo Idio via che egli possa essere avvenuto o avvenga che io giustamente condennato sia. – E, bevuto la venenata composizione, molte cose a' suoi amici, che dintorno gli erano, parlò dell'eternità dell'anima.

Ma, appressandosi già l'ora della morte, per la forza del veneno che al cuore s'avicinava, il dimandò uno de' suoi discepoli chiamato Trifone quello che esso voleva che del suo corpo si facesse, poi che morto fosse; per che Socrate, rivolto agli altri, disse: – Lungamente m'ha invano ascoltato Trifone. – E poi disse: – Se, poi che l'anima mia sarà dal corpo partita, voi alcuna cosa che mia sia ci trovate, fatene quello che da fare estimarete: ma così vi dico, che, partendomi io, alcun di voi non mi potrà seguire. – Nè guari stette che egli morì.

In onor del quale, secondo che scrive Tertullio, fecero poi gli Ateniesi in memoria e in sembianza di lui fare una statua d'oro e quella fecero porre dentro ad un tempio. Nacque Socrate, secondo che nelle Historie scholastice si legge, al tempo di Serse, re di Persia, e morì regnante il re Assuero. [L. XVI]

E Platone. Platone fu per origine nobilissimo ateniese. Egli fu figliuolo d'Aristone, uomo di chiara fama, e di Perissione, sua moglie; e, secondo che alcuni affermano, esso fu de' discendenti del chiaro legnaggio di Solone, il quale ornò di santissime leggi la città di Atene. E volendo Speusippo, figliuolo della sorella, e che dopo la sua morte le scuole sue ritenne insieme con Clearco e con Anassalide, stati suoi uditori, nobilitare la sua origine sì come essi nel II libro della Filosofia scrivono, finsero Perissione, madre di lui, essere stata oppressa da una sembianza d'Apolline, volendo che per questo s'intendesse lui per opera del padre, il quale gli antichi estimarono essere idio della sapienza, avere avuta la divina scienza, la quale in lui uomo mortale fu conosciuta.

Fu costui oltre ad ogni altro suo contemporaneo eloquentissimo: e fu tanta dolceza e tanta soavità nella sua prolazione, che quasi pareva più celestial cosa che umana, parlando. La qual cosa per due assai evidenti segni, avanti che a quella perfezion divenisse, fu dimostrata: primeramente, essendo egli ancora picciolissimo fanciullo e nella culla dormendo, furono trovate api, le quali, sollicitamente studiandosi, non altrimenti che in uno loro fiaro gli portavano mèle, senza d'alcuna cosa offenderlo; secondariamente, quella notte che precedente fu al dì che Aristone lui giovanetto menò a Socrate, acciò che della sua dottrina l'ammaestrasse, parve nel sonno a Socrate vedere di cielo discendere un cigno e porglisi sopra le ginocchia e pascersi di quello che da esso Socrate gli era dato. Per che, come Socrate vide Platone il dì seguente, così estimò lui esser quel cigno che nel sonno veduto avea. E il cigno, secondo che questi fisiologi scrivono, è uccello il quale soavissimamente canta: per la qual dolceza di canto assai bene si può comprendere essere stata dimostrata la dolceza della sua futura eloquenzia.

Fu costui nominato Plato, secondo che Aristotile afferma, dalla ampieza del petto suo. Esso, poi che più anni ebbe udito Socrate, secondo che Agustino raconta nel IIII Della città di Dio, navicò in Egitto e quivi aprese ciò che per gli Egiziaci si poteva mostrare. E quindi, tirato dalla fama della dottrina pittagorica, venutosene in Italia, da quegli dottori, li quali allora in essa fiorivano, assai agevolmente aprese ciò che per loro si tenea.

Della sua scienzia fu fatta, ed è ancora maravigliosa, stima quasi da tutti quegli che, a' tempi che' Romani erano nel colmo del lor principato, eran famosi uomini; e ancora ne la fanno i catolici filosofi, affermando in molte cose la sua dottrina esser conforme alla verità cristiana.

Fu, oltre a ciò, in costumi splendido e nel cibo temperatissimo. Fu oltremodo dalla concupiscenza della carne stimolato, in tanto che, per poterla alquanto domare, e vita solitaria disiderando, potendo in altre parti assai eleggere la sua solitudine, alcuna altra non ne volle che una villetta, chiamata Academia, la qual non solamente rimota era da ogni umano consorzio, ma ella era per pessimo aere pestilente: e questa ad ogni altra prepose, estimando la sua infezione dovere poter porre modo a domare la libidine sua.

Quivi di riccheze nè d'umana pompa curandosi, visse infino nell'età di anni ottantuno, secondo che scrive Seneca a Lucillo nella LXI epistola; avendo molti libri scritti e scrivendo continuamente, si morì lasciante appresso di sè molti de' suoi uditori solennissimi filosofi. Che inanzi agli altri, sì come più degni filosofi, più presso gli stanno.

136-138

Democrito, supple: vidi. Democrito fu ateniese, e fu il padre suo sì abondante di riccheze che si legge lui aver dato un pasto al re Serse, quando venne in Grecia, e con lui a tutto il suo essercito, che scrive Giustino fosse un milione d'uomini d'arme. Dopo la morte del quale, Democrito, dato tutto a' filosofici studi, riserbatasi di sì gran riccheza una piccola quantità, tutto il rimanente donò al popolo d'Atene, dicendo quella essere impedimento al suo studio.

Esso, secondo che Giovenale scrive, essendo nella piaza, era usato di ridere di ciò che esso vedeva agli uomini fare; e, domandato alcuna volta della cagione, rispose: – Io rido della scioccheza di tutti quegli li quali io veggio, per ciò che io m'accorgo che con l'animo e col corpo tutti faticano intorno a cose che nè onor nè fama lor posson recare, nè con loro oltre a ciò far lunga dimora. –

Costui, per ciò che estimò il vedere esser nimico delle meditazioni e grandissimo impedimento degli studi, per poter liberamente a questi vacare, si fece cacciar gli occhi della testa. Altri dicono lui aver ciò fatto, perchè il vedere le femine gli era troppo grande stimolo e incitamento inespugnabile al vizio della carne. E, domandato alcuna volta che utilità si vedesse d'averlo fatto, nulla altro rispuose se non che, per quello, era d'uno più che l'usato acompagnato, e questo era un fanciul che 'l guidava; bene che Tullio, nel V delle Quistioni tusculane, dice questa essere stata risposta d'Asclepiade, il quale fu assai chiaro filosofo e similmente cieco.

Fu nondimeno uomo di grande studio e di sottile ingegno, quantunque de' princìpi delle cose tenesse una oppinione strana e varia da tutte quelle degli altri filosofi. Esso estimava tutte le cose procedere dall'uno de' due princìpi, o da odio, o da amore, e poneva una materia mista essere, nella quale i semi di tutte le cose fossero, e quella diceva chiamarsi «caòs», il che tanto suona quanto «confusione»; e di questa affermava che a caso, non secondo la diliberazione d'alcuna cosa, ogni animale, ogni pianta, ogni cosa, che noi veggiamo, nascere. E questo chiamava «odio», in quanto le cose che nascevano dal lor principio, sì come da nimico, si separavano; poi, dopo certo spazio di tempo corrompendosi, tutte si ritornavano in questa materia chiamata «caòs», e questo apellava «tempo d'amore e d'amistà»: e così teneva questi esser due princìpi formali, essendo questo caòs principio materiale. Fu, oltre a questo, costui grandissimo magico e, dopo Zoroaste, re de' Battriani, trovatore di questa iniqua arte, molto l'aumentò e insegnò.

Dice adunque per le predette oppinioni l'autor di lui: che 'l mondo a caso pone: essere creato e fatto e senza alcuna movente cagione. Del quale Tullio nel V libro delle Quistioni tusculane dice: «Democritus, luminibus amissis, alba scilicet discernere et atra non poterat: at vero bona mala, equa iniqua, honesta turpia, utilia inutilia, magna parva poterat; et sine varietate colorum licebat vivere beate, sine notione rerum non licebat; atque hic vir et impediri animi aciem aspectu oculorum arbitrabatur: et cum alii persepe, quod ante pedes esset non viderent, ille infinitatem omnem pervagabatur, ut nulla in extremitate consisteret» etc.

Diogene. Diogene cui figliuol fosse o di qual città non mi ricorda aver letto, ma lui essere stato solenne filosofo e uditore di Anassimandro, molti il testimoniano; e, similemente, lui essere rimaso di ricchissimo padre erede. Il quale, come la verità filosofica cominciò a conoscere, così tutte le sue gran riccheze donò agli amici, senza altra cosa serbarsi che un bastone per sostegno della sua vecchieza e una scodella per poter bere con essa: la qual poco tempo appresso gittò via, veggendo un fanciullo bere con mano ad una fonte.

E così, ogni cosa donata, primeramente cominciò ad abitare sotto i portici delle case e de' templi; poi, trovato un doglio di terra, abitò in quello; e diceva che esso meglio che alcun altro abitava, per ciò che egli aveva una casa volubile, la quale niuno altro ateniese aveva: e quella nel tempo estivo e caldo volgeva a tramontana, e così avea l'aere fresco senza punto di sole, e il verno il volgeva a mezzodì, e così aveva tutto 'l dì i raggi del sole che 'l riscaldavano.

Fu negli studi continuo e sollicito dimostratore agli uditori suoi. Tenne una oppinione istrana dagli altri filosofi, cioè che ogni cosa onesta si doveva fare in publico, ed eziandio i congiugnimenti de' matrimoni, per ciò che erano onesti, doversi fare nelle piaze e nelle vie: il quale perchè atto di cani pareva, fu cognominato «cinico» e prencipe della setta de' Cinici.

Di costui si racontano cose assai e non men piacevoli che laudevoli, per che non sarà altro che utile l'averne alcuna racontata. Dice Seneca nel libro V De' benefìci che Alessandro, re di Macedonia, s'ingegnò molto di poterlo avere appresso di sè e con grandissimi doni e profferte molte volte il fece sollicitare; le quali tutte recusò, alcuna volta dicendo che egli era molto maggior signore che Alessandro, in quanto egli era troppo più quello che egli poteva rifiutare che quello che Alessandro gli avesse potuto donare.

E dice Valerio Massimo che, essendo un dì Alessandro venuto alla casa di Diogene e per ventura postosegli davanti al sole e offerendosi a lui se alcuna cosa volesse, gli rispose che quello, che egli voleva da lui, era che egli si levasse dal sole e non gli togliesse quello che dare non gli potea.

Similemente aveva Dionisio, tiranno di Siragusa, molto cercato d'averlo, nè mai venir fatto gli era potuto; per che essendo Diogene andato in Cicilia a considerare lo 'ncendio di Mongibello, avvenne che, lavando lattughe salvatiche ad una fonte presso a Siragusa per mangiarlesi, passò un filosofo chiamato Aristippo, al quale Dionisio facea molto onore; e, veggendo Diogene, gli disse: – Se tu volessi, Diogene, credere a Dionisio, non ti bisognerebbe al presente lavare coteste lattughe; – quasi volesse dire: «Tu averesti de' fanti e de' servidori che te le laverebbono». A cui Diogene subitamente rispose: – Aristippo, se tu volessi lavar delle lattughe, come fo io, non ti bisognerebbe di lusingar Dionisio. –

Altra volta, essendo per ventura menato da un ricchissimo uomo, il quale aveva il viso turpissimo, a vedere una sua bella casa, la quale era ornatissima di dipinture e d'oro e d'altre care cose, e non che le mura e' palchi, ma eziandio il pavimento di quella, volendo Diogene sputare, s'acostò a colui che menato l'avea e sputògli nel viso. Per che quegli, che presenti erano, dissero: – Perchè hai tu fatto così, Diogene? – A' quali Diogene prestamente rispose: – Per ciò che io non vedeva in questa casa parte alcuna così vile, come quella nella quale sputato ho. –

Oltre a ciò, secondo che Seneca raconta nel III libro Dell'ira, avvenne che, leggendo Diogene del vizio dell'ira, un giovane gli sputò nel viso. Di che Diogene prudentemente e con pazienza portando la 'ngiuria, niun'altra cosa disse se non: – Io non m'adiro, ma io dubito se sarà bisogno o no d'adirarsi. – Di che questo medesimo, tiratosi in bocca uno sputo ben grasso, nel mezzo della fronte da capo gliele sputò; il quale sputo poi che Diogene ebbe forbito, disse: – Per certo coloro che dicono che tu non hai bocca sono fieramente ingannati. –

Fu, secondo che Agellio scrive in primo libro Noctium atticarum, Diogene una volta preso; e, volendolo colui, che preso l'aveva, vendere, venne un per comperarlo e dimandollo di che cosa sapeva servire. Al quale Diogene rispose: – Io so comandare agli uomini liberi. –

E, acciò che noi trapassiamo da queste laudevoli sue opere al fine della vita sua, secondo che scrive Tullio nel primo libro delle Quistioni tusculane, essendo Diogene infermo di quella infermità della quale si morì, fu domandato da alcuno de' discepoli suoi quello che voleva si facesse, poi che egli fosse morto, del corpo suo. Subitamente rispose: – Gittatelo al fosso. – Alla qual risposta colui, che domandato avea, seguì: – Come, Diogene? Vuoi tu che i cani e le fiere salvatiche e gli uccelli ti manuchino? – Al quale Diogene rispose: – Pommi allato il baston mio, sì che io abbia con che cacciargli. – A cui questo adimandante disse: – O come gli caccerai, che non gli sentirai? – Disse allora Diogene: – Se io non gli debbo sentire, che fa quello a me perchè e' mi mangino? – E così si morì: il dove non so.

Anassagora. Anassagora fu nobile uomo ateniese e fu uditore di Anassimene e famoso filosofo; per ciò che sostener non poteva i costumi e le maniere de' trenta tiranni, li quali in Atene erano, si fuggì d'Atene e seguì gli Studi pellegrini tanto tempo quanto la signoria de' predetti durò. Poi, tornando ad Atene e vedendo le sue possessioni, che erano assai, tutte guaste e ocupate di pruni e di malvage piante, disse: – Se io avessi voluto guardar queste, io averei perduto me. –

Questi nella morte d'un suo figliuolo assai della sua forteza d'animo e della sua scienza mostrò, per ciò che, essendogli nunziata, niuna altra cosa disse a colui che gliele palesò: – Niuna cosa nuova o da me non aspettata mi raconti, per ciò che io sapeva che colui, che di me era nato, era mortale. –

Ed essendo infermo di quella infermità della quale egli morì e giaccendo lontano alla città, fu domandato se gli piacesse d'essere portato a morire nella città; rispuose che di ciò egli non curava, per ciò che egli sapeva che altrettanta via era del luogo dove giaceva in inferno quanta della città in inferno.

E Tale. Tale fu asiano, figliuolo d'uno che si chiamò Essamite, sì come Eusebio scrive in libro Temporum; e, secondo che Pomponio Mela dice nel primo libro della Cosmographia, egli fu d'una città chiamata Mileto, la quale fu in una provincia d'Asia, chiamata Ionia; e, sì come santo Agustino dice nel libro VIII Della città di Dio, egli fu prencipe de' filosofi ioni, e fu massimamente ammirabile in quanto, essendo da lui compresi i numeri delle regole astrologiche, non solamente conobbe i difetti del sole e della luna, ma ancora gli predisse.

E, secondo che alcuni vogliono, esso fu il primo che conobbe la imobilità, o brevissimo circuito di moto, della stella la qual noi chiamiamo «tramontana», e che, da essa preso, dimostrò l'ordine, il quale ancora servano i marinari nel navicare, quel segno seguendo. Fu sua oppinione che l'acqua fosse principio di tutte le cose e da essa tutti gli altri elementi ed esso mondo tutto e quelle cose, che in esso si generano, procedessono e fossono, sì come santo Agustino nel preallegato libro dimostra.

E, per ciò che esso fu de' primi filosofi di Grecia, e, avanti che il nome del filosofo si divulgasse, fosse chiamato «savio», come sei altri suoi contemporanei e valenti uomini furono, avvenne che, essendo da' pescatori presa pescando e tratta di mare una tavola d'oro, ed essendo diliberato che al più savio mandata fosse e per conseguente mandata a lui, fu di tanta e sì discreta umiltà che ricevere non la volle, ma la mandò ad uno degli altri sei.

Recusò, secondo che alcuni scrivono, d'aver moglie, e ciò dice che faceva per non avere ad amare i figliuoli. Credomi che questo fuggiva, per ciò che troppo intenso e forse non molto ordinato amor gli parea. Ultimamente, assai utili libri lasciando, essendo già d'età di settantotto anni, morì. Ma, secondo che scrive Eusebio in libro Temporum, pare che egli vivesse anni novantadue. Fiorì ne' tempi che Ciro re per forza trasportò in Persia lo 'mperio de' Medi. Empedoclès. Empedoclès fu ateniese, secondo Boezio, del quale, credo più per difetto del tempo, che ogni cosa consuma, o della trascutaggine degli uomini, che negligentemente servano le scritture, che perchè egli solenne filosofo degno di laude non fosse, alcuna cosa non si truova che istorialmente di lui racontar si possa, quantunque alcuni dicano lui essere stato ottimo cantatore ed il suo canto avere avuta tanta di melodia che, correndo impetuosamente un giovane appresso ad un suo nimico per ucciderlo, udendo la dolceza del canto di costui, il quale per avventura allora in quella parte cantava, per la quale il giovane seguiva il suo nimico, dimenticato l'odio, si ritenne ad ascoltarla. Costui, secondo che scrive Papia, investigando il luogo della montagna di Mongibello in Cicilia, disavvedutamente cadde in una fossa di fuoco e in quella, non potendosi aiutare, fu ucciso dal fuoco. Fiorì regnante Artaserse.

Eraclito. Eraclito è assai appo gli antichi filosofi famoso; ma di lui altro nella mente non ho se non che quegli libri, li quali egli compose, furono con tanta oscurità di parole e di sentenzie scritti da lui, che pochi eran coloro li quali potessero de' suoi testi trar frutto; per la qual cosa fu cognominato «tenebroso». Dove vivesse o quello che egli adoperasse o di che età morisse o dove, non trovai mai, quantunque alcuni dicano lui essere stato contemporaneo di Democrito.

E Zenone. Furono due eccellenti filosofi, de' quali ciascuno fu nominato Zenone; ma, per ciò che qui non si può comprendere di quale l'autor si voglia dire, brievemente diremo d'amenduni.

Fu adunque l' uno di questi chiamato Zenone eracleate: costui, potendosi in pace e in quiete dimorare in Eraclea, sua città, e in sicura libertà vivere, avendo all'altrui miseria compassione, se ne andò a Gergenti in Cicilia, in que' tempi da miserabile servitudine oppressa, soprastantele la crudel tirannia di Fallaris, volendo quivi esperienza prendere del frutto che dar potesse la sua scienza. Ed essendosi accorto il tiranno più per consuetudine di signoreggiare che per salutevol consiglio tenere il dominio, con maravigliose essortazioni i nobili giovani della città infiammò in disiderio di libertà. La qual cosa pervenuta agli orecchi di Fallaris, fece di presente prendere Zenone, e lui nel mezzo della corte posto al martorio, il domandò quali fossero coloro che del suo consiglio eran partefici.

De' quali Zenone alcuno non ne nominò; ma in luogo di essi nominò tutti quelli che più col tiranno eran congiunti e ne' quali esso più si fidava: e in tal guisa renduti gli amici suoi sospetti a Fallaris, fieramente cominciò a mordere e a riprendere la tristizia e la timidità de' giovani circustanti; e, quantunque d'età vecchio fosse, riscaldò sì con le sue parole i cuori de' giovani di Gergenti che, mosso il popolo a romore, uccisero con le pietre il tiranno e la perduta libertà racquistaro. E questo ho, senza più, che poter dire del primo Zenone.

L'altro Zenone chi si fosse altrimenti, nè donde, non so; ma quasi una medesima constanzia di animo alla precedente n'ho che racontare. Essendo adunque questo Zenone, secondo che Valerio Massimo scrive nel III libro, fieramente tormentato da un tiranno chiamato Clearco, il quale per forza di tormenti s'ingegnava di sapere chi fossero quegli che con lui congiurati fossero nella sua morte, della quale Zenone tenuto avea consiglio, dopo alquanto, senza averne alcuni nominati disse sè essere disposto a manifestargli quello che esso adomandava, ma essere di necessità che alquanto in disparte si traessero: per che così da parte tiratisi, Zenone prese Clearco per l' orecchie co' denti, nè mai il lasciò, prima che tronca gliele avesse, come che egli da' circustanti amici del tiranno ucciso fosse.

139-141

E vidi 'l buono accoglitor del quale, cioè della qualità dell'erbe; e che esso intenda dell'erbe si manifesta per lo filosofo nominato, il quale intorno a quelle fu maravigliosamente ammaestrato: Diascoride dico. Diascoride nè di che parenti nè di qual città natio fosse non lessi giammai: e di lui niun'altra cosa ho che dire se non che esso compuose un libro, nel quale ordinatamente discrisse la forma di ciascuna erba – cioè come fossero fatte le frondi di quelle, come fosser fatte le loro radici, come fosse fatto il gambo e come i fiori e come i frutti di ciascuna – e qual fosse il nome e similemente le virtù di quelle.

E vidi Orfeo. Orfeo, secondo che Lattanzio in libro Divinarum institutionum in Gentiles scrive, fu figliuolo d'Apolline e di Caliopè musa, e a costui scrive Rabano, in libro Originum, che Mercurio donò la cetera, la quale poco avanti per suo ingegno aveva composta: la quale esso Orfeo sì dolcemente sonò, secondo che i poeti scrivono, che egli faceva muovere le selve de' luoghi loro e faceva fermare il corso de' fiumi, faceva le fiere salvatiche e crudeli diventar mansuete.

Di costui, nel IIII della Georgica, raconta Virgilio questa favola, cioè lui avere amata una ninfa chiamata Euridice, ed avendola con la dolceza del canto suo nel suo amor tirata, la prese per moglie. La quale un pastore chiamato Aristeo cominciò ad amare: e un giorno, andandosi ella diportandosi insieme con certe fanciulle su per la riva d'un fiume chiamato Ebro, Aristeo la volle pigliare; per la qual cosa essa cominciò a fuggire e, fuggendo, pose il piè sopra un serpente, il quale era nascoso nell'erba; per che, sentendosi il serpente priemere, rivoltosi, lei con un velenoso morso trafisse, di che ella si morì. Per la qual cosa Orfeo piagnendo discese in inferno e con la cetera sua cominciò dolcissimamente a cantare, pregando nel canto suo che Euridice gli fosse renduta.

E, con ciò fosse cosa che esso non solamente i ministri infernali traesse in compassione di sè, ma ancora facesse all'anime de' dannati dimenticare la pena de' lor tormenti, Proserpina, reina d'inferno, mossasi, gli rendè Euridice, ma con questa legge: che egli non si dovesse indietro rivolgere a riguardarla, infino a tanto che egli non fosse pervenuto sopra la terra; per ciò che, se egli si rivolgesse, egli la perderebbe, senza mai poterla più riavere.

Ma esso, con essa venendone, da tanto disiderio di vederla fu tratto che, essendo già vicino al pervenire sopra la terra, non si potè tenere che non si volgesse a vederla. Per la qual cosa, senza speranza di più riaverla, subitamente la perdè; laonde egli lungamente pianse e del tutto si dispose, poichè lei perduta avea, di mai più non volerne alcun'altra, ma di menar vita celibe, mentre vivesse.

Per la qual cosa, sì come dice Ovidio, avendo il matrimonio di molt'altre che il domandavano recusato, cominciò a confortare gli altri uomini che casta vita menassero. Il che sappiendo le femine, il cominciarono fieramente ad avere in odio; e multiplicò in tanto questo odio che, celebrando le femine quel sacrificio a Baco che si chiama «orgia» allato al fiume chiamato Ebro, co' marroni e co' rastri e con altri strumenti da lavorar la terra l'uccisono e isbranaron tutto, e il capo suo e la cetera, gittate nell'Ebro, infino nell'isola di Lesbo furono dall'acque menate; e, volendo un serpente divorare la testa, da Apolline fu convertito in pietra, e la sua cetera, secondo che dice Rabano, fu assunta in cielo e posta tra l'altre imagini celestiali.

Ma, lasciando le fizioni poetiche da parte, certa cosa è costui essere stato di Trazia e nato d'una gente chiamata Cicona: e, secondo che Solino, De mirabilibus mundi, afferma, questi cotali Ciconi infino nel tempo suo in sublime gloria si reputavano Orfeo esser nato di loro. E fu costui, secondo che molti stimano, di que' primi sacerdoti che furono ordinati in que' tempi che prima si cominciò in Grecia a conoscere Idio, a dovere quelle parole esquisite comporre, dalle quali nacque il nome del poeta. E furono le forze della sua eloquenzia grandissime in tanto che, in qual parte esso voleva, aveva forza di volgere le menti degli uomini.

E, secondo che scrive Stazio nel suo Tebaida, egli fu di que' nobili uomini li quali furono chiamati Argonaute, che passarono con Iansone al Colco; e fu trovatore di certi sacrifici, infino al suo tempo non usati, e massimamente di quegli di Baco, secondo che Lattanzio scrive nel preallegato libro, dicendo Orfeo fu il primo il quale introdusse in Grecia i sacrifici di Libero padre, cioè di Baco, e fu il primo che quegli celebrò sopra un monte di Boezia, vicino a Tebe, dove Baco nacque: il qual monte è chiamato Citerone per la frequenzia del canto della cetera, il quale in quello faceva Orfeo. E sono quegli sacrifici ancora chiamati «orfichi», ne' quali esso Orfeo fu poi morto ed isbranato.

Della cui morte dice Teodonzio che, avendo Orfeo primieramente trovati i sacrifici di Baco, e appo quegli di Trazia avendo comandato questi sacrifici farsi da' cori delle Menade, cioè delle femine le quali quel natural difetto patissono, del quale esse ogni mese sono, almeno una volta, impedite, e questo aveva fatto a fine di torle in quel tempo dalle commistioni degli uomini, con ciò sia cosa che non solamente sia abominabile, ma ancora dannoso agli uomini, ed esse, di ciò essendosi accorte, estimando questo essere stato trovato per far palese agli uomini la turpitudine loro, turbate, congiurarono contro ad Orfeo e lui, che di ciò non si prendeva guardia, co' marroni uccisono e gittaronlo nel fiume Ebro.

Fiorì costui in maravigliosa fama, regnando appo i Troiani Laumedonte e appo i Latini Fauno, padre di Latino. Nondimeno Leone tesalo diceva esserne stato un altro molto più antico di costui, il quale, essendo grandissimo musico, aveva trovato insieme con Museo quel modo esquisito di parlare, il quale di sopra dicemmo, avvegna che Eusebio in libro Temporum scriva questo Museo, figliuolo di Eumolpo, essere stato discepolo d'Orfeo.

Tullio. Tullio quantunque romano fosse, nondimeno la sua origine fu d'Arpino, città non lontana da Aquino, anticamente stata di que' popoli che si chiamarono Volsci; e discese di nobili parenti, per ciò che si legge li suoi passati essere stati re della lor città. Questi, giovanetto, venne a Roma, e, già in eloquenzia valendo molto, avendo l'animo gentile, sempre s'acostò a' più nobili uomini di Roma.

I suoi studi furon grandi e in ogni spezie di filosofia: e quantunque in quegli fosse ammaestratissimo, nondimeno in eloquenzia trapassò ogni altro preterito e, per quello che insino a questo dì veder si possa, si può dire e futuro. Costui compose molti e laudevoli libri: egli, ancora giovanetto, compose in retorica l'Arte vecchia e la Nuova; poi, più maturo, compose in questa medesima facultà un libro chiamato De oratore, nel quale con artificioso stilo rachiuse ciò che in retorica dir si puote. Scrisse, oltre a ciò, molti filosofici libri, sì come quello De officiis, Delle quistioni tusculane, De naturis deorum, De divinatione, De laudibus philosophie, De legibus, De re publica, De re frumentaria, De re militari, De re agraria, De amicitia, De senectute, De paradoxis, De topicis ed altri più; e lasciò infinite orazioni fatte in senato ed altrove, degne di eterna memoria; e, oltre a ciò, scrisse un gran volume di pìstole familiari e altre.

Divenne per la sua industria in Roma splendido cittadino, in tanto che non solamente fu assunto tra la gente patrizia, ma esso fu fatto dell'ordine del Senato e insino al sommo grado del consolato pervenne; nel quale, avendo da Fulvia, amica di Quinto Curio, e da certi ambasciadori degli Allobrogi cautamente sentita la congiurazione ordinata da Catellina, presi certi nobili giovani romani che a quella tenevano, essendosi già Catellina partito di Roma, di grandissimo pericolo liberò la città.

Fu, oltre a ciò, mandato in essilio da' Romani e poi finito l'anno, rivocato e con mirabile onore ricevuto. E, sopravenute le guerre cittadine, seguì le parti di Pompeo; ed essendo in ogni parte i pompeani vinti da Giulio Cesare, fu rivocato in Roma, nè però fu privato dell'ordine senatorio. Ultimamente fu di quegli li quali congiurarono contro a Cesare e quivi si ritrovò dove Cesare fu ucciso; per la qual cosa, come gli altri congiurati fuggitosi di Roma, essendo il nome suo posto nella tavola de' proscritti da Antonio triumviro, il quale fieramente l'odiava, se n'andò a Gaeta; dove pianamente dimorando, Gaio Popilio Lenate, il quale Tullio con la sua eloquenzia avea di capitale pericolo liberato, pregò Marco Antonio che gli concedesse di perseguirlo e d'ucciderlo: ed ottenutolo, lui nel Campo Formiano, non lontano da Gaeta, uccise; e tagliatagli la testa e la destra mano, con esse se ne tornò a Roma, quasi triumfasse di quella testa che la sua avea liberata da morte.

Lino, supple: vidi. Lino fu tebano, uomo d'altissimo ingegno e in musica ammaestrato molto; e insieme con Anfione e con Zeto, tebani e nobilissimi musici, concorse. Credesi fosse uno di quegli primi poeti teologi; e, secondo che scrive Eusebio, egli fu maestro d'Ercule; e fu a' tempi di Baco, chiamato Libero padre, regnante Pandione in Atene e Steleno appo gli Argivi, e perseverò insino al tempo che Atreo e Tieste regnarono in Micena ed Egeo in Atene.

E Seneca morale. È cognominato questo Seneca «morale», a differenza d'un altro Seneca, il quale, della sua famiglia medesima, fu poco tempo appresso di lui, il quale, essendo il nome di questo «morale» Lucio Anneo Seneca, fu chiamato Marco Anneo Seneca e fu poeta tragedo, per ciò che egli scrisse quelle tragedìe le quali molti credono che Seneca morale scrivesse.

Fu adunque questo Seneca spagnuolo, della città di Corduba: ed egli con due suoi fratelli carnali, dei quali l'uno fu chiamato Iunio Anneo Gallio e l'altro Lucio Anneo Mela, padre di Lucano, da Gneo Domizio, avolo di Neròn Cesare, secondo che alcuni dicono, furono menati a Roma, e quivi furono in onorevole stato, e massimamente questo Seneca; il quale, qual che la cagione si fosse, venuto in disgrazia di Claudio Cesare, il rilegò nell'isola di Corsica, nella quale egli stette parecchi anni.

Poi, avendo Claudio fatta uccidere Messalina, sua moglie, per li manifesti suoi adultèri, e presa in luogo di lei Agreppina, figliuola di Germanico e sorella di Gaio Caligula imperadore e moglie di Domizio Nerone, padre di Nerone Cesare, a' prieghi di lei fu da Claudio rivocato in Roma e restituito ne' suoi onori, e, oltre a ciò, dato per maestro a Nerone, ancora assai giovanetto, col quale in grandissimo colmo divenne e massimamente di riccheze.

Egli fu uditore d'un famoso filosofo in que' tempi chiamato Focione, della setta degli Stoici; e, quantunque in molte facultà solennissimo divenisse, pure in filosofia morale, secondo la setta stoica, divenne mirabile uomo e in tanto più commendabile in quanto i suoi costumi, quanto più esser potessono, furon conformi alla sua dottrina.

E, perseverando in continuo essercizio, compose molti e laudevoli libri, sì come il libro De' benefìci, quello De ira, quello De Clementia a Nerone, quello De tranquillitate animi, quello De remediis fortuitorum, quello De questionibus naturalibus, quello De quatuor virtutibus, quello De consolatione ad Elbiam e altri più. Ma sopra tutti fu quello Delle pìstole a Lucillo, nel quale, senza alcun dubbio, ciò che scriver si può a persuadere di virtuosamente vivere in quel si contiene; e quello ancora che si chiama Le declamazioni.

Compuose, oltre a questi, un altro, secondo che alcuni vogliono, il quale è molto più poetico che morale ed è in prosa ed in versi, in forma di tragedìa: e in quello discrive come Claudio Cesare fosse cacciato di paradiso e menatone da Mercurio in inferno. E che esso questo componesse, quantunque a me non paia suo stilo, nondimeno alquanta di fede vi presto, per ciò che egli ebbe fieramente in odio Claudio, per la ingiuria dello essilio ricevuta da lui; e quello libretto per tutto non è altro che far beffe di Claudio e della sua poco laudevol vita.

Ma, poi che Claudio, per lo 'nganno d'Agreppina, sua moglie, fu morto dal veleno, datogli mangiare ne' boleti, e per l'astuzia di lei posposto Brittanico, figliuolo legittimo e naturale di Claudio, Nerone, figliuolo adottivo del detto Claudio e d'Agreppina e discepolo di questo Seneca, fu fatto imperadore ancora assai giovane, e senza alcun dubbio multiplicò molto la grandeza e la riccheza di Seneca, le quali men che felice uscita ebbero: per ciò che, avendo Nerone fatto morire Brittanico di veleno e, oltre a ciò, avendo fatta uccidere Agreppina, sua madre, e Ottavia, sirocchia carnale di Brittanico e sua moglie, rifiutata e mandatanela in essilio in una isola, molte cose falsamente aponendole e ultimamente fattala uccidere, e fattasi moglie una gentildonna di Roma, chiamata Poppeia Sabina, la qual più anni aveva per amica tenuta, e fatto morire uno Burrone, il quale era prefetto dello essercito pretoriano e suo maestro insieme con Seneca, e in luogo di Burrone, ad istanzia di Poppeia, posto uno chiamato Tigillino, ed avendo Poppeia e Tigillino sospetto Seneca non co' suoi consigli l'animo di Nerone volgesse e loro gli facesse odiosi, cominciarono sagacemente ad incitare Nerone contro di lui.

La qual cosa sentendo Seneca, per menomare la 'nvidia portatagli, pregò Nerone che tutte le sue riccheze e gli onori prendesse e lui lasciasse in povero e in privato stato; le quali Nerone non volle ricevere, ma postogli il braccio in collo e lusingandolo e quello nelle parole mostrando che nell'animo non avea, ciò che egli rifiutava, ritenere gli fece. Nondimeno Seneca, suspicando sempre della poca fede di Nerone, cominciò del tutto a rifiutare le vicitazioni e le salutazioni degli amici ed a fuggire la lunga compagnia de' clientoli e a dimorare il più del tempo ad alcune sue possessioni, le quali fuori di Roma avea.

Ultimamente, essendosi scoperta una congiurazione fatta contro a Nerone da molti de' senatori e da più altri dell'ordine equestre e da' centurioni e da altri cittadini, essendo di quella prencipe un nobile giovane di Roma chiamato Pisone, venne in animo a Nerone di farlo morire, non perchè in quella colpevole il trovasse, ma per propia malvagità e come uomo che era disideroso d'adoperare crudelmente la sua potenzia co' ferri.

Ed essendo per ventura di que' dì, secondo che scrive Cornelio Tacito nel XV libro delle sue Storie, tornato Seneca di Campagna, s'era rimaso in una sua villa quatro miglia vicino a Roma, alla quale Sillano, tribuno d'una coorte pretoria, aprossimandosi già l'ora tarda, andò e quella intorniò d'uomini d'arme, e, entrato in casa, trovò lui con Pompeia Paulina, sua moglie, e con due de' suoi amici mangiare; e, mangiando egli, gli manifestò il comandamento fattogli dallo 'mperadore, cioè: uno, chiamato Natale, essere stato mandato a lui per parte di Pisone ed esso essersi in nome di Pisone ramaricato, perchè da poterlo visitare fosse proibito. Al quale Seneca rispuose: sè essersi di ciò scusato, che fatto l'avea per cagione della sua infermità e per disiderio di riposo; e che esso non aveva avuta alcuna cagione per la quale la salute del privato uomo avesse preposta alla sua sanità, e che il suo ingegno non era pronto nè inchinevole a dovere lusingare alcuno e che di questo non era alcuno più consapevole che Nerone, il quale spessissimamente avea provata più la libertà di Seneca che il servigio.

Le quali parole, presente Poppeia e Tigillino, il tribuno raportò a Nerone; il quale Nerone domandò se Seneca s'aprestava a volontaria morte. A cui il tribuno rispose niuno segno di paura aver veduto in lui e niuna tristizia conosciuta nelle parole e nel viso. Per la qual cosa Nerone gli comandò che tornasse a Seneca e gli comandasse che egli s'eleggesse la morte.

Il quale, tornatovi, non volle andare nella sua presenzia, ma mandòvi uno de' centurioni, che gli dicesse l'ultima necessità: la quale Seneca senza alcuna paura ascoltò e domandò che portate gli fossero le tavole del suo testamento; la qual cosa il centurione non sostenne. E perciò Seneca, voltosi a' suoi amici, molte cose disse e, poichè negato gli era di poter render loro grazia secondo i lor meriti, testò sè lasciar loro una di quelle cose, le quali egli aveva, più bella, e ciò era la imagine della vita sua, della quale se essi si ricordassono, essi sempre seco porterebbono la fama delle buone e laudevoli arti e della constante loro amistà. E, oltre a questo, ora con parole e ora con più intenta dimostrazione cominciò le lor lacrime a rivocare in fermeza d'animo: domandògli [che] dove i comandamenti della sapienza, dove per molti anni avesser lasciata andare la premeditata ragione intorno alle cose sopravegnenti, e da cui non esser saputa la crudeltà di Nerone; e che niun'altra cosa gli restava a fare, avendo la madre e 'l fratello uccisi, se non d'uccidere il suo maestro e colui che allevato l'avea.

E quinci, abracciata la moglie, la confortò e pregò che con forte animo portasse questa ingiuria. E, avendo già il centesimo anno passato, si fece aprir le vene delle braccia e, appresso, per ciò che il sangue lentamente usciva del corpo, similemente si fece aprir le vene delle gambe e delle ginocchia; e mentre lentamente mancava la vita sua, infino che gli bastaron le forze di poter parlare, fatti venire scrittori, più cose degne di laude in sua fama e in bene di coloro che dopo la sua morte le dovevano vedere fece scrivere.

Ma prolungandosi troppo la morte, pregò Stazio Anneo medico, lungamente stato suo fido amico, che gli desse veleno, il quale egli lungamente davanti s'aveva aparecchiato. Il quale preso, nè d'alcuna cosa offendendolo, per li membri che erano già freddi e niuna via davano donde il veleno potesse al cuore trapassare, si fece alla fine mettere in un bagno d'acqua molto calda, nel quale entrando, con le mani que' servi che più prossimani gli erano, presa dell'acqua, risperse; da' quali fu udita questa voce, che esso quello liquore sacrificava a Giove Liberatore. E poco appresso dal vapore caldo dell'acqua fu ucciso, e senza alcuna pompa o solennità di funebre uficio fu, secondo il costume antico, arso il corpo suo.

Fu nondimeno fama, secondo che il predetto Cornelio scrive, che Subrio Flavio aveva co' centurioni avuto secreto consiglio, il quale Seneca aveva saputo, che, poi che Nerone fosse stato per opera di Pisone ucciso, che esso Pisone similemente ucciso fosse e che lo 'mperio fosse dato a Seneca, quasi, come non colpevole, per ragione delle sue virtù fosse stato eletto all'alteza del principato.

Ma come che l'autore in questo luogo il ponga come dannato, io non sono perciò assai certo se questa oppinione s'è da seguire o no, con ciò sia cosa che si leggano più epistole mandate da Seneca a san Paolo e da san Paolo a Seneca, nelle quali apare tra loro essere stata singulare amistà, quantunque occulta fosse; ed in quelle, o almeno nell'ultima di quelle, essere parole scritte da san Paolo, le quali, bene intese, assai chiaro mi pare dimostrino san Paolo lui avere per cristiano. E se esso fu cristiano e di continentissima e santa vita, perchè tra' dannati annoverar si debbia non veggio: senza che, a confermazion di questa mia pietosa oppinione vengano le parole scritte di lui da san Girolamo in libro Virorum illustrium, nel quale scrive così:

«Lucius Anneus Seneca cordubensis, Faucionis stoici discipulus et patruus Lucani poete, continentissime vite fuit, quem non ponerem in chatalogo sanctorum, nisi me ille epistole provocarent, que leguntur a plurimis Pauli ad Senecam et Senece ad Paulum. In quibus, cum esset Neronis magister et illius temporis potentissimus, optare se dicit eius esse loci apud suos, cuius sit Paulus apud christianos. Hic ante biennium, quam Petrus et Paulus martyrio coronarentur, a Nerone interfectus est».

E, oltre a questo, mi sospinge alquanto a sperar bene della sua salute quasi l'ultimo atto della vita sua, quando, entrando nel più caldo bagno, disse sè sacrificare quella acqua a Giove Liberatore, parendomi queste parole potersi con questo sentimento intendere: che esso, il quale, che si sappia, quantunque il battesimo della fede avesse, il quale i nostri santi chiamano «flaminis», non essendo rigenerato secondo il comune uso de' cristiani nel battesimo dell'acqua e dello Spirito santo, quell'acqua in fonte battesimale consecrasse a Giove Liberatore, cioè a Iesù Cristo, il quale veramente fu liberatore dell'umana generazione nella sua morte e nella resurrezione: nè osta il nome di Giove, il quale altra volta è stato mostrato ottimamente convenirsi a Dio, anzi a lui, e non ad alcuna creatura; e così, consecratala in questa essersi bagnato e divenuto cristiano col sacramento visibile, come con la mente era. Ora di questo è a ciascuno licito quello crederne che gli piace.

142-144

[L. XVII]

Euclide geometra, supple: vidi. Euclide geometra, onde si fosse, nè di che parenti disceso, non so; ma assai apare per Valerio Massimo, nel suo VIII libro, capitolo XIII, lui essere stato contemporaneo di Platone; e, per ciò che insino ne' nostri dì è perseverata la fama sua, puote assai esser manifesto lui avere in geometria ogni altro filosofo trapassato. Esso adunque compose il libro delle Teoremate in geometria, il quale ancora consiste; sopra le quali fu da Boezio ottimamente scritto.

E Tolomeo. Tolomeo, cognominato da alcuno Feludense, secondo che oppinione è di molti, fu egiziaco; ed alcuni estimano lui essere stato di que' re d'Egitto, per ciò che molti ve n'ebbe con questo nome, e altri credono che esso non fosse re, ma nobile uomo del paese: e, per ciò che alcuno scrive lui essere stato nel torno di centoventotto anni dopo la incarnazione di nostro Signore, cioè a' tempi di Adriano imperadore, sono io di quegli che credon lui non essere stato re, per ciò che in que' tempi non si legge Egitto avere avuti re, con ciò fosse cosa che esso in forma di provincia romana si reggesse. Ma chi che egli si fosse, o re o altro, certissimo apare lui essere stato eccellentissimo astrolago. Nella quale arte, a dottrina e ammaestramento di coloro che venir doveano, esso più libri compose, tra' quali fu l'Almagesto, il Quadripartito e 'l Centiloquio e molte tavole a dovere con le lor dimostrazioni poter trovare i veri luoghi de' pianeti e i lor movimenti. Fu allevato in Alessandria e quivi abitò e in Rodi; e, poi che vivuto fu ottantotto anni, finio la vita sua.

Ipocràs. Ipocràs, secondo che Rabano in libro XVIII Originum scrive, fu figliuolo d'Asclepio e, regnante Artaserse, re di Persia, nacque nell'isola di Chiò; e per assiduo studio divenne gran filosofo e solennissimo medico. E dicono di lui alcuni che, essendo egli da un fisonomo veduto, dovè il fisonomo dire lui dovere essere di natura lussuriosissimo uomo e, oltre a ciò, di grossissimo ingegno: la qual cosa egli confessò esser vera, ma che l'astinenzia l'avea fatto casto e l'assiduità dello studio l'avea fatto ingegnoso.

E veramente fu egli ingegnoso, per ciò che esso fu colui il quale per forza d'ingegno ritrovò la medicina, la qual del tutto era perduta. È adunque da sapere che Appollo appo i Greci fu il primero uomo che trovò medicina e costui, investigate le virtù dell'erbe, quelle sole nelle sue medicine adoperò; appresso il quale, fu Esculapio, suo figliuolo, il quale, ammaestrato dal padre, e poi per lo suo studio divenuto scienziatissimo, quella ampliò molto; ed essendo avvenuto il caso d'Ipolito, figliuolo di Teseo, re di Atene, che, fuggendo la sua ira, da' cavalli che il suo carro tiravano, spaventati da' pesci chiamati «vecchi marini», li quali di terra rifuggivano in mare, lui, rotte le ruote, pe' luoghi petrosi strascinando, aveano tutto lacerato e in sì fatta maniera concio che ciascuno giudicava lui morto, per l'arte e sollicitudine di questo Esculapio fu a sanità ritornato. Ed avvenendo non guari poi che Esculapio, percosso da una folgore, morisse, diceva ogn'uomo perciò lui essere stato fulminato da Giove, per ciò che Giove s'era turbato che alcuno uomo avesse potuto un altro uomo morto rivocare in vita.

Per la quale universal fama degli sciocchi fu del tutto interdetta l'arte della medicina; e, secondo che Plinio nel libro XXVIIII De historia naturali scrive, essendo la medicina sotto oscurissima notte stata nascosa insino al tempo della guerra peloponensiaca, fu da questo Ipocrate rivocata in luce e consecrata ad Esculapio. E dice Rabano, nel libro preallegato, che ella stette nascosa nel torno di cinquecento anni; e così costui d'arte così oportuna all'umana generazione si può dire essere stato prencipe ed autore.

Scrive di costui san Geronimo nelle Quistioni del Genesì che, avendo una femina partorito un bel figliuolo, il quale nè lei nè il padre somigliava, era per esser punita sì come adultera: il che udendo, Ipocrate disse che era da riguardare non per avventura nella camera sua fosse alcuna dipintura simile; la qual trovatavisi, liberò la inocente femina dalla sospezione avuta di lei.

Egli fu piccolo di corpo, e di forma fu bello; ebbe gran capo, fu di movimento ed eziandio di parlare tardo e fu di molta meditazione e di piccol cibo; e, quando si riposava, guardava la terra. Visse novantacinque anni.

Avicenna. Avicenna, secondo che io ho inteso, fu per nazione nobilissimo uomo; anzi dicono alcuni lui essere stato chiarissimo prencipe e d'alta letteratura famoso e massimamente in medicina. Altro non ne so.

E Galieno. Galieno fu per origine di Pergamo in Asia, là dove primieramente fu trovato il fare delle pelli degli animali carte da scrivere, le quali ancora servano il nome del luogo dove primieramente fatte furono, e chiamansi «pergamene»; ed in medicina fu scienziatissimo uomo, secondo che apare. Costui primieramente fiorì ad Atene, e poi in Alessandria fu di grandissimo nome; e quindi venutosene a Roma, quivi fu di grandissima fama, per quello che alcuni dicano, al tempo di Antonino Pio imperadore. Altri il fanno più antico e dicono che egli visse al tempo di Nerone e degli altri imperadori, che appresso lui furono, infino a Domiziano. Esso, poi che finiti ebbe anni ottantasette, finio la vita sua.

Averoìs. Averoìs dicono alcuni che fu arabo ed abitò in Ispagna; altri dicono che egli fu spagnuolo; uomo d'eccellente ingegno, in tanto che egli comentò ciò che Aristotile in filosofia naturale e metafisica composto avea; e tanto chiara rendè la scienza sua, che quasi aparve insino al suo tempo non essere stata intesa e però non seguita, dove dopo lui è stata in mirabile pregio, anzi a quella d'ogni altro filosofo preposta. Che 'l gran comento feo, sopra i libri d'Aristotile. Ed è intra lo «scritto» e 'l «comento», che sopra l'opera d'alcuni autori si fanno, questa differenza: che lo scritto procede per divisioni e particularmente ogni cosa del testo dichiara, il comento prende solo le conclusioni e, senza alcuna divisione, quelle apre e dilucida. E così è fatto quello d'Averoìs.

Ma, poichè finite sono le storie, avanti che fine si faccia a questa quarta particula, è da rimuovere un dubbio, il quale per cose in essa racontate si può muovere: e dico che in questo canto pare che l'autore a se medesimo contradica, in quanto di sopra, ragionandogli Virgilio quali sieno quegli che in questo cerchio puniti sono, dice essere tali che non peccaro: « e s'egli hanno mercedi, Non basta» etc.: e poi ne nomina l'autore alquanti che di questi cotali sono, sì come nelle racontate istorie è assai manifesto, li quali assai apertamente apare loro essere stati peccatori, sì come Ovidio, il quale quantunque assai cose buone e utili componesse, nondimeno a chi legge il suo libro, il quale è intitolato Sine titulo, assai chiaro può vedere lui essere stato quasi più che alcun altro effeminato e lascivo uomo. E, oltre a questo, nel libro il quale egli compuose De arte amandi, dà egli pessima e disonesta dottrina a' lettori.

Appresso, è ancora di questi Lucano, il quale, come mostrato è, fu nella congiurazione pisoniana incontro a Nerone, il quale era suo signore: e, quantunque iniquo uom fosse e niuna, secondo che Seneca tragedo scrive in alcuna delle sue tragedìe, è più acetta ostia a Dio che il sangue del tiranno, nondimeno non aspettava a Lucano di volere esser punitore degli eccessi del signor suo.

E dentro al castello pone Enea, il quale, secondo che Virgilio testimonia, con Didone alcun tempo poco laudevolmente visse, e, oltre a ciò, credono i più che egli sentisse con Antenore insieme il tradimento d'Ilione, sua città: il che, oltre alla turpe operazione, è gravissimo peccato. Ponvi similmente Cesare, il quale, come mostrato è, fu incestuoso uomo e di più donne vituperevolmente contaminò l'onestà, rubò e votò l'erario publico de' Romani, e, oltre a ciò, tirannicamente occupò la libertà publica e quella, mentre visse, tenne occupata.

Appresso, vi discrive Lucrezia, la quale, quantunque onestissima donna fosse, nondimeno se medesima uccise, il che senza grandissimo peccato non è licito di fare ad alcuno. Scrivevi ancora il Saladino, il quale, come noi sappiamo, in quanto potè, fu nimico del nome di Cristo, adoperando e procacciando con ogni istanzia il disfacimento di quello.

E questi peccati, li quali io dico che ne' predetti furono, mostra l'autore sotto intolerabili supplici e in dannazion perpetua essere appresso puniti. Per la qual cosa apare, come davanti dissi, l'autore a se medesimo contradire.

Ma a questo dubbio mi pare si possa in così fatta maniera rispondere: essere di necessità i meriti e le colpe per gli autori di quelle convenirsi discrivere, acciò che più pienamente si possan comprendere; e queste non per ogni autore, per ciò che assai ne sono di sì piccola fama che, non essendo conosciuti, non sarebbono intese, ma per eccellenti e famosi uomini intorno a quelle cose le quali alcun vuole che intese sieno. E perciò e qui e per tutto il suo libro l'autore quasi altra gente non pone se non quegli cotali, per li quali crede più essere conosciuto e inteso quello che dir vuole; quantunque egli per questo non intenda che alcuno creda che egli alcun de' nominati vedesse, nè in inferno nè altrove, ma vuole che, per gli nominati, s'intenda essere in quello luogo qualunque è stato colui, in cui quelle medesime virtù o vizi stati sono.

E, oltre a ciò, quantunque Enea, Giulio e Lucrezia e gli altri detti stati peccatori <sieno> qui discritti dall'autore, intende esso autore questi cotali in questo luogo si prendan solamente per virtuosi in quelle virtù che loro qui attribute sono, e le colpe, quasi non sute, si lascino stare. E così prenderemo quivi essere chiunque fu in opere simile a Giulio, in quanto virtuoso e non battezato, e così di Lucrezia e degli altri, e non in quanto in alcune cose peccarono: e in questa maniera si conviene sostener questo testo.

145-147

Io non posso ritrar, cioè racontare, di tutti, quegli valenti uomini che io vidi in quel luogo, appieno, cioè pienamente, per ciò che molti erano. E soggiugne la ragione per che di tutti ritrarre non può, dicendo: Per ciò che sì mi caccia, cioè sospigne a procedere avanti, il lungo tema, di voler discrivere l'universale stato degli spiriti dannati, di que' che si purgano e de' beati; Che molte volte, non solamente pur qui, ma ancora altrove, al fatto, cioè alle cose che vedute ho, le quali sono in fatto, il dir, cioè il racontare, vien meno: e ciò non è maraviglia, per ciò che, volendo appieno racontare le particularità di qualunque nostra operazione, quantunque piccola sia, si converrebbon dir tante parole, che quasi mai non verrebbon meno.

148-151

«La sesta compagnia». In questa quinta e ultima particella della seconda parte principale della subdivisione del presente canto, dimostra l'autore come, partiti da' quatro poeti, procedettero avanti, e dice: La sesta compagnia, cioè de' sei poeti, d'Omero e di Orazio e degli altri, in due, cioè poeti, in Virgilio e nell'autore, si scema, cioè rimane scema. Per altra via, che per quella per la quale venuti eravamo, mi mena il savio duca, Virgilio, Fuor della cheta, aura: per ciò che, come assai è nelle precedenti cose aparito, niun tumulto, niun romore era in quel cerchio; nell'aura che trema, sì come ripercossa da impetuoso spirito di vento e da pianti e da dolori. E vengo in luogo ove non è nè sole nè stella nè lumiera che luca, cioè faccia lume.

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

«Ruppemi l'alto sonno nella testa» etc. La continuazione del senso allegorico del precedente canto con quello di questo nella fine del precedente è dimostrata, in quanto, avendo di sopra mostrato come talvolta l'uomo, ingannato dagli splendori mondani, mortalmente pecchi e per conseguente diventi servo del peccato, nel principio di questo dimostra come per quello nella prigione del diavolo si ritruovi, e di questo essersi accorto per la visitazione di Dio, il quale ha in lui mandata la grazia operante, per la quale egli è stato desto dal mortal sonno e fatto ravedere là dove per lo peccato è pervenuto, cioè in luogo tenebroso, oscuro e pieno di dolore e di pene.

31-39

Delle quali acciò che egli abbia piena esperienza e, ammaestrato, pervenga con disiderio alla penitenza, seguendo la ragione, procede e vede, dimostrandogliele ella, la prima colpa che per la giustizia di Dio è punita nel primo cerchio dello 'nferno. E questa, come assai è manifestato nel testo, dico che è il peccato originale, il quale per lo lavacro del battesimo da quegli cotali, che in questo cerchio pena ne sostengono, non fu levato via. Per questo peccato entrò la morte nel mondo; per questo peccato fu l'umana spezie cacciata di paradiso; per questo peccato son sempre poi gli uomini stati e saranno, mentre durerà il mondo, in angoscia e in tribulazione e in mala ventura; per questo peccato Cristo, figliuol di Dio, ricevette passione e morte, e risurgendo n'aperse la porta del paradiso, lungamente stata serrata.

Dico adunque che per lo non avere ricevuto il battesimo, al quale s'aspetta di tor via il peccato originale, quegli, che in questo cerchio si dolgono, sono dannati, quantunque per altro inocenti sieno e ancora per le buone opere di molti paiano degni di merito.

Ed è qui da sapere il battesimo essere di quatro maniere. La prima delle quali è il battesimo della prefigurazione, nel quale insieme con Moisè furon battezati tutti i Giudei, passando il mar Rosso; e di questo dice san Paolo: «Patres nostri omnes sub nube fuerunt, et omnes mare transierunt: et omnes in Moyse baptizati sunt, in nube et mari».

La seconda è il battesimo del fiume, cioè quello il quale attualmente ne' suoi catacumini usa la Chiesa di Dio, del quale Cristo dice nell'Evangelio a' suoi discepoli: «Ite, docete omnes gentes et baptizate eos» etc.

La terza maniera si chiama «flaminis», cioè di spirito; e di questa parla l'Evangelio dove dice: «Super quem videris Spiritum descendentem et manentem: hic est qui baptizat». E di questa spezie di battesimo credo esser battezati quegli, se alcuni ne sono, li quali battezati non sono del battesimo della Chiesa usitato, e non pertanto si credono essere, ed in ogni atto vivono come cristiani veramente battezati, nè per alcuna cosa possono presummere che battezati non sieno.

La quarta maniera si chiama «sanguinis», e di questa dice l'Evangelio: «Baptismo habeo baptizari, et quomodo coartor, usque dum perficiatur?». E in questo credo esser battezati coloro li quali, disposti a ricevere il battesimo, s'avacciano di pervenire a colui che secondo il rito ecclesiastico li può battezare, e, in questo avacciarsi, sopraprenderli alcuni nemici uomini che gli uccidono, o altro caso, avanti che al luogo destinato possan venire.

Nel primo, come detto è, furon battezati i Giudei: Exodi: «Divisa est aqua, et ingressi sunt filii Israel per medium sicci maris»; nel secondo son battezati quegli li quali noi chiamiamo rinati, de' quali dice l'Evangelio: «Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit»; nel terzo sono battezati quegli li quali delle lor colpe pentuti sono, e di questi dice l'Evangelio: «Nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu sancto non intrabit in regnum celorum»; nel quarto sono battezati i martiri, de' quali similmente dice l'Evangelio: «Calicem quidem meum bibetis» etc.

E se in quegli, che in questo cerchio dannati sono, ben si riguarda, alcuno non ve n'è, se non fosse già Seneca, del quale è assai detto nella lettera, che d'alcuno di questi battesimi battezato fosse.

Sono adunque questi cotali solamente per continui sospiri e per difetto di speranza puniti; la qual pena assai pare che si confaccia al peccato. Fu il peccato originale con soavità e dolceza di gusto commesso, e però qui per amaritudine di sospiri, mandati dal cuor fuori, si punisce, cioè per dolorosa compunzione in perpetuo quegli che con esso in questo mondo muoiono menano amara vita nell'altro; e come i primi parenti per quello sperarono dovere simili a Dio divenire, così qui sono i lor successori, che con esso peccato muoiono, privati d'ogni speranza di mai doverlo vedere; e come la disonesta speranza gli sospinse al peccato, dico i primi nostri parenti, così qui l'onesta nega loro il suo aiuto a dover con minor noia sofferire l'afflizione recata in loro dal martìre. E, oltre a ciò, come quello per noi non fu commesso, ma, come spesse volte è detto, per li primi nostri parenti, punito non è in quegli, ne' quali la sua infezione persevera, per alcuna pena impressa in loro per alcuno esteriore ministro della giustizia di Dio.

Nè creda alcuno questa pena essere di piccola graveza o poco cocente, cioè il dolersi co' sospiri, senza speranza di alcuno futuro o disiderato riposo; anzi, se ben riguarderemo, è gravissima, e, se gli spiriti fossero mortali, essi la dimosterrebbero intolerabile, sì come i mortali hanno spesse volte mostrato: assai ci puote essere manifesto alcuni essere stati che, ferventemente disiderando alcuna cosa, come creder dobbiamo che questi spiriti, de' quali parliamo, desiderano di veder Idio, come conosciuto hanno essere lor tolta ogni speranza di doverla ottenere, essere in tanto dolor divenuti che essi, stoltamente eleggendo per molto minor pena la morte che la vita senza speranza, ad uccidersi, e crudelmente, trascorsi sono.

Per la qual cosa mi pare essere assai certo che, se morir potessono gli spiriti, come non possono, assai in quella estrema miseria incorrerebbono. E questi cotali dico essere tutti quelli che alcuno de' sopradetti battesimi avuto non hanno, li quali qui in tre maniere distingue, cioè in pargoli e in uomini e femine non famose, e come sono tutti coloro li quali esso nominatamente discrive.

Intorno alla qual discrizione son certi eccellenti uomini a' quali non pare che in questa parte l'autore senta tanto bene, cioè in quanto mostra oppinare una medesima pena convenirsi per lo peccato originale a quegli li quali ad età perfetta pervennero e a quegli li quali avanti che a quella pervenissero morirono. E la ragione, che a questo gli muove, par che sia questa: che i primi, cioè gli uomini, pare che, dalla ragione naturale mossi, dovessero cercare della notizia del vero Idio e così lavarsi della macchia del peccato originale; e però che nol fecero, non pare che la ignoranza gli scusi, come fa coloro li quali anzi l'età perfetta morirono, e per conseguente, per la negligenza in ciò avuta, meritano maggior pena. E perciò in ciò non pare che l'autore abbia tanto bene oppinato.

Egli è assai manifesta cosa che la ignoranza, in coloro massimamente ne' quali dee essere intera cognizione e per età e per ingegno, non scusa il peccato, con ciò sia cosa che noi leggiamo quella essere stata redarguita da Dio in nostro ammaestramento, là dove dice per Ieremia: «Milvus in celo, et hirundo et ciconia cognoverunt tempus suum; Israel autem me non cognovit». Per che meritamente segue agli ignoranti quello che san Paolo dice: «Ignorans ignorabitur», e massimamente a quelli de' quali pare che senta il Salmista, dove dice: «Noluit intelligere ut bonum ageret»; per che senza alcun dubbio si dee credere che a questi cotali, li quali di conoscere Idio non si son curati, nè l'hanno amato ed onorato secondo i suoi medesimi comandamenti, sarà nell'estremo giudizio detto da Cristo: «Non novi vos, discedite a me, operarii iniquitatis». La qual cosa acciò che avvenire non possa, con ogni studio, con ogni vigilanza si dee cercare di conoscere Idio e credere che chi questo non fa non potrà per ignoranza in alcuna maniera scusarsi.

Ma nondimeno io non credo che ogni ignoranza igualmente sia riprensibile: e dico «ogni» ignoranza, per ciò che questi signori giuristi e canonisti distinguono, e ottimamente al mio parere, tra ignoranza e ignoranza, chiamandone alcuna «ignorantia facti» ed alcuna altra «ignorantia iuris». E vogliono che «ignorantia facti» sia quella d'alcuna cosa, la quale verisimilmente non debbia esser pervenuta alla notizia degli uomini. Verbigrazia: il papa col collegio de' suoi fratelli cardinali secretamente avranno per legge fermato che, sotto pena di scomunicazione, alcun cristiano per alcuna cagione non vada nè mandi in alcuna terra d'alcuno infedele, e, stante questa legge ancor secreta, questo o quello mercatante v'andranno o vi manderanno: direm noi che per questa ignoranza, che è «ignorantia facti», questo cotale sia escomunicato?

Certo no, che ciò sarebbe manifestamente fuor d'ogni ragione, per ciò che gli uomini non sanno indovinare. Adunque è questa ignoranza escusabile, per ciò che noi non possiamo sapere quello che il papa s'abbia fatto, nè prima dobbiamo il suo secreto voler sapere che esso medesimo nel voglia manifestare.

Ma, poi che esso avrà diliberato che questa legge si palesi, e provulgatala e per li suoi messaggieri mandatala per tutto e fattala pronunziare e predicare, senza dubbio non può alcuno dire che il non saperlo il debbia rendere scusato; sì come talvolta fanno alcuni che, sospicando non si dica cosa che essi non voglian sapere, si partono de' luoghi dove ciò si pronunzia, che fuggono e poi credono essere scusati per dire e per giurare: – Io non fui mai in parte dove questa proibizione si facesse; – per ciò che a ciascun s'apartiene di stare attento d'investigare e di sapere i comandamenti de' suoi maggiori e quegli con ogni reverenza ricevere e ubbidire.

E perciò alla obiezion fatta, cioè che a' nominati dall'autore, con ciò sia cosa che per ignoranzia iscusati non sieno, si convenga più grieve pena che a quegli che per la piccola età cercar non poterono d'avere la notizia di Dio e di seguire i suoi comandamenti, mi pare che, come poco avanti è detto, si possa rispondere e mostrare in loro essere stata «ignorantia facti», e per conseguente doversi essa, e potersi con ragione, scusare. E che ne' nominati dall'autore, e ne' simili, fosse «ignorantia facti», si può in questa maniera comprendere.

Fu il mondo, sì come noi possiamo per lo testo della santa Scrittura cognoscere, molte centinaia d'anni prima lavato dal diluvio universale che Dio alcuna legge desse ad alcuno uomo; e la moltitudine della gente da Noè procreata e da' figliuoli era ampliata molto e in diversi popoli s'era sparta sopra la faccia della terra: e non solamente la terra continua, ma ancora molte isole aveva ripiene, e ciascheduno secondo il suo arbitrio, o secondo il beneplacito di colui il quale in prencipe avea sublimato, vivea, e cotal vita estimava ottima e laudevole, quantunque molti pessimamente estimassono.

Nondimeno i più lungamente seguitarono le leggi naturali; e alcuni, che più di sentimento cominciarono a prendere a naturali, una brieve legge aggiunsero, cioè: «Non fare quello ad altrui che tu non volessi che fosse fatto a te». E da questa nacque un modo di vivere più universale, il quale essi chiamarono «ius gentium», per lo quale assai oneste cose si servavano diligentemente tra l'università de' popoli. Poi cominciarono le genti a fare le leggi municipali e secondo quelle vivere e governarsi; e nondimeno sopra le leggi umane avevano alcune divine leggi, per lo ammaestramento delle quali essi onoravano e adoravano Idio: e così perseverarono, e ancora perseverano, molte nazioni.

Ma poi che a nostro signore Idio piacque volere le sue leggi ad alcun popolo dare, dalle quali non solamente il popolo, al quale dare le 'ntendea, ma eziandio qualunque altro, volendo, potesse prender regola e norma da piacere a Dio, primieramente fece Abraàm degno della sua amicizia e a lui aperse parte del suo secreto, cioè di quello che fare intendeva nel seme suo; nè a lui perciò alcune singulari leggi diede, se non in tanto che, a distinzione de' suoi discendenti dagli altri popoli, gli comandò la circuncisione, la qual sempre perseverò e persevera in quegli che de' suoi discendenti si dicono; e questa medesima amicizia ritenne con Isaàc e con Iacòb, discendenti d'Abraàm.

Ma poi Iacòb con quegli che di lui eran nati andatone in Egitto, e in grandissima moltitudine cresciuti, per più centinaia d'anni servato il rito della circuncisione, sotto le leggi e sotto la servitudine delli re d'Egitto furono; della quale Moisè per comandamento di Dio, carichi delle più care cose degli Egiziaci, per lo mare Rosso gli trasse e menògli ne' diserti d'Arabia; e quivi dimorando ancora senza legge, se non quella che arbitrariamente in bene e in riposo di loro s'usava, Moisè, sì come loro duca e giudice, salito sopra il monte Senai, in due tavole gli diede <Idio> scritta la legge, la qual voleva servasse il popol suo: e così cominciaro gli Ebrei ad essere sotto propia legge, che mai infino a quel tempo stata non v'era. E questo fu, secondo Eusebio in libro Temporum, <regnante> appo gli Assiri Ascadis l'anno del regno suo VIII, e regnante Cicopre appo gli Ateniesi l'anno XXXXV del regno suo: il quale anno fu l'anno del mondo MMMDCLXXXXII, ne' quali tempi nacque d'Iside Epafo in Egitto e il tempio d'Appollo Delio fu edificato da Erisitone.

Quindi, morto Moisè, sotto il ducato di Giosuè più fattisi avanti, per forza cacciaron delle lor sedie i Cananei e il loro paese occuparon tutto e intra sè il divisono e poi per certo tempo possederono; e secondo la legge ricevuta e sotto giudici e poi sotto re vivendo, in continue guerre co' vicini datorno, or vincendo e ora perdendo, e in grandissime avversità e tribulazioni divisi dimorando, quantunque alcun nome acquistassero, non fu perciò di tanta fama che guari per lo mondo si dilatasse; e quanto essi erano da' riti degli altri uomini separati, tanto dall'altre nazioni erano reputati da meno.

Se adunque, avanti che la giudaica legge fosse, vissero i mortali sotto l'arbitrio loro, o sotto quelle leggi che essi medesimi si dettavano, a cui direm noi che essi dovessero andare cercando per le leggi divine e di conoscere Idio? E, oltre a ciò, pur dopo la legge data a Moisè, qual maraviglia è se, abituati in quella maniera di vivere che detta è, non sentirono nè si misono a sentire quello che Idio s'avesse detto o fatto con Abraàm o co' suoi successori o con Moisè nelle solitudini del mondo, nè poi ancora col popolo suo? con ciò fosse cosa che quegli a' quali de' fatti de' Giudei pervenne alcuna notizia, gli avessero per servi fugitivi e per ladri, e Moisè per uomo magico e seduttore: e se per così gli aveano, a che ora si dee credere che a loro fossero andate le nazioni strane a consigliarsi della divinità o de' beneplaciti di quella? Se forse si dicesse: «Sotto que' furti e sotto i lor costumi Idio sentiva altissimi misteri della futura incarnazione del Figliuolo e della resurrezione», questo credo io ottimamente, ma ciò non sapeano le nazioni gentili, e, come dice Isaia, «quis enim cognovit sensum Domini, aut quis consiliarius eius fuit?».

E se quelle leggi e quelle operazioni di Dio, che noi tutto il dì leggiamo, sì piacque a Domenedio con questi suoi singulari amici d'adoperare, come il dee aver saputo l'Indiano, come lo Spagnuolo, come l'Etiopo o il Sauromata, a' quali per alcuno mai significato non fu? E se essi nol deono aver potuto sapere, qual giustizia dannerà la loro ignoranza in questo? Chi non vedrà questa essere stata «ignorantia facti», la quale davanti dicemmo doversi potere scusare?

Appresso, presupposto che alcuna altra nazione avesse voluto dagli Ebrei sapere questo secreto, il quale a loro soli Idio avea dimostrato, l'avrebbe ella potuto credere?: essendoci per le loro medesime lettere manifesto che essi Ebrei, essendo lungamente stati pasciuti di manna e udendo gli ammaestramenti di Moisè, il quale per la loro liberazione avean veduto percuotere Faraone di dieci crudelissime piaghe, e veduto da lui essere stato nel diserto elevato un serpente di rame, al quale mostrate le lor piaghe, da' serpenti del luogo, dove erano, ricevute, tutti guerivano, <e> aveangli veduto con la verga percuotere una pietra viva e di quella a saziar la sete loro uscire un fiume, non gli prestavano però intera fede; ma, or con una ritrosia or con un'altra, non facevano altro che mormorare e chiedere che nella servitudine, della quale tratti gli avea, gli ritornasse; e ultimamente elevato un toro d'ariento, contro al comandamento suo quello adorarono, onorarono e magnificarono per loro Idio.

Non fu mai alcun messo di Dio mandato che il suo piacere loro anunziasse e chiamassegli ad obbidienza della sua legge. E chi dubita che Domenedio non conoscesse alcun da sè a ciò non dover venire non chiamato, quando i chiamati con ostinata pertinacia recusavan d'udire i suoi comandamenti e d'ubidirlo?

Se forse volesse alcun dire: «Iona fu mandato da Dio a Ninive»: ma esso non andò ad ammaestrargli della legge di Dio, ma a nunziare che Ninive infra quaranta dì si disfarebbe; e se gli Ebrei furono in Babillonia lungamente in pregione, e' vi furono reputati bestie, estimando i Caldei che, se savi fossero stati o fosser sante le lor leggi, che Idio non gli avrebbe lasciati venire in quella miseria: e perciò creduti non erano.

E non pare che dubitar si debba che non fossero i Gentili molto più prestamente venuti, che non fecero gli Ebrei. E questo pare si possa comprendere da ciò che seguì, quando chiamati furono, poi che Cristo incarnato recò in terra quella celeste luce della dottrina evangelica, la quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo, che illuminato voglia essere: la quale avendo esso primieramente predicata, e poco dagli Ebrei ascoltata, mandò per l'universo i suoi messaggieri a chiamare alle noze reali di vita eterna ogni nazione; nè furon chiamati ne' diserti o nelle solitudini arabiche, nè da uomini paurosi o fiochi, ma, come dice di loro il Salmista, «non sunt lingue neque sermones, quorum non audiantur voces eorum. In omnem terram exivit sonus eorum, et <in> fines orbis terre verba eorum»; e queste nel cospetto de' re, de' prencipi, de' tiranni, e nelle città grandissime, nelle piaze, ne' templi, nelle convenzioni e adunanze de'popoli.

E a questa chiamata prestamente concorsono le nazioni gentili e con intera mente senza alcune ritrosie prestaron fede alla dottrina de' chiamatori; e non solamente vi prestaron fede, ma per quella se medesimi fecero incontro a tormenti senza la divina grazia intolerabili e alla morte temporale, senza alcuna paura e con ferma speranza della futura gloria. E così si può credere avrebber fatto, se alcuna altra volta fossero stati chiamati; e se essi chiamati non furono, come altra volta è detto, essi non si dovevano nè potevano indovinare.

Seguirono adunque quello idio, o quegli idii, quegli riti d'adorargli e d'onorargli, che i lor padri, li loro amici, li lor vicini e' loro sacerdoti mostravan loro; e a questo, credendosi bene adoperare, eran contenti: con ciò sia cosa che alcuno non sia che cerchi di quello che egli non conosce.

E, seguendo il predetto rito di adorare Idio, furono di quegli assai che il seguirono virtuosamente e moralmente vivendo, avendo in odio e dannando i disonesti guadagni, le violenze, l'ozio, la concupiscenzia carnale, le falsità i tradimenti e ogni altra operazione meritamente biasimevole, essercitandosi ciascuno di prevalere agli altri in iscienza, in disciplina militare, in ben fare alla republica e in divenire glorioso tra gli uomini: e questo con lunghe fatiche e con gran pericoli della propia vita.

E così si dee credere, e ancora molto più, avrebbon fatto in onore del nome di Cristo, per la vita celestiale e per l'eterna gloria: ma a doversi di ciò informare non potevan salire in cielo, nè in terra era chi lor ne dicesse parole, nè che a lor giudicio fosse degno di tanta fede.

Se forse volessero alcuni dire: «Così come per forza d'ingegno essi adoperarono di conoscere i secreti riposti nel seno della natura e la cagion delle cose, e per saper queste seguivano gli Studi caldei, gli egizi, gli italici e gli altri, quantunque lontani, e così per conoscere il vero Idio si dovevan faticare e andar cercando quegli che maestri e dottori erano della ebraica legge, acciò che di ciò gli ammaestrassero», potrebbesi consentire i Gentili dover aver creduto gli Ebrei dover esser maestri di questa verità: ma essi non si vedevan, tra le nazioni del mondo, d'alcuna preeminenzia nè onorato il popolo ebreo, e massimamente a rispetto degli Assiri, de' Greci, degli Africani e ultimamente de' Romani; anzi si vedea un piccol popolo pieno di vitupèri, di peccati e di scellerate operazioni, e ognindì essere da' Caldei e dagli Egiziaci presi e straziati e menati in cattività e in servitudine, e essi e le lor femine, e le loro città rubate, e ad esse esser disfatte le mura e talvolta tutte abattute e desolate; per le quali cose assai di fede appo le nazioni strane alla loro religione si toglieva, e, per questo essendo avuti in derisione, non era alcuno che mai a loro andato fosse.

Erano, oltre a questo, gli Ebrei intra se medesimi divisi, chè altra maniera servavano i Giudei e altra maniera i Sammaritani: e chi meglio di costor si facesse, non potevano le nazioni lontane discernere; nè è da dubitare che molto di fede non togliesse loro appo gli strani la divisione.

Che dunque si può dire della ignoranza di coloro che, avanti che Cristo per li suoi messaggieri la legge, da lui data, essere stata data manifestasse, se non quello che davanti è stato detto, cioè che la loro ignoranza, sì come «ignorantia facti», si debba potere scusare? e perciò, se per altro ben vissero, non aver altra pena meritata che quella che semplicemente per lo peccato originale è data a coloro, li quali morirono avanti che essi potessono peccare, e quello sentirne, che par che san Paolo voglia, quando scrive: «Servus nesciens vel ignorans voluntatem Domini sui et non faciens vapulavit paucis»; e in altra parte: «Facilius consequutus sum veniam, quoniam ignorans feci».

De «ignorantia iuris» non dico così; per ciò che, come di sopra dissi, come la legge, la quale a ciascuno apartiene, è provulgata e manifestata, non puote alcuno con acettevole scusa allegar la ignoranzia: per ciò che tale ignoranza si può meritamente dire crassa e supina, e aparire aperto colui, che ciò non sa, nol sa perchè non l'ha voluto sapere. E però se, dopo la dottrina evangelica predicata per tutto, è alcuno che quella seguita non abbia, quantunque per altro virtuosamente vivuto sia, sì come degno di maggior supplicio per la sua ignoranza, non dee a simil pena esser punito con gli inocenti, ma a molto più agra.

E di questi cotali pone l'autore alquanti, come è Ovidio, Lucano, Seneca, Tolomeo, Avicenna, Galieno e Averoìs; li quali io confesso tra gli altri dall'autor nominati non doversi debitamente nominare, per ciò che di loro si può dir quello che scrive san Paolo: «A veritate auditum avertent, ad fabulas autem convertentur» etc.; e il Salmista: «Sicut aspides surde, et obturantes aures suas, ut non exaudirent voces» etc. E di questi meritamente si dice quella parola che di sopra contro agl'ignoranti è allegata da san Paolo: «Ignorans ignorabitur», e similmente l'altre autorità quivi poste. Nondimeno, che che qui per me detto sia, io non intendo di derogare in alcuno atto alla catolica verità nè alla sentenzia de' più savi.

106-108

Resta a vedere quello che l'autore abbia voluto per lo castello, difeso di sette alte mura e d'un bel fiumicello, e per lo prato della verdura, che dentro vi truova poi che con quegli cinque poeti entrato v'è. E, secondo il mio giudicio, egli intende questo castello il real trono della maestà della filosofia morale e naturale, fermato in su il limbo, cioè in su la circunferenza della terra: con ciò sia cosa che queste due spezie di filosofia non transcendano alle sedie de' beati, ma solamente di terra speculino, conoscano e dimostrino i naturali effetti de' cieli nella terra e gli atti degli uomini; per la cognizion delle quali cose sta sempre verde la fama di quelli uomini e di quelle donne, le quali seguiti gli hanno

E, a volere a così eccelsa e così nobile stanza divenire, si conviene tenere il cammino il quale l'autore ne divisa, cioè passar quel fiumicello, il quale circunda questo luogo, dove la filosofia, maestra di tutte le cose, dimora; e passarlo come terra dura, acciò che nell'acqua di quello non si bagnino i piè nostri. E sono, avanti ad ogni altra cosa, per questo bel fiumicello da intendere le sustanzie temporali, cioè le riccheze, i mondani onori e le mondane preeminenze, le quali sono nella prima aparenza splendide e belle, quantunque in essistenza oscure e tenebrose si truovino, in quanto sono privatrici e massimamente in coloro che non debitamente l'amano o guardano o spendono o essercitano.

E come l'acqua spesse volte è a' nostri sensi dilettevole, così queste sono agl'ingegni e agl'intelletti nocevoli; e così sono flusse e labili come è l'acqua, la quale è in corso continuo: niuno fermo stato hanno, oggi sono e domane non sono, oggi sono in questo luogo e domane in quell'altro, oggi piacciono e domane spiacciono. E chiama l'autor quest'acqua «fiumicello», che è diminutivo di fiume, per dare ad intendere queste cose temporali e la lor luce e il lor commodo, a rispetto delle cose eterne, esser piccole o niuna cosa.

E perciò chi vuole pervenire all'alteza della fama filosofica gli convien passar questo fiumicello non con dilicateze, non con morbideze, non con conviti e artificiati cibi e esquisiti vini e con lunghi sonni e dannosi ozi, ma, tutte queste cose e simiglianti non solamente scacciate e rimosse da sè, ma senza bagnarsi i piedi in quest'acqua, cioè in alcun atto lasciarsi toccare, o muover l'affezione a quella; e come terra dura passarlo, come il passaron per la temporal gloria Camillo, Cincinnato, Curzio, Fabrizio e Scipione e simiglianti, e, per la filosofica eminenzia, Diogene, Democrito, Anassagora e i lor simili: li quali, scalpitate co' piedi le riccheze ed avutole a vili e disprezatole, passarono con lieto e libero animo alle lunghe fatiche degli studi, delle virtù e delle scienze.

E, passato il fiumicello, cioè le temporali delizie scalpitate, con cinque solenni poeti, cioè con quegli dottori li quali sieno per sofficienza degni a dimostrare quella via, per la quale alle filosofiche operazioni e perfezion si perviene, <...>: e intendendo per le sette porti, per le quali dice che entrò con que' savi, le sette arti liberali, e non per quelle sette arti le quali molti intendono esser quelle con le quali i demòni ingannano gli sciocchi. E chiamansi «liberali» per ciò che in esse non osava, al tempo che i Romani signoreggiavano il mondo, studiare altri che liberi uomini; o vogliam dire che liberali si chiamano per ciò che elle rendono liberi molti uomini da molti e vari dubbi, ne' quali sanza esse intrigati sarebbono.

E di queste arti ottimi dimostratori furono i predetti poeti, se con intera mente si riguarderanno i libri loro, ne' quali, quantunque esplicitamente le regole spettanti a dover dare la dottrina di quelle per avventura non vi si truovino, e' vi si truovano le conclusioni vere e gli effetti certi delle regole, per le quali si solvono i dubbi li quali intorno alle regole possono cadere. È nondimeno da sapere non esser di necessità, a colui che odierno filosofo vuol divenire, sapere perfettamente ciascuna delle liberali arti: saperne alcuna perfettamente è del tutto oportuno, sì come al filosofo la gramatica e la dialetica, al poeta e all'oratore la gramatica e la retorica; poi sapere dell'altre i princìpi, e sapergli bene, è assai a ciascuno.

Entrò adunque l'autore, per gli effetti delle liberali arti, con questi cinque dottori, co' quali si dee intendere ciascun altro entrare, il quale degno si fa per suo studio, imitando i valenti uomini, nel prato della verzicante fama della filosofia, dove da questi medesimi, cioè da' valenti uomini, e massimamente da' poeti, gli son dimostrati coloro che per le filosofiche operazioni meritarono la fama, la quale ancora è verde.

E dissi «massimamente da' poeti», per ciò che di queste così fatte dimostrazioni niun altro par dover essere miglior maestro, che colui il quale col suo artificio sa perpetuare i nomi de' valenti uomini e le glorie degl'imperadori e de' popoli: e questi sono i poeti, de' quali è uficio il perducere in lunghissimi tempi i nomi e l'opere de' valenti uomini e delle valorose donne; la qual cosa quantunque facciano ancora gli storiografi, per ciò che nol fanno con così fiorito, con così rilevato, nè con così ornato stilo, sono in ciò loro preposti i poeti, li quali in questa parte l'autore intende per la perseverante dimostrazione, la qual sempre davanti da sè porta i nomi e l'opere di coloro che son degni di laude.

Ma puossi qui muovere un dubbio e dire: «Che hanno a fare gli uomini d'arme e le donne con coloro li quali per filosofia son famosi?». Al quale si può così rispondere: non essere alcun nostro atto laudevole che senza filosofica dimostrazione si possa adoperare. Stolta cosa è a credere che alcuno imperadore possa il suo essercito guidare ognindì salvamente, prendere i luoghi da acamparsi, trovare le vie per le quali aver con salvocondotto si possano le cose oportune agli esserciti, guardarsi dalle insidie, prender l'ordine o dare, al combattere una città, ad assalire i nemici, al venire alla battaglia, se la disciplina militare, nella quale gli conviene essere ammaestratissimo, non gliele dimostra; e questa disciplina militare è fondata e stabilita sopra i discreti consigli della filosofia, li quali, quantunque non paia a molti silogizando prestarsi, nondimeno, se i ragionamenti, se i divisi, se i consigli si guarderanno tritamente, tutti dal discreto filosofo in silogistica forma si riduceranno. E perciò, se quelli, che ottimi maestri nella discisplina militare furono, co' filosofi isponghino e nominino, come filosofi in quella spezie de' loro essercizi vi si pongono.

Così ancora le donne, le quali castamente e onestamente vivono e i loro offici domestici discretamente e con ordine fanno, sanza filosofica dimostrazione non gli fanno. E dobbiamo credere non sempre nelle catedre, non sempre nelle scuole, non sempre nelle disputazioni leggersi e intendersi filosofia: ella si legge spessissimamente ne' petti delli uomini e delle donne.

Sarà la savia donna nella sua camera, e penserà al suo stato, alla sua qualità: e di questo pensiero trarrà l'onor suo, oltre ad ogni altra cosa, consistere nella pudicizia, nell'amor del marito, nella gravità donnesca, nella parsimonia, nella cura famigliare; trarrà ancora di questo pensiero apartenersi a lei di guardare e di servare con ogni vigilanzia quello che il marito, faticando di fuori, acquisterà e recherà in casa, d'allevare con diligenzia i figliuoli, d'ammaestrargli, di costumargli, e similmente intorno alle cose oportune dar ordine a' servi, e all'altre cose simili. Che <il filosofo> leggerà più a costei nella scuola, che nella sua etica, che nella politica, che nella iconomica le dimosterrà? Niuna cosa. Dunque quelle, che così hanno adoperato e adoperano, non indegnamente, secondo il grado loro, co' filosafi sederanno, di laude e di fama perpetua degne.

Non dunque fece l'autor men che bene a discrivere i famosi uomini in arme e le valorose donne in compagnia de' solenni filosofi.

V

ESPOSIZIONE LITTERALE

1-3

«Così discesi del cerchio primaio» etc. Nel presente canto, sì come negli altri superiori, si continua l'autore alle precedenti cose: e, avendo nella fine del precedente mostrato come Virgilio ed egli, partitisi dagli altri quatro poeti, erano per altra via venuti fuori di quel luogo luminoso in parte dove alcuna luce non era, e quinci nel principio di questo, continuandosi alle cose predette, ne mostra come nel secondo cerchio dello 'nferno discendesse.

E fa l'autore in questo canto sei cose: esso primieramente, come detto è, si continua alle precedenti cose, mostrando dove divenuto sia; nella seconda parte dimostra aver trovato un demonio essaminatore delle colpe de' peccatori; nella terza dice qual peccato in quel cerchio si punisca e in che supplicio; nella quarta nomina alquanti de' peccatori in quella pena puniti; nella quinta parla con alcuni di quegli spiriti che quivi puniti sono; nella sesta e ultima discrive quello che di quel ragionar gli seguisse. La seconda comincia quivi: «Stavi Minòs»; la terza quivi: «Ora incominciano»; la quarta quivi: «La prima di coloro»; la quinta quivi: «Poscia ch'io ebbi»; la sesta e ultima quivi: «Mentre che l'uno spirito».

Comincia adunque in cotal guisa: Così discesi, cioè partito da que' quatro savi, seguitando per altra via Virgilio, del cerchio primaio, cioè del limbo, il quale è il primiero cerchio dello 'nferno; e mostra appresso dove discendesse, cioè Giù nel secondo, cerchio, che men loco cinghia, cioè gira. E davanti è mostrata la cagion per che: la quale è per ciò che la forma dello 'nferno è ritonda, e quanto più in esso si discende, tanto viene più ristrignendo, tanto che ella diviene aguta in sul centro della terra.

E tanto ha più dolor, in questo cerchio che nel precedente, che punge, cioè tormenta in sì fatta maniera, che egli costrigne i tormentati, a guaio, cioè a trar guai: quello che nel superior cerchio, come mostrato è, non avvenia; per che, s'egli è questo luogo minore di circunferenza che il superiore, egli è molto maggior di pena.

4-6

«Stavi Minòs». Qui comincia la seconda parte, nella quale l'autor mostra aver trovato un demonio essaminatore delle colpe de' peccatori; e in questo seguita l'autore lo stilo incominciato di sopra, cioè di trovare ad ogni entrata di cerchio alcun demonio: di sopra all'entrare del primo cerchio trovò «Caròn dimonio con occhi di bragia», qui truova Minòs; e ciascuno con alcun atto o parola terribile spaventa i peccatori che in quel luogo vengono, per ciò che Caròn, di sopra, forte quegli che alla sua nave vennero spaventò con parole, gridando: «Guai a voi, anime prave» etc., nell'entrata di questo cerchio Minòs gli spaventa ringhiando, in quanto dice: «Stavi Minòs orribilmente, e ringhia», e così ancora ne' cerchi seguenti troverremo.

Dice adunque: Stavi Minòs, cioè in su l'entrata di quel cerchio secondo. Questo Minòs dicono i poeti ch'egli fu figliuolo di Giove e di Europa, e ciò essere in tal maniera avvenuto: che, essendo Europa, figliuola d'Agenore re de' Fenici, li quali abitarono il lito della Sorìa e fu la loro città principale Tiro, piaciuta a Giove Cretense, e con operazioni di Mercurio, secondo che da Giove gli era stato imposto, fosse fatto che questa vergine, avendo egli gli armenti reali dalle pasture della montagna volti e condotti alla marina, seguiti gli avesse, quivi, essendosi Giove trasformato in un tauro bianchissimo e bello e mescolatosi tra gli armenti reali, tanto benigno e mansueto si mostrò a questa vergine che essa, prendendo della sua mansuetudine piacere, primieramente prese ardire di toccarlo con la mano e pigliarlo per le corna e menarselo appresso; poi, cresciuto l'ardire in lei, dal disiderio tratta, vi montò su.

La qual cosa sentendo Giove, soavemente portandola, a poco a poco si cominciò a recare in su il lito del mare, e, quando tempo gli parve, si gittò in alto mare: di che la vergine, paurosa di non cader nell'acqua, attenendosi forte alle corna, quanto più poteva lo strigneva con le ginocchia. E in questa guisa, notando, il toro da quello lito di Sorìa ne la portò infino in Creti; e quivi, ripresa la sua vera forma d'uomo, giacque con lei e in processo di tempo n'ebbe tre figliuoli, Minòs e Radamanto e Sarpedone.

Minòs, divenuto a virile età, prese per moglie una bellissima giovane chiamata Pasifè, figliuola del Sole, e di lei generò figliuoli e figliuole, intra' quali fu Androgeo, giovane di mirabile stificanza: il quale, ne' giuochi palestrici, essendo artificioso molto e di corporal forza oltre ad ogni altro valoroso, per ciò che ogni uomo vinceva, fu per invidia dagli Ateniesi e da' Megaresi ucciso.

Per la qual cosa Minòs, avendo fatto grande aparecchiamento di navilio e d'uomini d'arme per andare a vendicarlo e volendo, avanti che andasse, sacrificare al padre, cioè a Giove, il quale il bestiale error degli antichi credea essere idio del cielo, il pregò che alcuna ostia gli mandasse, la qual fosse degna da' suoi altari; per la qual cosa Giove gli mandò un toro bianchissimo e tanto bello quanto più esser potesse. Il quale come Minòs vide, dilettatosi della sua belleza, uscitogli di mente quello per che ricevuto l'avea, il volle più tosto preporre a' suoi armenti, per averne allievi, che ucciderlo per ostia; e, fatto il sacrificio d'un altro, andò a dare opera alla sua guerra.

E, assaliti prima i Megaresi, e quegli per la malvagità di Scilla, figliuola di Niso, re de' Megaresi, avendosi sottomessi, fatta poi grandissima guerra agli Ateniesi, quegli similemente vinse e alla sua signoria gli sottomise e a detestabile servitudine gli si fece obligati, tra l'altre cose imponendo loro che ogni anno gli dovesson mandare in Creti sette liberi e nobili garzoni, li quali esso donasse in guiderdone a colui che vincitor fosse ne' giuochi palestrici, li quali in anniversario d'Androgeo avea constituiti.

Ma, in questo mezzo tempo che esso gli Ateniesi guerreggiava, avvenne e per l'ira conceputa da Giove contro a Minòs e per l'odio il quale Venere portava a tutta la schiatta del Sole, il quale il suo adulterio e di Marte aveva fatto palese, che Pasifè s'inamorò del bel toro, il qual Minòs s'avea riservato, senza averlo sacrificato al padre che mandato gliel'avea; e per opera ed ingegno di Dedalo giacque con lui, in una vacca di legno contrafatta ad una della quale il toro mostrava tra l'altre di dilettarsi molto; e di lui concepette e poi partorì una creatura, la quale era mezzo uomo e mezzo toro. Della quale ignominia fu fieramente contaminata la gloria della vittoria acquistata da Minòs.

Nondimeno esso fece prendere Dedalo ed Icaro, suo figliuolo, e fecegli rinchiudere nella prigione del laberinto, la quale Dedalo medesimo aveva fatta. E questo laberinto non fu fatto come disegnato l'abbiamo, cioè di cerchi e di ravolgimenti di mura, per li quali andando senza volgersi infallibilmente si pervenia nel mezzo, e così, tornando senza volgersi, se ne sarebbe l'omo senza dubbio uscito fuori: ma egli fu, e ancora è, un monte tutto dentro cavato e tutto fatto ad abituri quadri a modo che camere, e ciascuna di queste camere ha quatro usci, in ciascuna faccia uno, li quali vanno ciascuno in camere simiglianti a queste, e così poco si puote avanti andare, che l'uomo vi si smarrisce entro senza saperne fuori uscire, se per avventura non è.

Poi ivi a certo tempo, essendo ad Atene venuto per sorte che Teseo, figliuolo del re Egeo, dovesse con gli altri, che per tributo eran mandati, venire in Creti, e quivi venuto, secondo che Ovidio scrive, con certe arti mostrategli da Adriana, figliuola di Minòs, vinse il Minutauro ed ucciselo, e da così vituperevol servigio liberò gli Ateniesi; e occultamente di Creti partendosi, seco ne menò Adriana e Fedra, figliuole di Minòs.

E Dedalo d'altra parte, fatte alie a sè e al figliuolo, di prigione uscendo, se ne volò in Cicilia e di quindi a Baia: la qual cosa sentita da Minòs, con armata mano incontanente il seguitò; ma esso appo Camerino in Cicilia, secondo che Aristotile scrive nella Politica, fu dalle figliuole di Crocalo ucciso. Dopo la morte del quale, per ciò che esso avea leggi date a' Cretensi e con giustizia ottimamente gli avea governati, i poeti, fingendo, dissero lui essere giudice in inferno. E di lui scrive così Virgilio:

Quesitor Mynos urnam movet: ille silentum
conciliumque vocat vitasque et crimina discit etc.

Ma, per ciò che non pare per le fizioni sopradette s'abbia la verità dell'istoria di Minòs, par di necessità di rimuover la corteccia di quella e lasciare innudo il senso allegorico, nel quale aparirà più della verità della storia: dico «più», per ciò che tra le fizioni medesime n'è parte mescolata.

Vogliono adunque i poeti sentir per Mercurio, mandato a far venire gli armenti d'Agenore dalla montagna alla marina, alcuna eloquente persona mandata come mezzana da Giove ad Europia, e, per la forza della eloquenzia di questa cotal persona, essere Europia condotta alla marina, dove Giove, ciò occultamente aspettando, la prese e portonnela in su una sua nave a ciò menata, la quale o era chiamata «Tauro» o avea per segno un tauro bianco, come noi veggiamo fare a questi navicanti, li quali a ciascun lor legno pongono alcun nome e similmente alcun segno; e così ne fu trasportata in Creti, dove essa partorì i detti figliuoli di Giove. Sono nondimeno alcuni che dicono che, essendo ella in Creti divenuta e alcun tempo con Giove dimorata, che Giove, senza avere avuto alcun figliuolo di lei, la lasciò, e Asterio, in que' tempi re di Creti, secondo che scrive Eusebio in libro Termporum, la prese per moglie ed èbbene quelli figliuoli, de quali di sopra è detto.

E, se così fu, possiam comprendere aver gli antichi fitto Minòs esser figliuolo di Giove o per ampliar la gloria della sua progenie o perchè nelle sue operazioni si mostrò simile a quel pianeto, il quale noi chiamiamo Giove. Ed esso, tra l'altre sue condizioni, ebbe questa, che esso fu a' subditi equale e diritto uomo e servò severissimamente giustizia in tutti e diede leggi a' Cretensi, le quali mai più avute non aveano. E, acciò che al rozo popolo fossero più acette, solo se ne andava in una spelunca e in quella, poi che composto avea ciò che imaginava esser bene e utilità de' subditi suoi, uscendo fuori, mostrava al popolo sè quello, che scritto o composto avea, avere avuto da Giove, suo padre: donde per avventura seguì, per questa astuzia, che esso fu reputato figliuolo di Giove e le leggi da lui composte furono avute in grandissimo pregio.

Ma lui essere stato figliuolo di Asterio non pare che in alcun modo il conceda il tempo, con ciò sia cosa che egli aparisca Asterio aver regnato in Creti ne' tempi che Danao regnò in Argo, che fu intorno agli anni del mondo MMMDCCLIII, e la guerra, la quale ebbe Minòs contro agli Ateniesi, fu regnante Egeo in Atene, che fu intorno agli anni del mondo MMMDCCCCLX.

Ed è Minòs per ciò stato detto da' poeti esser giudice in inferno, per ciò che noi mortali, avendo rispetto a' corpi superiori, ci possiam dire essere in inferno: ed esso, come detto è, appo i mortali compose le leggi e rendè ragione a' domandanti; nelle quali cose esso essercitò uficio di giudice. Le vestige de' quali imitando l'autore, qui per giudice ed essaminatore delle colpe il pone appo quegli d'inferno, dicendo che egli sta quivi orribilmente; e a dimostrare il suo orrore dice: e ringhia. «Ringhiare» suole essere atto de' cani, minaccianti alcuno che al suo albergo s'appressi. Essamina le colpe, dell'anime di coloro che là giù caggiono. E qui comincia l'autore a discrivere l'uficio di questo Minòs, in quanto dice che «essamina»: e così apare lui in questo luogo esser posto per giudice, per ciò che a' giudici apartiene l'essaminare delle cose commesse. E seguita: nell'entrata. E qui discrive il luogo conveniente a quello officio, acciò che alcuna non possa passare, senza esser sottoentrata alla sua essaminazione. Giudica. Seguita qui l'autore l'ordine giudiciario: per ciò che primieramente conviene che il discreto giudice essamini i meriti della quistione, e dopo la essaminazione giudichi quello che la legge, talora l'equità, ne vuole, e, dopo il giudicio dato, quello mandi ad essecuzione che avrà giudicato. E però segue: e manda ad essecuzione: e comanda che ad essecuzion sia mandato. E qui discrive a questo demonio posto per giudice essere una dimostrazione assai strana in dichiarare quello che vuole che ad essecuzion si mandi, in quanto dice: secondo ch'avinghia, cioè secondo il numero delle volte ch'egli dà dintorno alla persona la coda sua.

7-12

[7-9] Ora, per ciò che all'autore pare aver molto soccintamente discritto l'uficio di questo Minòs, per farlo più chiaro, reassume e dice: Dico, reassumendo, che quando l'anima mal nata, cioè del peccator dannato, «quia melius fuisset illi, si natus non fuisset homo ille», Gli vien dinanzi, a questo giudice, tutta si confessa, cioè tutta s'apre, senza alcuna riservazion fare delle sue colpe. La qual cosa, cioè riservarsi e nascondere delle sue colpe, eziandio volendo, non potrebbe fare, per ciò che non veggiono i giudici spirituali con quegli occhi che veggiam noi, ma prestamente e senza alcun velame veggiono ciò che al loro uficio apartiene.

E quel cognoscitor delle peccata, cioè Minòs: dimostrando in lui essere, tra l'altre, una delle condizioni oportune a coloro che preposti sono al giudicio delle colpe d'alcuno, cioè che essi sieno discreti e cognoscano gli effetti e le qualità di quelle cose, le quali possono occorrere al suo giudicio; [10-12] Vede qual luogo d'inferno è da essa, cioè quale supplicio infernale sia conveniente alla sua colpa.

Cingesi con la coda tante volte Quantunque gradi vuol che giù sia messa. È qui da sapere lo 'nferno, secondo che al nostro autor piace, esser distinto in nove cerchi, e quanto più si discende verso il centro, cioè verso il profondo dello 'nferno, più sono i cerchi stretti e i tormenti maggiori. E, per ciò che la faccenda di questo giudice è grande intorno allo essaminare e al giudicare che fa singularmente di ciascuna anima, per dar più spaccio alle sue sentenzie, ha quel modo trovato di doversi cignere con la coda tante volte quanti gradi, cioè cerchi, esso vuole che l'anima da lui essaminata sia infra lo 'nferno messa; e, mentre fa con la coda questa dimostrazione, nondimeno con le parole attende alla essaminazione.

13-15

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte, però che, come già dimostrato è, la quantità di quegli che muoiono nell'ira di Dio è molta; e queste cotali Vanno a vicenda, cioè ordinatamente l'una appresso all'altra, come venute sono, ciascuna al giudizio, che di loro dee esser dato; e quivi Dicono le lor colpe, e odono la sentenzia data di loro, e poi son giù volte, in inferno, ne' luoghi diterminati da' ministri di questo giudice.

16-24

[16-18] «O tu che vieni». Qui dimostra l'autore questo Minòs, sotto spezie di parole amichevoli, averlo voluto spaventare, dicendo: O tu, che vieni al doloroso ospizio, dello 'nferno, Disse Minòs a me, quando mi vide, esser vivo, Lasciando l'atto, cioè l'essercizio, di cotanto offizio, quanto è l'avere ad essaminare e a giudicare tutte l'anime de' dannati; [19-21] Guarda com'entri, quasi voglia dire che chi entra in questo luogo non ne può mai poi uscire, e di cui tu ti fide: volendo che l'autore per queste parole intenda non esser discrezione il mettersi per sua salute dietro ad alcuno che se medesimo non abbia saputo salvare; quasi voglia dire: «Virgilio non ha saputo salvar sè: dunque come credi tu che egli salvi te?». Sentiva già questo dimonio per la natura sua, la quale, come che per lo peccato da lui commesso fosse di grazia privata, non fu però privata di scienza, che l'autor non doveva quel cammin far vivo se non per sua salute, dal quale esso dimonio l'avrebbe volentieri frastornato. Non t'inganni l'ampieza dell'entrare, la quale è libera ed espedita a tutti quegli che dentro entrar ci vogliono: ma l'uscire non è così. E par qui che questo dimonio amichevolmente e con fede consigli l'autore; il che non suole esser di lor natura, e nel vero non è. Non dico perciò che essi alcuna volta non deano de' consigli che paiono buoni e utili; ma essi non sono, nè furon mai, nè buoni nè utili, per ciò che da loro non sono dati a salutevol fine: ma per farsi più ampio luogo nella mente di chi crede loro, a potere ingannare gli danno talvolta. E perciò è con somma cautela da guardarsi da' consigli de' malvagi uomini, per ciò che, quanto migliori paiono, più è da sospicare non vi sia sotto nascosa fraude ed inganno.

Poi seguita: E 'l duca mio a lui: perchè pur gride? Non potè sostener Virgilio di lasciargli compiere l'orazione, conoscendo che egli non consigliava l'autore a buon fine; ma sentendo l'autore, forse per obstupefazione, non aver pronto che rispondere, disse egli con parole alquanto austere: «O Minòs, perchè pur gride, ingegnandoti di spaventarlo?». [22-24] Non impedire, con questo tuo gridare, il suo fatale andare, cioè il suo andare da divina disposizion procedente.

E questo vocabolo «fatale» e come si debba intendere «fato» si dichiarerà appresso, nel VIIII canto, sopra quella parola: «Che giova nelle Fate dar di cozo?», Ma nondimeno, brievemente alcuna cosa dicendone, dico che è da sapere, secondo che Boezio in libro De consolatione ditermina, «fato» non è altro che disposizione della divina mente intorno alle cose presenti e future; e questo medesimo par sentire santo Augustino nel V De civitate Dei, il quale, poi che in questa conclusione è venuto, dice queste parole: «Sententiam tene, linguam comprime», volendo che noi tegnamo la sentenzia, ma schifiamo il vocabolo, cioè di chiamar «fato» la divina disposizione.

E questo non fu ne' suoi tempi senza cagione: la qual fu per ciò che allora venendo moltitudine di gentili alla fede catolica e però ancor tenera surgendo la cristiana religione, acciò che ogni cosa, in quanto si potesse, si togliesse via, dico di quelle che alcuna forza paressero avere in rivocare negli errori lasciati i gentili, ancora non molto fermati nella catolica verità, e questo e molti altri vocaboli, li quali i gentili usavano, si guardavano di usare nelle loro predicazioni e nelle loro scritture. Ma oggi, per la grazia di Dio, è sì radicata e sì ferma ne' petti nostri la dottrina evangelica che senza sospetto si può tra' savi ogni vocabolo usare.

Vuolsi così, cioè che questi entri qua entro vivo e vegga la miseria di te e degli altri dannati. E dove si vuole? Vuolsi colà dove si puote Ciò che si vuole, cioè nella mente divina, la qual sola puote ciò che ella vuole; e più non dimandare, quasi dica: «A te non s'apartiene di sapere che si muova la divinità a voler questo».

«Ora incominciano». Qui comincia la terza parte di questo canto, nella qual dissi si conteneva qual peccato in questo secondo cerchio si punisca e in qual supplicio, alla quale mostra l'autore, avendo Virgilio posto silenzio a Minòs, d'esser pervenuto; e, per ciò che infino a questo luogo era venuto per tutto quasi il primo cerchio, senza udire alcun romore di pianti o di lamenti, dice:

25-27

[L. XVIIII]

Ora incomincian le dolenti note A farmisi sentire, cioè le varietà de' pianti, le quali si facevano al suo audito sentire; or son venuto Là dove molto pianto mi percuote, gli orecchi. E dice «percuote», per ciò che, essendo l'aere percosso dalle voci dolenti de' tormentati, è di necessità che egli si muova e col suo moto percuota quelle cose le quali movendosi truova, delle quali era la sensualità dell'autore, che quivi, vivendo, si trovava.

28-30

I' venni in luogo d'ogni luce muto, cioè privato, Che mughia, cioè risuona, questo luogo, per lo ravolgimento delle strida e de' pianti, il suono de' quali, racolti insieme, fa un romore simile a quello che noi diciamo che mughia il mare ne' tempi tempestosi; e però dice: come fa 'l mar per tempesta, Se da contrari venti è combattuto, cioè infestato. Il che assai volte adiviene, che la contrarietà de' venti, che alcuna volta spirano, son cagione delle tempeste del mare. E chiamasi questo romore del mare impropriamente «mughiare»; e, per ciò che da sè non ha proprio vocabolo, è preso un vocabolo a discriver quel romore che più verisimilmente gli si confaccia, e questo è il «mughiare», il quale è proprio de' buoi; ma per ciò che è un suono confuso e orribile, par che assai convenientemente s'adatti al romor del mare.

31-33

La bufera infernal. «Bufera», se io ho ben compreso, nell'usitato parlar delle genti è un vento impetuoso <e> forte, il qual percuote e rompe e abatte ciò che dinanzi gli si para; e questo, se io comprendo bene, chiama Aristotile nella Metaura «enephias», il quale è causato da essalazioni calde e secche levantesi della terra e saglienti in alto; le quali, come tutte insieme pervengono in aere ad alcuna nuvola, cacciate indietro dalla frigidità della detta nuvola con impeto, divengon vento non solamente impetuoso, ma eziandio valido e potente di tanta forza, che, per quella parte dove discorre, egli abatte case, egli divelle e schianta alberi, egli percuote e uccide uomini e animali.

È il vero che questo non è universale, nè dura molto; anzi e', vicino al luogo dove è creato, a guisa di una striscia discorre, e quanto più dal suo principio si dilunga più divien debole, infino a tanto che infra poco tempo si risolve tutto. Questo adunque mi pare che l'autor voglia sentir per questa «bufera»: e ben che nelle concavità della terra questo vento causar non si possa, de'si intendere in questo luogo non causato, ma per divina giustizia esser posto e ordinato perpetuo.

Dice adunque: che mai non resta, di soffiare, come fa quello che qua su si genera, Mena gli spirti, dannati, con la sua rapina, cioè col suo rapinoso movimento; Voltando e percotendo: per questi effetti si può comprendere questa bufera esser quel vento che detto è, cioè «enephias»; gli molesta, cioè gli tormenta. E in questo, che qui è dimostrato, si può comprendere qual sia il supplicio dato all'anime, le quali in questo cerchio per li lor meriti ricevon pena.

33-36

Le quali anime, così menate e percosse insieme da questo così impetuoso e forte vento, Quando giungon, mandate da Minòs, davanti alla ruina, che dallo impeto di questo vento procede, Quivi le strida, comincian grandissime, il compianto e 'l lamento, de' miseri; Bestemmian quivi la virtù divina. In questo bestemmiare si dimostra la quantità grandissima e acerba dell'afflizione de' dolenti che questo tormento ricevono, la quale a tanta ira gli commuove che essi bestemmiano Idio.

37-39

Intesi ch'a così fatto tormento. Qui, poi che l'autore ha posta la qualità del tormento, dichiara quali sieno i peccatori a' quali questo tormento è dato, e dice che intese, da Virgilio si dee credere, «che a così fatto tormento», come disegnato è, Eran dannati i peccator carnali, Che la ragion sommettono al talento, cioè alla volontà. E come che questo si possa d'ogni peccatore intendere, per ciò che alcun peccatore non è che non sottometta, peccando, la ragione alla volontà, vuol nondimeno l'autore che per quel vocabolo «carnali» s'intenda singolarmente per li lussuriosi.

0-45

[40-42] Seguita dunque: E come gli stornei <ne portan l'ali>; qui intende l'autore per una comparazione discrivere in che maniera in questo luogo sieno i peccator carnali menati e percossi dalla sopradetta infernal bufera, e dice che, come l'ali, volando, ne portano gli stornelli Nel freddo tempo, cioè nel mezzo dell'autunno, nel qual tempo usano gli stornelli e molti altri uccelli, secondo lor natura, di convenirsi insieme e di passare delle regioni fredde nelle più calde per loro scampo, e in quelle ne vanno a schiera larga e piena, cioè molti adunati insieme, Così quel fiato, cioè quella bufera, ne porta gli spiriti mali, cioè dannati; [43-45] li quali a grandi schiere per quel cerchio Di qua, di là, di giù, di su gli mena, senza servare alcun modo o ordine, l'uno contro all'altro nello scontrarsi crudelmente percotendo. E, oltre a questo così faticoso tormento, dice: Nulla speranza gli conforta mai, questi cotali miseri e percossi, Non che di posa, cioè d'avere alcuna volta riposo, ma, ancora non gli conforta, di, dovere aver mai, minor pena, che quella la quale hanno percotendosi insieme.

46-51

E come i gru <van>. Qui per un'altra comparazione ne discrive una brigata di quegli spiriti dannati aver veduti venire verso quella parte dove esso e Virgilio erano; e dice quegli esser da quel vento menati in quella forma che volano per aere i gru; cantando lor lai, cioè lor versi. Ed è questo vocabolo preso, cioè «lai», dal parlar francesco, nel quale si chiamano «lai» certi versi in forma di lamentazione nel lor volgare composti; Faccendo in aer di sè medesimi, volando, lunga riga, per ciò che stendono il collo, il quale essi hanno lungo, inanzi, e le gambe, le quali similmente hanno lunghe: e così fanno di sè lunga riga. Così vid'io venir spiriti, li quali facevan lunga riga di sè, cioè di tutta la persona, traendo guai Ombre portate dalla detta briga, cioè dalla detta bufera. Per ch'io dissi: maestro, chi son quelle Genti che l'aura nera sì gastiga?, cioè tormenta, impetuosamente portandole.

52-57

[52-54] «La prima di color». Qui comincia la quarta parte del presente canto, nella qual dissi che l'autore nominava alquanti degli spiriti dannati a questa pena. Dice adunque: La prima di color, che così son portati, e di cui novelle Tu vuo' saper, cioè la condizione e la cagione per che a questo supplicio dannata sia, mi disse quegli allotta, Fu imperadrice di molte favelle, cioè fu donna di molte nazioni, nelle quali erano molti e diversi modi di parlare; [55-57] A vizio di lussuria fu sì rotta, sì inchinevole, Che il libito, cioè il beneplacito, intorno a ciò che a quel vizio aparteneva, fè licito, cioè concedette che lecito fosse in tutte le nazioni che ella signoreggiava: e questo fece in sua legge, cioè per sua legge. E appresso dice la cagione per che questa legge così abominevole fece, cioè Per torre, per levar via, il biasmo, la infamia, in che era condotta, per le sue disoneste operazioni in quel peccato.

58-60

Ella è Semiramìs. Poi che detto ha il vizio nel quale corrotta fu, la nomina: Semiramìs; di cui si legge, appo molti antichi istoriografi, Che succedette a Nino, suo marito, dopo la morte di lui, nel regno, e fu sua sposa, mentre esso Nino visse.

Ma acciò che più pienamente si comprenda chi costei fosse e quali fossero le sue operazioni, è da dire alquanto più pienamente la sua istoria. Dico adunque che, chi che Semiramìs si fosse per nazione, non si sa, quantunque alcuni poeti antichissimi fingano lei essere stata figliuola di Nettunno; ma che essa fosse moglie di Nino, re degli Assiri, per lo testimonio di molti istoriografi apare. Concepette costei di Nino, suo marito, un figliuolo, il quale, nato, nominaron Ninia; ed avendosi già Nino per forza d'arme soggiogata quasi tutta Asia ed ultimamente, ucciso Zoroastre, e' Battri, suoi subditi, avvenne che, fedito nella coscia d'una saetta, si morì.

Per la qual cosa la donna, temendo di sottomettere alla tenera età del figliuolo così grande imperio e di tanta e così strana gente e nuovamente acquistato, pensò una mirabile malizia, estimando con quella dover potere reggere i popoli, li quali Nino, ferocissimo uomo, s'aveva con armi sottomessi e alla sua obbedienza constretti. E avendo riguardo che essa in alcune cose era simile al figliuolo e massimamente in ciò che esso ancora non avea barba e che nella voce puerile era simile a lei e similmente nelle lineature del viso, estimò potere sè, in persona del figliuolo, presentare agli esserciti del padre; e, per poter meglio celare l'effige giovenile, si coperse la testa con una mitra, la quale essi chiamavan «tiara», e le braccia e le gambe si nascose con certi velamenti; e, acciò che la novità dell'abito non avesse a generare alcuna ammirazione di lei in coloro che datorno le fossero, comandò a tutti che quello medesimo abito usassero: e in questa forma, dicendo sè esser Ninia, se medesima presentò agli esserciti.

E così avendo acquistata real maestà, severissimamente servò la disciplina militare e con virile animo ardì non solamente di servare lo 'mperio acquistato da Nino, ma ancora d'acrescerlo; e a niuna fatica, che robusto uomo debba poter soferire, perdonando, si sottomise Etiopia e assalì India, nella quale alcun altro mortale, fuor che il marito, non era stato insino a quel tempo ardito d'entrar con arme. Ed essendole in molte cose ben socceduto del suo ardire, non dubitò di manifestarsi esser Semiramìs, e non Ninia, a' suoi esserciti. Essa, oltre alle predette cose, pervenuta in Babillonia, antichissima città da Nembròt edificata, e veggendola in grandissima diminuzione divenuta, a quella tutte le mura riedificò di mattoni e quelle rifece di mirabile grosseza, d'alteza e di circuito.

E parendole aver molto fatto, e posto tutto il suo imperio in riposo, tutta si diede alla lascivia carnale, ogni arte usando che usar possono le femine per piacere. E, tra l'altre volte, faccendosi ella con grandissima diligenzia le trecce, avvenne che, avendo ella già composta l'una, le fu racontato che Babillonia le s'era ribellata e venuta nella signoria d'un suo figliastro; la qual cosa ella sì impazientemente ascoltò che, lasciato stare il componimento delle sue trecce, e i pettini e gli specchi gittati via, prese subitamente l'armi, e, convocati i suoi esserciti, con velocissimo corso n'andò a Babillonia e quella assediò; nè mai dall'assedio si mosse, infino a tanto che presa l'ebbe e rivocata sotto la sua signoria: ed allora si fece la treccia, la quale ancora fatta non avea, quando la ribellione della città le fu detta. E questa così animosa operazione per molte centinaia d'anni testimoniò una statua grandissima fatta di bronzo d'una femina, la quale dall'un de' lati avea i capelli sciolti e dall'altro composti in una treccia, la quale nella piazza di Babillonia fu elevata.

E, oltre a questa così laudabile operazione, molte altre ne fece degne di loda, le quali tutte bruttò e disonestò con la sua libidine. La quale ancora, secondo che l'antichità testimonia, crudelmente usò; per ciò che, come alquanti dicono, quegli giovani, li quali essa eleggeva al suo disonesto servigio, poi che quello aveva usato, acciò che occulto fosse, quegli faceva uccidere.

Ma nondimeno, quantunque ella crudelmente occultasse gli adultèri, i parti conceputi di loro non potè occultare. E sono di quegli che affermano lei in questo scellerato servigio aver tirato il figliuolo: e, acciò che alcuna delle sue femine non gli potesse lui col suo servigio sottrarre, dicono sua invenzione essere stata quel vestimento, il quale gli uomini fra noi usano a ricoprire le parti inferiori, e di quello aver le sue femine vestite, e ancora con chiave fermatolo. Dicono ultimamente alcuni che, avendo ella a questa disonestà richiesto il figliuolo, che il figliuolo, avendo ella già regnato trentadue anni, l'uccise. Alcuni altri dicono esser vero che il figliuolo l'uccidesse, ma non per questa cagione: anzi o perchè esso se ne vergognasse o perchè egli temesse non forse ella partorisse figliuolo che con opera di lei il privasse del regno.

Appresso, pur di lei seguendo, dice l'autore: Tenne la terra che 'l soldan corregge, la quale è Egitto; e chiamasi soldano di Babillonia, non da Babillonia di Caldea, la quale Semiramìs fece restaurare, ma da una Babillonia la quale è quasi nella estremità meridionale d'Egitto, la quale edificò Cambise, re di Persia. Leggesi nondimeno che ella assalì Egitto: se ella l'occupò o no, non so.

61-63

L'altra, che segue nella predetta schiera Semiramìs, è colei che s'ancise amorosa, cioè amando, E ruppe fede, congiugnendosi con altro uomo, al cener di Siccheo, suo marito stato. Vuole l'autore per questa circunscrizione che noi sentiamo costei essere Didone, figliuola che fu del re Belo di Tiro; la istoria della quale si raconta in due maniere.

Dido, il cui nome fu primieramente Elissa, fu, secondo che Virgilio scrive, figliuola di Belo, re de' Fenici. Il quale Belo, venendo a morte, Pigmalione, suo fratello, e lei, ancora fanciulla, lasciò nelle mani de' suoi subditi, li quali in loro re sublimarono Pigmalione; ed Elissa, così fanciulla come era, dieron per moglie ad Acerba, o Siccheo che si chiamasse o vero Sicarba, il quale era sacerdote d'Ercule, il quale sacerdozio era, dopo il reale, il primo onore appo i Tiri; li quali insieme santissimamente s'amarono.

Era oltre ad ogni uomo avaro Pigmalione, per la qual cosa Siccheo, il quale era ricchissimo, temendo l'avarizia del cognato, ogni suo tesoro aveva nascoso; nondimeno, essendo ciò pervenuto all'orecchie di Pigmalione, cominciò quelle riccheze ferventemente a disiderare e, per averle, fraudolentemente uccise Siccheo.

La qual cosa avendo Elissa sentito, e dolorosamente pianta la morte del marito, temendo di sè, tacitamente prese consiglio di fuggirsi; e, posta giù ogni feminea tiepideza e preso virile animo, di che ella fu poi chiamata Didone, avendo tratti nella sua sentenza certi nobili uomini de' Fenici, li quali ella conoscea che odiavano Pigmalione, presi certi navili del fratello e quegli senza alcuna dimora armati, come se, del luogo dove era, andar se ne volesse al fratello, nascosamente in quegli fece caricar tutti i tesori stati del suo marito, e, oltre ad essi, quegli che aver potè del fratello; e palesemente fece mettere nelle navi sacchi pieni di rena e guardargli bene.

Ed essendo con coloro, li quali sentivano il suo consiglio, salita sopra le navi, come in alto mare si vide, comandò che questi sacchi pieni di rena tutti fossero gittati in mare; e, come questo fu fatto, convenuti tutti insieme i marinai e gli altri, lagrimando disse: – Io, faccendo gittare in mare tutti i tesori di mio marito, ho trovato modo alla mia morte, la quale io ho lungamente disiderata. Ma io ho compassione a voi, carissimi amici e compagni della mia colpa; per ciò che io non dubito punto che, come noi perverremo a Pigmalione, il quale sapete è avarissimo, egli farà crudelmente me e voi morire. Nondimeno, se vi piacesse con meco insieme fuggirvi e lontanarvi dalla sua potenza, io vi prometto di non venirvi mai meno ad alcun vostro bisogno. –

La qual cosa udendo i miseri marinai, quantunque loro paresse grave cosa lasciar la patria, nondimeno, temendo forte la crudeltà di Pigmalione, agevolmente s'accordarono a doverla seguire in qualunque parte ella diliberasse di fuggire. Dopo il quale diliberamento, piegate le prode delle navi a ponente, pervennero in Cipri, dove quelle vergini che alla marina trovarono, persolventi secondo il costume loro li primi gustamenti di Venere, a sollazo ed eziandio a procrear figliuoli de' giovani che con lei erano, fece prendere e porre in su le navi; e, similmente, ammonito nel sonno, un sacerdote di Giove, che in quella contrada era, con tutta la sua famiglia ne venne a lei, anunziando grandissime cose dover seguire, in onore della loro successione, di questa fuga. Poi, quindi partitasi e pervenuta nel lito africano, costeggiando la marina de' Messuli, in quel seno del mare entrò con le sue navi dove ella poco appresso edificò la città di Cartagine.

E quivi, estimando il luogo esser sicuro alle navi, per dare alcun riposo a' marinai faticati, prese terra; dove, venendo quegli della contrada, quale per disiderio di vedere i forestieri e quale per guadagnare recando delle sue derrate, cominciarono a contrarre insieme amistà. E, aparendo la dimora loro essere a grado a' paesani ed essendone ancora confortati da quegli d'Utica, li quali similmente quivi di Fenicia eran venuti, quantunque Didone udisse per alcuni, che seguita l'avevano, Pigmalione fieramente minacciarla, di niuna cosa spaventata, quivi diliberò di fermarsi.

E, acciò che alcuno non sospicasse lei alcuna gran cosa voler fare, non più terreno che quanto potesse circundare una pelle di bue mercatò da quegli della contrada, la quale in molte parti minutissimamente fatto dividere, assai più che alcuno estimato non averebbe occupò di terreno: e quivi, fatti i fondamenti, fece edificare la città, la quale chiamò Cartagine.

E acciò che più animosamente e con maggior speranza i compagni adoperassono, a tutti fece mostrare i tesori, li quali essi credeano aver gittati in mare. Per la qual cosa subitamente le mura della città, le torri, i templi, il porto e gli edifici cittadini saliron su, e aparve non solamente la città esser bella, ma ancora potente e a difendersi e a far guerra. Ed essa, date le leggi e il modo del vivere al popol suo, onestamente vivendo, da tutti fu chiamata reina.

Ed essendo per Africa sparta la fama della sua belleza e della sua onestà e della prudenzia e del valore, avvenne che il re de' Musitani, non guari lontano da Cartagine, venne in disiderio d'averla per moglie; e, fatti alcuno de' prencipi di Cartagine chiamare, la dimandò loro per moglie, affermando, se data non gli fosse, esso disfarebbe la città fatta e caccerebbe loro e lei.

Li quali, conoscendo il fermo proponimento di lei di sempre servar castità, temetton forte le minacce del re e non ardirono di dire a Didone, domandantene, ciò che dal re aveano avuto, ma dissero che il re disiderava di lasciare la vita e i costumi barbari e d'aprendere quegli de' Fenici; e perciò voleva alquanti di loro che in ciò l'ammaestrassero e, dove questi non avesse, minacciava di muover guerra loro e disfare la città; e però, con ciò fosse cosa che essi non sapessono chi di loro ad esser con lui andar si volesse, temevan forte non quello avvenisse che il re minacciava.

Non s'accorse la reina dell'astuzia, la quale usavano coloro che le parlavano, e però, rivolta a loro, disse: – O nobili cittadini, che miseria di cuore è la vostra? Non sapete voi che noi nasciamo al padre e alla patria? Nè si può dirittamente dire cittadino colui, il quale non che altro pericolo, ma ancora, se il bisogno il richiede, non si dispone con grande animo alla morte per la salute della patria. Andate adunque e lietamente con piccolo pericolo di voi rimovete il minacciato incendio dalla vostra città. – Come i nobili uomini udirono questa riprensione fatta loro dalla reina, così parve loro avere da lei ottenuto quello che essi disideravano, e iscoperserle la verità di ciò che il re domandato avea. La qual cosa come la reina ebbe udita, così s'accorse se medesima avere contro a sè data la sentenzia e aprovato il maritaggio; e seco medesima si dolfe, nè ardì d'opporsi allo 'nganno che i suoi uomini aveano usato.

Ma subitamente seco prese quel consiglio che all'onestà della sua pudicizia le parve di bisogno e rispose che, se termine le fosse dato, che ella andrebbe volentieri al marito. Ed essendole certo termine conceduto a dovere andare al marito e quello appressandosi, nella più alta parte della città fece comporre un rogo, il quale estimarono i cittadini ella facesse per dovere con alcun sacrificio rendersi benivola l'anima di Siccheo, alla quale le parea romper fede. E compiuto il rogo, vestita di vestimento bruno e servate certe cerimonie e uccise, secondo la loro consuetudine, certe ostie, montò sopra il rogo e, aspettante tutta la moltitudine de' cittadini quello che essa dovesse fare, si trasse di sotto a' vestimenti un coltello, sel pose al petto e, chiamato Siccheo, disse: – O ottimi cittadini, così come voi volete, io vado al mio marito. – E, appena finite le parole, vi si lasciò cadere suso, con grandissimo dolore di tutti coloro che la videro: e invano aiutata, versando il castissimo sangue, passò di questa vita.

Virgilio non dice così, ma scrive nello Eneida che, avendo Pigmalione occultamente ucciso Siccheo e tenendo la sua morte nascosa a Didone, Siccheo l'aparve una notte in sogno e revelolle ciò che Pigmalione avea fatto e, insegnatole dove i suoi tesori erano ascosi, la confortò che ella si partisse di quel paese; per la qual cosa ella presi i tesori e fuggitasi, avvenne che, faccendo ella far Cartagine, Enea, dopo il disfacimento di Troia partitosi, per tempesta arrivò a Cartagine, dove egli fu ricevuto e onorato da lei; e con lei avuta dimesticheza per alcun tempo, lasciatola malcontenta, si partì per venire in Italia; di che ella per dolore s'uccise.

La quale oppinione per reverenza di Virgilio io aproverei, se il tempo nol contrariasse. Assai manifesta cosa è Enea il settimo anno dopo il disfacimento di Troia esser venuto, secondo Virgilio, a Didone: e Troia fu distrutta l'anno del mondo, secondo Eusebio, MMMMXX. E il detto Eusebio scrive essere oppinione d'alcuni Cartagine essere stata fatta da Carcedone tirio, e altri dicono Tidadidone, sua figliuola, dopo Troia disfatta CXXXXIII anni, che fu l'anno del mondo MMMMCLXIII; e in altra parte scrive essere stata fatta da Didone l'anno del mondo MMMMCLXXXVI, e ancora, appresso, senza nominare alcun facitore, scrive alcun tenere Cartagine essere stata fatta l'anno del mondo MMMMCCCXXXXVII. De' quali tempi alcuno non è conveniente co' tempi d'Enea: e perciò non credo che mai Enea la vedesse. E Macrobio in libro Saturnaliorum del tutto il contradice, mostrando la forza dell'eloquenzia essere tanta che ella aveva potuto far sospettar coloro che sapevano la istoria certa di Dido e credere che ella fosse secondo che scrive Virgilio. Fu adunque Dido onesta donna e, per non romper fede al cener di Siccheo, s'uccise. Ma l'autore seguita qui, come in assai cose fa, l'oppinion di Virgilio, e per questo si convien sostenere.

Poi è Cleopatràs lussuriosa. Credo l'autore aver posto questo adiettivo a costei a differenzia di più altre Cleopatre che furono, delle quali alcuna non ne fu, per quel che si legga, così viziata di questo vizio come costei, della qual qui intende.

Cleopatràs fu reina d'Egitto e, per molti re medianti, trasse origine da Tolomeo, figliuolo di Lagio di Macedonia; e piace ad alcuni lei essere stata figliuola di Tolomeo Dionisio, re d'Egitto; altri dicono il padre di lei essere stato Tolomeo, Mineo similmente re d'Egitto. Il quale, essendo amicissimo del popolo di Roma, e avendo quatro figliuoli, due maschi e due femine, venendo a morte, lasciò, al tempo del primo consolato di Giulio Cesare, per testamento che il maggior de' figliuoli, il quale fu nominato Lisania, presa per moglie Cleopatra, sua sirocchia e di più dì che l'altra, insieme dopo la sua morte regnassero: la qual cosa per li Romani fu mandata ad essecuzione.

Ma ardendo Cleopatra di disiderio di regnar sola, il suo marito e fratello fece morir di veleno e sola tenne il reame. Ma, avendo già Pompeo Magno quasi tutta l'Asia costretta ad ubidire a' Romani, venendo in Egitto, privò Cleopatra del reame e fecene re il minor fratello, ancora assai giovanetto. Della qual cosa indegnata, Cleopatra, come più tosto potè, gli mosse guerra; e perseverando in essa, avvenne che, Pompeo vinto da Cesare in Tesaglia e dal giovane Tolomeo fatto uccidere in Egitto, e, seguitandolo, Cesare pervenuto in Alessandria e trovando Cleopatra in guerra contro al fratello, amenduni gli fece davanti da sè chiamare per udir le ragioni di ciascuna parte.

Davanti al quale dovendo venir Cleopatra, avendo della sua formosità gran fidanza, per ciò che bella femina fu, ornata di reali vestimenti comparì: e assai leggiermente le venne fatto di prender con gli occhi e con gli atti suoi il libidinoso prencipe. Di che seguì che, avendo Cesare più notti comuni avute con lei, ed essendo già il giovane Tolomeo annegato a Delta, dove contro a Mitridate pergameno, che in aiuto di Cesare veniva, andato era, Cesare le concedette il reame d'Egitto, menatane Arsinoè, sirocchia di Cleopatra, acciò che per lei alcuna novità non fosse sucitata nel regno.

Essendo dunque Cleopatra reina e in istato tranquillo, in tutte quelle lascivie si diede che dar si possa disonesta femina, e, disiderosa di ragunar tesori e gioie, quasi di tutti i re orientali disonestamente divenne amica. Nè le fu questo assai, ma tutti i templi d'Egitto e le sacre case spogliò di vasellamenti, di statue e di tesori.

Appresso questo, essendo già stato ucciso Cesare, e Bruto e Cassio vinti da Ottaviano e da Antonio, al detto Antonio, vegnente in Siria, si fece incontro in forma d'onorarlo: e lui, non altrimenti che Cesare aveva fatto, prese e inretì del suo amore e lui indusse inanzi ad ogni altra cosa, acciò che senza alcuna suspizione del regno rimanesse, a fare uccidere Arsinoè, sua sirocchia, non ostante che essa per sua salute rifuggita fosse nel tempio di Diana Efesia.

E, avendo già invescato nella sua dilezione Antonio, <non temette> di chiedergli il reame di Siria e d'Arabia, li quali col suo terminavano; la qual domanda parendo troppo grande ad Antonio, non gliele diede, ma, per sodisfarla alquanto, le diede di ciascuno alcuna particella. Poi, avendo ella accompagnato Antonio, il quale andava in Partia, infino al fiume d'Eufratè, e tornandosene, ne venne per Siria, dove magnificamente fu ricevuta da Erode re, poco davanti per opera d'Antonio stato coronato di quel reame; là dove ella non dubitò di fare, per interposita persona, tentare Erode della sua dimesticheza, sperando, se a quella il potesse inducere, di dovergli sottrarre il reame di Siria. Di che accorgendosi Erode, per levare da dosso ad Antonio l'ignominia di costei, diliberò d'ucciderla; ma, dagli amici da ciò ritratto, donatole grandissimi doni, la lasciò tornare in Egitto.

Dove, dopo alquanto, ricevuto Antonio, il quale in fuga da' Parti s'era tornato, essendo in lei l'ardor cresciuto del signoreggiare, fu di tanta presunzione che ella gli chiese lo 'mperio di Roma e Antonio fu tanto bestiale che egli gliele promise. Ed essendo già alcuna cagione nata di guerra tra Antonio e Ottaviano per l'avere egli repudiata Ottavia, sua moglie e sirocchia d'Ottaviano, e presa per moglie Cleopatra, prepararono una grande armata navale, ornata con vele di porpore e con altri assai arredi preziosissimi, e, su montativi, n'andarono in Epiro: dove venuto già Ottaviano, e avendo combattuto in terra, e vinta la gente di Antonio, si recarono a volere provare la fortuna del mare; nella quale parendo già Ottaviano dovere vincere, prima a tutti gli altri fuggì Cleopatra, la cui nave aveva la vela d'oro, e lei seguitarono sessanta delle sue navi; la quale incontanente Antonio, gittati via della sua nave tutti gli ornamenti pretoriani, seguitò.

E, pervenuti in Alessandria e ogni sforzo fatto a dover resistere ad Ottaviano, lui vegnente aspettarono; il quale avendo molto le lor forze diminuite, domandò Antonio le condizioni della pace, le quali non potendo avere, disperatosi, entrò nel luogo dove erano usati di sepellirsi i re e quivi se medesimo uccise.

Ed essendo poi presa Alessandria, estimando Cleopatra con quelle medesime arti poter pigliare Ottaviano, che primieramente Cesare e Antonio presi avea, e trovandosi del suo pensiero ingannata, udendo che servata era da Ottaviano al triumfo, turbata e con difficultà d'animo sofferendolo, di dover divenire spettaculo de' Romani, vestendosi i reali ornamenti, là se n'entrò dove il suo Antonio giaceva morto e, postasi a giacere allato a lui e fattesi aprire le vene delle braccia, a quelle si pose una spezie di serpenti chiamati «ypnali», il veleno de' quali ha ad inducer sonno e a far, dormendo, morire il trafitto: e così adormentata si morì, quantunque, avendo ciò udito, Ottaviano si sforzasse di ritenerla in vita, fatti venire alcuni di que' popoli che si chiamano Psilli e fatto lor porre la bocca alle pugniture del braccio e tirar fuori l'avelenato sangue da' serpenti; ma ciò fu fatica perduta, per ciò che la forza del veleno aveva già ucciso il cuor di lei.

Dicono nondimeno alcuni lei davanti a questo tempo morta e d'altra spezie di morte, dicendo che, avendo Antonio temuto non, nell'aparecchiamento della guerra contro ad Ottaviano, Cleopatra con la morte di lui si facesse benivolo Ottaviano, niuna cosa era usato di bere nè di mangiare che primieramente non facesse assaggiare ad altrui: di che essendosi Cleopatra avveduta, a farlo chiaro della sua fede verso di lui, avelenò i fiori delle ghirlande le quali il dì davanti portate aveano; e, postesi quelle in capo, mise in festa e in trastullo Antonio e tanto procedette col trastullo della festa, che ella lo 'nvitò a dover bere le loro ghirlande e messe i fiori di quelle in un nappo, dove era quello, o vino o altro, che ber si dovea; e volendolo Antonio bere, ella il ritenne e vietò che nol bevesse e disse: – Antonio, amantissimo a me, io son quella Cleopatra, la quale con queste tue disusate pregustazioni tu mostri d'aver sospetta: e però, se io potessi sofferire che tu bevessi quello di che tu hai paura, e tempo n'ho e tu me n'hai data cagione; – e quindi mostratogli lo 'nganno, il quale adoperato avea ne' fiori, dicono che Antonio la fece prendere e guardare e costrinsela a bere quel beveraggio, il quale ella aveva a lui vietato che nol bevesse; e così lei vogliono esser morta. La prima oppinione è più vulgata: senza che, a quella s'aggiugne che, avendo Antonio ed ella cominciata una magnifica sepoltura per loro, Ottaviano comandò che compiuta fosse e che amenduni in essa fossero sepelliti.

64-66

[L. XX]

Elena vidi, in questa schiera, per cui, cioè per la quale, tanto reo Tempo si volse, cioè tanta lunga dimension di tempo, la quale per le circunvoluzioni del cielo misurata passò: la quale lunga dimension di tempo fu per ispazio di venti anni, cioè dal dì che Elena fu rapita al dì che a Menelao fu restituita; per ciò che tanto stette Elena in Troia e alquanto più, sì come Omero nell'ultimo libro della sua Iliada dimostra, là dove lei, piagnendo sopra il morto corpo di Ettore, fa dire quasi queste parole, che, essendo ella stata venti anni appo Priamo e' figliuoli, mai Ettore non le avea detta una ingiuriosa parola.

È il vero che di questi venti anni non fu l'assedio continuato intorno ad Ilione, se non i diece ultimi anni: e però si può intendere li diece primi essersi consumati e nel radomandare Elena, il che più volte per ambasceria fecero, e nel sommuovere tutta Grecia alla 'mpresa contro a' Troiani e nel dar ordine e nel fare l'aparecchio delle cose oportune a tanta guerra. È il vero che gli ultimi diece furono molto piggiori che i primi, per ciò che in essi furono dintorno ad Ilione fatte molte battaglie e in esse furono uccisi molti valenti uomini e popolo assai.

Elena fingono i poeti essere stata figliuola di Giove e di Leda, moglie di Tindaro, re d'Oebalia, e lui dicono in forma di cigno con lei, bellissima donna e madre d'Elena, esser giaciuto, narrando in questa forma la favola. Giove etc.

Ma le istorie vogliono lei essere stata figliuola di Tindaro, re d'Oebalia, e di Leda e sirocchia di Castore e di Polluce. Fu la belleza di costei tanto oltre ad ogni altra maravigliosa, che ella non solamente a discriversi con la penna faticò il divino ingegno d'Omero, ma ella ancora molti solenni dipintori e più intagliatori per maestero famosissimi stancò: e intra gli altri, sì come Tullio nel secondo dell'Arte vecchia scrive, fu Zeusis eracleate, il quale per ingegno e per arte tutti i suoi contemporanei e molti de' predecessori trapassò.

Questi, condotto con grandissimo prezo da' Crotoniesi a dover la sua effige col pennello dimostrare, ogni vigilanzia pose, premendo con gran fatica d'animo tutte le forze dello 'ngegno suo; e, non avendo alcun altro essemplo a tanta operazione che i versi d'Omero e la fama universale che della belleza di costei correa, aggiunse a questi due uno essemplo assai discreto: per ciò che primieramente si fece mostrare tutti i be' fanciulli di Crotone e poi le belle fanciulle, e di tutti questi elesse cinque e delle belleze de' visi loro e della statura e abitudine de' corpi, aiutato da' versi d'Omero, formò nella mente sua una vergine di perfetta belleza e quella, quanto l'arte potè seguire lo 'ngegno, dipinse, lasciandola, sì come celestiale simulacro, alla posterità per vera effige d'Elena.

Nel quale artificio forse si potè abattere lo 'ndustrioso maestro alle lineature del viso, al colore e alla statura del corpo: ma come possiam noi credere che il pennello e lo scarpello possano effigiare la letizia degli occhi, la piacevoleza di tutto il viso e l'affabilità e il celeste riso e i movimenti vari della faccia e la decenzia delle parole e la qualità degli atti? Il che adoperare è solamente oficio della natura.

E, per ciò che queste cose erano in lei esquisite, nè vedeano i poeti a ciò poter bastare la penna loro, la finsero figliuola di Giove, acciò che per questa divinità ne desser cagione di meditare qual dovesse essere il fulgore degli occhi suoi, quale il candore del mirabile viso, quanta e quale la volatile e aurea coma, da questa parte e da quella con vezzosi cincinnuli sopra li candidi omeri ricadente, quanta fosse la soavità della dolce e sonora voce, e ancora certi atti della bocca vermiglia e della splendida fronte e della gola d'avorio e le delizie del virginal petto, con le altre parti nascose da' vestimenti.

Da questa tanto raguardevole belleza fu Teseo, figliuolo d'Egeo, re d'Atene, tirato in Oebalia a volerla rapire: la quale esso trovata giucare, secondo il lor costume, nella palestra con gli altri fanciulli di sua età, conosciutola, la rapì e portonnela ad Atene: e quantunque per la troppo tenera età altro che alcun bascio torre non le potesse, pure alquanto maculò la virginale onestà.

Qui si può muovere un dubbio, con ciò sia cosa che tutti gli antichi scrittori a questo s'acordino, che Teseo prima e poi Parìs la rapissono: come questo debba poter esser stato etc.

Fu nondimeno poi costei da Eletra, madre di Teseo, non essendo Teseo in Atene, renduta a Castore e a Polluce, suoi fratelli, radomandantila. Altri dicono che Teseo l'avea racomandata a Proteo, re d'Egitto, e che esso in absenzia di Teseo l'aveva renduta a' fratelli. Poi, appresso, essendo pervenuta ad età matura, fu maritata a Menelao, re di Lacedemonia, e dopo alquanto tempo, essendo esso andato in Creti, fu da Parìs troiano rapita di Lacedemonia e portatane in Troia e, secondo che alcuni dicono, di consentimento di lei. Altri dicono che ella fu dal detto Parìs rapita d'una isola chiamata Citerea, dove ella ad un certo sacrificio che vi si faceva, secondo il costume antico, veghiava la notte nel tempio dello dio, al quale il sacrificio faceano, con l'altre donne della contrada. E son di quegli che affermano senza sua saputa o volontà questo essere stato fatto.

Qui del modo del veghiare e come di qua il recarono i Marsiliesi e donde vennero le vigilie.

In Troia dimorò venti anni, come di sopra dicemmo; ed essendo stato ucciso Parìs da Pirro, si rimaritò a Deifebo, suo fratello. E, per quel che paia voler Virgilio, essendosi secondo l'ordine del trattato i Greci ritrattisi indietro da Ilione e fatto sembiante d'andarsene, ed ella sappiendolo, ed essendo a ciò consenziente, quando vide il tempo atto al disiderio de' Greci, con un torchio acceso diede lor segno al venire; di che essi, tornati, e preso Ilione e disfatto, e ricevuta lei, la restituirono a Menelao; il quale dicono che volentieri la ricevette: e altri vogliono essere la cagione per ciò che non di sua volontà fu rapita; altri, per ciò che tenne al trattato e diede il cenno a' Greci di ritornare. E, tornandosi costei con Menelao in Grecia, da noiosa tempesta di mare ne furono portati in Egitto, e quivi da Polibo re onorevolmente ricevuti; e, oltre a questo, essendo da diversi casi ritenuti, l'ottavo anno dopo la distruzione d'Ilione tornarono in Lacedemonia; dove scrive Omero nella sua Odissea che Telemaco, figliuolo di Ulisse, essendo venuto per domandar Menelao se alcuna cosa dir gli sapesse d'Ulisse, gli trovò far festa e noze grandissime, avendo Menelao dato moglie ad un suo figliuolo non legittimo, chiamato Megapenti. E da questo tempo inanzi mai che di lei si fosse non mi ricorda aver trovato.

E vidi il grande Achille, Che con amore, cioè per amore, al fine, della sua vita, combatteo, contro a Paride e agli altri che nel tempio d'Appollo Timbreo l'assalirono e uccisono, nel quale Ecuba l'avea occultamente e falsamente fatto venire, avendogli promesso di dargli per moglie Polisena.

Acchille fu figliuolo di Pelleo e di Tetide minore, nelle cui noze etc. non fu invitata la dea della Discordia etc., e fu d'una città di Tesaglia, secondo che Omero scrive nella Iliada, chiamata Ptia. Il quale, secondo che i poeti scrivono, come nato fu, dalla madre fu portato in inferno e, acciò che egli divenisse forte e paziente delle fatiche, [e] presolo per lo calcagno, tutto il tuffò nel fiume, o vero nell'onde di Stige, palude infernale, fuori che il calcagno di lui, il quale teneva con mano; e, questo fatto, il diede a Chiròn centauro che lo allevasse.

Chiròn fu padre della madre d'Acchille etc. Il quale il nutricò, non in quella forma che gli altri tutti si sogliono nutricare, ma gli faceva aparecchiare il cibo suo solamente di medolla d'ossa di bestie prese da lui; e questo faceva, acciò che egli per continuo essercizio si facesse forte e destro a sostenere le fatiche. E per questo solea dir Leòn Pilato lui essere stato nominato Achille, ab «a», che tanto vuol dire quanto «senza», e «chilos» che tanto vuol dire quanto «cibo», quasi «uomo nutricato senza cibo». Insegnò Chiròn a costui astrologia e medicina e sonare questi istormenti di corda.

Ma come la madre di lui sentì essere stata rapita da Paride Elena, conoscendo per sue arti che gran guerra ne seguirebbe e che in quella sarebbe il figliuolo ucciso, s'ingegnò di schifargli con consiglio questo male, se ella potesse: e lui dormente, e ancora fanciullo senza barba, nascosamente della spelonca di Chirone il trasse e portonnelo in una isola chiamata Schiro, dove regnava un re chiamato Licomede; e con vestimenti feminili, avendolo ammaestrato che a niuna persona manifestasse sè esser maschio, quasi come fosse una vergine, gliele diede che il guardasse tra le figliuole.

Ma questo non potè lungamente essere occulto a Deidamia, figliuola di Licomede, cioè che egli fosse maschio: col quale essa, preso tempo atto a ciò, si giacque; e per la commodità, la quale avea di questo suo piacere, ad alcuna persona non manifestava quello essere che essa avea conosciuto. E tanto continovò la lor dimesticheza che essa di lui concepette un figliuolo, il quale poi chiamaron Pirro.

Ma, poi che i Greci ebbon tutti fatta congiurazione contro a' Troiani, avendo per risponso avuto non potersi Troia prendere senza Acchille, messisi ad investigare di lui, con la sagacità d'Ulisse fu trovato e menato a Troia. Dove andando, prese più città di nimici e grandissima preda e una figliuola del sacerdote d'Apolline, la qual donò ad Agamenone, e un'altra, che presa n'avea, chiamata Briseida, guardò per sè; ed essendo convenuto, per responso degli idii, che Agamenone avesse la sua restituita al padre, tolse Briseida ad Acchille: della qual cosa turbato Acchille, non si poteva fare nè per prieghi nè per consiglio che egli volesse combattere contro a' Troiani.

Per che, essendo i Greci un dì fieramente malmenati da' Troiani, avendo egli concedute le sue armi e il carro a Patrocolo, e Patrocolo essendo stato ucciso da Ettore, turbato s'armò: e vinto e ucciso Ettorre e strascinatolo e poi tenutolo senza sepoltura dodici dì e ultimamente rendutolo a Priamo, e poi perseverando nel combattere, avendo ucciso Troiolo, fratello di Ettorre, suspicò Ecuba costui non doverle alcuno de' figliuoli lasciare; per che con lui tenne secreto trattato di dovergli dare Polisena, sua figliuola, per moglie, dove egli le promettesse più non prendere arme contro a' Troiani.

Amava Achille Polisena maravigliosamente, per ciò che ne' tempi delle triegue veduta l'avea ed eragli oltre ad ogni altra femina paruta bella. Ed essendo dunque esso in convenzione con Ecuba, secondo che ella gli mandò dicendo, solo e disarmato andò una notte nel tempio d'Appollo Timbreo, il quale era quasi allato alle mura d'Ilione, credendosi quivi trovare Ecuba e Polisena; ma come egli fu in esso, gli uscì sopra Parìs con certi compagni, ed essendo Parìs mirabilmente ammaestrato nell'arte del saettare, aperto l'arco, il ferì d'una saetta nel calcagno, per ciò che sapeva lui in altra parte non potere esser ferito: per che Acchille, fatta alcuna ma piccola difesa, cadde e fu ucciso e poi sepellito sopra l'uno de' promontori di Troia, chiamato Sigeo.

67-69

Vidi Parìs. Parìs, il quale per altro nome fu chiamato Alessandro, fu figliuolo di Priamo e di Ecuba, del quale Tullio in libro De divinatione scrive che, essendo Ecuba pregna di quella pregneza della quale ella partorì Parìs, le parve una notte nel sonno partorire una faccellina, la quale ardeva tutta Troia; il qual sogno essa racontò a Priamo. Del significato del qual sogno Priamo fece domandare Appollo, il quale rispose che per opera del figliuolo, il quale nascer dovea di questa grosseza, perirebbe tutta Troia. Per la qual cosa Priamo comandò che, il figliuolo che nascesse, ella il facesse gittar via.

Ma, essendo venuto il tempo del parto e avendo Ecuba partorito un bel fanciullo, ebbe pietà di lui e nol fece secondo il comandamento di Priamo gittar via, ma il fece occultamente dare a certi pastori del re, che l'allevassero: e così da questi pastori fu allevato nella selva chiamata Ida, non guari dilungi da Troia.

Ed essendo divenuto grande, quivi primieramente usò la dimesticheza d'una ninfa del luogo, chiamata Oenone, e di lei ebbe due figliuoli, de' quali chiamò l'uno Dafnis e l'altro Ideo. E dimorando in abito pastorale in quella selva, e' divenne un grande e famoso giudice e ogni quistione tra qualunque persona con maravigliosa equità decideva. Per la qual cosa, perduto quasi il vero nome, cioè Alessandro, era da tutti chiamato Parìs, quasi «equale».

E in questo tempo che esso così dimorava, avvenne che Pelleo menò per moglie Tetìs, e alle sue noze invitò Giunone, Pallade e Venere. Di che gravandosi la dea della Discordia, che essa non v'era stata chiamata, preso un pomo d'oro, vi scrisse su che fosse dato alla più degna e gittollo sopra la mensa, alla quale esse sedevano; di che, lette le lettere, ciascuna delle tre dee diceva a lei, sì come a più degna, doversi il detto pomo. Ed essendo tra loro la quistione grande, andarono per lo giudicio a Giove; il quale Giove non volle dare, ma disse loro: – Andate in Ida, e quivi è un giustissimo uomo chiamato Parìs; quegli giudicherà qual di voi ne sia più degna. –

Per la qual cosa le tre dee andarono nella selva e trovarono Parìs in una parte di quella selva chiamata Mesaulon, e quivi proposero davanti a lui la lor quistione, dicendo Giunone: – Io sono dea de' regni: se tu dirai me più degna che queste altre di questo pomo, io ti farò signore di molti. – D'altra parte diceva Pallade: – Io sono dea della Sapienza: se tu il dai a me, io ti farò tutte le cose cognoscere e sapere. – Venere similemente diceva: – Io sono dea d'Amore: se tu dai, come a più degna, il pomo a me, io ti farò avere l'amore e la grazia della più bella donna del mondo. – Le quali udite da Parìs, dopo alcuna diliberazione, egli diede il pomo a Venere, sì come a più degna: per la qual cosa, come appresso si dirà, egli ebbe Elena.

Fu costui, secondo che Servio dice essere stato da Nerone racontato nella sua Troica, fortissimo, in tanto che esso nelle contenzioni agonali, le quali si facevano a Troia, esso vincea ogni uomo ed Ettorre medesimo; il quale, turbatosi d'essere da lui stato vinto, credendo lui essere un pastore, messo mano ad un coltello, il volle uccidere, e arebbel fatto, se non che Parìs, che già da' suoi nutritori saputo l'avea, gridò forte: – Non fare, io son tuo fratello; – e che ciò fosse vero provò, mostrate le sue crepundie, le quali Ecuba, vedute, riconobbe; e così fu riconosciuto e ricevuto nella casa reale di Priamo, suo padre.

Nella quale non guari di tempo dimorò che, essendo per mandato di Priamo composte venti navi, sotto spezie d'ambasciadore a rado mandare Esiona fu mandato in Grecia; dove alcuni vogliono, e tra questi è Ovidio nelle sue Pìstole, che esso fosse ricevuto e onorato da Menelao. Ma altri dicono lui essere in Lacedemonia venuto, non essendovi Menelao, e di quindi alla fama della belleza d'Elena essere andato in Isparten, e quella avere combattuta il primo anno del regno d'Agamenone, non essendovi Castore nè Polluce, fratelli di Elena, li quali ad Agamennone erano andati e seco aveano menata Ermione, figliuola di Menelao e d'Elena. E così, avendo presa la città, presene Elena, resistente quanto potea, e, oltre a ciò, tutti i tesori di Menelao e, ogni cosa posta sopra le navi, andò via. La qual cosa assai allegantemente tocca Virgilio, quando dice: Me duce, Dardanius Spartam expugnavit adulter etc. E per questo vogliono molti, preso da' Greci Ilione, Elena aver meritato d'essere stata ricevuta da Menelao.

E così Parìs ebbe la più bella donna di Grecia, secondo la promessa di Venere; la quale in Troia menatane, vi portò quella faccellina, la quale Ecuba, essendo gravida in lui, avea nel sonno veduta che tutta Troia ardea. Adunque per questa rapina congiurati i Greci insieme, vennero ad assediare Ilione; nel quale essendo prima stato ucciso Ettore, e poi Troiolo, esso medesimo Parìs fu ucciso da Pirro, figliuolo d'Acchille.

Seguita poi: Tristano. Tristano, secondo i romanzi de' Franceschi, fu figliuolo del re Meliadus, e nepote del re Marco di Cornovaglia, e fu, secondo i detti romanzi, prode uomo della persona e valoroso cavaliere; e d'amore men che onesto amò la reina Isotta, moglie del re Marco, suo zio, per la qual cosa fu fedito dal re Marco d'un dardo avelenato. Laonde vedendosi morire ed essendo la reina andata a visitarlo, l'abracciò e con tanta forza se la strinse al petto che a lei e a lui scoppiò il cuore e così insieme morirono e poi furono similmente sepelliti insieme. Fu costui al tempo del re Artù e della Tavola Ritonda, ed egli ancora fu de' cavalieri di quella Tavola; e più li mille Ombre mostrommi e nominolle a dito. Dice «mille», quasi molte, usando quella figura la qual noi chiamiamo «iperbole»; Ch'amor, cioè quella libidinosa passione, la qual noi volgarmente chiamiamo «amore», di nostra vita dipartille, con disonesta morte; per ciò che, per quello morendo, onestamente morir non si puote.

70-75

[L. XXI]

[70-72] «Poscia ch'i' ebbi». Qui comincia la quinta parte del presente canto, nella qual dissi che l'autore con alcuni spiriti dannati a questa pena parlava, e dice: Poscia ch'i' ebbi il mio dottore udito Nomar le donne antiche e' cavalieri, che di sopra ha nominati; Pietà mi vinse e fui quasi smarrito. In queste parole intende l'autore d'ammaestrarne che noi non dobbiamo con la meditazione semplicemente visitar le pene de' dannati; ma, visitandole e conoscendole, e conoscendo noi di quelle medesime per le nostre colpe esser degni, non di loro, che dalla divina giustizia son puniti, ma di noi medesimi dobbiamo aver pietà e temere di non dovere in quella dannazione pervenire e compugnerci ed affliggerci, acciò che tal meditazione ci sospinga a quelle cose adoperare, le quali di tal pericolo ne traghino e dirizinci in via di salute. E usa l'autore di mostrare di sentire alcuna passione, quando maggiore e quando minore, in ciascun luogo: e quasi dove alcun peccato si punisce, del quale esso conosca se medesimo peccatore. [73- 75] E, avuta questa passione al suo difetto, seguita: Io cominciai: poeta, volentieri Parlerei a que' due che 'nsieme vanno, essendo da quella bufera portati, E che paiono sì al vento esser leggieri, cioè con minor fatica volanti.

76-81

[76-78] Ed egli a me: vedrai quando saranno, menati dal vento, Più presso a noi e tu allor gli priega Per quello amor che i mena, qual che quello amor si sia, ed e' verranno, quasi da quell'amor, per lo qual pregati fieno, constretti; [79-81] Sì tosto, come 'l vento a noi gli piega, Muovi la voce, cioè priega come detto t'ho. Per la qual cosa, <come> l'autore verso di sè venir gli vide, cominciò a dire in questa guisa: O anime affannate, dal tormento e dalla noia di questo vento, Venite a noi parlar, s'altri nol niega, cioè se voi potete.

82-87

[82-84] «Quali colombe». Qui l'autore per una comparazione ne dichiara con quanta effezione quelle due anime chiamate venissero a lui. Quali colombe dal disio, di rivedere i figliuoli, chiamate, cioè incitate, Con l'ali alzate, volando, e ferme, con l'affezione, al dolce nido, nel quale i figliuoli hanno lasciati, per dover cercare pastura per li figliuoli e per loro, Vengon per l'aere, verso il nido, dal voler portate, per ciò che gli animali non razionali non hanno altra guida nelle loro affezioni che la volontà; [85-87] Cotali uscir, questi due, della schiera ov'è Dido, la qual di sopra disse che andavano per quello aere a guisa che volano i gru; A noi venendo per l'aere maligno, quanto è a loro che quivi tormentati erano; Sì forte, cioè sì potente, fu l'affettuoso grido, cioè priego: non si dee credere che l'autor gridasse.

88-96

[88-90] E, venuti, disson così: O animal grazioso e benigno; chiamanlo perciò «grazioso e benigno», perchè benignamente pregò; il che là giù non suole avvenire, anzi vi s'usa per li ministri della divina giustizia rigidamente comandare; Che visitando vai per l'aere perso, cioè oscuro, Noi che tignemmo 'l mondo di sanguigno, quando uccisi fummo; per ciò che, versandosi il lor sangue, dovunque toccò tinse di color sanguigno; [91-93] Se fosse amico, di noi, come egli è nimico, il re dell'universo, cioè Idio, Noi pregheremmo lui per la tua pace, cioè che pace ti concedesse, Poi ch'hai piatà a nostro mal perverso, cioè al nostro tormento. [94-96] Di quel ch'udire, da noi, e che parlar ti piace, a noi, Noi udiremo, parlando tu, e parleremo a voi, rispondendo a quelle cose delle quali domanderai, Mentre che 'l vento, cioè quella bufera, come fa, al presente, ne tace, cioè non c'infesta.

97-99

«Siede la terra». Qui comincia costei a manifestare se medesima, sanz'esser adomandata; e ciò fa per mostrarsi più pronta a' suoi piaceri. Ma, prima che più avanti si proceda, è da racontare chi costei fosse e per che morta, acciò che più agevolmente si comprenda quello che essa nelle sue seguenti parole dimostrerà.

È adunque da sapere che costei fu figliuola di messer Guido vecchio da Polenta, signor di Ravenna e di Cervia; ed essendo stata lunga guerra e dannosa tra lui e i signori Malatesti da Rimino, adivenne che per certi mezzani fu trattata e composta la pace tra loro. La quale acciò che più fermeza avesse, piacque a ciascuna delle parti di volerla fortificare per parentado; e 'l parentado trattato fu che 'l detto messer Guido dovesse dare per moglie una sua giovane e bella figliuola, chiamata madonna Francesca, a Gian Ciotto, figliuolo di messer Malatesta.

Ed essendo questo ad alcuno degli amici di messer Guido già manifesto, disse un di loro a messer Guido: – Guardate come voi fate, per ciò che, se voi non prendete modo ad alcuna parte, che in questo parentado egli ve ne potrà seguire scandolo. Voi dovete sapere chi è vostra figliuola, e quanto ell'è d'altiero animo; e se ella vede Gian Ciotto avanti che 'l matrimonio sia perfetto, nè voi nè altri potrà mai fare che ella il voglia per marito. E perciò, quando vi paia, a me parrebbe di doverne tener questo modo: che qui non venisse Gian Ciotto ad isposarla, ma venisseci un de' fratelli, il quale come suo procuratore la sposasse in nome di Gian Ciotto. – Era Gian Ciotto uomo di gran sentimento e speravasi dover lui dopo la morte del padre rimanere signore; per la qual cosa, quantunque sozo della persona e sciancato fosse, il disiderava messer Guido per genero più tosto che alcuno de' suoi fratelli. E, conoscendo quello, che il suo amico gli ragionava, dover poter avvenire, ordinò segretamente così si facesse, come l'amico suo l'avea consigliato.

Per che, al tempo dato, venne in Ravenna Polo, fratello di Gian Ciotto, con pieno mandato ad isposare madonna Francesca. Era Polo bello e piacevole uomo e costumato molto; e, andando con altri gentili uomini per la corte dell'abitazione di messer Guido, fu da una delle damigelle di là entro, che il conoscea, dimostrato da uno pertugio d'una finestra a madonna Francesca, dicendole: – Madonna, quegli è colui che dee esser vostro marito. – E così si credea la buona femina; di che madonna Francesca incontanente in lui puose l'animo e l'amor suo.

E fatto poi artificiosamente il contratto delle sponsalizie e andatone la donna a Rimino, non s'avvide prima dello 'nganno che essa vide la mattina seguente al dì delle noze levare da lato a sè Gian Ciotto; di che si dee credere che ella, vedendosi ingannata, isdegnasse, nè perciò rimovesse dell'animo suo l'amore già postovi verso Polo. Col quale come ella poi si giugnesse, mai non udi' dire se non quello che l'autore ne scrive; il che possibile è che così fosse: ma io credo quello essere più tosto fizione formata sopra quello che era possibile ad essere avvenuto, chè io non credo che l'autore sapesse che così fosse.

E perseverando Polo e madonna Francesca in questa dimesticheza, ed essendo Gianni andato in alcuna terra vicina per podestà, quasi senza alcuno sospetto insieme cominciarono ad usare. Della qual cosa avvedutosi un singulare servidore di Gianni, andò a lui e racontògli ciò che della bisogna sapea, promettendogli, quando volesse, di fargliele toccare e vedere.

Di che Gianni fieramente turbato, occultamente tornò a Rimino e da questo cotale, avendo veduto Polo entrare nella camera di madonna Francesca, fu in quel punto menato all'uscio della detta camera, nella quale non potendo entrare, chè serrata era dentro, chiamò di forza la donna e diè di petto nell'uscio. Per che da madonna Francesca e da Polo conosciuto, credendo Polo, per fuggire subitamente per una cateratta, per la quale di quella camera si scendea in un'altra, o in tutto o in parte potere ricoprire il fallo suo, si gittò per quella cateratta, dicendo alla donna che gli andasse ad aprire.

Ma non avvenne come avvisato avea, per ciò che, gittandosi giù, s'appiccò una falda d'un coretto, il quale egli avea indosso, ad un ferro, il quale ad un legno di quella cateratta era; per che, avendo già la donna aperto a Gianni, credendosi ella, per lo non esservi trovato Polo, scusare, ed entrato Gianni dentro, incontanente s'accorse Polo esser ritenuto per la falda del coretto; e con uno stocco in mano correndo là per ucciderlo, e la donna, accorgendosene, acciò che quello non avvenisse, corse oltre presta e misesi in mezzo tra Polo e Gianni, il quale avea già alzato il braccio con lo stocco in mano e tutto si gravava sopra il colpo: avvenne quello che egli non arebbe voluto, cioè che prima passò lo stocco il petto della donna che egli agiugnesse a Polo. Per lo quale accidente turbato Gianni, sì come colui che più che se medesimo amava la donna, ritratto lo stocco, da capo ferì Polo e ucciselo: e così amenduni lasciatogli morti, subitamente si partì e tornossi all'uficio suo. Furono poi li due amanti con molte lacrime la mattina seguente sepelliti e in una medesima sepoltura.

Dice adunque la donna, dal luogo della sua origine cominciando: Siede cioè dimora, la terra, cioè la città di Ravenna, antichissima per quello che si creda, e fu colonia de' Sabini, quantunque i Ravignani dicano che essa fosse posta ed edificata da' nepoti di Noè; dove nata fui Su la marina, del mare Adriano, al quale ella è vicina due miglia; e per alcune dimostrazioni apare che essa già fosse in sul mare; dove il Po discende. Nasce il Po nelle montagne che dividono Italia dalla Provenza e, discendendo giù verso il mare Adriano, per trenta grossi fiumi che d'Appennino e dell'Alpi discendono, diventa grossissimo fiume e tra Mantova e Ferrara si divide in due parti, delle quali l'una ne va verso Ferrara, e l'altra ad una villa di Ferrara chiamata Francolino; e, pervenuto a Ferrara, similemente si divide in due parti, delle quali l'una ne va verso Ravenna, e diciotto miglia lontano ad essa, in luogo chiamato Primaro, mette in mare. Per aver pace co' seguaci sui, cioè co' fiumi che, mettendo in esso, seguitano il corso suo e, come esso con essi mette in mare, hanno pace, in quanto più non corrono.

100-102

Amor, ch'al cor gentil. Dimostrato per le predette discrizioni il luogo donde fu, comincia a mostrare la cagione della sua morte; e primieramente dice Polo essersi inamorato di lei, poi sè dice essersi inamorata di lui.

E quantunque questa materia d'amore vegna pienamente a dovere essere trattata nel II libro di questo volume, nel canto XVII, nondimeno, per alcuna piccola dichiaragione alle parole che costei dice, alcuna cosa qui ne scriverrò. Piace ad Aristotile esser tre spezie d'amore, cioè amore onesto, amore dilettevole e amore utile: e quell'amore, del quale qui si fa menzione, è amor dilettevole. E perciò, lasciando star degli altri due, dico che questo amor per diletto chiamano i poeti Cupido e dicono che egli fu figliuolo di Marte e di Venere, sì come Tullio nel libro De naturis deorum testimonia; e a costui attribuiscono i poeti grandissime forze, sì come per Seneca tragedo apare nella tragedìa d'Ipolito, nella qual dice:

Et iubet celo superos relicto
vultibus falsis habitare terras.
Thesali Phebus pecoris magister
egit armentum positoque plectro
impari tauros calamo vocavit.
Induit formas quotiens minores
ipse, qui celum nebulasque ducit.
Candidas ales modo movit alas etc.
E, oltre a ciò, gli discrivono varie forme, alle quali voler recitare sarebbe troppo lunga la storia.

Ma, vegnendo a quello che alla nostra materia apartiene, dico che questo Cupidine, o Amore che noi vogliam dire, è una passion di mente delle cose esteriori e, per li sensi corporei portata in essa, è poi aprovata dalle virtù intrinseche, prestando i corpi superiori attitudine a doverla ricevere. Per ciò che, secondo che gli astrologi vogliono, e così affermava il mio venerabile precettore Andalò, quando avviene che, nella natività d'alcuno, Marte si truovi esser nella casa di Venere in Tauro o in Libra, e truovisi esser significatore della natività di quel cotale, che allora nasce, ha a dimostrare questo cotale che allora nasce, dovere essere in ogni cosa venereo. E di questo dice Alì nel comento del Quadripartito che, qualunque ora nella natività d'alcuno Venere insieme con Marte participa, avere questa cotale participazione a concedere a colui che nasce una disposizione atta agl'inamoramenti e alle fornicazioni.

La quale attitudine ha ad aoperare che, così tosto come questo cotal vede alcuna femina, la quale da' sensi esteriori sia commendata, incontanente quello, che di questa femina piace, è portato alle virtù sensitive interiori e questo primieramente diviene alla fantasia e da questa è mandato alla virtù cogitativa e da quella alla memorativa; e poi da queste virtù sensitive è trasportato a quella spezie di virtù, la quale è più nobile intra le virtù aprensive, cioè allo 'ntelletto possibile, per ciò che questo è il recettaculo delle spezie, sì come Aristotile scrive in libro De anima.

Quivi, cioè in questo intelletto possibile, cognosciuto e inteso quello che, come di sopra è detto, portato v'è, se egli avviene che per volontà di colui nel quale è questa passione, con ciò sia cosa che in essa volontà sia libertà di ritenere dentro questa cotal cosa piaciuta e di mandarla fuori, questa cotal cosa piaciuta sia ritenuta dentro, allora è fermata nella memoria la passione di questa cosa piaciuta, la quale noi chiamiamo Amore, o vero Cupido.

E pone questa passione la sedia sua e la sua stanza ferma nell'appetito sensitivo e quivi in varie cose adoperanti divien sì grande e fassi sì potente che egli fatica gravemente il paziente e a far cose, che laudevoli non sono, spesse volte il costrigne; e alcuna volta, essendo meno aprovata questa cotal cosa piaciuta, leggiermente si risolve e torna in niente. E così non è da Marte e da Venere generata questa passione, come alcuni stimano, ma, secondo che di sopra è detto, sono alcuni uomini prodotti atti a ricevere questa passione secondo le disposizioni del corpo: la quale attitudine se non fosse, questa passione non si genererebbe.

Apare adunque che questo Polo era atto nato ad amare, e però, come vide colei, la quale esso secondo l'ordine detto di sopra aprovò e dentro ritenne l'aprobazione, subitamente fu da amor passionato e preso. E de'si qui intendere quel che dice: «al cor gentile» cioè flessibile, sì come quello che era nato atto a ricevere quella passione; ratto s'aprende, cioè prestamente v'è dentro ricevuta e ritenuta; Prese costui, cioè Polo, il quale quivi mostra essere in compagnia di lei. E di che il prese? della bella persona, la quale io ebbi vivendo, Che mi fu tolta, quando uccisa fui; e 'l modo, nel quale mi fu tolta, ancor m'offende, cioè mi tormenta.

103-105

Amor, ch'a null'amato amar perdona. Questo, salva sempre la reverenzia dell'autore, non avviene di questa spezie di amore, ma avvien bene dello amore onesto, come l'autore medesimo mostra nel seguente libro nel canto XXII, dicendo:

................ amore,
acceso da virtù, sempre altro accese,
sol che la fiamma sua paresse fore.

Ma puossi qui dire questo talvolta avvenire, con ciò sia cosa che rade volte soglia l'uomo molto strettamente legarsi dell'amore di cosa ch'è a lui, in tutto o in più cose, di natura conforme; il che quando avviene, può quel seguire che l'autore dice, con ciò sia cosa che naturalmente ogni simile appetisca suo simile: e però, come la cosa amata sentirà i costumi e le maniere dello amante conformi alle sue, incontanente si dichinerà a doverlo così amare, come ella è amata da lui; così non perdonerà Amore allo amato, cioè ch'egli non faccia che questo amato ami chi ama lui.

Mi prese del costui piacer, cioè del piacere di costui o del piacere a costui, in che generalmente si sforza ciascun che ama di piacere alla cosa amata; sì forte, cioè con tanta forza, Che, come vedi, ancor non m'abandona. Vuol dire: «vedendomi, come tu fai, andar continuo con lui, puoi comprendere che io l'amo, come l'amai mentre vivavamo».

Ma in questo l'autor seguita l'oppinion di Virgilio, il qual mostra nel VI dell'Eneida Siccheo perseverare nell'amor di Didone, dove dice:

Tandem corripuit sese atque inimica refugit
in nemus umbriferum, coniunx ubi pristinus illi
respondet curis equatque Sicheus amorem etc.

Secondo la catolica verità questo non si dee credere, per ciò che la divina giustizia non permette che in alcuna guisa alcun dannato abbia o possa avere cosa che al suo disiderio si conformi o gli porga consolazione o piacere alcuno: alla quale assai manifestamente sarebbe contro, se questa donna, come vuol mostrare nelle sue parole, a se medesima compiacesse dello stare in compagnia del suo amante.

106-111

[106-108] Amor condusse noi ad una morte: cioè ad essere uccisi insieme e in un punto. Caina attende. Caina è una parte del nono cerchio del presente libro, così chiamata da Caino, figliuolo d'Adamo, il quale però che uccise il fratello carnale, mostra di sentire l'autore che egli sia in quel cerchio dannato; e per ciò che egli fu il primo che cotal peccato commise, dinomina l'autore quel cerchio da lui; e in quel si puniscono tutti coloro che i fratelli e' congiunti uccidono. E per ciò dice questa donna che quel cerchio aspetta Gian Ciotto, il quale uccise lei, sua moglie, e Polo, suo fratello; chi, cioè colui, 'n vita ci spense, cioè uccise; per ciò che morte non è altro che un privare, il quale si può dire «spegner di vita».

Queste parole, di sopra dette, da lor ci fur porte, cioè da madonna Francesca, parlante per sè e per Polo. [109-111] Da ch'io intesi quest'anime offense, sì dalla morte ricevuta e sì dal presente tormento, China' il viso, come colui fa il quale ha udita cosa che gli grava, e tanto il tenni basso, Fin che 'l poeta mi disse: che pense?, quasi volesse dire: «E' si conviene intendere ad altro»,

112-114

Quando risposi, alla domanda di Virgilio, cominciai, a dire: o lasso! Quanti dolci sospiri: dolci sospiri paiono esser quegli che da speranza certa muovono di dovere ottenere la cosa che s'ama; quanto disio, quasi dica molto, Menò costoro, Francesca e Polo, al doloroso passo!, della morte.

115-120

[115-117] Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, E cominciai, a dire: Francesca, i tuo' martìri, ne' quali io ti veggio, A lacrimar mi fanno tristo e pio, cioè dolente e pietoso. [118-120] Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, cioè quando tu ancora sospiravi, amando e sperando, A che, segno, e come, cioè in qual guisa, concedette amore, il quale suol rendere gli amanti temorosi e non lasciar loro, per tema di non dispiacere, aprire il disiderio loro, Che conosceste, cioè tu di Polo e Polo di te, i dubbiosi disiri? Chiamagli «dubbiosi» i disideri degli amanti, per ciò che, quantunque per molti atti apaia che l'uno ami l'altro e l'altro l'uno, tuttavia suspicano non sia così come a lor pare, insino a tanto che del tutto discoperti e conosciuti sono.

121-123

Ed ella a me: nessun maggior dolore Che ricordarsi del tempo felice. Chiama «felice» il tempo il quale aveva nella presente vita, per rispetto a quello che ha nella dannazione perpetua, la qual chiama «miseria», dicendo: Nella miseria; e veramente grandissimo dolore è, e questo assai chiaro testimonia Boezio, in libro De consolatione, dicendo: «Summum infortunii genus est fuisse felicem»; e ciò sa 'l tuo dottore, cioè Virgilio, il quale, e nel principio della narrazion fatta da Enea de' casi troiani a Didone e ancora nel dolore di Didone nella partita d'Enea, assai chiaramente il dimostra.

124-126

Ma, s'a conoscer la prima radice. La prima radice del costoro amore ha l'autore mostrata di sopra quando dice: « Amor, ch'al cor gentile» etc., dove qui, secondo la sua domanda, cioè dell'autore, madonna Francesca gli dimostra come al frutto, il quale di quella radice si disidera e s'aspetta, essi pervenissero; e così vorrà qui l'autore che 'l principio s'intenda per la fine. Del nostro amor tu hai cotanto affetto, cioè cotanto disiderio, Farò come colei che piange e dice.

127-132

[127-129] Noi, cioè Polo e io, leggiavamo un giorno per diletto Di Lancialotto: del quale molte belle e laudevoli cose racontano i romanzi franceschi, cose, per quel ch'io creda, più composte a beneplacito che secondo la verità; e leggiavamo come amor lo strinse, per ciò che ne' detti romanzi si scrive Lancialotto esser stato ferventissimamente inamorato della reina Ginevra, moglie del re Artù.

Soli eravamo e senza alcun sospetto. Scrive l'autore tre cose, ciascuna per se medesima potente ad inducere disonestamente adoperare un uomo e una femina che insieme sieno: cioè leggere gli amori d'alcuni, l'esser soli e l'esser senza sospetto d'alcuno impedimento. [130-132] Per più fiate gli occhi ci sospinse, a riguardar l'un l'altro, Quella lettura e scolorocci 'l viso, cioè fececi tal volta venir palidi e tal rossi, come a quegli suole avvenire che, da alcuna cagion mossi, disiderano di dire alcun cosa e poi o temono, e così impalidiscono, o si vergognano, e così arossiscono.

133-138

Ma solo un punto fu quel che mi vinse, a dover pur mandar fuori il desiderio mio: e questo fu Quando leggemmo il disiato riso, cioè la disiderata letizia qual fu alla reina Ginevra, Esser basciato da cotanto amante, quanto era Lancialotto, reputato in que' tempi il miglior cavalier del mondo, Questi, cioè Polo, che mai da me non fia diviso, La bocca mi basciò tutto tremante. Ottimamente discrive l'atto di quegli li quali con alcun sentimento ferventemente amano, che, quantunque offerto sia loro quello che essi appetiscono, come qui comprende che madonna Francesca offeresse a Polo, non senza tremore la prima volta il prendono.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse. Scrivesi ne' predetti romanzi che un prencipe Galeotto, il quale dicono che fu di spezie di gigante, sì era grande e grosso, sentì primo che alcuno altro l'occulto amor di Lancialotto e della reina Ginevra; il quale non essendo più avanti proceduto che per soli riguardi, ad istanzia di Lancialotto, il quale egli amava maravigliosamente, tratta un dì in una sala a ragionamento seco la reina Ginevra, e a quello chiamato Lancialotto, ad aprire questo amore con alcuno effetto fu il mezzano: e, quasi occupando con la persona il poter questi due esser veduti da alcuno altro della sala che da lui, fece che essi si basciarono insieme. E così vuol questa donna dire che quello libro, il quale leggevano Polo ed ella, quello officio adoperasse tra lor due che adoperò Galeotto tra Lancialotto e la reina Ginevra; e quel medesimo dice essere stato colui che lo scrisse, per ciò che, se scritto non l'avesse, non ne potrebbe esser seguito quello che ne seguì. Quel giorno più non vi leggemmo avante. Assai aconciamente mostra di volere che, senza dirlo essa, i lettor comprendano quello che dell'essere stata basciata da Polo seguitasse.

139-142

«Mentre che l'uno». Qui comincia la sesta e ultima particula del presente canto, nella quale l'autore discrive quello che di quel ragionare gli seguisse, e dice: Mentre che l'uno spirto, cioè madonna Francesca, questo disse, che di sopra è detto, L'altro piangeva, cioè Polo, , cioè in tal maniera, che di pietade, per compassione, Io venni meno, cioè mancaronmi le forze, sì com'io morisse. E caddi, come corpo morto cade. Suole alcuna volta avere tanta forza la compassione che pare che ella faccia così altrui struggere il cuore, come si strugge la neve al fuoco; di che avviene che le forze sensibili si dileguano e le animali rifuggono nelle più intrinseche parti del cuore, quasi abandonato: e così il corpo, destituto del suo sostegno, impalidito cade.

E questa compassione, come altra volta di sopra è detto, non ha tanto l'autore per gli spiriti uditi quanto per se medesimo, il quale dalla coscienza rimorso, conosce sè in quella dannazion dovere cadere, se di quello che già in tal colpa ha commesso non sodisfa con contrizione e penitenzia a colui il quale egli ha, peccando, offeso, cioè Idio.

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

«Così discesi del cerchio primaio» etc. Mostrato che la ragione ha il supplicio, il quale sostengono coloro li quali senza essere stati per lo lavacro del battesimo mondati dal peccato originale <morirono>, procedendo più avanti con la meditazione, discende a dimostrargli la qualità delle colpe più gravi e quali sieno i tormenti, alli quali per la divina giustizia dannati sieno coloro li quali in esse colpe morirono.

E fa due cose nel presente canto: primieramente in persona di Minòs gli dimostra la rigida e severa giustizia di Dio; appresso, gli mostra in questo cerchio secondo esser dannati que' peccatori li quali oltre alla ragione, oltre ad ogni legge o buon costume seguirono il concupiscibile appetito nel vizio della lussuria, nominando di questi cotali alquanti acciò che più pienamente si comprenda la sua intenzione.

1-12

Dico adunque che primieramente la ragione ne dimostra qui in persona di Minòs la severità della divina giustizia. Intorno alla qual dimostrazione son da considerare due cose: la prima, perchè più in questa parte, che più su o più giù, questa divina giustizia ne sia dimostrata; la seconda, perchè più in persona di Minòs che d'un altro.

Dico che, perchè la divina giustizia ne sia più qui che in alcun'altra parte dimostrata, può essere la ragion questa: è la giustizia virtù la qual secondo i meriti retribuisce a ciascheduno; e quantunque questa virtù strettamente usi il suo uficio intorno agli atti degli uomini, nondimeno sono alcune cose operate per gli uomini delle quali ella del tutto è schifa d'intramettersi, estimando ottimamente fare il suo uficio quando quelle cotali cose postpone, in quanto non le pare quelle cotali cose, o meritorie o non meritorie che sieno, essere state causate da alcuna ordinata volontà, o da iniquità di malizia o ancora da alcuna incontenenza, se non come sono le opere degli animali, ne' quali non è alcuna ragione.

E queste cotali operazioni son quelle de' furiosi e de' mentacatti e de' fanciulli e degli ignoranti, per ciò che in quelle cose, le quali questi cotali fanno, non è potuta cadere alcuna debita elezione, come detto è; e dove elezione e volontà esser non può intorno all'adoperare, non pare che caggia nè essaminazione nè giudicio della giustizia.

E di sopra a questo luogo, se ben si riguarda, non sono puniti alcuni altri se non questi cotali, cioè mentacatti o furiosi o fanciulli o ignoranti, come è dimostrato; intorno a' quali se la giustizia non s'interpone, era di soperchio e mal conveniente averla tra loro, o di sopra a loro, dimostrata, per ciò che, quanto a quegli, ella sarebbe stata oziosa: il che la virtù non patisce.

Ad averla più giù che questo luogo dimostrata, ne seguivano altri inconvenienti. Primieramente pare che avessero potuto de' peccatori, che alle più profonde parti dello 'nferno doveano discendere, sì come incerti di sè, rimanersi nelle parti dello 'nferno che state fossero superiori al luogo dove stata fosse posta la giustizia, e così non sarebbono stati secondo le colpe commesse puniti; e, oltre a ciò, se vogliam dire essa medesima giustizia, la quale gli fa pronti a trapassare la riviera d'Acheronte, similemente gli farebbe pronti a discendere infino là dove ella fosse, ne seguirebbe che quegli, che non son degni di scendere tanto giù quanto ella fosse, vi scenderebbono alla essaminazione e al giudicio, e così sentirebbono di quelle pene che essi non hanno meritate: il che è contro agli effetti della giustizia.

E però ottimamente in questa parte la discrive l'autore, nella quale niuna cosa de' superiori s'impaccia, nè hanno, quegli che ne' cerchi più alti esser debbono, a discender giuso, nè può alcuno stare in forse di sè, nè ancora, sedendo ella in su questa entrata, può trapassare alcuno o fuggirle degli occhi, che non gli convenga venire alla sua essaminazione.

È nondimeno da intendere la giustizia di Dio essere, in ogni parte e per tutto distribuire secondo che ciascuno ha meritato, nè bisognarle fare alcuna essaminazione o inquisizione de' nostri meriti o delle nostre colpe, come alla giustizia de' mortali bisogna, per ciò che nel conspetto della giustizia di Dio non solamente tutte le nostre opere sono presenti e conosciute da lei, ma ella ancora vede e conosce e discerne tutti i pensieri nostri e da che cagion nascono, nè gli si possono per alcuna industria o sagacità occultare; ma conviensi a' nostri ingegni per alcuna sensata forma dimostrare gli spirituali effetti della divinità e di qualunque altra spiritual cosa.

Resta a vedere perchè più in persona di Minòs che d'alcuno altro ministro infernale ne sia dimostrata questa giustizia; e con questo è da vedere quello che l'autore abbia voluto sentire in ciò che egli fa a questo Minòs col ravolgimento della coda dimostrare i suoi giudìci. E avanti all'altre cose pare si richeggiano ne' ministri della giustizia, e massimamente in questo luogo, cose assai, ma singularmente tre, cioè prudenzia, constanzia e severità.

Conviene essere prudente al ministro della giustizia, acciò che egli per la prudenzia cognosca le qualità delle persone, nelle quali ha a vedere quello che di ragion si convenga: per ciò che altrimenti è da punire uno uomo di minore condizione che abbia offeso un prencipe, che un prencipe che abbia offeso uno uomo di minor condizione; conviensi che egli conosca la qualità de' tempi: per ciò che altrimenti è da punire uno uomo che muova o susciti un romore ne' tempi della guerra, quando gli stati delle città stanno sospesi, che uno che quel medesimo commetta quando le città sono in pace e in tranquillità; conviensi che egli conosca la qualità de' luoghi: per ciò che altrimenti pecca chi fa uno eccesso in un tempio o in una piaza comune, che chi fa quel medesimo in alcuna parte rimota e non molto frequentata dall'usanza degli uomini. Conviensi per la prudenzia che egli sappia discernere i movimenti di quegli che peccano, di quegli che testificano, di quegli che accusano, e tutte simili cose; e, dove queste cose non sapesse distinguere quel cotale che a ciò posto fosse, non potrebbe essere idoneo essecutore della giustizia.

Conviengli, oltre a questo, esser constante, acciò che da quello, che conosciuto avrà convenirsi fare, nol rimuova alcuna affezione, non priego, non amore, non odio, non prezo, non lusinga o cose simili a queste; per ciò che, dove da alcuna o da più di queste mosso fosse, mai giudicare non porria giustamente e per consequente non sarebbe atto ministro della giustizia.

Conviengli, oltre alle dette cose, essere severo, e massimamente là dove è tolto luogo alla gratificazione. Puossi infra' processi, che usano nelle cose giudiciali i ministri della giustizia, per diversi ma onesti accidenti più all'una parte che all'altra esser grazioso; la qual cosa nelle cose e ne' tempi debiti non è vizio, ma è segno d'equità d'animo nel giudicante; fuori de' tempi debiti, conviene nelle essecuzioni al giudice essere severo in servare strettamente l'ordine della ragione e di quello per cagione alcuna non uscire, e massimamente ne' giudìci di Dio, il quale insino allo estremo punto della nostra vita con le braccia aperte della sua misericordia n'aspetta, tempo prestandoci alla gratificazione, se prender la vogliamo; ma, poi che a quella non ci siamo voluti volgere e, quasi a vile avendo la sua benignità, ci siamo lasciati morire, essendo la sua sentenzia passata in rem iudicatam, con ogni severità dee qui il ministro della sua giustizia quella mandare ad essecuzione.

Le quali tre cose essere pienamente state in Minòs si possono conoscere ne' processi delle sue operazioni e ancora nella oppinione auta di lui da coloro, li quali qual fosse la sua vita conobbero: che egli fosse prudente si può comprendere in ciò, che egli compuose le leggi a' popoli suoi e quegli che usi erano di vivere scapestratamente ridusse per sua industria a vivere sotto il giogo della giustizia; che egli fosse constante in non muoversi per alcuna affezione da quello che la giustizia volesse apare nella vittoria di Teseo avuta del Minutauro, al quale, quantunque nemico fosse, pienamente servò ciò che giusto uomo dovesse servare, cioè di liberar lui e la sua città della servitudine, sì come promesso avea; oltre a ciò, aparve la sua severità in Scilla, figliuola di Niso, re de' Megaresi, la quale, da disonesta concupiscenzia mossa, per venire nelle braccia sue tradì il padre e fecel signor di Megara e a lui se ne andò: per la qual cosa, quantunque ella fosse nobile femina e giovane e bella e avesselo fatto signore di Megara, da niuna di queste cose mosso, lei, sì come ucciditrice del padre, fece gittare in mare in quella forma che si gittano i patricidi.

E così li suoi comandamenti, come detto è, avendo in leggi ridotti, quegli con tanta constanzia e con tanta severità servò che non solamente i suoi subditi tenea contenti e in pace, ma egli riempiè tutta Grecia della fama della sua giustizia; per la qual cosa, dopo la sua morte, estimarono gli uomini ne' loro errori lui essere appo l'anime d'inferno essere a quel medesimo uficio essercitare tra loro, che in questa vita tra' suoi essercitava, eletto, sì come nella esposizione litterale si dimostrò. Adunque assai convenientemente pare essere per la persona di Minòs in questo luogo figurata la divina giustizia.

Ma che questa divina giustizia dimostri per lo ravolgimento della coda di Minòs intorno all'essecuzione de' suoi giudìci è da vedere. Certa cosa è la coda essere l'ultimo membro e l'ultima parte del corpo di qualunque animale al quale la natura l'ha conceduta; e quantunque ella serva a più cose gli animali che l'hanno, alla presente materia non intende l'autore altro, secondo il mio giudicio, se non la strema e ultima parte della vita nostra, secondo la qualità della quale si forma il giudicio della divina giustizia: per ciò che, quantunque l'uomo sia scelleratamente vivuto, se egli nello estremo della sua vita, pentendosi delle malfatte cose e con buona compunzione e con puro cuore si rivolge alla misericordia di Dio, senza alcun dubbio è ricevuto da essa e giudicato degno di salvazione.

Il che in molti essempli n'è dimostrato per la divina Scrittura, e massimamente in quello ladrone il quale col nostro signore Iesù Cristo fu crucifisso; il quale avendo tutti i dì suoi menati male e come peccatore riconosciuto, poco avanti all'ora della sua morte, con contrito cuore, non dicendo altro che: «Miserere mei, Domine, cum veneris in regnum tuum», il fece la misericordia di Dio degno d'udire dalla bocca di Cristo: «Amen dico tibi, hodie mecum eris in paradiso»; nè è dubbio alcuno che a queste parole non seguisse l'effetto; e così solamente all'ultima parte della vita, cioè alla sua qualità, fu dalla giustizia divina guardato.

E così in contrario, essendo Giuda Scariotto stato de' discepoli di Cristo, e usato con lui e avendo la sua dottrina udita, quantunque male poi adoperato avesse vendendolo, nondimeno, disperatosi della misericordia di Dio e col capestro messosi a finir la vita, col fine suo di se medesimo dettò la sentenzia alla divina giustizia per la quale fu al profondo dello 'nferno a perpetue pene dannato. Ciascheduno adunque con le colpe più gravi, con le quali e' muore, del luogo, il quale e' dee in inferno avere, è dimostratore. [L. XXII]

Appresso le cose già dette, resta a vedere la qualità de' dannati in questo secondo cerchio e come alla qualità della lor colpa sia conforme il supplicio, il quale l'autore ne dimostra essere lor dato dalla divina giustizia. Sono adunque i dannati in questo cerchio, come assai fu dichiarato leggendo la lettera, i lussuriosi. Intorno al vizio de' quali è da sapere che la lussuria è vizio naturale, al quale la natura incita ciascuno animale, il quale di maschio e femina si procrea; e ciò fa la natura avvedutamente, acciò che per l'atto del coito ciascuno animale generi simile a sè e così si continui la spezie di quello; e, se questa sollicitudine non fosse nella natura delle cose, assai tosto verrebbon meno i generati e così rimarrebber vacui il cielo, la terra e 'l mare di possessori.

È vero che ell'ha in ciascuno altro animale, che nell'uomo, posto certo modo, acciò che per lo soperchio coito non perissono i maschi, li quali da alcun freno di ragione temperati nè raffrenati sono: e questo è non patire le femine i congiugnimenti de' maschi loro se non alcuna volta l'anno, e questa non si prolunga in molti dì, infra' quali le femine si rendono benivole e amorevoli alli loro maschi e loro si concedono; e, questo cotal tempo finito, o come conoscono sè aver conceputo, più loro dimesticheza non vogliono.

Ma negli uomini non pose la natura questa legge, per ciò che gli conobbe animali razionali, e, per quello, dover conoscere quello e quando e quanto s'apartenesse di fare a dovere ben vivere. Ma mai non mi ricorda d'aver letto che appo coloro, li quali mondanamente vivono, alcuno quello che la ragione vuole in questo atto osservasse, che una femina: e questa fu una donna d'Arabia, reina de' Palmireni, chiamata Zenobia, della quale si legge mai ad Odenato, suo marito, essersi voluta consentire per altro che per ingenerar figliuoli; servando in ciò questo stile, che, essendo il marito giaciuto carnalmente con lei, più acostare nol si lasciava infino a tanto che ella conosceva se conceputo avea o no: se conosceva non aver conceputo, gli si concedeva un'altra volta; se conceputo aveva, mai, infino alla purificazione dopo il parto, più non gli si concedea.

Ma come la laudevol contenenza di questa reina o come gli uomini in questo usino il giudicio della ragione, gli occhi nostri medesimi ce ne son testimoni: per ciò che, dove essi, la ragion seguitando, dovrebber quel modo a se medesimi porre, il quale essi veggiono la natura aver posto agli animali bruti, in ciò che possono o sanno, in contrario si sforzano.

Noi leggiamo che in Roma fu un giovane chiamato Spurima, il quale, quantunque avesse tutta la persona bella, avea oltre ad ogni altro mortale il viso bellissimo, in tanto che poche donne erano che di tanta constanzia fossero che, vedendolo, non si commovessono a disiderare i suoi abracciamenti; della qual cosa accorgendosi egli, per non esser cagione che alcuna casta mente la sua onestà contaminasse con appetito men che onesto, preso un coltello, tutto il bel viso si guastò, rendendolo non meno con le fedite diforme che formoso fatto l'avessono le mani graziose della natura. In verità laudevole cosa fu questa e da doverla con perpetua commendazione gloriare.

Ma i moderni giovani fanno tutto il contrario: i costumi de' quali avere alquanto morsi non fia loro per avventura disutile e potrà esser piacevole ad altrui. E, acciò che io non mi stenda troppo, mi piace di lasciare la sollicitudine, la qual pongono, gran parte del tempo perdendo appo il barbiere, in farsi pettinare la barba, in far la forfechina, in levar questo peluzo di quindi e rivolger quell'altro altrove, in far che alcuni del tutto non occupino la bocca, e in ispecchiarsi, azimarsi, allicchisarsi, iscrinarsi i capelli, ora in forma barbarica lasciandogli crescere, attrecciandogli, avvolgendosegli alla testa e talora soluti su per gli omeri lasciandogli svolazare e ora in atto chericile racorciandogli; e similmente ristrignersi la persona, fare epa del petto, non in su' lombi ma in su le natiche cignendosi come gatti allacciarsi anzi legarsi, e a' calzamenti portare le punte lunghissime, non altrimenti che se con quelle uncinare dovessono le donne e tirarle ne' lor piaceri, farsi le trombe alle maniche e di quelle non mani ma branche più tosto d'orso cacciare.

Nè vo' dire de' cappuccini, co' quali o a babbuini o a scottobrinzi simiglianti si fanno, nè similmente della lascivia degli occhi, co' quali quasi sempre quel vanno tentando che essi poi non vorrebbono aver trovato; e lascerò stare gli atti, gli andamenti e' portamenti, il cantare e 'l carolare, e così le promesse e' doni, de' quali si può però più tacere che dire, sì sono in cintola divenuti stretti; e a un solo lor costume verrò, il quale, quantunque a loro prestantissimo paia, per ciò che con gli occhi offuscati di caligine infernal si riguardano, mi par tanto detestabile, tanto abominevole, tanto vituperevole che non che ad altrui, ma io credo che egli dispiaccia a colui il quale è di tutti i mali confortatore e che a ciò gli sospigne: e questo è che portano i panni sì corti, e spezialmente nel conspetto delle femine, che, qualunque fosse quella che alla barba non se ne avvedesse, guardandolo alle parti inferiori può assai agevolmente cognoscere che egli è maschio; e, se la cosa procede come cominciato ha, non mi par da dover dubitare che infra poco tempo non si tolga ancor via quel poco di panno lino il quale solamente vela il color della carne, e così non sarà da que' cotali differenza alcuna da' bruti animali.

Ingegnossi la natura, la quale è sommamente discreta, di nascondere in quelle parti del corpo, le quali a lei più occulte parvero, que' membri dei quali, mostrandogli, ciascun si dee vergognare; e, oltre a ciò, l'uso, della vergogna nato, ci ha dimostrato, quantunque dalla natura, secondo che ella pote, nascosti sieno, di velargli e ricoprirgli co' vestimenti; e quantunque o necessità o usanza l'altre parti del corpo scoperte patisca, quelle in alcun modo è alcuno, fuor che i presenti giovani, che scoperte le sofferi.

Gli Indiani, gli Etiopi, i Garamanti e gli altri popoli, li quali sotto caldissimo cielo abitano, quantunque da soperchio caldo sforzati sieno d'andare ignudi, quelle parti in alcuna guisa non sostengono che scoperte si veggano. Ma che dich'io gli Indiani e gli Etiopi, li quali hanno in sè alcuna umanità e costume? Quegli popoli li quali abitano l'isole ritrovate, gente si può dire fuori del circuito della terra, e nella quale nè loquela, nè arte, nè costume alcuno è conforme a quegli di coloro li quali civilmente vivono, di palme, delle quali abondanti sono, non so se io dica tessute o anodate più tosto, fanno ostaculi co' quali quelle parti nascondono; i naufraghi ancora, ignudi dal tempestoso mare gittati ne' liti, quantunque faticati e percossi dall'onde sieno, nondimeno, non curandosi di tutto l'altro corpo perchè ignudo sia, quella parte, se con altro non hanno, s'ingegnano di ricoprire con le mani; i poveri uomini, a' quali mancano i vestimenti, quella parte non patiscono che aparisca scoperta; i mentacatti e' furiosi e gli ebbri, mentre che alquanto di sentimento hanno, si vergognano che que' membri in aperto veduti sieno: questi soli hanno posta giù ogni erubescenzia, ogni fronte, ogni onestà e tanto si lasciano al bestiale appetito e a' conforti del nimico dell'umana generazione sospignere, che non altrimenti col viso levato procedono che se alcuna laudevole operazione avesser fatta o facessono.

Allegano questi cotali, in difesa del lor vituperevole costume, ragioni vie più vituperevoli che non è il costume medesimo, dicendo primieramente: «Noi seguiamo l'usanze dell'altre nazioni: così fanno gli Inghilesi, così i Tedeschi, così i Franceschi e' Provenzali». Nè s'avveggono i miseri quello che essi in questa loro trascutata ragion confessino.

Solevano gli Italiani, mentre che le troppe dilicatezze non gli effeminarono, dare le leggi, le fogge e' costumi e' modi del vivere a tutto il mondo, nella qual cosa apariva la nostra nobilità, la nostra preeminenzia, il dominio e la potenza; dov'e' segue, se dalle nazioni strane, da quelle che furon vinte e soggiogate da noi, da quelli che furon nostri tributari, nostri vassalli, nostri servi dalle nazioni barbare, dalle quali alcuna umana vita non si servava, nè sapeva nè saprebbe, se non quanto dagli Italiani fu loro dimostrata, il che è assai chiaro, da loro prendendo quel che dar solavamo, confessiamo d'essere noi i servi, d'esser coloro che viver non sappiamo se da loro non aprendiamo: e così d'aver loro per maggiori e per più nobili e per più costumati.

O miseri! non s'accorgono questi cotali da quanta gran viltà d'animo proceda che uno italiano seguiti i costumi di così fatte genti. E in verità, se alcuna altra onestà non dovesse da questo disonesto costume torre i giovani, ne' quali è il fervor del sangue e le forze, e' doverebbe esser la grandeza dell'animo, se non un giusto sdegno; non solamente rimanere se ne dovrebbono, ma vergognarsi d'aver mai seguitato o seguire alcun costume di così fatte genti, e ogni cosa adoperare, per la quale le nazion barbare gloriar non si potessono d'esser nelle lor brutte invenzioni dagli Italiani imitate.

Seguitano, oltre a questo, nelli loro errori multiplicando, e dicono che i vestimenti lunghi gl'impedivano e non gli lasciavano nelle cose oportune esser destri. O stoltissimo argomento, vano e d'ogni ragionevole sentimento vòto! Così parlan questi cotali, come se coloro, li quali più lunghi portano i vestimenti, non sapessono quali e quante sieno le faccende di questi tarpati; e, se non che troppo sarebbe lungo il sermone, io le raconterei in parte.

Ma presuppognamo che pure alquante e oportune sieno: come hanno i passati nostri fatto co' panni lunghi? come i Romani, li quali in continue guerre, con l'arme in dosso ogni dì combattendo, tutto il mondo occuparono? Non mostra che a costor facesser noia i panni lunghi, ne' quali erano in continui e grandi essercizi.

Ma forse diranno questi cotali non esser di necessità agli uomini, li quali sono in fatti d'arme, l'avere i panni corti, come a coloro che vanno vagheggiando, o, a voler dir più propio, a color che vanno faccendo la mostra alle femine ch'e' son maschi e ch'egli hanno le natiche tonde e grosse le cosce. O dissensati! Solevansi i giovani vergognare seco medesimi degli occulti e disonesti lor pensieri, e oggi, per somma gloria, vanno mostrando quel che le bestie, se esse avessono con che, volentieri nasconderieno.

Ma che? Dirà forse alcun altro che i Romani similmente gli portavano corti, come essi fanno; e nel vero di questo non mi darebbe il cuore di fare assai certa pruova per iscrittura che io abbia veduta; ma, in luogo di quella, le statue di marmo e di bronzo a quegli tempi fatte, nelli quali essi discorrevano il mondo, e delle quali si truovano ancora assai, ne mostrano quali fossero i loro abiti e come corti portassono i vestimenti; e di queste io credo assai aver vedute, nè mai alcuna nè armata nè disarmata ne vidi che o da' vestimenti o dall'armadure non fosse almeno infino al ginocchio coperta. Per la qual cosa essendo a costoro risposto, assai manifestamente si vede che assai mal procede l'argomento che i panni lunghi impediscano.

E acciò che io non discorra per tutti, non ometterò però che io un'altra delle lor savie ragioni non discriva, per ciò che estimano quella, che dir debbo, essere efficacissima e dovergli d'ogni loro disonestà render pienamente scusati. Dicono adunque che le donne mostran loro con le poppe il petto, acciò che più nella concupiscenza di loro gli accendano; e perciò quasi in vendetta di ciò, essi voglion mostrar loro quelle parti che debbano loro a quello appetito medesimo incitare.

Sarebbe questa ragione tra le bestie assai colorata, dove ella è abominevole tra' sensati. Ma non pensano i miseri quanto scelleratamente essi adoperino? Essi, questo adoperando, caccian da sè ogni reverenzia materna, mostrando di credere che le madri tengano gli occhi chiusi o che esse non possano dalle oscene parti de' figliuoli esser mosse, come l'altre femine si muovono: con ciò sia cosa che la natura, movitrice degli appetiti, non abbia alcun riguardo all'onestà della parentela, nel vero io non l'ardirei affermare, quantunque già molte volte avvenuto sia, ma ardirò ben di dire che, se ciò non avviene, esserne la lor constanzia cagione, dove del contrario è cagione il vituperevole costume de' figliuoli; nè discrederrò che quel che posson muovere i disonesti figliuoli non si convenga talvolta terminare con gli strani uomini.

Appresso questo, non s'accorgono i dissipiti, dove incitar credono le femine, le quali alla lor libidine disiderano di tirare, quello che essi nelle sorelle, nelle cognate e nelle altre congiunte adoperino; le quali, quantunque spesse volte caggiano ne' lacciuoli scioccamente tesi da loro, rade volte avviene che, da questo sospinte, non saltino negli abracciamenti d'uomini non pensati da coloro che a ciò con li loro disonesti portamenti le sospingono. Nè ancora considerano quanto di mal fabrichino nelle tenere menti delle figliuole, le quali la giovinetta età continuamente sospigne a dover prendere sperienza di ciò che, loro ancora non saria di necessità di conoscere; di che non una volta è avvenuto che, lasciamo stare il porre dinanzi agli occhi loro quelle parti del corpo le quali con ogni ingegno si dovrien torre de' pensieri, ma le parole men che oneste de' non cauti padri aver loro prima strupatore che marito trovato.

Ma, ritornando alla folle ragion di costoro, dico che, quantunque biasimevole sia molto alle donne mostrare con le poppe il petto, non sono perciò le poppe de' membri osceni e che nascondere del tutto si deano, per ciò che, se di quegli fossono, non l'avrebbe la natura poste in così aperta e patente parte del corpo, come è il petto, anzi si sarebbe ingegnata d'occultarle, come gli altri fece; oltre a questo, le poppe sono a' sani intelletti venerabili, con ciò sia cosa che elle sieno quelle onde noi prendiamo i primi nudrimenti.

Appresso, quando i nostri primi parenti peccarono e cognobbero la ignominia loro, non nascose la nostra prima madre questa parte del corpo, anzi, sì come Adàm, fattesi copriture di frondi di fico, nascosero e occultarono quelle parti del corpo le quali costoro non si vergognano di mostrare; nè aveano i nostri parenti di cui vergognarsi, se non di Dio, che creati gli avea, e di se medesimi, dove costoro nè di Dio si vergognano nè degli uomini.

Similemente, quando i predetti di paradiso cacciati furono, i vestimenti, che da Domenedio furon lor fatti, non ricopersono le parti superiori, nè per nasconder quelle fatti furon da lui, ma per ricoprire le parti inferiori, delle quali, partita da loro per lo peccato la luce della inocenzia, essi di se medesimi si vergognavano.

E però potrebbono, in contrario, di questa loro scostumaggine dir le donne: «Quello che noi vi mostriamo non fu nella nostra prima madre ricoperto dal vestimento che Idio ne fece, dove quel che voi mostrate a noi fu ricoperto al primo padre».

È vero che, quantunque il costume de' giovani nella parte mostrata biasimevole sia e villano, non si scusa perciò la vanità delle donne, le quali d'altra parte, non potendo nascondere il fervore inestinguibile della lor concupiscenzia, con industria e arte s'ingegnano, in ciò che elle possono, di quello adoperare che possa provocare gli uomini con appetito più caldo a disiderare i loro congiugnimenti: elle si dipingono, elle si adornano, elle si azimano e con cento varietà di fogge sè ogni giorno transformano; ballano, cantano, lasciviscono con gli occhi, con gli atti e con le parole, dove dovrebbono con onestà la lor belleza in parte nascondere e rifrenare i costumi.

Di che assai manifestamente si può racogliere che, dove questo vizio solo si vince fuggendolo, per esser vinti da lui i giovani e le donne il destano, il chiamano e, se egli non volesse venire, il tirano: non contenti solamente a' portamenti, ma con gli odori arabici, con le cortecce, con le polveri, con le radici e co' liquori orientali, co' vini e con le vivande e con le morbideze con gli ozi e con altre cose assai lo sforzano, mostrandosi, in lor danno e in lor vergogna, assai mal grati della liberalità dalla natura usata verso di loro.

E così miseramente nella lussuria, abominevole vizio, pervegnamo, la quale, scelleratamente seguita, ne trae della mente la notizia di Dio e contro all'amor del prossimo ne sospigne ad operare, togliendoci ancora di noi medesimi e delle nostre cose la debita sollicitudine, sì come colei il cui essercizio diminuisce il cerebro, evacua l'ossa, guasta lo stomaco, caccia la memoria, ingrossa lo 'ngegno, debilita il vedere e ogni corporal forza quasi a niente riduce; ella è morte de' giovani e amica delle femine, madre di bugie, nemica d'onestà, guastamento di fede, conforto di vizi, ostello di lordura, lusinghevole male, e abominazione e vituperio de' vecchi.

Alla cui troppa licenzia reprimere nostro Signore primieramente instituì il matrimonio, nel quale, non dando più che una moglie ad Adàm nè ad Eva più che un marito, mostrò di volere che uno fosse contento d'una, e una d'uno; il che poi nella legge data a Moisè espressamente comandò, ogni altro umano congiugnimento vietando.

E, non bastando questo, per onestare il matrimonio e ristrignere la presunzion nostra nel vizio, avendo già da sè l'onestà publica separate da così fatti congiugnimenti le madri e le figliuole, e similemente i padri e' figliuoli, e gli adultèri essendo stati proibiti, da questi congiugnimenti medesimi tolsero le leggi i fratelli e le sorelle, e poi, più avanti stendendosi, ancora ne tolsero assai, cioè quegli li quali o per consanguinità o per affinità parevano assai propinqui, i gradi con diligente dimostrazion distinguendo, e con queste segregando ancora le vergini, e gli uomini ancora e le femine le quali a' divini servigi avessero sacrate le nostre leggi.

Dalle quali cose assai manifestamente si può comprendere, quantunque in questa colpa caggendo per incontenenza molto s'offenda Idio, secondo la varietà delle persone divenire il peccato più e men grave: e perciò è da sapere esser molte le spezie di questo peccato, ma, tra le molte, di cinque almeno farsi nelle leggi singular menzione, delle quali acciò che per ignoranza non si transvada, credo esser utile quelle distintamente mostrare.

Commettesi adunque questo vizio carnale tra soluto e soluta, e questa spezie ha meno di colpa che alcuna altra, e chiamasi «fornicazione»; il qual nome ella trasse dal luogo dove il più si solea anticamente commettere, cioè nelle fornici. «Fornice» è ogni volta murata, quantunque, a differenza di queste, si chiamino «testudini» quelle de' templi e de' reali palagi; e «fornici» eran chiamate propiamente quelle le quali eran fatte a sostentamento de' gradi de' teatri; a' quali teatri per ciò che la moltitudine degli uomini anticamente si ragunava i dì solenni a vedere i giuochi, li quali in essi si faceano, prendevano in queste fornici le femine volgari loro stanza a dare opera al loro disonesto servigio con quegli a' quali piaceva; e così da quello luogo questa spezie di colpa trasse questo nome, cioè «fornicazione».

Commettesi ancora questo vizio tra soluto e soluta vergine, e questa spezie si chiama «stupro»: ed ebbe questo vocabolo origine da «stupore», in quanto, quando prese l'uso, non solamente in vergine si commettea, ma in vergine vestale, le quali vergini Vestali furono sacratissime appo i Gentili e di precipua venerazione, e massimamente appo i Romani: e però pareva uno stupore che alcuno fosse di tanta presunzione che egli ardisse a violare una vergine vestale.

Oggi è questo nome declinato a qualunque vergine, e ancora quando questo medesimo vizio tra persone per consanguinità o per affinità congiunte si commette, per ciò che non meno stupore genera negli uditori aver con questa turpitudine maculata l'onestà del parentado che l'avere viziata la verginità d'alcuna; quantunque viziare alcuna vergine sia gravissimo peccato, per ciò che le si toglie quello che mai rendere non le si può, di che ella riceve grandissimo danno; e quanto il danno è maggiore, tanto è maggiore la colpa, per la quale segue il danno.

Commettesi ancora questo vizio tra obligato e soluta o tra obligato e obligata o tra soluto e obligata, e chiamasi questa spezie «adulterio»; e venne questo nome dall'effetto del vizio, cioè «adulterium: alterius ventrem terere»: cioè l'adulterio è il priemere l'altrui ventre, per ciò che in esso si prieme la possessione, la quale non è di colui che la prieme, nè similemente di colei alla quale è premuto, ma del marito di lei.

Commettesi ancora questo vizio tra uomo non sacro e femina sacra o tra uomo sacro e femina sacra o tra uomo sacro e femina non sacra: e deesi questo «sacro» intendere quella persona essere la quale ha sopra sè ordine sacro, sì come sono i cherici e le monache; e chiamasi questa spezie «incesto», il qual nome nacque anticamente dalla cintura di Venere, la quale è da' poeti chiamata «ceston».

Alla qual cosa con più evidenzia dimostrare è da sapere che, tra gli altri più ornamenti che i poeti aggiungono a Venere, è una singular cintura, chiamata «ceston», della quale scrive così Omero nella sua Iliada: «Et a pectoribus solvit ceston cingulum varium, ubi sibi voluntaria omnia ordinata erant, ubi certe amicitia atque cupido atque facundia, blanditie que furate intellectum, studiose licet scientium» etc.

E vogliono i poeti, con ciò sia cosa che a Venere paia dovere apartenere ogni congiunzione generativa, che, quando alcuni ligittime e oneste noze celebrano, Venere vada a questa congiunzione cinta di questa sua cintura detta «ceston», a dimostrazione che quegli li quali per santa legge si congiungono sieno constretti e obligati l'uno all'altro da certe cose convenientisi al matrimonio, e massimamente alla perpetuità d'esso; e per ciò che Venere similemente va a' non ligittimi congiugnimenti, dicono che, quando ella va a quelli così fatti, ella va scinta sanza portare questa sua cintura chiamata «ceston»: e quinci ogni congiunzion non ligittima chiamarono «incesto», cioè fatta sanza questo «ceston».

Ma questa generalità è stata poi ristretta a questa sola spezie, per mostrare che, quantunque l'altre sieno gravi, questa sia gravissima e che in essa fieramente s'offenda Idio, con ciò sia cosa che le persone a lui sacrate di così vituperevole vizio maculate sieno. Alcuni a questa spezie aggiungono il commettere questo peccato tra congiunti, il quale di sopra fu nominato «stupro»; e per avventura non senza sentimento s'aggiugne, per ciò che questo pare male da non potere in alcun tempo con futuro matrimonio risarcire, per ciò che, come la monaca sacrata mai maritar più non si puote, così nè tra congiunti può mai intervenire matrimonio, dove nell'altre spezie potrebbe intervenire.

Commettesi ancora questo vizio, e nell'un sesso e nell'altro, contro alla natural legge essercitando, e questo è chiamato «sogdomia», da una città antica chiamata Sogdoma, li cittadini della quale in ciò dissolutissimamente viziati furono; ma, per ciò che questa spezie ha molto più di graveza e di offesa che alcuna delle predette, non dimostra l'autore che in questo cerchio si punisca, anzi si punisce troppo più giù, come si vedrà nel canto XV del presente libro.

È il vero che, quantunque in queste spezie si distingua questo vizio e che l'una meriti molto maggior pena che l'altra, non apare però nel supplicio attribuito a' lussuriosi l'autore punirne una più gravemente che un'altra; ma noi dobbiamo credere, quantunque distinte non sieno le pene, quella, che egli attribuisce a tutte, dovere più amaramente priemere coloro che più gravemente hanno commesso.

Ma, deducendoci da queste più generali dimostrazioni a quelle che più particulari sono, dico che, per ciò che il peccato della carne è naturale, quantunque abominevole e dannevole sia e cagione di molti mali, nondimeno, per la oportunità di quello e perchè pur talvolta se n'aumenta la generazione umana, pare che meno che gli altri tutti offenda Idio; e per questo nel secondo cerchio dello 'nferno, il quale è più dal centro della terra che alcuno altro rimoto e più vicino a Dio, vuole l'autore questo peccato esser punito.

L'origine del quale, secondo che di sopra è mostrato, par che sia nell'attitudine a questa colpa datane da' cieli; la quale parrebbe ne dovesse da questo scusare, se data non ci fosse stata la ragione, la quale ne dimostra quel che far dobbiamo e quel che fuggire, e, oltre a ciò, il libero albitrio, nel quale è podestà di seguire qual più gli piace.

E quantunque questa attitudine n'abbia a rendere inchinevoli a ricever le forme piaciute e quelle disiderare e amare, nondimeno, se 'l calor naturale ed eziandio l'accidentale non accendessero e, accendendo, confortassono l'appetito concupiscibile, desto dalle cose piaciute e inchinato dall'attitudine, non è da dubitare che la concupiscenzia indebolirebbe e leggiermente si risolverebbe, secondo che la sentenzia di Terrenzio par che voglia, là dove dice: «Sine Cerere et Bacho friget Venus».

Pare adunque questo caldo aumentativo dello scellerato appetito dalla divina giustizia esser punito e represso dalla frigidità del vento di sopra detto, dalla giustizia mandato in pena di coloro che in questa colpa transvanno, sì come cosa che è per la sua frigidità contraria al caldo, il quale conforta questo abominevole appetito; e che ogni vento sia freddo assai bene si può comprendere da ciò, che generalmente ogni cosa causata suole esser simile a quella cosa la quale la causa: e il vento è causato da nuvola frigidissima e perciò di sua natura sarà il vento frigido.

Oltre a questo, e le cose inducenti all'atto libidinoso e la libidine, considerata la qualità di questo vento, oltre alla freddeza, sono ottimamente da lui punite. Viensi a questo miserabile essercizio, avendone il fervore impetuoso sospinti a dover dare opera al disonesto disiderio, per molte vigilie, per molto perdimento di tempo, per molto dispendio e per molte fatiche tutte dannose e da vituperare; le quali se alcuna volta il disiderante conducono al pestifero effetto, non si contenta nè si finisce il suo disiderio d'aver copia di veder la cosa amata, d'aver copia di parlarle, d'aver copia d'abracciarla e di basciarla, se, tutti i vestimenti rimoti, con quella ignudo non si congiugne, acciò che possa ogni parte del corpo toccare, con ogni parte essere tocco e strignersi e della morbideza di quello miseramente consolarsi, mostrando, per questo, l'ultimo e maggiore diletto di così miserabile appetito stare nelle congiunzioni corporali, ogni mezzo rimosso.

Le quali due detestabili operazioni punisce la divina giustizia similemente per congiunzione; ma non uniforme l'una all'altra punisce: per ciò che, dove la predetta fu molto disiderata e molto dilettevole a' corpi, così questa è odiata e, s'elle potesser, fuggita dalle dannate anime. È adunque la bufera nel testo dimostrata impetuosissima; e quanto per pervenire al peccato i pensieri del cuore e i movimenti del corpo con fatica s'essercitarono, cotanto nello eterno supplicio loro gira e ravolge e transporta; e, oltre a ciò, in quella cosa che fu più disiderata da loro e che maggior piacere prestò a' disonesti congiugnimenti, in quella medesima dolorosamente gli affligge, in tanto che essi molto più disiderano di mai non toccarsi, che di toccarsi non disideraron peccando.

E la cagione è manifesta: per ciò che l'impeto di questa bufera, il quale in qua e in là e di giù e di su gli trasporta, con tanta forza l'un nell'altro riscontrandosi percuote che il diletto da loro auto nel congiugnersi insieme fu niente a comparazione della pena la quale in inferno hanno nel riscontrarsi; e però, come già molto, vivendo, di congiugnersi disiderarono, così, morti e dannati, disiderano, sanza pro, di mai non iscontrarsi. Le quali cose se bene si considereranno, assai bene si vedrà l'autore far corrispondersi col peccato la pena.

VI

ESPOSIZIONE LITTERALE

1-6

[1-3] «Al tornar della mente che si chiuse» etc. Come ne' precedenti canti ha fatto, così in questo si continua l'autore alle cose dette. Egli, nella fine del precedente canto, mostra come per compassione auta di madonna Francesca e di Polo da Rimino cadesse, e da quel cadimento, nel principio di questo, essere tornato in sè e ritrovarsi nel terzo cerchio dello 'nferno. E fa in questo canto l'autore cinque cose: nella prima discrive la qualità del luogo; nella seconda dice quello che Cerbero dimonio facesse, vedendogli, e come da Virgilio chetato fosse; nella terza pone come trovasse un fiorentino e che da lui sapesse qual peccato quivi si puniva, e altre cose più, domandandone esso autore; nella quarta, passando più avanti, muove l'autore un dubbio a Virgilio e Virgilio gliele solve; nella quinta dimostra l'autore dove pervenissero. La seconda comincia quivi: «Quando ci scorse»; la terza quivi: «Noi passavamo», la quarta quivi: «Sì trapassammo»; la quinta quivi: «Noi agirammo».

Discrive adunque l'autore nella prima parte di questo canto la qualità del luogo, dicendo: Al tornar della mente, mia, <che>, la quale per compassione, si chiuse, come nella fine del precedente canto è mostrato, Dinanzi alla pietà de' due cognati, di madonna Francesca e di Polo, Che di tristizia tutto mi confuse, la compassione avuta della loro misera fortuna; [4-6] Nuovi tormenti, non quegli li quali nel secondo cerchio aveva veduti, ma altri, li quali dice «nuovi» quanto a sè, che mai più veduti non gli avea; e nuovi tormentati, altri che quegli che di sopra veduti avea, Mi veggio intorno, come ch'io mi muova, a destra o a sinistra, E ch'io mi volga, in questa parte o in quella, <e> come ch'io mi guati.

7-12

[7-9] Io sono al terzo cerchio della piova; la qual piova è Eterna, non vien mai meno; maladetta, in quanto è mandata dalla divina giustizia per perpetuo supplicio di coloro a' quali adosso cade; fredda, e per tanto è più noiosa; e greve, cioè ponderosa, per più affliggere coloro a' quali adosso cade. Regola e qualità mai non l'è nova, sempre cade d'un modo. [10-12] E poi discrive qual sia la qualità di questa piova, dicendo: Grandine grossa ed acqua tinta e neve. Come che queste tre cose, causate da' vapori caldi e umidi e da aere freddo, nell'aere si generino, nondimeno per effetto della divina giustizia in quello luogo caggiono, in tormento e in pena di quegli che in questo terzo cerchio puniti sono; e però dice: Per l'aere tenebroso si riversa; e, oltre a ciò, Pute la terra che questo riceve, cioè queste tre cose.

13-18

[13-15] Cerbero, fiera crudele e diversa. Fingono i poeti questo Cerbero essere stato un cane ferocissimo, il quale essendo di Plutone, idio dello 'nferno, dicevano Plutone lui aver posto alla porta dello 'nferno, acciò che quindi alcuno uscir non lasciasse, come che l'autore qui il ponga a tormentare i peccatori che in questo terzo cerchio sono, discrivendo la qualità della forma sua, dicendo: Con tre gole, per ciò che tre capi avea, caninamente latra; e in questo atto dimostra lui essere cane, come i poeti il discrivono; Sopra la gente che quivi è sommersa, sotto la grandine e l'acqua e la neve. [16-18] Gli occhi ha vermigli, questo Cerbero, e la barba unta ed atra, cioè nera. E 'l ventre largo, da poter, mangiando, assai cose riporre, e unghiate le mani, per poter prendere e arrappare; Graffia gli spiriti, con quelle unghie, e ingoia, divorandogli, e squatra, graffiandogli.

19-21

Urlar: questo è propio de' lupi, come che e' cani ancora urlino spesso; gli fa la pioggia, la qual continuamente cade loro addosso, come cani. Dell'un de' lati fanno all'altro schermo, questi spiriti dannati; Volgonsi spesso, mostrando in questo che gravemente gli offenda la pioggia; e perciò, come alquanto hanno dall'un lato ricevutola, così si volgon dall'altro, infino a tanto che alcun mitigamento prendano in quella parte che offesa è stata dalla pioggia, i miseri profani. «Profano» propiamente si chiama quello luogo il quale alcuna volta fu sacro, poi è ridotto all'uso comune d'ogni uomo, sì come alcun luogo nel quale già è stata alcuna chiesa, o tempio, la qual, mentre vi fu, fu sacro luogo, poi per alcuno acconcio comune, transmutata la chiesa in altra parte, è il luogo rimaso comune e chiamasi «profano»; così si può dire, degli spiriti dannati, essere stati alcuna volta sacri, mentre seguirono la via della verità, per ciò che, mentre questo fecero, era con loro la grazia dello Spirito santo; ma, poi che, abandonata la via della verità, seguirono le malvagità e le nequizie, per le quali dannati sono, partita da loro la grazia dello Spirito santo, sono rimasi profani.

22-24

«Quando ci scorse». Comincia la seconda parte del presente canto, nella quale, sì come ne' superiori cerchi è adivenuto all'autore d'essere stato con alcuna parola spaventato da' diavoli presedenti a' cerchi, ne' quali disceso è, così qui similemente mostra Cerbero averlo voluto spaventare; e questo, con quello atto che generalmente sogliono fare i cani, quando uomo o altro animale vogliono spaventare: inanzi ad ogni altra cosa gli mostrano i denti.

Il che aver fatto Cerbero verso Virgilio e verso lui dimostra qui l'autore, dicendo: Quando ci scorse, cioè ci vide venire, Cerbero, il gran vermo. Pone l'autore questo nome a Cerbero di «vermo» dal luogo dove il truova, cioè sotterra, per ciò che i più di quegli animali, li quali sotterra stanno, sono chiamati «vermini»; Le bocche: per ciò dice «le bocche», perchè tre bocche avea questo Cerbero, come di sopra è dimostrato; aperse e mostrocci le sanne, cioè i denti. Non avea membro che tenesse fermo: il che può muovere da impetuoso desiderio di nuocere e da altro.

25-27

E 'l duca mio, veduto quello che Cerbero facea, distese le sue spanne, cioè aperse le sue mani, a guisa che fa colui che alcuna cosa con la grandeza della mano misura; Prese la terra, e con piene le pugna: come la mano aperta si chiama «spanna», così, chiusa, «pugno»; La gittò dentro alle bramose canne: dice «canne», per ciò che eran tre, come di sopra è mostrato.

28-33

E, appresso questo, per una comparazione ottimamente convenientesi al comparato, dimostra quel dimonio essersi acquetato, e dice: Qual è quel cane ch'abbaiando, cioè latrando, agugna. «Agognare» è propiamente quel disiderare il quale alcun dimostra veggendo ad alcuno altro mangiare alcuna cosa, quantunque s'usi, in qualunque cosa l'uom vede, con aspettazione disiderare; ed è questo atto propio de' cani, li quali davanti altrui stanno quando altri mangia. E si racqueta, sanza più abbaiare, poi che 'l pasto morde, cioè quello che gittato gli è da mangiare, Che solo a divorarlo intende e pugna; Cotai si fecer, cioè così quiete, quelle facce lorde, brutte di Cerbero, che eran tre, Dello demonio Cerbero, che 'ntrona, latrando, L'anime, in quel cerchio dannate, sì ch'esser vorrebber sorde, acciò che udire nol potessero.

Questo luogo è tutto preso da Virgilio, di là dove egli nel sesto dell'Eneida scrive:

Cerberus hec ingens latratu regna trifauci
personat, adverso recubans immanis in antro.
Cui vates, horrere videns iam colla colubris,
melle soporatam et medicatis frugibus offam
obicit: ille fame rabida tria guttura pandens,
corripit obiectam, atque immania terga resolvit
fusus humi totoque ingens extenditur antro etc.

34-36

«Noi passavamo». Qui comincia la terza parte di questo canto, nella quale l'autore truova un fiorentino, il quale gli dice qual peccato in questo terzo cerchio si punisca, e, oltre a ciò, d'alcune cose adomandato da lui, il dichiara. Dice adunque: Noi passavam, Virgilio ed io, su per l'ombre ch'addona, cioè prieme e macera, La greve pioggia, la quale in quel luogo era, come di sopra è mostrato, e ponavam le piante, de' piedi, Sopra lor vanità, che par persona.

Altra volta è detto gli spiriti non avere corpo ed essere agli occhi nostri invisibili, ma in questa opera tutti li mostra l'autore essere corporei, imitando Virgilio, il quale nel VI dell'Eneida fa il simigliante; e questo fa, acciò che più leggiermente inteso sia, figurando essere corporee le cose che incorporee sono, e i loro supplìci: la qual cosa non si potrebbe far tanto che bastevole fosse, se questa maniera non tenesse. Nondimeno mostra, quantunque in aparenza corpi paiano, non essere in essistenza, dicendo «lor vanità che par persona», e non è: il che come adivenga, pienamente si mosterrà nel canto XXV del Purgatorio, dove questa materia si tratta.

37-39

Elle, cioè quell'anime, giacean per terra tutte quante, Fuor d'una ch'a seder si levò, sì che apare che anche questa una giacea come l'altre, ratto, cioè tosto, Ch'ella ci vide passarsi davante.

40-42

E disse così: O tu, che se' per questo inferno tratto, cioè menato, Mi disse, riconoscimi, se sai, quasi volesse dire: «Guatami, e vedi se tu mi riconosci, per ciò che tu mi dovresti riconoscere»; e la ragione è questa, che Tu fosti prima fatto, cioè creato e nato, ch'io disfatto, cioè che io morissi, per ciò che nella morte questa composizione che noi chiamiamo «uomo» si disfa per lo partimento dell'anima; e così nè ella, che se ne va, nè il corpo, che rimane, è più uomo. E veramente nacque l'autore molti anni avanti che costui morisse, e fu suo dimestico, quantunque di costumi fossero strani.

43-48

Ed i' a lei, cioè a quella anima: l'angoscia, che tu hai, dal tormento nel quale tu se', Forse è la cagione la quale ti tira fuor della mia mente, cioè del mio ricordo; e tiratene fuor Sì che non par ch'i' ti vedessi mai. Ma, poichè io non me ne ricordo, dimmi chi tu se', che 'n sì dolente Luogo se' messo, come questo è, e a sì fatta pena, come è questa, la quale è tale Che s'altra è maggio, cioè maggiore, nulla è sì spiacente.

49-51

Ed egli a me rispuose così: la tua città, cioè Firenze, della quale tu se', ch'è piena D'invidia, ed ènne piena sì che già trabocca il sacco, quasi voglia dire: «Ella n'è sì piena, che ella non la può dentro a sè tenere: per la gran quantità conviene che si versi di fuori, cioè si pervenga agli effetti, li quali dalla invidia procedono».

E questo dice costui, per ciò che tra l'altre invidie, che in Firenze erano, ve n'era una la quale gittò molto danno alla città, e massimamente a quella parte alla quale era portata: e questa era la 'nvidia la quale portava la famiglia de' Donati alla famiglia de' Cerchi; per ciò che, dove i Donati erano delle sustanze temporali anzi disagiati gentili uomini che no, vedendosi tutto dì davanti, sì come vicini in città e in contado, la famiglia de' Cerchi, li quali in quei tempi erano mercatanti grandissimi, e tutti ricchi e morbidi e vezosi, e, oltre a ciò, nel reggimento della città e nello stato potentissimi, avevano e alle riccheze e allo stato loro invidia; e aveanne tanta che, come è detto, non potendola dentro più tenere, non molto poi con dolorosi effetti la versaron fuori. Seco mi tenne, sì come cittadino, en la vita serena, cioè in questa vita mortale, la quale chiama «serena», cioè chiara, per rispetto a quella nella quale dannato dimorava.

52-54

Voi cittadini, di Firenze, mi chiamaste Ciacco. Fu costui uomo non del tutto di corte; ma, per ciò che poco avea da spendere ed erasi, come egli stesso dice, dato del tutto al vizio della gola, era morditore e le sue usanze erano sempre co' gentili uomini e ricchi, e massimamente con quelli che splendidamente e dilicatamente mangiavano e beveano, da' quali se chiamato era a mangiare, v'andava, e similmente, se invitato non era, esso medesimo s'invitava; ed era per questo vizio notissimo uomo a tutti i Fiorentini. Senza che, fuor di questo, egli era costumato uomo, secondo la sua condizione, ed eloquente e affabile e di buon sentimento; per le quali cose era assai volentieri da qualunque gentile uomo ricevuto.

Per la dannosa colpa della gola, Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco, cioè in questo tormento mi rompo. Pioveva quivi, come di sopra è detto, grandine grossa, la quale, agramente percotendogli, tutti gli rompeva; e dice che ciò gli avvenia «per la dannosa colpa della gola», nelle quali parole manifesta qual vizio in questo terzo cerchio dello 'nferno sia punito, che ancora per infino a qui aparito non era, chiamando il vizio della gola «dannosa colpa»: e questo non senza cagione, per ciò che dannosissimo vizio è, sì come più distesamente si mosterrà appresso, nella esposizione allegorica.

55-57

Ed io, anima trista, e veramente è trista l'anima di chi a sì fatta perdizion viene; non son sola, quasi voglia dire: «Non vorrei che tu credessi che io solo fossi nel mondo stato ghiotto»; per ciò Che tutte queste, le quali tu vedi in questo luogo dintorno a me, a simil pena stanno, che fo io, e Per simil colpa, cioè per lo vizio della gola; e, detto questo, più non fè parola.

58-63

I' gli risposi, cioè gli dissi: Ciacco, il tuo affanno, il quale tu sostieni per la dannosa colpa della gola, Mi pesa sì, cioè tanto, ch'a lagrimar m'invita: e mostra qui l'autore d'aver compassione di lui, acciò che egli sel faccia benivolo a dovergli rispondere di ciò che intende di domandare. E nondimeno, quantunque dica: «a lacrimar m'invita», non dice perciò che lacrimasse; volendo, per questo, mostrarne lui non essere stato di questo vizio maculato, ma pure alcuna volta essere stato da lui per appetito incitato, e perciò non piena, ma alcuna compassione in rimorsione del suo non pieno peccato ne dimostra.

E però segue: Ma dimmi, se tu sai, a che, fine, verranno I cittadin, cioè i Fiorentini, della città partita; però che in que' tempi Firenze era tutta divisa in due sètte, delle quali l'una si chiamavano Bianchi e l'altra Neri; ed era caporale della setta de' Bianchi messer Vieri de' Cerchi, e di quella de' Neri messer Corso Donati; ed era questa maladizione venuta da Pistoia, dove nata era in una medesima famiglia chiamata i Cancellieri. E dimmi S'alcun'v'è giusto, nella città partita, il quale riguardi al ben comune e non alla singularità d'alcuna setta; e dimmi la cagione, Per che l'ha tanta discordia assalita. Domandalo adunque l'autore di tre cose, alle quali Ciacco secondo l'ordine della domanda successivamente risponde.

64-66

Ed egli a me, supple: rispose alla prima: dopo lunga tencione, cioè dopo lunga riotta di parole, Verranno al sangue, cioè fedirannosi e ucciderannosi insieme.

Il che poco appresso adivenne: per ciò che, andando per la terra alcuni delle dette sètte, tutti andavano bene acompagnati e a riguardo, e così avvenne che la sera di calendimaggio MCCC, faccendosi in su la piaza di santa Trinita un gran ballo di donne, che giovani dell'una setta e dell'altra a cavallo e bene in concio sopravennero a questo ballo; e quivi primieramente cominciarono l'una parte a sospignere l'altra, e da questo vennero a sconce parole; e ultimamente, cominciatavisi una gran zuffa tra loro e lor seguaci e dalle mani venuti a' ferri, molti vi furono fediti, e tra gli altri fu fedito Ricovero di messer Ricovero de' Cerchi e fugli tagliato il naso, di che tutta la città fu sommossa ad arme. E non finì in questo il malvagio cominciamento, per ciò che, in questo medesimo anno in simili riscontri pervenuti, sanguinosamente si combatterono le dette sètte.

E la parte selvaggia, cioè la Bianca, la quale chiama «selvaggia», per ciò che messer Vieri de' Cerchi, il quale era, come detto è, capo della parte Bianca, e' suoi consorti erano tutti ricchi e agiati uomini, e per questo erano non solamente superbi e altieri, ma egli erano salvatichetti intorno a' costumi cittadineschi, per ciò che non erano acostanti all'usanze degli uomini, nè gli careggiavano, come per avventura faceva la parte avversa, la quale era più povera; Caccerà l'altra, parte. Nè si vuole intendere qui che di Firenze cacciasse la parte Bianca la Nera, come che alcuni ne fosser mandati dal Comune in essilio, perchè non avean di che pagare le condannagioni dagli uficiali del Comune fatte per li loro eccessi; ma intende l'autor qui che la parte selvaggia, cioè Bianca, caccerà la parte Nera del reggimento e dello stato del Comune, come essi fecero; e ciò avvenne con molta offensione, in quanto, oltre agli altri mali e oppressioni ricevute da' Neri, furono le condannagioni pecuniarie grandissime, tanto più gravi a' Neri che a' Bianchi, quanto aveano meno da pagare, perchè poveri erano per rispetto de' Bianchi.

67-69

Poi appresso, cioè dopo tutto questo, convien che questa, parte selvaggia, caggia, dello stato e della maggioranza: e questo avverrà Infra tre soli, cioè infra lo spazio di tre anni, per ciò che il sole circuisce tutto il zodiaco in CCCLXV dì e un quarto, li quali noi chiamiamo «uno anno», e questo medesimo spazio di tempo alcuna volta si chiama «un sole», cioè il circuito intero d'un sole.

E dice «infra tre soli», per ciò che non si compiè il terzo circuito del sole, che quello adivenne che egli qui vuol mostrare di profetezare, il che apare esser vero: per ciò che, vedendosi i Neri opprimer dalla parte Bianca, n'andò messer Corso Donati in corte di Roma a papa Bonifazio ottavo, e con più altri suoi aderenti pregarono il papa gli piacesse di muovere alcuno de' reali di Francia, il quale venisse a Firenze a doverla raconciare, poichè per messer Matteo d'Acquasparta, cardinale e legato di papa, non s'era potuta raconciare, non volendo i Bianchi ubidire al detto legato.

Per li prieghi de' quali, non avendo il papa potuto pacificare messer Vieri con messer Corso per la superbia di messer Vieri, il papa mandò in Francia al re Filippo, il quale ad instanzia del detto papa mandò di qua messer Carlo di Valois, suo fratello, il quale sotto nome di paciaro il papa mandò a Firenze. E furono tali l'opere sue che a dì IIII d'aprile MCCCII tutti i caporali di parte Bianca, richesti da messer Carlo per un trattato il quale dovean tenere contro al detto messer Carlo, non comparirono, anzi si partirono di Firenze: di che poi come ribelli condennati furono da messer Carlo, e così il reggimento della città rimase tutto nella parte Nera.

Apare dunque, come Ciacco pronostica, la parte salvaggia infra tre soli esser caduta e l'altra sormontata. Nondimeno chi questa istoria vuole pienamente sapere legga la Cronica di Giovanni Villani, per ciò che in essa distesamente si pone.

Seguita poi: e che l'altra sormonti, cioè la parte Nera, la quale sormontò, come mostrato è di sopra, Per la forza di tal, che testè piaggia. Dicesi appo i Fiorentini colui «piaggiare», il quale mostra di voler quello che egli non vuole, o di che egli non si cura che avvenga; la qual cosa vogliono alcuni in questa discordia de' Bianchi e de' Neri di Firenze aver fatta papa Bonifazio, cioè d'aver mostrata igual tenereza di ciascuna delle parti, e per dovergli porre in pace avervi mandato il cardinal d'Acquasparta e poi messer Carlo di Valois: ma ciò non essere suto vero, per ciò che l'animo tutto gli pendeva alla parte Nera. E questo era per la obbedienza mostrata in queste cose da messer Corso, dove messer Vieri era stato salvatico e duro; e per questo, sì come egli volle e occultamente adoperò, furono da messer Carlo tenuti i modi, li quali egli in queste cose tenne, come di sopra apare. E perciò l'autore dice essere stata depressa la parte Bianca ed elevata la Nera, con la forza di tale, il quale in quel tempo, cioè nel MCCC, piaggiava.

70-72

Alte terrà, nel reggimento e nello stato, lungo tempo le fronti, il quale «lungo tempo» non è ancora venuto meno; Tenendo l'altra, parte cacciata, sotto gravi pesi, sì come lo stare fuori di casa sua in essilio, Come che di ciò, che io predìco, pianghi e <che> n'adonti, cioè tu Dante; il quale, sì come altra volta è stato detto, fu della parte Bianca e con quella fu cacciato di Firenze nè mai poi ci ritornò, e perciò ne piagnea, cioè se ne dolea e adontavane, come coloro fanno alli quali pare ricever torto.

73-75

Giusti son due. Qui risponde Ciacco alla seconda domanda fatta dall'autore dove di sopra disse: «s'alcun v'è giusto»; e dice che, intra tanta moltitudine, v'ha due che son giusti. Quali questi due si sieno sarebbe grave lo 'ndovinare; nondimeno sono alcuni li quali, donde che egli sel traggano, che voglion dire essere stato l'uno l'autor medesimo e l'altro Guido Cavalcanti, il quale era d'una medesima setta con lui; ma non vi sono intesi, cioè non è alcun lor consiglio creduto.

Superbia, invidia ed avarizia sono Le tre faville c'hanno i cuori accesi. Qui risponde Ciacco alla terza domanda fatta dall'autore di sopra, dove dice: «dimmi la cagione per che l'ha tanta discordia assalita», e dice che tre vizi sono cagione della discordia: cioè superbia, la quale era grande in messer Vieri e ne' consorti suoi, per le riccheze e per lo stato il quale avevano; e per questo essendo male acostevoli a' cittadini, e dispiacendone molto, in parte si generò la discordia. [L. XXIIII]

Il secondo vizio, e cagione della discordia, dice essere stato invidia, la quale sente l'autore essere stata nella parte di messer Corso, il quale a rispetto di messer Vieri era povero cavaliere, ed era grande spenditore; per che, veggendo sè povero e messer Vieri ricco, gli portava invidia, come suole avvenire, chè sempre alle cose, le quali più felici sono stimate, è portata invidia. E, oltre a ciò, v'era la preeminenzia dello stato, al quale generalmente tutti coloro, che in istato non si vedevano, portavano invidia: dalla quale invidia, stimolante coloro li quali ella ardeva, furono aguzati gli ingegni e sospinti a trovar delle vie e de' modi per li quali la discordia s'avanzò e poi ne seguì quello che mostrato è.

Il terzo vizio dice essere l'avarizia, la quale consiste in tenere più stretto che non si conviene quello che l'uom possiede, e in disiderare più che non bisogna altrui d'avere; e così può essere stata, e nell'una parte e nell'altra, cagione di discordia: nell'una, cioè nella Bianca, della quale erano caporali i Cerchi, li quali erano tutti ricchi, e se per avventura corteseggiato avessero co' lor vicini, come non faceano, non sarebbon nate delle riotte che nacquero; e così nella parte Nera, se stati fossero contenti a quello che loro era di bisogno, non avrebbono portata invidia a' più ricchi di loro nè disiderata la discordia, per potere per quella pervenire ad occupare quello che loro non era di necessità; il che poi, rubando e scacciando, mostrarono nella partita de' loro avversari. E così questi tre vizi sono le tre faville che hanno accesi i cuori a discordia e a male adoperare.

76-84

[76-81] Qui pose fine, Ciacco, al lacrimabil suono, cioè ragionamento; e chiamalo «lacrimabile», per ciò che a molti fu dolorosissimo, e cagione di povertà e di miseria e di pianto, e tra gli altri all'autore medesimo, il quale cadde dallo stato, nel quale era, in perpetuo essilio.

Muovono alcuni in questa parte un dubbio e dicono così: che, con ciò sia cosa che singular grazia di Dio sia il prevedere le cose future, e i dannati del tutto la divina grazia aver perduta, non pare che convenientemente qui l'autore induca l'anima di Ciacco dannata a dover predire le cose, le quali scrive gli predisse.

Alla soluzione del qual dubbio par che si possa così rispondere: esser vero alcuna cosa non potersi fare, che buona sia, senza la grazia di Dio, la qual veramente i dannati hanno perduta; ma nondimeno concede Domenedio ad alcune delle sue creature nella loro creazione certe grazie, le quali esso non toglie loro, quantunque queste creature, create da lui buone, poi diventino perverse, per ciò che noi possiam manifestamente conoscere che, quantunque gli angeli, li quali per la loro superbia furono cacciati di paradiso, quantunque da lui della beatitudine privati fossero, non furon però privati della scienzia, la quale nella loro creazione avea loro conceduta: è vero che questa non fu lor lasciata in alcuno lor bene, anzi in pena e in supplicio, per ciò che, quanto più sanno, tanto più conoscono la gloria la quale per loro difetto perduta hanno e per conseguente maggiore supplicio sentono.

E così similemente crea nostro Signore l'anime nostre perfette e simiglianti a sè; e, quantunque esse per le loro malvage operazioni perdano il poter salire a' beni di vita eterna, non perdono perciò quelle dote che nella lor creazione furono lor concedute da Dio, quantunque in danno di loro siano lor lasciate da Dio. E le dote, le quali noi riceviamo da Dio, sono molte, per ciò che esso ne dona la ragione, la volontà, il libero arbitrio e danne la memoria, l'eternità e lo 'ntelletto, e in queste cose ne fa simili a sè: le quali cose, quantunque nella sua ira moiamo, in parte ne rimangono; tra le quali è quella parte della sua divinità, la quale conceduta n'ha.

E se questa rimane a' dannati, meritamente delle cose future si possono adomandare ed essi ne posson rispondere: per che non pare che l'autore inconvenientemente abbia del futuro adomandata l'anima dannata. Ma che le predette dote ne sian concedute pare che si pruovi per la divina Scrittura, nella quale si legge, quasi nel principio del Genesì: «Dixit Deus: faciamus hominem ad imaginem et similitudinem nostram». E se egli fece questo, che 'l fece, dunque abbiam noi le cose predette.

È il vero che queste cose furon concedute all'anima e non al corpo, per ciò che il corpo nostro non ha similitudine alcuna con Domenedio: per ciò che Domenedio, come altra volta è detto, non ha nè mani nè piedi nè alcuna altra cosa corporea, quantunque la divina Scrittura questi membri gli attribuisca, acciò che i nostri ingegni da dimostrata forma possan comprendere i misteri, che sotto questa forma la Scrittura intende.

Furono adunque concedute all'anima, la quale esso perciò chiamò «uomo», perchè ella è quella cosa per la quale è l'uomo, mentre ella sta congiunta col corpo. E di questi così magnifichi doni, come che tutti gli esserciti l'anima mentre viviamo, nondimeno alcuni n'essercita dopo la morte del corpo, come detto è.

Ma che la divinità ne sia conceduta e che ella nelle nostre anime sia in certe cose apare, vivendo noi, quantunque, essendo oppressa da questa gravità del corpo, rade volte e con difficultà le 'ntervenga il potere sè esser divina mostrare: nondimeno il dimostra talvolta, dormendo il corpo sobrio e ben disposto e soluto dalle cure corporali, sì come Tullio ne dimostra in libro De divinatione, in quanto, quasi alleviata, ne' sogni ne dimostra le cose future.

Qual più certa dimostrazione avrebbe alcuna viva voce fatta a Simonide poeta, volente d'una parte in un'altra navicare, che in sua salute gli fece la divinità della sua anima nel sonno vedere? Aveva il dì davanti Simonide sepellito un corpo, il quale, gittato dal mare in su il lito, aveva trovato, la cui effige gli parve, dormendo, vedere, e udire da lui: – Simonide, non salire sopra la nave, su la quale tu ti disponi d'andare, per ciò che ella perirà con quegli che su vi fieno in questo viaggio. – Per la qual cosa Simonide s'astenne; nè molti dì passarono che con certeza gli fu recitato quella nave esser perita.

Non fu similemente, non una volta, ma due dimostrato nel sonno <ad Astiage> che 'l figliuolo, il quale di Madianne, sua unica figliuola, nascerebbe, il priverebbe dello 'mperio d'Asia? parendogli la prima volta che l'orina della figliuola allagasse tutta Asia; e la seconda, che dalla parte genitale della figliuola usciva una vite, i palmiti e le frondi della quale adombravan tutta Asia. E di queste dimostrazioni si potrebbon narrare infinite, le quali per certo senza divino lume nè potrebbe conoscer l'anima nè le potrebbe mostrare.

Similmente ancora, secondo che dice Tullio nel preallegato libro, mostra l'anima molto della sua divinità, quando gravissimamente infermi e debilitati siamo: per ciò che, quanto più è il corpo debole, più pare che sia il vigor dell'anima, e massimamente in quanto, per l'essere le forze corporali diminuite, non pare che possano gravar l'anima, come quando intere sono.

E che l'anima mostri la sua divinità, vicina alla fine della vita del corpo, s'è assai volte, non dormendo, ma veghiando veduto: e sì come esso Tullio recita sè da Possidonio, famoso filosafo, avere avuto che uno chiamato Modio, morendo, aver nominati sei suoi equali, li quali disse dovere appresso di sè morire, esprimendo qual primo e qual secondo e qual terzo, e così degli altri, e ciò poi essere ordinatamente avvenuto; e un altro chiamato Calano d'India, essendo salito, nella presenza d'Alessandro, re di Macedonia, per morir volontariamente sopra il rogo, il quale prima avea fatto, e domandandolo Alessandro se egli volesse che esso alcuna cosa facesse, gli rispuose: – Io ti vedrò di qui a pochi dì. – E quindi, fatto accendere il rogo, si morì. Non istette guari che Alessandro morì in Babillonia.

E, se io ho il vero inteso, per ciò che in que' tempi io non era, io odo che in questa città avvenne a molti nell'anno pestifero del MCCCXXXX che, essendo soprapresi gli uomini dalla pestilenzia e vicini alla morte, ne furon più e più li quali de' loro amici, chi uno e chi due e chi più ne chiamò, dicendo: – Vienne tale e tale; – de' quali chiamati e nominati, assai, secondo l'ordine tenuto dal chiamatore, s'eran morti e andatine appresso al chiamatore.

Per la qual cosa assai apare nell'anime nostre essere alcuna divinità e quella essere molto noiata dagli impedimenti corporali, e nondimeno, come detto è, pur talvolta in alcuno atto mostrarla; e però, se questo avviene essendo esse ne' corpi legate, che dobbiam noi estimare che esse debbano intorno a questa loro divinità dover potere adoperare, quando del tutto da' corpi libere sono? Non è dubbio che molto più la debban poter dimostrare. E perciò non pare inconveniente l'autore aver domandata l'anima dannata, come altra volta è stato detto, delle cose future, nè essa averne risposto, come coloro, che il dubbio moveano, volevan mostrare.

È il vero che il credere che alcuna anima dannata usasse questa divinità in alcuna sua consolazione credo sarebbe contro alla verità; ma dobbiamo credere che, se per virtù di questa divinità essa prevede alcuna felicità d'alcuno, questo essere ad acrescimento della sua miseria, e così il prevedere gli infortuni, li quali afflizione e noia gli debbono agiugnere.

Ed io a lui, cioè a Ciacco, dissi: ancor, oltre a ciò che detto m'hai, vo' che m'insegni, cioè dimostri, E che di più parlar mi facci dono, dicendomi: Farinata, degli Uberti, e Teghiaio, Aldobrandi, che fur sì degni, d'onore, quanto è al giudicio de' volgari, li quali sempre secondo l'aparenza delle cose esteriori giudicano, senza guardare quello onde si muovono, o che importino; Iacopo Rusticucci, Arrigo, Giandonati, il Mosca, de' Lamberti. Furono questi cinque onorevoli e famosi cavalieri e cittadini di Firenze; e, perchè li loro nomi paion degni di fama, di loro in singularità domanda l'autore, domandando poi in generalità degli altri.

E gli altri, nostri cittadini, ch'a ben far, corteseggiando e onorando altrui, non a ben fare secondo Idio, poser gl'ingegni, cioè ogni loro avvedimento e sollicitudine, [82-84] Dimmi, se tu il sai, ove sono, se son qui con teco o se sono in altra parte, e fa' ch'io gli conosca; quasi voglia dire: «lo non gli riconoscerei veggendogli, se non come io non riconosceva te, tanto il brutto tormento, nel quale se', gli dee aver trasformati». Chè gran disio mi strigne di sapere Se 'l ciel gli adolcia, cioè con dolceza consola, o lo 'nferno gli attosca, cioè riempie d'amaritudine e di tormento.

85-87

E quegli, supple: rispose: ei son, coloro de' quali tu mi domandi, tra l'anime più nere. Creò Domenedio il Lucifero splendido, chiaro e bello più che altra creatura, ma egli, per superbia peccando, divenne oscuro e tenebroso: e così, producendo noi puri e perfetti, infino a tanto che noi non pecchiamo, nella chiarità della purità dimoriamo; ma, tantosto che noi pecchiamo, incomincia, partitasi la purità, quella chiarità, che avavamo, a divenire oscura e, quanto più pecchiamo, in maggiore oscurità divegnamo.

E quinci dice Ciacco coloro, de' quali l'autore domanda, essere «tra l'anime più nere», cioè più oscure; e soggiugne la cagione, dicendo: Diverse colpe giù gli grava al fondo. E dice «diverse colpe», per ciò che per lo disonesto peccato della sogdomia Teghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci son puniti dentro alla città di Dite, nel canto XVI di questo libro, Farinata per eresia nel VIIII canto, e 'l Mosca, perchè fu scismatico, nel canto <XXVIII>: li quali peccati, perchè sono più gravi assai, come si dimosterrà, che non è la gola, gli agrava e fa andare più giuso verso il fondo dello 'nferno. Se tanto scendi, quanto essi son giuso, gli potrai vedere.

88-90

Ma quando tu sarai nel dolce mondo. Possiam da queste parole comprendere quanta sia l'amaritudine delle pene infernali, quando questa anima chiama questo mondo «dolce», nel quale non è cosa alcuna altro che piena d'angoscia, di tristizia e di miseria. Priego ch'alla mente altrui mi rechi, cioè mi ritorni. E qui ancora per queste parole possiam comprendere quanta sia la dolceza della fama, la quale, quantunque alcun bene non potesse adoperare in costui, nondimeno non l'ha potuta, per tormento che egli abbia, dimenticare, nè eziandio lasciare, che egli non adomandasse che l'autore di lui, tornato di qua, ragionasse e rivocasselo nella memoria alle genti. Più non ti dico, cioè d'altro non ti priego, e più non ti rispondo, alle cose delle quali domandato m'hai.

91-93

Li diritti occhi, co' quali infino a quel punto riguardato avea l'autore, torse allora in biechi, come dette ebbe queste parole; e dice «in biechi», quasi: in guerci; Guardommi un poco: atto è di coloro li quali, constretti da alcuna necessità, più non aspettan di vedere coloro che davanti gli sono; e poi chinò la testa. Cadde con essa, a par degli altri ciechi, cioè de' dannati a quella medesima pena che era dannato esso; e cognominagli «ciechi», per ciò che perduto hanno il vedere intellettuale, col quale i beati veggono la presenza di Dio.

94-96

E 'l duca disse a me, poi che Ciacco fu ricaduto: più non si desta, cioè non si rileva più; e così pare che, tra l'altre pene che i gulosi hanno, abbiano ancora che qual si leva o parla, per alcuna cagione, come ricaduto è, più di qui al dì del giudicio non si possa levare nè parlare; Di qua dal suon dell'angelica tromba, cioè di qua dal dì del giudicio, quando uno agnolo mandato da Dio verrà e con altissima voce, quasi sia una tromba, e' dirà: «Surgite, mortui, et venite ad iudicium».

Quando vedrà, ed egli e gli altri dannati, la nimica podesta, cioè Cristo, in cui il Padre ha commessa ogni podestà: e non vedranno i dannati Cristo nella maiestà divina, per ciò che sentirebbono la gloria de' beati, ma il vedranno nella sua umanità, e parrà loro lui essere turbato verso di loro, come contra nimici. Ma ciò non fia vero, per ciò che il giusto giudice, come sarà ed è Cristo, non si commuove contro a colui il quale ha offeso, per ciò che, se egli facesse questo, parrebbe che egli animosamente venisse alla sentenzia: ma questo è il costume di coloro che hanno offeso, che, come sentono dire cosa che gli trafigga, così si turbano; e come sono turbati essi, così par loro che sia turbato colui che meritamente gli riprende.

97-99

E seguisce al suon dell'angelica tromba che Ciascun rivederà la trista tomba. Dice «rivedrà» risurgendo, e chiamala «trista tomba», cioè sventurata sepoltura, in quanto ella è stata guardatrice di ceneri, le quali deono risurgere a perpetuo tormento. Ripiglierà sua carne e sua figura, e questo non per lor forza, ma per divina potenzia: sarà loro in questo cortese non per lor bene o consolazione, ma acciò che il corpo, il quale fu istrumento dell'anima a commettere le colpe per le quali è dannata, sostenga insieme con quella tormento.

E, ripreso il corpo, ciascuno Udirà quel ch'in eterno rimbomba, cioè risuona, e pone il presente per lo futuro; e questo sarà la sentenzia di Dio, nella quale Cristo dirà a' dannati: «Ite, maledicti, in ignem eternum» etc., le quali parole in eterno non caderanno della mente loro.

100-102

«Sì trapassammo». Qui comincia la quarta parte del presente canto, nella quale l'autore muove un dubbio a Virgilio e scrive la soluzion di quello. Dice adunque: , cioè così ragionando, trapassammo, lasciato Ciacco, per soza mistura Dell'ombre e della pioggia, la quale, essendo, come di sopra è detto, da se medesima soza, più soza ancora diveniva per la terra, la qual putiva, ricevendo la pioggia; a passi lenti, forse per lo ragionare, o per lo luogo che non pativa che molto prestamente vi si potesse andare per uom vivo; Toccando un poco la vita futura, cioè ragionando della futura vita: e questo mostra fosse intorno alla resurrezione de' corpi, sì per le parole passate e sì ancora per quello che apare nel dubbio mosso dall'autore.

103-105

Per ch'io dissi: maestro, continuandomi a quello che della futura vita ragionavamo, esti tormenti, li quali io veggio in queste anime dannate, Cresceranno ei dopo la gran sentenza, data da Dio nell'ultimo e universal giudicio, O fien minori, che al presente sieno, o saran sì cocenti, come sono al presente?

106-108

Ed egli a me, supple: rispuose: ritorna a tua scienza, alla filosofia, Che vuol, quanto la cosa è più perfetta, Più senta il bene e così la doglienza. E questo ci è tutto il dì manifesto, per ciò che noi veggiamo in un giovane sano e ben disposto parergli le buone cose piacevoli e saporite, dove ad uno infermo, nel quale è molta meno perfezion che nel sano, parranno amare e spiacevoli; vedrem similemente un giovane sano con gravissima doglia sentire ogni piccola puntura, dove un gravemente malato appena sente le tagliature e gli incendi molte volte fattigli nella persona: e così adunque, sì come seguita, dobbiam credere dovere avvenire a' dannati, quando i corpi avranno riavuti, in quanto avrà il tormento in che farsi più sentire.

109-111

Tutto, cioè avvegna, che questa gente maladetta, cioè i dannati, In vera perfezion: «perfezione» è un nome il quale sempre suona in bene e in aumento della cosa, la quale di non perfetta divien perfetta; e, per ciò che ne' dannati non può perfezione essere alcuna, e per questo per riavere i corpi non saranno più perfetti, ma più tosto diminuiti, dice l'autore: «in vera perfezion» giammai non vada. Andrà adunque non in perfezione, ma in alcuna similitudine di perfezione, in quanto riavranno i corpi così come gli riavranno i beati; ma i beati gli riavranno in aumento di gloria, dove i dannati gli riavranno in aumento di tormento e di pena, la quale è diminuzione di perfezione. Di là, cioè dalla sentenzia di Dio, più che di qua, dalla detta sentenzia, essere aspetta, in maggior pena; cioè aspetta, dopo i corpi riavuti, molta maggior pena che essi non hanno o avranno infino al dì che i corpi riprenderanno.

112-115

«Noi agirammo». Qui comincia la quinta e ultima parte del presente canto, nella quale l'autor mostra dove pervenissero; e dice: Noi agirammo a tondo quella strada; e dice «a tondo», per ciò che ritondo è quello luogo, come molte volte è stato detto; Parlando più assai ch'io non ridico, pure intorno alla vita futura; Venimmo al punto, cioè al luogo, dove si digrada, per discendere nel quarto cerchio dello 'nferno. Quivi trovammo Pluto, il gran nimico, cioè il gran dimonio.

Il qual Pluto chi egli sia raconteremo nel canto seguente. Nondimeno il chiama qui l'autore avvedutamente «il gran nimico», in quanto, come appresso si dirà, esso significa le riccheze terrene, le quali in tanto sono a' mortali grandissime nimiche, in quanto impediscono il possessor di quelle a dover potere intrare in paradiso, dicendo Cristo nell'Evangelio essere più malagevol cosa ad un ricco entrare in paradiso che ad uno camelo entrare per la cruna dell'ago.

Le quali parole, più chiaramente che il testo non suona esponendo, secondo che ad alcuni dottori piace, si deono intendere così: cioè essere in Ierusalèm stata una porta chiamata «Cruna d'ago», sì piccola che, senza scaricare della sua soma, il camelo entrar non vi potea, ma, scaricato, v'entrava; e così, moralmente esponendo, è di necessità al ricco, cioè all'abondante di qualunque sustanza, ma in singularità delle riccheze male acquistate, di porre la soma di quelle giuso, se entrare vogliono in paradiso, la entrata del quale è strettissima.

Se adunque esse impediscono il nostro entrare in tanta beatitudine, meritamente dir si possono grandissime nostre nimiche etc.

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

[L. XXV]

«Al tornar della mente che si chiuse» etc. Nel principio di questo canto l'autore, sì come di sopra ha fatto negli altri, così si continua alle cose seguenti. Mostrògli nel precedente canto la ragione come i lussuriosi, li quali nell'ira di Dio muoiono, sieno dalla divina giustizia puniti; e per ciò che la colpa della gola è più grave che il peccato della lussuria, in quanto la gola è cagione della lussuria, e non e converso, gli dimostra in questo terzo cerchio la ragione come il giudicio di Dio con eterno supplicio punisca i gulosi. A detestazion de' quali, e acciò che più agevolmente si comprenda quello che sotto la corteccia litterale è nascoso, alquanto più di lontano cominceremo.

Creò il nostro Signore il mondo e ogni creatura che in quello è; e, separate l'acque e quelle, oltre all'universal fonte, per molti fiumi su per la terra divise, e prodotti gli alberi fruttiferi, l'erbe e gli animali, e di quegli riempiute l'acque, l'aere e le selve, tanto fu cortese a' nostri primi parenti, che, non ostante che contro al suo comandamento avessero adoperato ed esso per quello gli avesse di paradiso cacciati, tutte le sopradette cose da lui prodotte sottomise alli lor piedi, sì come dice il Salmista: «Omnia subiecisti pedibus eius, oves et boves et universa pecora campi et volucres celi et pisces maris, qui perambulant semitas maris»; e, come queste, così molto maggiormente i frutti prodotti dalla terra, di sua spontanea volontà germinante.

Per la qual cosa con assai leggier fatica, sì come per molti si crede, per molti secoli si nutricò e visse inocua l'umana generazione dopo 'l diluvio universale; i cibi della quale furono le ghiandi, il sapor delle quali era a' rozi popoli non men soave al gusto che oggi sia a' gulosi di qualunque più morbido pane, le mele salvatiche, le castagne, i fichi, le noci e mille spezie di frutti, de' quali così come spontanei producitori erano gli alberi, così similemente liberalissimi donatori; erano, oltre a ciò, le radici dell'erbe <e> l'erbe medesime piene d'infiniti, salutevoli non men che dilettevoli, sapori. E le domestiche greggi delle pecore, delle capre, de' buoi prestavan loro abondevolmente latte, carne, vestimenti e calzamenti, senza alcun servigio di beccaro, di sarto o di calzolaio; oltre a ciò, l'api, sollicito animale, senza alcuna ingiuria riceverne, amministravano a quegli i fiari pieni di mèle.

E la loro naturale, più tosto che provocata, sete saziavano le chiare fonti e' ruscelletti argentei e gli abondantissimi fiumi; e a queste prime genti le recenti ombre de' pini, delle querce, degli olmi e degli altri àrbori temperavano i calori estivi, e i grandissimi fuochi toglievan via la noia de' ghiacci, delle brine, delle nevi e de' freddi tempi; le spelunche de' monti, dalle mani della natura fabricate, da' venti impetuosi e dalle piove gli difendeano e sola la serenità del cielo o i fioriti e verdeggianti prati dilettavan gli occhi loro.

Niun pensiero di guerra, di navicazione, di mercatantia o d'arte gli stimolava; ciascuno era contento in quel luogo finir la vita, dove cominciata l'avea. Niuno ornamento appetivano, niuna quistione aveano, nè era tra loro bomere, nè falce, nè coltello, nè lancia; i loro essercizi erano intorno a' giuochi pastorali o in conservar le greggi, delle quali alcun commodo si vedeano.

Era in que' tempi la pudicizia delle femine salva e onorata, la vita in ciascuna sua parte sobria e temperata e, senza alcuno aiuto di medico o di medicina, sana, l'età de' giovani robusta e solida, e la vecchieza de' lor maggiori venerabile e riposata. Non si sapeva che invidia si fosse, non avarizia, non malizia o falsità alcuna, ma santa e imaculata semplicità ne' petti di tutti abitava: per che meritamente, secondo che i poeti questa età discrivono, «aurea» si potea chiamare.

Ma, poi che, per subgestion diabolica, sì come io credo, cominciò tacitamente ne' cuori d'alcuni ad entrare l'ambizione e quinci il disiderio di trascendere a più esquisita vita, venne Cerere, la quale appo Eleusia e in Cicilia prima mostrò il lavorio della terra, il ricogliere il grano e fare il pane; Baco recò d'India il mescolare il vino col mèle e fare i beveraggi più dilicati che l'usato; e con appetito, non sobrio come il passato, furono cominciate a gustare le cortecce degli alberi indiani, le radici e' sughi di certe piante, e quelle a mescolare insieme, e a confondere nel mèle i sapori naturali e a trovare gli accidentali con industria: furono incontanente avute in dispregio le ghiandi.

Similmente, avendo alcuni, in lor danno divenuti ingegnosi, trovato modo di tirare in terra con reti i gran pesci del mare e di ritenere ne' boschi le fiere e ancora d'ingannare gli uccelli del cielo, furono da parte lasciati i lacciuoli e gli ami, e la terra, riposatasi lungamente, cominciata a fendere, e 'l mare a solcar da' navili e portare d'un luogo in un altro e recare i viziosi princìpi.

Si mutaron con gli essercizi gli animi: e già in gran parte, sì come più atta a ciò, Asia, sì per gli artifici di Sardanapalo, re degli Assiri, e sì per gli altrui, da questa dannosa colpa della gola <presa>, come lo 'ncendio suol comprender le parti circunstanti, così l'Egitto, così la Grecia tutta comprese, in tanto che già non solamente ne' maggiori, ma eziandio nel vulgo erano venutii i dilicati cibi e 'l vino, e in ogni cosa lasciata l'antica simplicità.

Ultimamente, sparto già per tutto questo veleno, agli Italiani similmente pervenne; e credesi che di quello i primi ricevitori fossero i Capovani, per ciò che nè Quinti nè Curzi nè Fabrizi nè Papiri nè gli altri questa ignominia sentivano. E già era perfetta la terza guerra macedonica, e vinto Antioco Magno, re d'Asia e di Siria, da Scipione Asiatico, quando primieramente il cuocere divenne, di mestiere, arte.

È intra 'l mestiere e l'arte questa differenza: che il mestiere è uno essercizio, nel quale niuna opera manuale che dallo 'ngegno proceda s'adopera, sì come è il cambiatore, il quale nel suo essercizio non fa altro che dare danari per danari: o come era in Roma il cuocere, a' tempi che io dico, ne' quali si metteva la carne nella caldaia e quel servo della casa, il quale era meno utile agli altri servigi, faceva tanto fuoco sotto la caldaia che la carne diveniva tenera a poterla rompere e tritar co' denti; arte è quella intorno alla quale non solamente l'opera manuale, ma ancora lo 'ngegno e la 'ndustria dell'artefice s'adopera, sì come è il comporre una statua, dove, a doverla proporzionare debitamente, si fatica molto lo 'ngegno; e sì come è il cuocere oggi, al quale non basta far bollir la caldaia, ma vi si richiede l'artificio del cuoco in fare che quel che si cuoce sia saporito, sia odorifero, sia bello all'occhio, non abbia alcun sapore noioso al gusto, come sarebbe o troppo salato o troppo acetoso o troppo forte di spezie o del contrario a queste, o sapesse di fummo o di fritto o di sapor simile, del quale il gusto è schifo.

Era dunque, al tempo di sopra detto, mestiere ancora il cuocere in Roma, in che apare la modestia e la sobrietà loro; ma, poi che le riccheze e' costumi asiatici v'entrarono, con grandissimo danno del romano imperio, di mestiere arte divenne, essendone, secondo che alcuni credono, inventore uno il quale fu appellato Apicio: e quindi si sparse per tutto, acciò che i membri dal capo non fosser diversi; e non che le ghiandi, e' salvatichi pomi e l'erbe o le fontane e' rivi, fossero in dispregio avute, ma e' furono ancora poco prezati i familiari irritamenti della gola: e per tutto si mandava per gli uccelli, per le cacciagioni, per li pesci strani, e quanto più venien di lontano, tanto di quegli pareva più prezato il sapore.

Nè fu assai a' gulosi miseri l'avere i lacciuoli, le reti e gli ami tesi per tutto il mondo alle cose le quali dovevano poter dilettare la gola ed empiere il ventre misero, ma diedono e danno opera che nelle cose, le quali sè e' loro deono corrompere, fossero gli odori arabici, acciò che, confortato il naso, o per lo naso il cerebro, lui rendessero più forte alle 'ngiurie de' vapori surgenti dallo stomaco e l'appetito più fervente al disiderio del consumare. Nè furono ancora contenti a' cibi soli, ma dove l'acqua solea salutiferamente spegner la sete, trovati infiniti modi d'accenderla, a dileticarla, non a consumarla, varie e molte spezie di vini hanno trovate; e, non bastando i sapori vari che la varietà de' terreni e delle regioni danno loro, ancora con misture varie gli trasformano in varie spezie di sapore e di colore.

E, acciò che più lungo spazio prender possano ad empiere il tristo sacco, hanno introdutto che ne' triclini, nelle sale, alle mense sieno intromessi i cantatori, i sonatori, i trastullatori e' buffoni, e, oltre a ciò, mille maniere di confabulazioni ne' lor conviti, acciò che la sete non cessi. Se i familiari ragionamenti venisser meno, si ragiona, come Idio vuole, in che guisa il cielo si gira, delle macchie del corpo della luna, della varietà degli elementi; e da questi subitamente si trasvà alle spezie de' beveraggi che usano gl'Indiani, alle qualità de' vini che nascono nel mar Maggiore, al sapore degli spagnuoli, al colore de' galli, alla soavità de' cretici: nè passa intera alcuna novelletta di queste, che rinfrescare i vini e' vasi non si comandi.

Ed è tanto questa maladizione di secolo in secolo, d'età in età perseverata e discesa, che infino a' nostri tempi, con molte maggior forze che ne' passati, è pervenuta; e, secondo il mio giudicio, dove che abbia ella molto potuto, o molto possa, alcuno luogo non credo che sia dove ella con più fervore esserciti, stimoli e vinca gli appetiti, che ella fa appo i Toscani: e forse non men che altrove appo i nostri cittadini nel tempo presente. Con dolore il dico: e, se l'autore non avesse solamente Ciacco, nostro cittadino, essere dannato per questo vituperevol vizio nominato, forse senza alcuna cosa dire del nostro essecrabile costume mi passerei. Questo adunque mi trae a dimostrare la nostra dannosa colpa, acciò che coloro, li quali credono che dentro a' luoghi riposti delle lor case non passino gli occhi della divina vendetta, con meco insieme e con gli altri s'avveggano e arossino della disonestà la quale usano.

Intorno a questo peccato, non quanto si converrebbe, ma pure alcuna cosa ne dirò. È adunque in tanto multiplicato e cresciuto appo noi, per quel che a me ne paia, l'eccesso della gola, che quasi alcuno atto non ci si fa, nè nelle cose publiche nè nelle private, che a mangiare o a bere non riesca: in questo i denari publici sono dagli uficiali publici trangugiati, l'estorsioni dell'arti e ne' sindacati, il mobile de' debitori dovuto alle vedove e a' pupilli, le limosine lasciate a' poveri e alle fraternite e a qualunque altra pietosa cosa, l'essecuzioni testamentarie, le quistioni arbitrarie, non solamente i laici, ma ancora li religiosi divorano.

E questo miserabile atto non ci si fa come tra cittadino e cittadino far si solea, anzi è tanto d'ogni convenevoleza trapassato il segno che gli aparati reali, le mense pontificali, gli splendori imperiali sono da noi stati lasciati a dietro; nè ad alcuna quantunque grande spesa, quantunque disutile, quantunque superba sia, si riguarda: ogni modo, ogni misura, ogni convenevoleza è pretermessa.

Vegnono oggi ne' nostri conviti le confezioni oltremarine, le cacciagioni transalpine, i pesci marini, non d'una ma di molte maniere; e son di quegli che, senza vergogna, d'oro velano i colori delle carni, con vigilante cura e con industrioso artificio cotte. Lascio stare gli intramessi, il numero delle vivande, i savori, di sapore e di color diversissimi, e le importabili some de' taglieri carichi di vivande tra poche persone messi, le quali son tante e tali, che non dico i servidori che le portano, ma le mense, sopra le quali poste sono, sotto di fatica vi sudano; nè è penna che stanca non fosse, volendo i trebbiani, i grechi, le ribole, le malvagìe, le vernacce e mille altre maniere di vini preziosi discrivere.

E or volesse Idio che solo a' prencipi della città questo inconveniente avvenisse: ma tanto è in tutti la caligine della ignoranza sparta, che coloro ancora, li quali e la nazione e lo stato ha fatti minori, queste medesime magnificenzie, anzi pazie, trovandosi in luogo da ciò, appetiscono e vogliono come i maggiori.

In queste così oneste e sobrie comessazioni, o conviti che vogliam dire, come i ventri s'empiano, come tumultuino gli stomachi, come fummino i cerebri, come i cuori infiammino, assai leggier cosa è da comprendere a chi vi vuole riguardare. In queste insuperbiscono i poveri, i ricchi divengono intolerabili, i savi bestiali; per le quali cose vi si tumultua, millantavisi, dicevisi male d'ogni uomo e di Dio; e talvolta, non potendo lo stomaco sostenere il soperchio, non altramente che faccia il cane, sozamente si vòta quello che ingordamente s'è insaccato.

E in queste medesime così laudevoli cene s'ordina e solida lo stato della republica, diffinisconsi le quistioni, compongonsi l'oportunità cittadine e i fatti delle singulari persone; ma il come nel giudicio de' savi rimanga. In queste si condanna e assolve cui il vino conforta o cui l'ampieza delle vivande aiuta o disaiuta: e coloro, a' quali i prieghi unti e spumanti di vino sono intercessori, procuratori o avvocati, le più delle volte ottengono nelle lor bisogne. Che fine questo costume si debba avere, Idio il sa; credo io che egli da esso molto offeso sia.

Ma, che che esso alle misere anime s'aparecchi nell'altra vita, è assai manifesto lui a' corpi essere assai nocivo nella presente: per ciò che, se noi vorrem riguardare, noi vedremo coloro che l'usano essere per lo troppo cibo e per lo soperchio bere perduti del corpo, e inanzi tempo divenir vecchi; per ciò che il molto cibo vince le forze dello stomaco, in tanto che, non potendo cuocere ciò che dentro cacciato v'è per conforto del non ordinato appetito e dal diletto del gusto, convien che rimanga crudo e questa crudeza manda fuori rutti fiatosi, tiene affitti i miseri che la intrinseca passion sentono, raffredda e contrae i nervi, corrompe lo stomaco, genera omori putridi; li quali, per ogni parte del corpo col sangue corrotto trasportati, debilitan le giunture, creano le podagre, fanno l'uom paralitico, fanno gli occhi rossi, marcidi e lagrimosi, il viso malsano e di cattivo colore, le mani tremanti, la lingua balbuziente, i passi disordinati, il fiato odibile e fetido; senza che, essi e meritamente e senza modo tormentano il fianco di questi miseri che nel divorar si dilettano. Per le quali passioni i dolenti spesse volte gridano, bestemmiano, urlano e abbaiano come cani.

Così adunque la roza sobrietà, la rustica simplicità, la santa onestà degli antichi, le ghiandi, le fontane, gli essercizi e la libera vita è permutata in così dissoluta ingluvie, ebrietà e tumultuosa miseria, come dimostrato è. Per che possiam comprendere l'autore sentitamente aver detto: «la dannosa colpa della gola»; la quale ancora più dannosa cognosceremo, se guarderemo e a' publici danni e a 'privati, de' quali ella è per lo passato stata cagione.

I primi nostri padri, sì come noi leggiamo nel principio del Genesì, gustarono del legno proibito loro da Dio e per questo da lui medesimo furon cacciati del paradiso, e noi con loro insieme: e, oltre a ciò, per questo a sè e a noi procuraron la temporal morte e l'eterna, se Cristo stato non fosse; Esaù per la ghiottornia delle lenti, le quali, tornando da cacciare, vide a Iacòb suo fratello, perdè la sua primogenitura; Ionatàs, figliuolo di Saùl re, per l'avere con la sommità d'una verga, la quale aveva in mano, gustato d'un fiaro di mèle, meritò che in lui fosse la sentenzia della morte dettata; certi sacerdoti, per avere gustati i sacrifici della mensa di Bel, furono il dì seguente tutti uccisi; e quel ricco, del quale noi leggiamo nello Evangelio, il quale continuo splendidamente mangiava, fu sepellito in inferno; come i Troiani si diedono in sul mangiare e in sul bere e in far festa, così furon da' Greci presi: e quel che l'arme e l'assedio sostenuto diece anni non avean potuto fare, feciono i cibi e 'l vino d'una cena; i figliuoli di Iòb, mangiando e bevendo con le loro sorelle, furon dalla ruina delle lor medesime case oppressi e morti; la robusta gente d'Anibale, la quale nè il lungo cammino, nè i freddi dell'Alpi, nè l'armi de' Romani non avean mai potuto vincere, da' cibi e dal vino de' Capovani furono effeminati, e poi molte volte vinti e uccisi; Noè, avendo gustato il vino e inebriatosi, fu nel suo tabernaculo da Cam, suo figliuolo, veduto disonestamente dormire e ischernito; Lot, per avere men che debitamente bevuto, ebbro fu dalle figliuole recato a giacer con loro; Sisera, bevuto il latte di mano di Iaèl e adormentatosi, fu da lei, con uno aguto fittogli per le tempie, ucciso; Leonida spartano ebbe tutta una notte e parte del seguente dì spazio di uccidere e di tagliare, insieme co' suoi compagni, l'essercito di Serse, sepellito nel vino e nel sonno; Oloferne, avendo molto bevuto, diede ampissimo spazio d'uccidersi a Iudìt; e le figliuole di Prito, re degli Argivi, per lo soperchio bere vennono in tanta bestialità che esse estimavano d'esser vacche. Ma perchè mi fatico io tanto in discrivere i mali per la gola stati, con ciò sia cosa che io conosca quegli essere infiniti? E perciò, riducendosi verso la finale intenzione, come assai comprender si puote per le cose predette, tre maniere son di gulosi.

Delle quali l'una pecca nel disordinato diletto di mangiare i dilicati cibi senza saziarsi; e questi sono simili alle bestie, le quali senza intermessione, sol che essi truovino che, il dì e la notte rodono: e di questi cotali, quasi come di disutili animali, si dice che essi vivono per manicare, non manucan per vivere; e puossi dire questa spezie di gulosità madre di oziosità e di pigrizia, sì come quella che ad altro che al ventre non serve.

La seconda pecca nel disordinato diletto del bere, intorno al quale non solamente con ogni sollicitudine cercano i dilicati e saporosi vini, ma quegli, ogni misura passando, ingurgitano, non avendo riguardo a quello che contro a questo nel libro della Sapienza ammaestrati siamo, nel quale si legge: «Ne intuearis vinum, cum flavescit in vitro color eius: ingreditur blande, et in novissimo mordebit, ut coluber».

Per la qual cosa di questa così fatta spezie di gulosi, maravigliandosi, Iòb dice: «Numquid potest quis gustare quod gustatum affert mortem?». Nè è dubbio alcuno la ebrietà essere stata a molti cagione di vituperevole morte, come davanti è dimostrato. È questa gulosità madre della lussuria, come assai chiaramente testifica Ieremia, dicendo: «Venter mero extuans facile despumat in libidinem», e Salamòn dice: «Luxuriosa res est vinum, et tumultuosa ebrietas; quicumque in his delectabitur non erit sapiens»; e san Paolo, volendoci far cauti contro alla forza del vino, similmente ammaestrandoci, dice: «Nolite inebriari vino, in quo est luxuria». È ancora questa spezie di gulosità pericolosissima, in quanto ella, poi che ha il bevitore privato d'ogni razional sentimento, apre e manifesta e manda fuori del petto suo ogni secreto, ogni cosa riposta e arcana: di che grandissimi e inumerabili mali già son seguiti e seguiscono tutto il dì; ella è prodiga gittatrice de' suoi beni e degli altrui, sorda alle riprensioni e d'ogni laudabile costume guastatrice.

La terza maniera <è> de' gulosi li quali in ciascheduna delle predette cose, fuori d'ogni misura bevendo e mangiando e agognando, trapassano il segno della ragione; de' quali si può dire quella parola di Iòb: «Bibunt indignationem, quasi aquam», ma, secondo che si legge nel Salmo, «amara erit potio bibentibus illam», e, come Seneca a Lucillo scrive nella XXII epistola, «ipse voluptates in tormentum vertuntur; epule cruditatem afferunt; ebrietates nervorum torporem tremoremque, libidines, pedum et mannum et articulorum omnium depravationes» etc.

Questi adunque tutti, ingluviatori, ingurgitatori, ingoiatori, agognatori, arrappatori, biasciatori, abbaiatori, cinguettatori, gridatori, ruttatori, scostumati, unti, brutti, lordi, porcinosi, rantolosi, bavosi, stomacosi, fastidiosi e noiosi a vedere e ad udire, uomini, anzi bestie, pieni di vane speranze, sono vòti di pensieri laudevoli e strabocchevoli ne' pericoli, gran vantatori, maldicenti e bugiardi, consumatori delle sustanzie temporali, inchinevoli ad ogni dissoluta libidine e trastullo de' sobri: e, per ciò che ad alcuna cosa virtuosa non vacano, ma se medesimi guastano, non solamente a' sensati uomini, ma ancora a Dio sono tanto odiosi che, morendo come vivuti sono, ad eterna dannazione son giustamente dannati; e, secondo che l'autor ne dimostra, nel terzo cerchio dello 'nferno della loro scellerata vita sono sotto debito supplicio puniti.

Il quale, acciò che possiamo discernere più chiaro come sia con la colpa conforme, n'è di necessità di dimostrare brievemente. Dice adunque l'autore che essi giacciono sopra il suolo della terra marcio, putrido, fetido e fastidioso, non altrimenti che 'l porco giaccia nel loto, e quivi per divina arte piove loro sempre addosso «grandine grossa e acqua tinta e neve», la quale, essendo loro cagione di gravissima doglia, gli fa urlare non altramenti che facciano i cani: e, oltre a ciò, se alcuno da giacer si lieva o parla, giace poi senza parlare o urlare infino al dì del giudicio; e, oltre a ciò, sta loro in perpetuo sopra capo un dimonio chiamato Cerbero, il quale ha tre teste e altrettante gole, nè mai ristà d'abbaiare: e ha questo dimonio gli occhi rossi e la barba nera ed unta e il ventre largo e le mani unghiate e, oltre all'abbaiare, graffia e squarcia e morde i miseri dannati; li quali, udendo il suo continuo abbaiare, disiderano d'essere sordi.

La qual pena spiacevole e gravosa in cotal guisa pare che la divina giustizia abbia conformata alla colpa: e primieramente come essi, oziosi e gravi del cibo e del vino, col ventre pieno giacquero in riposo del cibo ingluviosamente preso, così pare convenirsi che contro alla lor voglia, in male e in pena di loro, senza levarsi giacciano in eterno distesi, col loro spesso volgersi testificando i dolorosi movimenti, li quali per lo soperchio cibo già di diverse torsioni lor furon cagione; e come essi di diversi liquori e di vari vini il misero gusto apagarono, così qui sieno da varie qualità di piova percossi ed afflitti: intendendo per la grandine grossa, che gli percuote, la crudità degl'indigesti cibi, la quale per non potere essi, per lo soperchio, dallo stomaco esser cotti, generò ne' miseri l'agroppamento de' nervi nelle giunture; e per l'acqua tinta, non solamente rivocare nella memoria i vini esquisiti, il soperchio de' quali similemente generò in loro omori dannosi, li quali per le gambe, per gli occhi e per altre parti del corpo sozi e fastidiosi vivendo versarono; e per la neve, il male condensato nutrimento, per lo quale non lucidi ma invetriati e' spesso di vituperosa forfore divennero per lo viso macchiati.

E, così come essi non furono contenti solamente alle dilicate vivande, nè a' savorosi vini, nè eziandio a' salsamenti spesso eccitanti il pigro o adormentato appetito, ma gli vollono dall'indiane spezie e dalle sabee odoriferi, vuole la divina giustizia che essi sieno dal corrotto e fetido puzo della terra offesi, e abbiano, in luogo delle mense splendide, il fastidioso letto che l'autore discrive; e, appresso, come essi furono detrattori, millantatori e maldicenti, così sieno a perpetua taciturnità constretti, fuor solamente di tanto, che, come essi, con gli stomachi traboccanti e con le teste fummanti, non altramenti che cani abbaiar soleano, così urlando come cani la loro angoscia dimostrino e abbian sempre davanti Cerbero, il quale ha qui a disegnare il peccato della gola, acciò che la memoria e il rimprovero di quella nelle lor coscienze gli stracci, ingoi e affligga; e, in luogo della dolceza de' canti, li quali ne' lor conviti usavano, abbiano il terribile suono delle sue gole, il quale gl'intuoni e, senza pro, gli faccia disiderare d'esser sordi.

13-18

Ma resta a vedere quello che l'autore voglia intendere per Cerbero, la qual cosa sotto assai sottil velo è nascosa. Cerbero, come altra volta è stato detto, fu cane di Plutone, re d'inferno, e guardiano della porta di quello: in questa guisa, che esso lasciava dentro entrar chi voleva, ma uscirne alcuno non lasciava. Ma qui, come detto è, l'autore discrive per lui questo dannoso vizio della gola, al quale intendimento assai bene si conforma l'etimologia del nome.

Vuole, secondo che piace ad alcuni, tanto dir Cerbero quanto «creon vorans», cioè «divorator di carne», intorno alla qual cosa, come più volte è detto di sopra, in gran parte consiste il vizio della gola; e per ciò in questo dimonio più che in alcuno altro il figura, perchè egli è detto «cane», per ciò che ogni cane naturalmente è guloso, nè n'è alcuno che, se troverrà da mangiare cosa che gli piaccia, che non mangi tanto che gli convien venire al vomito, come di sopra è detto spesse volte fare i gulosi.

Per le tre gole canine di questo cane intende l'autore le tre spezie de' ghiotti poco davanti disegnate; e in quanto dice questo demonio caninamente latrare, vuole esprimere l'uno de' due costumi o amenduni, de' gulosi. Sono i gulosi generalmente tutti gran favellatori, e 'l più in male, e massimamente quando sono ripieni: il quale atto veramente si può dire «latrar canino», in quanto non espediscon bene le parole per la lingua ingrossata per lo cibo, e ancora perchè alquanto rochi sono per lo meato della voce, il più delle volte impedito da troppa umidità; e, oltre a ciò, per ciò che i cani, se non è o per esser battuti o perchè veggon cosa che non par loro amica, non latran mai; il che avviene spesse volte de' gulosi, li quali, come sentono o che impedimento sopravegna o che veggano per caso diminuire quello che essi aspettavano di mangiare, incontanente mormorano e latrano.

E, oltre a questo, sono i gulosi grandi agognatori: e, come il cane guarda sempre più all'osso che rode il compagno che a quello che esso medesimo divora, così i gulosi tengono non meno gli occhi a' ghiotti bocconi che mangia il compagno o a quelli che sopra il tagliere rimangono, che a quello il quale ha in bocca: e così sono adomandatori e ordinatori di mangee e divisatori di quelle.

E in quanto dice questo dimonio aver gli occhi vermigli, vuol s'intenda un degli effetti della gola ne' gulosi, a' quali, per soperchio bere, i vapor caldi surgenti dallo stomaco generano omori nella testa, li quali poi, per gli occhi distillandosi, quegli fa divenire rossi e lagrimosi.

Appresso, dice lui aver la barba unta, a dimostrare che il molto mangiare non si possa fare senza difficultà nettamente, e così, non potendosi, è di necessità ugnersi la barba o 'l mento o 'l petto; e per questa medesima cagione vuole che la barba di questo dimonio sia nera, per ciò che 'l più ogni unzione anerisce i peli, fuor che i canuti.

Potrebbesi ancora qui più sottilmente intendere e dire che, con ciò sia cosa che per la barba s'intenda la nostra virilità, la quale, quantunque per la barba s'intenda, non perciò consiste in essa, ma nel vigore della nostra mente, il quale è tanto quanto l'uomo virtuosamente adopera, e allora rende gli operatori chiari e splendidi e degni di onore, dove qui, per la virilità divenuta nera, vuole l'autore s'intenda nella colpa della gola quella essere depravata e divenuta malvagia.

Dice, oltre a ciò, Cerbero avere il ventre largo, per dimostrare il molto divorar de' gulosi, li quali con la quantità grande del cibo, per forza distendono e ampliano il ventre, che ciò riceve oltre alla natura sua; e, che è ancora molto più biasimevole, tanto talvolta dentro vi cacciano che, non sostenendolo la grandeza del tristo sacco, sono, come altra volta di sopra è detto, come i cani constretti a gittar fuori. E, in quanto dice questo demonio avere le mani unghiate, vuol che s'intenda il distinguere e il partire che fa il ghiotto delle vivande; e, oltre a questo, il pronto arrappare, quando alcuna cosa vede che più che alcuna altra gli piaccia. Appresso dove l'autor dice questo dimonio non tener fermo alcun membro, vuol che s'intenda la infermità paralitica, la quale ne' gulosi si genera per li non bene digesti cibi nello stomaco, o, secondo che alcuni altri vogliono, ne' bevitori per lo molto bere, e massimamente sanz'acqua, ed essendo lo stomaco digiuno; e puote ancora significare gl'incomposti movimenti dell'ebbro.

Oltre a ciò, là dove l'autore scrive che questo dimonio, come gli vide, aperse le bocche e mostrò loro le sanne, vuol discrivere un altro costume de' gulosi, li quali sempre vogliosi e bramosi si mostrano; o intendendo per la dimostrazion delle sanne, nelle quali consiste la forza del cane, dimostrarsi subitamente la forza del guloso, la quale consiste in offendere i paurosi con mordaci parole, alle quali fine por non si puote se non con empiergli la gola, cioè col dargli mangiare o bere. La qual cosa il discreto uomo, consigliato dalla ragione, per non avere a litigar della verità con così fatta gente, fa prestamente, volendo più tosto gittar via quello che al ghiotto concede che, come è detto, porsi in novelle con lui: per ciò che, come questo è dal savio uomo fatto, così è al ghiotto serrata la gola e posto silenzio.

E in questo pare che si termini di questo canto l'allegoria.

VII

ESPOSIZIONE LITTERALE

1-3

[L. XXVI]

«Papè Satàn, papè Satàn, aleppe» etc. Nel presente canto l'autore, sì come è usato ne' passati, continuandosi alle cose precedenti, dimostra primieramente come nel quarto cerchio dello 'nferno discendesse; e poi, vicino alla fine del canto, dimostra come discendesse nel quinto, discrivendo quali colpe e nell'un cerchio e nell'altro si puniscano. E dividesi questo canto in due parti principali: nella prima mostra l'autore esser puniti gli avari e' prodighi; nella seconda mostra esser puniti gl'iracundi e gli accidiosi. E comincia la seconda quivi: «Or discendiamo omai a maggior pieta».

La prima parte si divide in tre: nella prima, continuandosi alle cose precedenti, mostra come trovò Plutone e come da Virgilio fosse la sua rabbia posta in pace; nella seconda discrive qual pena avessero i peccatori nel quarto cerchio e chi e' fossero; nella terza dimostra che cosa sia questa che noi chiamiamo «fortuna». La seconda comincia quivi: «Così scendemmo»; la terza quivi: «Maestro, diss'io lui».

Dice adunque che, avendo, come nella fine del precedente canto dimostra, trovato Plutone, «il gran nimico», che esso Plutone, come gli vide, admirative cominciò a gridare e ad invocare il prencipe de' dimòni, dicendo: Papè. Questo vocabolo è adverbium admirandi e perciò, quando d'alcuna cosa ci maravigliamo, usiamo questo vocabolo, dicendo: «papè!». E da questo vocabolo si forma il nome del sommo pontefice, cioè «papa», l'autorità del quale è tanta che ne' nostri intelletti genera ammirazione; e non senza cagione, veggendo in uno uomo mortale l'autorità divina e di tanto signore, quanto è Idio, il vicariato. E i Greci ancora chiamano li lor preti «papas», quasi «ammirabili»: e ammirabili sono in quanto possono del pane e del vino consecrare il corpo e 'l sangue del nostro signor Gesù Cristo; e, oltre a ciò, hanno autorità di sciogliere e di legare i peccatori che da loro si confessano delle lor colpe, sì come più pienamente si dirà nel Purgatorio, alla porta del quale siede il vicario di san Piero.

Satàn. Satàn e Satanàs sono una medesima cosa, ed è nome del prencipe de' demòni, e suona tanto in latino quanto «avversario» o «contrario» o «transgressore», per ciò che egli è avversario della verità e nimico delle virtù de' santi uomini; e similmente si può vedere lui essere stato transgressore, in quanto non istette fermo nella verità nella quale fu creato, ma per superbia trapassò il segno del dovere suo.

Papè Satàn. Questa iterazione delle medesime parole ha a dimostrare l'ammirazione esser maggiore; e seguita: aleppe. «Alèp» è la prima lettera dell'alfabeto de' Giudei, la quale egli usano a quello che noi usiamo la prima nostra lettera, cioè «a»; ed è «alep» appo gli Ebrei adverbium dolentis; e questo significato dicono avere questa lettera, per ciò che è la prima voce la quale esprime il fanciullo come è nato, a dimostrazione che egli sia venuto in questa vita, la quale è piena di dolore e di miseria.

Maravigliasi adunque Plutone, sì come di cosa ancora più non veduta, cioè che alcuno vivo uomo vada per lo 'nferno; e temendo questo non sia in suo danno, invoca quasi come suo aiutatore il suo maggiore, e, acciò che egli il renda più pronto al suo aiuto, si duole. O voglian dire, seguendo le poetiche dimostrazioni, Plutone, ricordandosi che Teseo con Peritoo vivi discesero in inferno a rapire Proserpina, reina di quello, e poi, dopo loro, Ercule, e questo essere suto in danno e del luogo e degli uficiali di quello, veggendo l'autore vivo venire nè temer de' dimoni, ad un'ora si maraviglia e teme, e però admirative e dolendosi chiama il prencipe suo.

Cominciò Pluto, supple: a dire, o a gridare, con la voce chioccia, cioè non chiara nè espedita, come il più fanno coloro li quali da sùbita maraviglia sono soprapresi. E, oltre a ciò, cominciò Pluto a gridare per ispaventar l'autore, sì come ne' cerchi superiori si son sforzati Minòs e Cerbero nella entrata de' detti cerchi, acciò che per quel gridare il ritraesse di procedere avanti e dal dare effetto alla sua buona intenzione.

Ma, avanti che più inanzi si proceda, è da sapere che, secondo che i poeti dicono, Plutone, il quale i Latini chiamano Dispiter, fu figliuolo di Saturno e di Opis e nacque ad un medesimo parto con Glauca; e, secondo che Lattanzio dice, egli ebbe nome Agesilao, e, secondo dice Eusebio in libro Temporum, il nome suo fu Aidoneo: fu costui dagli antichi chiamato re di ninferno e la sua real città dissero essere chiamata Dite e la sua moglie dissero essere Proserpina. Leòn Pilato diceva essere stato un altro Pluto, figliuolo di Iasonio e di Cerere. De' quali quantunque qui siano assai succintamente le fizioni descritte, se elle non si dilucidano, non aparirà perchè l'autore qui questo Pluto introduca: ma, per ciò che più convenientemente pare che si debbano là dove l'altre allegorie si porranno, quivi le riserberemo e diffusamente con la grazia di Dio l'apriremo.

E quel savio gentil che tutto seppe, cioè Virgilio; il qual veramente, quanto all'arti e scienze mondane apartiene, tutto seppe: per ciò che, oltre all'arti liberali, egli seppe filosofia morale e naturale e seppe medicina e, oltre a ciò, più compiutamente che altro uomo a' suoi tempi seppe la scienza sacerdotale, la quale allora era in grandissimo prezo.

4-6

Disse, per confortarmi: non ti noccia La sua paura, la quale egli o mostra d'avere in sè o vuol mettere in te di sè; e dove della paura di Plutone dica, vuol mostrare l'autore per ciò esser da Virgilio confortato, però che generalmente ogni fiero animale si suol muovere a nuocere più per paura di sè che per odio che abbia nella cosa contro alla qual si muove; e deesi qui intender la paura di Plutone esser quella della quale poco avanti è detto; chè poter ch'egli abbia Non ti terrà lo scender questa roccia, cioè questo balzo.

7-12

[7-9] Poi si rivolse a quella enfiata, superba, labbia, cioè aspetto, E disse: taci, maladetto lupo. Per ciò il chiama «lupo», acciò che s'intenda per lui il vizio dell'avarizia, al quale è preposto: il qual vizio meritamente si cognomina «lupo», sì come di sopra nel primo canto fu assai pienamente dimostrato; Consuma dentro te con la tua rabbia, la quale continuamente, con inestinguibile ardore di più avere, ti sollicita e infesta; [10-12] Non è sanza cagion l'andare, di costui, al cupo, cioè al profondo inferno, vedendo; Vuolsi, da Dio, ch'egli vada, nell'alto, cioè in cielo, là dove Michele, arcangelo, Fè la vendetta del superbo strupo, cioè del Lucifero, il quale, come nell'Apocalissi si legge, fu da questo angelo cacciato di paradiso, insieme co' suoi seguaci. E chiamalo «strupo», quasi violatore col suo superbo pensiero della divina potenzia, alla quale mai più non era stato chi violenza avesse voluto fare; per che pare lui con la sua superbia quello nella deità aver tentato che nelle vergini tentano gli strupatori.

13-15

Quali dal vento le gonfiate vele. Qui per una comparazione dimostra l'autore come la rabbia di Plutone vinta cadesse, dicendo che quali le vele gonfiate dal vento soperchio Caggiono avolte, e aviluppate, poi che l'alber, della nave, fiacca, per la forza dell'impeto del vento, Tal cadde a terra la fiera crudele, cioè Plutone.

16-18

«Così scendemmo». Qui comincia la seconda parte della prima di questo canto, nella quale l'autore dimostra qual pena abbiano i peccatori, li quali in questo quarto cerchio si puniscono, e chi essi sieno; e dice: Così, vinta e abattuta la rabbia di Plutone, scendemmo nella quarta lacca, cioè parte d'inferno, così dinominandola per consonare alla precedente e alla seguente rima; Pigliando più della dolente ripa, cioè mettendoci più infra essa, che ancora messi ci fossimo; e, acciò che di qual ripa dica s'intenda, segue: Che 'l mal, cioè le colpe e i peccati, dell'universo, di tutto il mondo, tutto insacca, cioè in sè insaccato riceve.

19-21

Ed esclamando segue: Ai, giustizia di Dio! tante chi stipa Nuove travaglie; vuolsi questa lettera intendere interrogative e con questo ordine: «Ai, giustizia di Dio!, chi stipa», cioè ripone, «tante nuove travaglie» e pene, cioè diversi tormenti e noie, quante io vidi in questo luogo, E per che, cioè: per le quali, nostra colpa, cioè il nostro male adoperare peccando, se ne scipa?, cioè se ne confonde e guasta e attrita, o in noi vivi temendo di quella pena, o ne' morti dannati che quella sostengono. E vuole in queste parole mostrare l'autore di maravigliarsi per la moltitudine.

22-24

Poi per una comparazione ne dimostra che maniera tengano in quel luogo i peccatori nel tormento loro dato dalla giustizia; e dice: Come fa l'onda, del mare, là sovra Cariddi, cioè nel Fare di Messina. Intorno alla qual cosa è da sapere che tra Messina in Cicilia e una punta di Calavria, ch'è di rincontro ad essa, chiamata Capo di Volpe, non guari lontana ad una terra chiamata Catona e a Reggio, è uno stretto di mare pericolosissimo, il quale non ha di largo oltre a tre miglia, chiamato il Fare di Messina.

E dicesi «fare» da «pharos», che tanto suona in latino quanto «divisione»; e per ciò è detto «divisione», perchè molti antichi credono che già l'isola di Cicilia fosse congiunta con Italia e poi per tremuoti si separasse il monte chiamato Peloro di Cicilia dal monte Appennino, il quale è in Italia, e così quella, che era terraferma, si facesse isola; e sono de' moderni alcuni li quali affermano ciò dovere essere stato vero: e la ragione, che a ciò inducono, è che dicono vedersi manifestamente, in quella parte di questi due monti che si spartì, grandissime pietre nelle rotture loro essere corrispondenti, cioè quelle d'Appennino a quelle che sono in Peloro, ed e converso.

E, come di sopra è detto, questo mare così stretto è impetuosissimo e pericolosissimo molto; e la ragione è per ciò che, quando avviene che' venti marini traggano, come è lebeccio e ponente, e ancora maestro, che non è marino, essi sospingono il mare impetuosamente verso questo Fare, e per questo Fare verso il mare di Grecia: e, se allora avviene che, il mare di verso Grecia <ritraendosi in verso il mare Mediterraneo> per lo fiottare del mare Occeano, il quale due volte si fa ognindì naturale, che, sospignendo la forza de' venti marini il mare verso la Grecia, ed il mare per lo fiotto si ritragga in verso il mare Mediterraneo, scontrandosi questi due movimenti contrari, con tanta forza si percuotono e rompono, che quasi infino al cielo pare che le rotte onde ne mandino; e qual legno in quel punto vi si abattesse ad essere, niuna speranza si può aver della sua salute.

E così ancora, sospignendo i venti orientali, cioè il greco, levante e scilocco, il mare di Grecia verso il Fare, e per quello verso il mare Tireno, e il fiotto mettendosi, avvien quel medesimo che dinanzi è detto. E questo è quello che l'autore vuol dire: «come fa l'onda» Che si frange con quella in cui s'intoppa. E sono in questo mare due cose monstruose, delle quali l'una ciò che davanti le si para trangugia, e questa si chiama Silla, ed è dalla parte d'Italia; l'altra si chiama Cariddi, e questa gitta fuori ciò che Silla ha trangugiato; ma, secondo il vero, questa Cariddi, la quale è di verso Cicilia, è il luogo dove di sopra dissi l'onde scontrarsi insieme, le quali levandosi in alto per lo percuotersi, par che sieno del profondo gittate fuori, da coloro che non veggiono la cagione della elevazione.

Dice dunque l'autore che, in quella guisa, che di sopra è mostrato, le due onde di due diversi mari si scontrano, così convenirsi quivi due maniere di diverse genti o peccatori convenirsi scontrare. E questo intende in quanto dice: Così convien che qui, cioè in questo quarto cerchio, la gente riddi, cioè balli, e, volgendo, come i ballatori, in cerchio, vengano impetuosamente a percuotersi, come fanno l'onde predette.

25-33

[25-27] , nel quarto cerchio, vid'io gente, più ch'altrove, troppa; e di questo non si dee alcun maravigliare, per ciò che pochi son quegli che in questo vizio, che quivi si punisce, non pecchino. E poi dice a qual tormento questa gente cotanta è dannata, dicendo: E d'una parte e d'altra, con grand'urli, cioè a destra e sinistra, miseramente per la fatica e per lo dolore urlando, sì come appresso più chiaro si dimosterrà; Voltando pesi, gravissimi, per forza di poppa, cioè del petto, ponendo qui la parte per lo tutto; [28-30] Percotevansi incontro, cioè l'un contra l'altro con questi pesi, li quali per forza voltavano, e poscia, che percossi s'erano, pur lì, cioè in quello medesimo luogo, Si rivolgea ciascun, voltando a retro, cioè per quel medesimo sentiero che venuti erano; in questo voltare, Gridando, quegli dell'una parte incontro all'altra: perchè tieni?; e, incontro a questa, gridava l'altra: perchè burli?, cioè getti via. [31-33] Così tornavan, come percossi s'erano e avean gridato, per lo cerchio tetro.

Apare per queste parole che 'l viaggio di costoro era circulare, e che, venuta l'una parte dal mezzo del cerchio nella parte opposita, scontrava l'altra parte, la quale, partitasi dal medesimo termine che essi, era già giunta, e quivi, percossisi e dette l'un contra l'altro le parole di sopra dette, ciascuna parte si rivolgeva indietro e veniva al punto del cerchio donde prima partita s'era; e quivi ancora con l'altra, che in una medesima vi pervenia, si percotevano e quelle medesime parole l'un contra l'altro diceano; e così senza riposo continuavano questa loro angoscia, volgendosi «per lo cerchio tetro», cioè logoro per lo continuo scalpitio.

Da ogni mano, da destra e da sinistra, nella guisa detta andavano all'oposito punto, del cerchio, a quello onde partiti s'erano, Gridandosi anco, come usati erano, in loro ontoso, vituperevole, metro, cioè: «perchè tieni? e perchè burli?». Il quale l'autore chiama «metro», non perchè metro sia, ma largamente parlando, come il più volgarmente si fa, ogni orazione o brieve o lunga, misurata o non misurata, è chiamata metro: e dicesi metro da «metros», grece, che in latino suona «misura»; e quinci, propiamente parlando, i versi poetici sono chiamati «metri», per ciò che misurati sono da alcuna misura, secondo la qualità del verso.

34-39

[34-36] Poi si volgea ciascun, di questi che voltavano i pesi, quando era giunto, al punto del mezzo cerchio, come di sopra è detto, Per lo suo mezzo cerchio, cioè per quel mezzo cerchio il quale a lui era dalla divina giustizia stabilito, all'altra giostra, cioè percossa: e chiamala «giostra», per ciò che a similitudine de' giostratori s'andavano a ferire e a percuotere insieme.

Ed io, ch'avea lo cuor quasi compunto, di compassione, la quale portava a tanta fatica e a tanto tormento, quanto quello era il quale nel percuotersi sofferivano; e, oltre a ciò, aveva la compunzione per lo vermine della conscienza, il quale il rodeva, cognoscendosi di questa colpa esser peccatore: il che esso assai chiaramente dimostra nel primo canto, dove dice il suo viaggio essere stato impedito dalla lupa, cioè dall'avarizia. E in questo è da comprendere invano esser da noi conosciuti i vizi e' peccati, se, sentendoci inviluppati in quegli o poco o molto, noi non abbiam dolore e compunzione; nè osta il dire: «Come avea l'autore compunzione dell'essere avaro, che ancora, come nelle seguenti parole apare, non sapea chi essi si fossero?», per ciò che qui usa l'autore una figura chiamata «preoccupazione». [37-39] Dissi: maestro mio. Qui domanda l'autore Virgilio che gente questa sia e per qual colpa dannati, dicendo: or mi dimostra Che gente è questa, la quale è qui così dolorosamente afflitta; e, dopo questo, gli muove un altro dubbio, dicendo: e, oltre a quel che domandato t'ho, mi dì se tutti fur cherci Questi chercuti alla sinistra nostra. «Chercuti» gli chiama, per ciò che avevano la cherica in capo, e da questo ancora comprendeva loro per quello dovere esser cherici.

40-42

Ed egli a me. Qui Virgilio primieramente generalmente di quegli che erano così a man destra come a man sinistra ditermina, e poi, distinguendo, risponde alla domanda fattagli dall'autore; e dicegli, oltre a ciò, per qual colpa quivi dannati sieno, primieramente dicendo: tutti quanti, cioè quanti tu ne vedi, a destra e a sinistra, fur guerci, cioè con non diritto vedere, come color ci paiono, li quali non hanno le luci degli occhi dirittamente, come gli altri uomini, poste negli occhi.

Il qual difetto talora avviene per natura e talora per accidente; per accidente avviene per difetto le più delle volte delle balie, le quali questi cotali, essendo piccioli fanciulli, hanno avuti a nudrire, ponendo loro la notte un lume di traverso, o di sopra a quella parte ove tengon la testa; o esse medesime, come spesse volte fanno, stando loro sopra capo, gli inducono a guatarsi indietro, e i fanciulli, vaghi della luce, torcono gli occhi, e sì in quella parte dove il lume veggono e', non potendosi muovere, si sforzano e torcono le luci al lume; ed essendo tenerissimi, agevolmente rimuovono la luce, o le luci, dal lor natural movimento in questo accidentale e divengon guerci. Questa spezie d'uomini, quantunque non sia del tutto reputata giusta, non ha pertanto tanta di malizia quanta hanno coloro li quali guerci nascono, li quali, per quegli che fisonomia sanno, sono reputati uomini astuti, maliziosi e viziati, e il più si credono non altrimenti avere il giudicio della mente lor fatto che essi abbiano gli occhi.

E però dice: «tutti quanti fur guerci» Sì della mente, cioè sì perverso e malvagio giudicio ebbero nella mente loro intorno alle cose temporali, en la vita primaia, cioè in questa; Che con misura nullo spendio ferci, in questa vita: e ciò fu che o essi strinsero troppo le mani là dove esse eran da allargare, o essi l'allargaron troppo là dove eran da strignere, liberalmente spendendo dove e come e quanto e in cui <non> si conviene; e così nè nell'una parte nè nell'altra servarono alcuna misura.

43-45

Assai la voce lor chiaro l'abbaia, cioè il manifesta, quando dicono: «perchè tieni? e perchè burli?», usando questo vocabolo «abbaia» nell'anime de' miseri in detestazion di loro, il quale è propio de' cani; Quando vengono a' due punti del cerchio, mostrati di sopra, dove si dicono: «perchè tieni? e perchè burli?», Ove colpa contraria gli dispaia, cioè gli divide, faccendogli tenere contrario cammino, sì come nelle colpe furon contrari. Le quali colpe vuole l'autore che sien queste: avarizia e prodigalità; delle quali l'una appresso egli apre e l'altra per l'aver detto «contraria» vuol che s'intenda.

46-48

E dice: Questi son cherci, che non han coperchio Piloso al capo, per ciò che la cherica, la quale è rasa, è nella superior parte del capo. E vogliono alcuni i cherici portare la cherica in dimostrazione e reverenzia di san Piero, al quale dicono questi cotali quella essergli stata fatta da alcuni scellerati uomini in segno di pazia: per ciò che, non intendendo e non volendo intendere la sua santa dottrina, e vedendolo ferventemente predicare dinanzi a' prencipi e a' popoli, li quali quella in odio aveano, estimavano che egli questo facesse come uomo che fuor del senno fosse.

Altri vogliono che la cherica si porti in segno di degnità, in dimostrazione che coloro, li quali la portano, sieno più degni che gli altri che non la portano; e chiamanla «corona», per ciò che, rasa tutta l'altra parte del capo, un sol cerchio di capelli vi dee rimanere, il quale in forma di corona tutta la testa circunda, come fa la corona. E chiamansi questi cotali, che questo cerchio portano, «clerici» da «cleros», grece, che in latino suona quanto «uomini la sorte de' quali sia Idio»; papi e cardinali. È il papa in terra vicario di Gesù Cristo, dal quale, mediante san Piero, hanno l'autorità grandissima, la quale santa Chiesa ne predica; della quale autorità, e in Purgatorio e in Paradiso, sì come in luoghi dove più convenientemente il richiede la materia che qui, si dirà, e perciò qui più non mi stendo. Onde questo nome «papa» venga, è poco avanti stato mostrato. «Cardinali» è sublime nome di dignità; e, come che, oltre alla Chiesa di Roma, abbiano la Chiesa di Ravenna, quella di Napoli e alcune altre cherici li quali si chiamano «cardinali», non sono però in preeminenzia nè in officio nè in abito da comparare a quegli della Chiesa di Roma, per ciò che questi per eccellenzia portano il cappello rosso e hanno a rapresentare nella Chiesa di Dio il sacro collegio de' settantadue discepoli, li quali per coaiutori degli apostoli furono primieramente instituiti: e il cardinalato di Roma è il più alto e il più sublime grado, appresso il papa, che sia nella Chiesa. E per ciò che a loro s'apartiene, insieme col papa, di diliberare le cose spettanti alla salute universale de' cristiani e ogni altra cosa contingente alla Chiesa di Dio, e pare che sopra la loro diliberazione si volga il sì e 'l no delle cose predette, sono chiamati cardinali da questo nome «cardocardinis», il quale ne significa quella parte del cielo sopra la quale tutto il cielo si volge, per altro nome chiamata «polo», o «poli», per ciò che sono due, e così da «cardo» vien cardinale; o, secondo che alcuni altri dicono, da quella parte della porta, sopra la quale si volge tutto l'uscio.

In cui, cioè ne' quali, usa avarizia il suo soperchio. È avarizia, secondo Aristotile nel IIII della sua Etica, la 'nferiore estremità di liberalità, per la quale oltre ad ogni dovere iniuriosamente si disidera l'altrui, o si tiene quello che l'uom possiede: della quale più distesamente diremo dove discriveremo l'allegorico senso della parte presente di questo canto. Questo vizio dice l'autore usare «il suo soperchio», cioè il disiderare più che non bisogna e tenere dove non si dee tenere, ne' cherici, li quali tutti intende per queste due maggiori qualità nominate: la qual cosa se vera è o no, è tutto il dì negli occhi di ciascuno, e perciò non bisogna che io qui ne faccia molte parole.

E, avendo qui l'autore dichiarato qual sia in parte quel vizio che in questo quarto cerchio si punisce, cioè avarizia, vuol che s'intenda, per le parole dette di sopra: «ove colpa contraria gli dispaia», con questo vizio insieme punircisi l'opposito dell'avarizia, cioè la prodigalità, la quale è il superiore estremo di liberalità: e come l'avarizia consiste in tenere stretto quello che spendere bene e dar si dovrebbe, così la prodigalità è in coloro, li quali danno dove e quando e come non si conviene; benchè poco appresso l'autore alquanto più apertamente dimostri sè intender qui punirsi questi due vizi.

49-51

Ed io: maestro, tra questi cotali, che tu mi dì che furon cherici, e ancora tra gli altri, Dovre' io ben riconoscere alcuni, per ciò che furono uomini di grande autorità e molto conosciuti, come noi sappiamo che sono i papi e' cardinali e' signori e gli altri che in questi due peccati peccano; o vogliam dire: per ciò che l'autor peccò in avarizia, e l'un vizioso cognosce l'altro; Che furo, vivendo, immondi, cioè brutti e macolati, di cotesti mali, cioè d'avarizia e di prodigalità.

52-57

[52-54] Ed egli a me: vano, cioè superfluo, pensiero aduni, cioè con gli altri tuoi racogli. E incontanente gli dice la cagione, seguendo: La sconoscente vita, cioè sanza discrezione menata, che i fè sozi, di questi due vizi, e per consequente indegni di fama, Ad ogni conoscenza, ragionevole, or gli fa bruni, cioè oscuri e non degni d'alcun nome. [55-57] In eterno verranno alli due cozi, cioè a' due punti del cerchio, li quali di sopra son dimostrati, dove insieme si percuotono.

Questi, cioè gli avari, li quali apare essere dall'un dei lati, risurgeranno del sepulcro, il dì del giudicio universale, Col pugno chiuso, testificando per questo atto la colpa loro, cioè la tenacità, la qual per lo pugno chiuso s'intende; e questi, cioè i prodighi, co' crin mozi, per li quali crin mozi similemente testificheranno la loro prodigalità. E la ragione per che questo per gli crin mozi si testifichi è questa: intendono i dottori moralmente per li capelli le sustanzie mondane, e meritamente, per ciò che i capelli in sè non hanno alcuno omore, nè altra cosa la quale alla nostra corporal salute sia utile; sono solamente alcuno ornamento al corpo, e per questo ne son dati dalla natura; e così dirittamente sono le sustanzie temporali, le quali per se medesime alcuna cosa prestar non possono alla salute dell'anime nostre, ma prestano alcuno ornamento a' corpi; e perciò dirittamente sentono coloro li quali intendono per li capelli le predette sustanzie. Risurgeranno adunque i prodighi co' crin mozi, a dimostrare come essi stoltamente e con dispiacere a Dio diminuissono le loro temporali riccheze.

58-60

Mal dare, la qual cosa fanno i prodighi, e mal tener, il che fanno gli avari, lo mondo pulcro, cioè il cielo, nel quale è ogni belleza, Ha tolto loro, sì come apare, poichè in inferno dannati sono, e, hannogli gli due detti vizi, posti a questa zuffa, cioè di percuotersi insieme co' pesi li quali volgono, e col rimproverarsi l'una parte all'altra le colpe loro. Quale ella sia, la zuffa di costoro, parole non ci pulcro, cioè non ci ordino, o non ci abellisco, dicendo; quasi voglia dire che assai di sopra sia stato dimostrato.

61-63

«Or puoi, figliuol, vedere». In questa parte continuando Virgilio le parole sue, gli mostra quanto sia vana la fatica di coloro, li quali tutti si danno a congregare o ad avere di questi beni temporali, e apregli la cagione. E dice adunque: Or puoi, figliuol, veder, in costoro, la corta buffa, cioè la brieve vanità, De' ben, cioè delle riccheze e degli stati, che son commessi alla Fortuna, secondo il volgar parlare delle genti e ancora secondo l'oppinion di molti; Per che, cioè per li quali beni, l'umana gente si rabuffa. Il significato di questo vocabolo «rabuffa» par ch'importi sempre alcuna cosa intervenuta per riotta o per quistione, sì come è l'essersi l'uno uomo acapigliato con l'altro, per la qual capiglia i capelli sono rabuffati, cioè disordinati, e ancora i vestimenti talvolta; e però ne vuole l'autore in queste parole dimostrare le quistioni, i piati, le zuffe, le guerre e molte altre male venture, le quali tutto il dì gli uomini hanno insieme per li crediti, per l'eredità, per le occupazioni e per li mal regolati disideri; venendo quinci a dimostrarne quanto sien le fatiche vane che intorno all'acquisto delle riccheze si mettono.

64-69

[64-66] E dice: Chè tutto l'oro ch'è sotto la luna, cioè nel mondo, O che fu già, di queste anime stanche, in queste fatiche del circuire, che di sopra è dimostrato, Non poterebbe farne posar una, non che trarla di questa perdizione. Apare adunque in questo quanto sia stata utile e laudabile la fatica di questi cotali, che in ragunare tesoro hanno posta tutta la loro sollicitudine, quando, per tutto quello che per la loro sollicitudine s'è acquistato, non se ne puote avere non che salute, ma solamente un poco di riposo in tanto affanno, in quanto posti sono. [67- 69] Le quali parole udite da Virgilio, muovono l'autore a fargli una domanda dicendo: Maestro, diss'io lui, or mi dì anche.

Qui comincia la terza parte della prima principale di questo canto, nella quale l'autore scrive come Virgilio gli dimostrasse che cosa sia fortuna; e però dice: «Maestro, or mi dì anche»; quasi dica: «Tu m'hai detto che tutto l'oro del mondo non potrebbe fare riposare una di queste anime, e per questo m'hai mostrato quanto sia vana la fatica di coloro li quali, posta la speranza loro in questi beni commessi alla Fortuna, intorno all'acquistarne e all'adunarne si faticano; ma dimmi ancora: Questa Fortuna, di che tu mi tocche, dicendo de' beni che le son commessi, Che è?, cioè: che cosa è?, che' ben del mondo ha sì tra branche, cioè tra le mani e in sua podestà».

70-72

E quegli a me, rispose, dicendo: o creature sciocche, Quanta ignoranza è quella che v'offende!, credendo come voi non dovete credere, cioè che i beni temporali sieno in podestà della Fortuna come suoi, con ciò sia cosa che essa sia ministra in distribuirgli, e non donna in donargli, sì come apare nelle parole seguenti. Or vo' che tu mia sentenzia ne 'mbocche, cioè che tu ne senta quello che ne sento io; e dice «ne 'mbocche», cioè riceva, non con la bocca corporale, la quale quello che riceve manda allo stomaco, ma con la bocca dello 'ntelletto, il quale, rugumando ed essaminando seco quello che per li sensi esteriori e poi per gli interiori concepe, quel sugo fruttuoso ne trae spesse volte che per umano ingegno si puote.

73-81

E quinci seguita Virgilio a dichiarare quello che egli senta della Fortuna, dicendo: Colui, lo cui saver tutto trascende, cioè Idio, il quale è somma sapienza, e appo il quale ogni altra sapienza è stoltizia, Fece li cieli, nella creazion del mondo, e diè lor chi conduce. E in questo sente l'autore con Aristotile, il quale tiene che ogni cielo abbia una intelligenzia, la quale il muove con ordine certo e perpetuo: e che l'autore questo senta, non solamente qui, ma in una delle sue canzone distese dimostrò, dicendo: Voi, che 'ntendendo il terzo ciel movete etc.

E queste cotali intelligenzie muovono i cieli loro commessi da Dio, Sì ch'ogni parte, della lor potenzia, ad ogni parte, mondana e atta a ricevere, splende, cioè splendendo infonde, Distribuendo igualmente la luce. Dice «igualmente» non in quantità, ma secondo la indigenzia della cosa che quella luce o influenzia riceve: «igualmente», cioè con equale affezione e operazione, distribuiscono nelle creature la potenzia loro.

E poi segue che Domenedio ha queste intelligenzie preposte a conducere i cieli e a distribuire i loro effetti ne' corpi inferiori, così: Similemente agli splendor mondani, cioè alle riccheze e agli stati e alle preeminenzie del mondo, Ordinò general ministra e duce, Che permutasse a tempo, cioè di tempo in tempo, li ben vani, cioè le riccheze e gli onori temporali, li quali chiama «beni vani», per ciò che in essi alcun salutifero frutto non si truova nè stabilità; e volle che questa cotal duce, cioè ministra, tramutasse questi «ben vani» Di gente in gente, cioè d'una nazione in un'altra, sì come noi leggiamo essere infinite volte avvenuto ne' tempi passati nelle gran cose, non che nelle minori. Noi leggiamo il reame e lo 'mperio degli Assiri esser trapassato ne' Medi, e de' Medi ne' Persi, e de' Persi ne' Greci, e de' Greci ne' Romani; e, lasciando stare gli antichi, de' quali di molti altri regni e signorie si potrebbe dire il simigliante, noi abbiamo veduto ne' nostri dì la gloria e l'onore dell'armi e della magnificenzia de' Franceschi esser trapassata negl'Inghilesi; e quivi non è da credere che ella debba star ferma, ma, come in coloro è stata transportata, così ancora e in brieve tempo si transmuterà in altrui.

E segue: e d'uno in altro sangue. La sentenzia delle quali parole, quantunque una medesima possa essere con la superiore, nondimeno, volendola a più brieve permutazione e di minor fatto deducere, possiam dire: «d'una famiglia in un'altra», in quanto d'un medesimo sangue si tengono quegli che d'una medesima famiglia sono, sì come, acciò che le cose antiche postpognamo, abbiam potuto vedere e veggiamo nella città nostra, piena di queste transmutazioni.

Furon de' nostri dì i Cerchi, i Donati, i Tosinghi e altri in tanto stato nella nostra città, che essi come volevano guidavano le piccole cose e le grandi secondo il piacer loro, ove oggi appena è ricordo di loro; ed è questa grandigia trapassata in famiglie, delle quali allora non era alcun ricordo: e così da quegli, che ora son presidenti, si dee credere che trapasserà in altri.

E questo senza alcun fallo adiviene Oltre la defension de' senni umani. Alla dimostrazione della qual verità si potrebbono inducere infinite istorie e mille dimostrazioni; ma, per ciò che assai può a ciascuno esser manifesto i senni degli uomini non valere a potere gli stati temporali fermare, si può fare senza più stendersene in parole.

82-84

E per queste permutazioni avviene Per che una gente impera, signoreggiando, e altra langue, servendo; e ciò avviene, Seguendo, i mondani beni, il giudicio di costei, cioè di questa ministra; <Che>, il qual giudicio, sta occulto, a' sensi umani, come in erba l'angue. «Anguis» è una spezie di serpenti, la quale ha la pelle verde, e volentieri, e massimamente la state, abita ne' prati fra l'erbe; e, per ciò che egli è con l'erbe d'un medesimo colore, rade volte fra quelle è prima veduto che toccato e sentito. E così, dice l'autore, il giudicio o il consiglio di questa ministra è sì occulto a' sensi umani, ch'egli non può prima esser conosciuto che sentito.

85-87

Ed oltre a questo, roborando ancora l'autore la predetta ragione, seguita: Vostro saver non ha contasto a lei, quasi voglia in queste parole pretendere che, ancora che noi o per industria o ancora per chiara dimostrazione conoscessimo o vedessimo a quello a che il giudicio di questa ministra s'inchina, non pare che per nostro sapere o ingegno possiamo a quello contastare o opporci in guisa che valevole sia.

E questo essere vero s'è già per molte manifeste cose veduto: Creso, re di Lidia, vide in sogno essergli tolto Atis, suo figliuolo, da ferro etc.; mostrò Idio ad Astiage, re de' Medi, in due sogni che il figliuolo, il quale ancora non era generato di Madianne, sua figliuola, il dovea privare dello 'mperio d'Asia: nè gli giovò il maritarla ad uomo non degno di moglie nata di real sangue, nè il far poi gittare il figliuolo natone alle fiere, che quello non avvenisse che già nel consiglio di questa ministra <era> fermato; non poterono l'avere cacciato del regno d'Alba in villa Numitore, l'avere ucciso Lauso, suo figliuolo, l'aver fatta vergine vestale Ilia, sua figliuola, adoperare che esso <Amulio> non fosse del regno gittatovi, e restituitovi Numitore. Infiniti sarebbono gli essempli che ad aprovar questo si potrebbon mostrare, lasciandoci tirare all'attitudine dataci da' cieli: ma, se noi vorremo essere prudenti e seguire il consiglio della ragione, con la forza del libero arbitrio che noi abbiamo, noi contrasteremo a lei, sì come dice Iovenale: Nullum numen etc., per ciò che il seguir noi il disiderio concupiscibile ne fa rimaner vinti da' movimenti di questa ministra etc.

E perciò segue: Ella, cioè questa ministra e duce, provede, iudica e persegue Suo regno. E dice «provede», in quanto provedute paiono quelle cose le quali da ordinato e discreto fattore produtte sono, sì come son queste terrene da ordinato movimento de' cieli produtte, secondo la potenzia de' quali esse si permutano, non altramente che se da giudicio dato si movessono; e così par questa ministra da singulare ed occulta diliberazion perseguire quello che giudicato pare, cioè le cose commesse a lei, come il loro, regno, gli altri dei, cioè l'intelligenzie, delle quali di sopra è detto.

E in questa parte l'autore, quanto più può, secondo il costume poetico parla, li quali spesse volte fanno le cose insensate, non altrimenti che le sensate, parlare e adoperare, ed alle cose spirituali danno forma corporale, e, che è ancora più, alle passioni nostre apropian deità e danno forma come se veramente cosa umana e corporea fossero: il che qui l'autore usa, mostrando la fortuna aver sentimento e deità; con ciò sia cosa che, come appresso aparirà, questi accidenti non possano avvenire in quella cosa la quale qui l'autore nomina «Fortuna», se poeticamente fingendo non s'attribuiscono. Dalle quali fizioni è venuto che alcuni in forma d'una donna dipingono questo nome di Fortuna, e fascianle gli occhi e fannole volgere una ruota, sì come per Boezio, De consolatione, apare. Ma chi le fascia gli occhi non intende bene ciò che fa, per ciò che, come appresso aparirà, ogni permutazion di costei va a diterminato e veduto fine; e, se l'effetto di quella non segue, non è per ignoranza de' causatori della permutazione, ma per lo libero arbitrio di colui in cui si diriza, il quale avvedutamente quella ischifa.

88-90

Le sue permutazion, che questa ministra fa nei beni temporali, non hanno triegue, cioè intermessione alcuna, sì come coloro che guerreggiano hanno ne' tempi delle triegue; e, per ciò che nelle sue permutazioni non è alcun riposo, può aparire che Necessità la fa esser veloce. E in queste parole vuole intendere l'autore i movimenti di questa ministra continui essere di necessità: le quali parole, non bene intese, potrebbon generare errore, il quale con la grazia di Dio si torrà via qui appresso, dove, esplicato il testo a questa ministra pertenente, dimosterrò quello che intendo essere questa Fortuna.

Sì spesso vien, il suo permutare, nel quale ella apare esser veloce, che vicenda consegue, cioè che egli pare questo suo permutare vicendevolmente seguire, in quanto alcuna volta veggiamo uno medesimo uomo, di quale che stato si sia, essere e felice e misero più volte nella vita sua.

91-96

[91-93] Questa, cioè Fortuna, è colei che tanto è posta in croce, dalle bestemmie e da' ramarichii, Pur da color che le dovrian dar lode, sì come uomini ben trattati da lei, Dandole biasmo a torto e mala boce, cioè ne' loro ramarichii dicendo sè esser male trattati da lei, dove sono trattati bene e molto meglio che essi non son degni. [94-96] Ma ella s'è beata, cioè eterna, e ciò non ode, cioè le bestemmie e' ramarichii; Con l'altre prime creature, cioè co' cieli e con le intelligenzie separate, lieta Volge sua spera, cioè la ruota, per la quale si discrivono le sue veloci circunvoluzioni delle sustanzie temporali; e beata si gode, non curando di queste cose.

Ora, avanti che più oltre si proceda, è da vedere che cosa sia questa Fortuna, della qual qui l'autore domanda Virgilio, quantunque molte cose in dimostrarlo n'abbia dette l'autore: e', conchiudendo, mostra di volere lei essere una ministra di Dio, posta sopra il governo delle cose temporali. Dalla qual conclusione non è mia intenzion di partirmi, ma di dilucidarla alquanto più, secondo che Idio mi presterà.

E, come che molti per avventura abbian creduto o credano, io estimo questa ministra dei beni temporali non essere altro se non l'universale effetto de' vari movimenti de' cieli, li quali movimenti si credono esser causati dal nono cielo, e il movimento uniforme di quello esser causato dalla divina mente; e così per questi mezzi sarà l'universale effetto de' movimenti de' cieli causato dalla divina mente, e per conseguente dato da essa amministratore e ordinatore de' beni temporali, de' quali essi movimenti de' cieli sono causatori. E dicesi dato ministro, più tosto a dimostrazione che cosa possa essere questo nome «fortuna» attribuito a questi mutamenti delle cose che perchè alcun ministerio vi bisogni, se non essa medesima operazion de' cieli.

E per ciò che di questo effetto sono propinquissima causa i cieli, e sia oppinion de' filosofi il causato almeno in certe parti esser simile al causante, sì come le più volte suole esser simigliante il figliuolo al padre, pare che seguir debba che, se i cieli sono in continuo moto, che l'universale loro effetto, il quale è intorno alle cose inferiori e temporali, similemente debba essere in continuo movimento: e se l'universale effetto è in movimento continuo, le sue particularità similemente in continuo movimento saranno; e così seguirà le cose governate essere convenienti e conformi alla cosa che le causa e dispone, e per conseguente quelle ottimamente dover seguire la disposizione data dal governante.

E per ciò che egli non par possibile cosa che gli ingegni umani comprendano le particularità infinite di questo universale effetto de' cieli, sì come noi possiamo comprendere nelle continue fatiche, e le più delle volte vane, degli strologhi; li quali, quantunque l'arte sia da sè vera e da certi fondamenti fermata, nondimeno non paiono gli ingegni umani essere di tanta capacità che essi possan comprendere ogni particularità di così gran corpo, come è il cielo, nè ancora pienamente le revoluzioni, congiunzioni, mutazioni e aspetti de' corpi de' pianeti, e per conseguente cognoscere nè quello che il cielo dimostra dover producere nè quello che a ciò seguire o fuggire, per avere o per fuggire quello che s'aparecchia, sia sofficiente nè bastevole: e però ottimamente dice l'autore i consigli umani non poter comprendere nè contastare alle occulte, quanto è a noi, operazioni di questo effetto.

Ed esso effetto non è altro che permutazioni delle cose prodotte da' cieli, le quali, non avendo stabilità coloro da' quali causate sono, nè esse similmente possono avere stabilità: e se i movimenti de' cieli son veloci e le cose causate da loro seguono la similitudine del causante, sarà di necessità questo loro effetto universale esser mobile e di veloce moto, come essi sono; e seguiranne quello che noi continuamente nelle cose temporali veggiamo, cioè le revoluzioni continue e le permutazioni e delle gran cose e delle minori.

Nè osta quello che per avventura alcuni potrebbon dire, cioè di vedere alcune cose non muoversi mai, o muoversi di rado e con difficultà, sì come sono le città e simili cose, le quali lungo tempo consistono: intorno alla qual cosa è da intendere le revoluzioni de' cieli adoperare secondo la disposizione delle cose, le quali esse operazioni de' cieli ricevono. Domenedio creò la terra stabile e perpetua, e però non è atta ad alcun moto per se medesima; ma, se dalle mani degli uomini ella è messa in alcuna opera e tratta della sua stabilità, adoperano i cieli sopra questa materia tarda e grave tardamente: ma nondimeno, quantunque tardo e rado sia il movimento, pur la muovono. E però le città, che di materia terrea paion composte, non senza gran cagione si muovono tardamente: e nondimeno questo tardo movimento, considerata la natura della cosa che si muove, si può dire veloce etc.

Ora hanno gli uomini a questo effetto posto nome «fortuna» a beneplacito, come quasi a tutte l'altre è stato posto; e, secondo che le cose secondo i nostri piaceri o contrarie n'avvengono, le chiamiamo «buona fortuna» e «mala fortuna». E furono in tanta simplicità anzi scioccheza, i Gentili, che, non avendo riguardo alla sua origine, la stimarono una singular deità, in cui fosse potenzia di dar bene e male, secondo il beneplacito suo; e per averla benivola, le fecero templi e ordinarono sacerdoti e sacrifici, seguendo per avventura, più che la verità, la sentenzia di questi versi:

Si Fortuna volet, fies de rhetore consul;
si volet hec eadem, fies de consule rhetor etc.

E se alcune genti furono che intorno a questa bestilità peccassero, i Romani più che altri vi peccarono. Nondimeno, quantunque di necessità paia, come detto è, questa Fortuna nelle sue amministrazioni esser veloce, non è questa necessità imposta se non sopra il movimento delle cose causate da' cieli, delle quali l'anime nostre non sono, per ciò che sopra i cieli sono create da Dio e infuse ne' corpi nostri dotate di ragione, di volontà e di libero albitrio; e perciò niuna necessità in noi può causare in farci ricchi o poveri, potenti o non potenti contro a nostro piacere.

Il che in assai s'è potuto vedere, in Senocrate e in Diogene, in Fabrizio e in Curzio e in altri assai; il che chiaramente Giovenale ne dimostra nel verso preallegato, dicendo:

Nullum numen abest, si sit prudentia; sed te
nos facimus, Fortuna, deam celoque locamus.
E questo avviene per la nostra scioccheza, seguendo più tosto con l'appetito la sua volubilità che la forza del nostro libero arbitrio, per lo quale n'è conceduto di potere scalpitare e aver per nulla ogni sua potenza.

Adunque questo effetto universale de' movimenti de' cieli e delle loro operazioni, secondo il mio piccolo conoscimento, credo si possa dire essere quella cosa la quale noi chiamiamo «fortuna», e la qual noi vogliamo esser ministra e duce de' beni temporali. E in questa oppinione, se io intendo tanto, mi par che fossero que' poeti, li quali sentirono che l'una delle tre sorelle chiamate Parche, o Fate che vogliam dire, cioè Cloto, Lachesìs e Antropòs, alle quali la concezione e 'l nascimento di ciascun mortale, e similmente la vita e la morte attribuiscono, fosse questa Fortuna: e quella di queste tre vogliono che sia Lachesìs, cioè quella la quale dicono che, nascendo noi, ne riceve e nutrica in vari e molti mutamenti, infino al dì della morte; e questa, secondo la qualità della vita di ciascuno, il parer degli uomini seguitando, dicono essere buona e malvagia Fortuna. E per ciò che, come detto è, in essa vita consistono le revoluzioni e' mutamenti di ciascuno, assai apare ciò non essere altro che l'universale effetto di tutti i cieli, da'quali questi movimenti, quanto al corpo, son causati in noi.

E questa Fortuna chiama l'autore «dea», poeticamente parlando e secondo l'antico costume de' Gentili, li quali ogni cosa, la qual vedeano che lungamente durar dovesse o esser perpetua, deificavano, sì come i cieli, le stelle, i pianeti, gli elementi, i fiumi e le fonti, li quali tutti chiamavano «dei»: e però vuol l'autore sentire per questa deità la perpetuità di questo effetto, il quale tanto dobbiam credere che debba durare quanto i cieli dureranno e produceranno gli effetti li quali producer veggiamo. Ora, che che io m'abbia detto intorno a questa fortuna, intendo che, in questo e in ogn'altra cosa, sempre sia alla verità riservato il luogo suo.

97-99

[L. XXVIII]

«Or discendiamo omai a maggior pieta» etc. Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale l'autore fa tre cose: prima dimostra come discendesse nel quinto cerchio dello 'nferno, dove dice trovò la padule chiamata Stige; nella seconda dimostra in questo quinto cerchio esser tormentati due spezie di peccatori, iracundi e accidiosi; nella terza scrive come per lo cerchio medesimo procedesse avanti. La seconda comincia quivi: «Ed io che di mirar»; la terza quivi: «Così girammo».

Dice adunque: Or discendiamo omai, quasi dica: «Assai abbiamo ragionato della fortuna, e però discendiamo a maggior pieta, cioè a maggior dolore». E mostra la cagione per la quale il sollicita allo scendere, dicendo:

Già ogni stella scende che saliva Quando mi mossi; nelle quali parole l'autore discrive che ora era della notte, e mostra che egli era passata mezza notte, per ciò che ogni stella, la quale sovra l'orizonte orientale della regione cominciava a salire in su il farsi sera, come era quando si mossono, ed egli stesso il dimostra, dicendo: «Lo giorno se n'andava», era salita infino al cerchio della mezza notte; donde, poi che pervenute vi sono, cominciano, secondando il cielo il suo girare, a discendere verso l'orizonte occidentale.

E fatta questa discrizion dell'ora della notte, quasi per quella voglia dire aver mostrato loro essere stati molto, subgiugne la seconda cagione per la quale il sollicita a discendere, dicendo: e il troppo star si vieta, cioè m'è proibito da Dio, per lo mandato del quale io vengo teco.

100-105

[100-102] Noi ricidemmo il cerchio, cioè pel mezzo passammo, e andammone all'altra riva, cioè alla parte opposita; e quivi pervennero Sovra una fonte che bolle, per divina arte, e riversa, l'acqua così bogliente, Per un fossato che da lei diriva, cioè si fa dell'acqua che essa fonte riversa. [103-105] L'acqua, la qual questa fonte riversa, era buia, cioè oscura, assai, vie, più che persa. È il perso un colore assai propinquo al nero, e perciò, se questa acqua era più oscura che il color perso, seguita che ella doveva esser nerissima.

Pigliano l'acque i colori, i sapori, i calori e l'altre qualità nel ventre della terra, ut: Ponto, quasi nera, per lo luogo che ha a dar quel colore; a Teano quasi lattea, perchè passa per luoghi piombosi; l'olio petroio da Laccone, l'acqua da Volterra, l'acqua d'Ambra, l'acqua da santa Lucia di Napoli.

E noi, Virgilio e io, in compagnia dell'onde bige, cioè lunghesso l'acque bige, come i compagni vanno l'uno lunghesso l'altro per un cammino: e chiama quest'acqua oscura e nera «bigia», non volendo però per questo vocabolo mostrarla men nera, ma, largamente parlando, lo 'ntende per nero; e così andando con queste onde bige, Entrammo giù, discendendo, per una via diversa, cioè malvagia.

106-108

Poi segue: Una padule fa, c'ha nome Stige, Questo tristo ruscel; e vuolsi questa lettera così ordinare: «questo tristo ruscello», cioè rivicello, «fa una padule», ragunandosi in alcuna parte concava del luogo, donde l'acqua non aveva così tosto l'uscita, «c'ha nome Stige». E quinci dice: quando questo ruscello fa la padule, cioè quando è disceso, correndo, Al piè delle malvage piagge grige, le quali in quel cerchio sono.

Di questa padule chiamata Stige molte cose si scrivono da' poeti, la quale essi dicono essere una padule infernale ed essere stata figliuola del fiume chiamato Acheronte e della Terra. E, secondo che dice Alberico nella sua Poetria, questa Stige fu nutrice e albergatrice degli idii del cielo, e per essa iurano essi idii e non ardiscono, quando per lei iurano, spergiurarsi, sì come dice Virgilio:

........... Stigiamque paludem,
dii cuius iurare timent et fallere numen etc.

E la cagione per la quale essi temono, giurando per Istige, di spergiurarsi, è per paura della pena, la quale è che quale idio, avendo giurato per Stige, si spergiura sia privato infino a certo tempo del divino beveraggio, il quale i poeti chiamano «nettara», cioè dolcissimo e soave: e questa onorificenzia vogliono esserle stata conceduta, per ciò che la Vittoria, la quale fu sua figliuola, fu favorevole agl'idii quando combatterono co' figliuoli di Titano, e vollesi più tosto concedere a loro che a' detti figliuoli di Titano.

L'allegoria di questa favola, quantunque non paia del tutto oportuna al proposito, pure, perchè in parte, e qui e altrove, potrà esser utile, la scriverò. Questo nome Stige è interpetrato «tristizia», e perciò è detta figliuola d'Acheronte, il qual, come davanti è detto, viene a dire «senza allegreza». Pare ad Alberico che colui, il quale è senza allegreza, agevolmente divenga in tristizia, anzi quasi par di necessità che egli in tristizia divenga; e così dall'essere senza allegreza nasce la tristizia. Che ella sia figliuola della Terra par che proceda da ragion naturale, però che, con ciò sia cosa che tutte l'acque procedano da quello unico fonte mare Occeano, e di quindi venire per le parti intrinseche della terra infino al luogo dove esse fuori della terra si versano, pare assai conveniente dovere esser detto figliuolo della Terra ciò che esce del ventre suo, come l'acqua fa che è in questa palude.

Che ella sia nutrice e albergatrice degl'idii, non vollero i poeti senza cagione. Intorno al qual senso è da sapere che sono due maniere di tristizia: o l'uomo s'attrista per ciò che egli non può a' suoi dannosi disideri pervenire, o l'uomo s'attrista cognoscendo che egli ha alcuna o molte cose meno giustamente commesse. La prima spezie di tristizia non fu mai nutrice nè albergatrice degl'idii, anzi è loro inimica e odiosa, intendendo gli «idii» per l'anime de' beati; ma la seconda fu ed è nutrice degl'idii, cioè di coloro li quali divengono idii, cioè beati: per ciò che il dolersi e l'attristarsi delle cose men che ben fatte niuna altra cosa è che prestare alimenti alle vertù, per le quali i Gentili andarono nelle lor deità, secondo che le loro istorie ne mostrano, e noi cristiani per l'attristarci de' nostri peccati n'andiamo in vita eterna, nella quale noi siamo veri idii e non vani.

Queste due spezie di tristizia mostra Virgilio d'avere ottimamente sentite nel VI del suo Eneida, là dove egli manda i perfidi e ostinati uomini in quella parte dello 'nferno, la quale esso chiama Tartaro, nella quale non è alcuna redenzione; e gli altri, li quali hanno sofferto tristizia e pena per le lor colpe, mena ne' Campi Elisi, cioè in quello luogo ove egli intende che sieno le sedie de' beati.

O vogliam dire quello che per avventura più tosto i poeti sentirono, gl'idii, li quali costei nutrica e alberga, essere il sole e le stelle, le quali alcuna volta ne vanno in Egitto; e questo è nel tempo di verno, quando il sole, essendo rimoto da noi, è in quella parte del zodiaco, la quale gli astrologhi chiamano «solestizio antartico»; per ciò che, oltre agli Egizi meridionali in quelle parti abitanti, esso fa quello che gli astrologhi chiamano «Cenit capitis»: e in questo tempo sono nutriti il sole e le stelle dalla palude di Stige, secondo l'oppinione di coloro li quali stimavano che i fuochi de' corpi superiori della umidità de' vapori surgente dall'acqua si pascessero; e appo questa padule di Stige, mentre nel mezzodì dimorano, stanno e albergano.

Che questa padule di Stige, secondo la verità, sia sotto la plaga meridionale, il dimostra Seneca in quel libro il quale egli scrisse Delle cose sacre d'Egitto, dicendo che la palude di Stige è appo coloro che nel superiore emisperio sono, mostrando appresso che non guari lontano da Siene, estrema parte d'Egitto verso il mezzodì, essere un luogo il quale è chiamato da' Greci «Phiale», il quale è tanto a dire quanto «amiche», e appo quel luogo essere una grandissima padule, la quale, con ciò sia cosa che a trapassarla sia molto malagevole e faticoso, per ciò che è molto limosa e impedita da' giunchi, li quali essi chiamano «papiri», è appellata Stige per ciò che è cagion di tristizia per la troppa fatica a' trapassanti.

Che gl'idii giurino per questa padule di Stige può esser la ragion questa: noi siamo usati di giurare per quelle cose le quali noi temiamo, o per quelle le quali noi disideriamo; ma chi è in somma allegreza, non pare che abbia che disiderare, quantunque abbia che temere; e questi cotali sono gl'idii, li quali i Gentili dicevano esser felici: e perciò, non avendo costoro che disiderare, resta che giurino per alcuna cosa la quale sia loro contraria, e questa è la tristizia.

E che chi si spergiura sia privato del divin beveraggio credo per ciò essere detto, per ciò che coloro, li quali di felice stato son divenuti in miseria, solevan dire essersi spergiurati, cioè men che bene avere adoperato, e così essere divenuti dalla dolceza del divin beveraggio, cioè dalla felicità, nell'amaritudine della miseria.

Costei esser madre della Vittoria si dice per tanto che delle guerre non s'ha vittoria per far festa, mangiare e bere, ballare o cantare, nè ancora per fortemente combattere, ma per lo meditare assiduo e faticarsi intorno alle cose oportune, in far buona guardia, in ispiare i mutamenti e gli andamenti de' nemici, in por gli aguati, in prendere i vantaggi e simili cose, le quali senza alcun dubbio hanno ad affligger l'uomo e a tenerlo, almeno nel sembiante, tristo.

109-114

[109-111] «Ed io che di mirar mi stava inteso». Qui comincia la seconda parte della seconda principale di questo canto, nella quale dimostra essere tormentati in questa padule bogliente gli iracundi e gli accidiosi. Dice adunque: Ed io che di mirar, in questa palude, mi stava inteso, cioè sollicito, Vidi genti fangose in quel pantano, cioè in quella padule; e dice «fangose», per ciò che le padule sono generalmente tutte nelli lor fondi piene di loto e di fango, per l'acqua che sta oziosa e non mena via quel cotal fango, come quelle fanno che corrono, e perciò chi in esse si mescola di necessità è fangoso;

Ignude tutte, con sembiante offeso, per lo tormento sì del bollor dell'acqua e sì ancora delle percosse che si davano. [112-114] Questi, fangosi, si percotean non pur con mano, battendo e offendendo l'un l'altro e se medesimi, Ma con la testa, cozando l'uno contro all'altro, e col petto, l'un contro all'altro impetuosamente scontrandosi, e co' piedi, dandosi de' calci, e Troncandosi co' denti le membra e la persona, a brano a brano, cioè a pezo a pezo.

115-120

Lo buon maestro disse. Qui gli dichiara Virgilio chi costor sieno che così si troncano, e dice: figlio, or vedi L'anime di color cui vinse l'ira, mentre vissero in questa vita; Ed anco vo' che tu per certo credi Che sotto l'acqua, di questa padule, ha gente che sospira, cioè che si duole. E, sospirando, fanno pullular quest'acqua al summo. Noi diciamo nell'acqua «pullulare» quelle gallozole o bollori, li quali noi veggiamo fare all'acqua, o per aere che vi sia sotto rachiusa e esca fuori o per acqua che di sotterra vi surga. Come l'occhio, cioè il viso, ti dice, u' che s'agira; e così mostra in queste parole la padule esser piena di questi bollori, e per conseguente dovere esser molta la gente la quale sotto l'acqua sospirava o si doleva.

121-123

Fitti nel limo: «limo» è quella spezie di terra la qual suole lasciare alle rive de' fiumi l'acqua torbida, quando il fiume viene scemando, la qual noi volgarmente chiamiamo «belletta»; e di questa maniera sono quasi tutti i fondi de' paduli. Dice adunque che in questa belletta nel fondo del padule sono fitti i peccatori, li quali dicon: tristi fummo, Nell'aer dolce che del sol s'allegra cioè si fa bella e chiara, Portando dentro, nel petto nostro, accidioso fummo, cioè il vizio dell'accidia, il quale tiene gli uomini così intenebrati e oscuri, come il fummo tiene quelle parti nelle quali egli si ravolge.

124-126

Poi segue: e per ciò che noi fummo tristi nell'aer dolce, qui Or ci attristiam, cioè piagnamo e dogliamci, nella belletta negra, in quel fango di quella padule, l'acqua della quale ha di sopra mostrata essere nera; e perciò conviene che la belletta sia nera altressì, in quanto ella suole sempre avere il color dell'acqua sotto la quale ella sta e che la mena.

Quest'inno. Gli «inni» son parole composte di certe spezie di versi e contengono in sè le laude divine, sì come apare nello Innario il quale compose san Gregorio e che la Chiesa di Dio canta ne' suoi ufici; ma in questa parte scrive l'autore il vocabolo, ma non l'effetto di quello, per ciò che dove l'inno contiene la divina laude propriamente, quello, che questi peccatori piangendo e dolendosi dicono in modo d'inno, contiene la lor miseria e la lor pena; si gorgoglian nella stroza. La «stroza» chiamiam noi quella canna la qual muove dal polmone, e vien su insino al palato, e quindi spiriamo e abbiamo la voce, nella quale se alcuna superchia umidità è intrachiusa, non può la voce nostra venir fuori netta ed espedita, e sono allora le nostre parole più simili al gorgogliare che fa talvolta alcuno uccello che ad umana favella; e per ciò che questi peccatori hanno la gola piena del fango e dell'acqua del padule, è di necessità che essi si gorgoglino questo lor doloroso inno nella stroza, per ciò Che dir nol posson con parola intègra, perchè è intrarotta dalla superchia umidità.

127-130

«Così girammo». Qui comincia la terza parte di questa seconda parte principale, nella quale l'autore dimostra il processo del loro andare e dove pervenissero, dicendo: Così, riguardando i miseri peccatori che nella padule si offendevano, e ragionando, girammo della lorda poza Grand'arco, cioè gran quantità volta in cerchio, a guisa d'un arco; e chiamala «poza», il quale è propio nome di piccole ragunanze d'acque; e questo, come altra volta è detto, è conceduto a' poeti, cioè d'usare un vocabolo per un altro, per la stretta legge de' versi, della quale uscir non osano. E quinci dice che egli girarono tra la ripa secca, alla quale non agiugneva l'acqua del padule, e il mezzo, del padule, Con gli occhi volti a chi del fango ingoza, cioè a' peccatori, li quali erano in quel padule. Venimmo al piè d' una torre al da sezo, cioè poi che noi avemmo lungamente agirato.

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

[L. XXVIIII]

«Papè Satàn, papè Satàn, aleppe» etc. Dimostrò l'autore nel precedente canto come la ragione gli dimostrasse qual fosse la colpa della gola, e che supplicio fosse dalla divina giustizia imposto a' gulosi, li quali in quel peccato morivano; e continuandosi alle cose precedenti, discrive come, seguendo la ragione, gli fosse da lei dimostrato che cosa fosse il peccato dell'avarizia e similmente quello della prodigalità, e similmente qual pena ne fosse data a coloro che in esse erano vivuti e morti peccatori, e sotto il cui imperio puniti fossero; procedendo appresso in questo medesimo canto, come, veduti questi, seguendo la ragione, gli fossero dalla detta ragione mostrate altre due spezie di peccatori, cioè gli iracundi e gli accidiosi, e il loro tormento.

E però primieramente vedremo, come di sopra si promise, quello che l'autore intenda per Plutone, prencipe di questo cerchio; e, appresso, che cosa sia avarizia e in che pecchi l'avaro, e poi che cosa sia prodigalità e in che pecchi il prodigo; e quinci qual sia la pena lor data per lo peccato commesso e come la pena si confaccia al peccato; e, questo veduto, procederemo a vedere che peccato sia quello dell'ira e poi quello dell'accidia, e qual pena agli accidiosi e agli iracundi data sia, e come essa si conformi alla colpa.

1-6

Truovansi adunque, secondo che esponendo la lettera è detto, essere stati due Plutoni, de' quali per avventura ciascuno potrebbe assai attamente servire a questo luogo, quantunque l'uno molto meglio che l'altro, sì come aparirà appresso. Diceva adunque Leòn Pilato che uno, il quale fu chiamato Iasonio, aveva amata Cerere, dea delle biade, e con lei s'era coniunto, e di lei aveva ricevuto un figliuolo, il quale aveva nominato Pluto.

Sotto il qual fabuloso parlare è questa istoria nascosa, cioè che, al tempo del diluvio il quale fu in Tesaglia a' tempi del re Ogigio, si trovò in Creti un mercatante, il quale ebbe nome Iasonio; e questi essendo molto ricco, e avendo, per la fertilità stata il precedente anno, trovata grandissima copia di grano, e quella comperata a quel pregio che esso medesimo aveva voluto, udendo il diluvio stato in Tesaglia e come egli aveva non solamente guasti i campi e le semente del paese, ma ancora corrotta ogni biada, la quale per li tempi passati ricolta vi si trovò, e i circustanti popoli esserne mal forniti a dover potere sovenirne quegli delle contrade dove stato era il diluvio, caricati più legni di questo suo grano, là navicò e di quello ebbe da' paesani ciò che egli adomandò; e in questa guisa, ispacciatol tutto, fece tanti danari che a lui medesimo pareva uno stupore: e in questa maniera di Cerere, cioè del suo grano, generò Plutone, cioè una smisurata riccheza. E in questo luogo si pone Plutone, per lo quale s'intendono le riccheze mondane, a tormentare coloro che quelle seppero male usare, sì come appresso aparirà; e perciò assai convenientemente qui si potrebbe di questo Plutone intendere.

Ma, come di sopra dissi, molto meglio si conformerà al bisogno questo altro, del quale si legge: che Plutone, il quale in latino è chiamato Dispiter, fu figliuolo di Saturno e della moglie, il cui nome fu Opis, e, come altra volta già è detto, nacque ad un medesimo parto con Glauca, sua sorella, e occultamente, sanza saperlo Saturno, fu nutricato e allevato.

Costui finsero gli antichi esser re dello 'nferno e dissero la sua real città esser chiamata Dite, della quale assai cose scrive Virgilio nel VI dell'Eneida, quivi:

Respicit Eneas; subito et sub rupe sinistra
menia lata videt etc.;

e, appresso a Virgilio, discrive la sua corte e la sua maestà Stazio nel suo Thebaidos, dicendo:

Forte sedens media regni infelicis in arce
dux Herebi populos poscebat crimina vite,
nil hominum miserans, iratus omnibus umbris.
Stant Furie circum varieque ex ordine Mortes,
sevaque multisonas exercet Pena catenas:
fata ferunt animas etc.

E, oltre a questo, gli attribuirono un carro, sì come al sole; ma, dove quello del sole ha quatro ruote, disson questo averne pur tre, e chiamarsi «triga»; e quello dissero esser tirato da tre cavalli, li nomi de' quali dissono esser questi: Meteo, Abastro e Novio. E, oltre a ciò, acciò che sanza moglie non fosse, dice Ovidio esso aversela in così fatta maniera trovata, che, essendosi un dì Tifeo con maravigliose forze ingegnato di gittarsi da dosso Trinacria, alla quale egli è sottoposto, parve a Plutone che, se questo avvenisse, essere possibile a dover poter trapassare infino in inferno la luce del giorno; e perciò, venuto a procurare come fondata e ferma fosse Trinacria, e a quella andando d'intorno ed essendo pervenuto non lontano a Siragusa, gli venne veduta in un prato una vergine chiamata Proserpina, la quale con altre vergini andava cogliendo fiori; e per ciò che essa sprezava le fiamme di Venere e recusava i suoi amori, avvenne che, come Plutone veduta l'ebbe, subitamente s'inamorò della sua belleza: e però, piegato il carro suo, n'andò in quella parte e, presa Proserpina, la quale di ciò non sospicava, seco ne la portò in inferno e quivi la prese per moglie.

E, oltre a questo, dicono lui avere avuto un cane, il quale aveva tre teste ed era ferocissimo, e quello avere posto a guardia del suo regno; del quale cane dice così Seneca tragedo nella tragedìa d'Ercule furente:

Post hec avari Ditis apparet domus.
Hic sevus umbras territat Stygius canis,
qui terna vasto capita concutiens sono
regnum tuetur; sordidum tabo caput
lambunt colubre; viperis horrent iube
longusque torta sibilat cauda draco.
Par ira forme etc.

Le quali molte fizioni al nostro proposito io intendo così: Plutone voglion molti, come altra volta è stato detto, vegna tanto a dire quanto «terra»: come che, secondo Fulgenzio, Plutone in latino suona tanto quanto «riccheza»; e perciò è chiamato da' Latini Dispiter, quasi «padre delle riccheze»: e che le periture riccheze consistano in terra, o di sotterra si cavino, questo è chiarissimo; ed Opis è chiamata la terra, e perciò meritamente Plutone è detto non solamente «terra», ma ancora «figliuolo della terra». Ma, per ciò che le prime riccheze, non essendo ancora trovato l'oro, aparvero in parte provenire del lavorio della terra e Saturno fu colui il quale primieramente insegnò lavorare la terra, è per questo meritamente chiamato padre di Plutone.

Alle riccheze, le quali per Plutone intendiamo, è meritamente data una città, la quale ha le mura di ferro e per guardia Tesifonè; acciò che per questo noi intendiamo le menti degli avari, a' quali le riccheze commesse sono, esser di ferro e conosciamo la crudeltà loro intorno alla guardia e tenacità di quelle; e in questa città dice Virgilio non essere licito ad alcun giusto d'entrare: Nulli fas casto sceleratum insistere limen, acciò che egli apaia che il cercare o il servare le riccheze senza ingiustizia non potersi fare.

Per la real corte e per li circunstanti a questo Plutone si deono intendere l'angosce e l'ansietà delle sollicitudini infinite e ancora le fatiche dannevoli, le quali hanno gli avari nel ragunar le riccheze, e ancora le paure di perderle, dalle quali sono infestati coloro li quali con aperta gola intendono sempre a ragunarle; e per lo carro dobbiamo considerare le circuizioni e i ravolgimenti per lo mondo, ora in questo e ora in quel paese discorrendo, che fanno coloro li quali e tirati e sospinti sono dal disiderio di divenir ricchi; e l'essere il detto carro sopra tre ruote tirato nulla altra cosa credo significhi se non la fatica, il pericolo e la incertitudine delle cose future, nelle quali coloro, che vanno datorno, continuamente sono.

E così i cavalli tiranti questo carro dicono esser tre, a dimostrarne di tre accidenti, li quali in questi cotali, atornianti il mondo per aricchire, par che sieno. Chiamasi adunque il cavallo primo Meteo, il quale è interpetrato «oscuro», per lo quale s'intende l'oscura, cioè stolta, diliberazione d'acquistare quello che non è di bisogno, dalla quale il cupido, senza riguardare il fine, si lascia tirare. Il secondo cavallo è chiamato Abaster, il quale tanto viene a dire quanto «nero», acciò che per questo si conosca il dolore e la tristizia de' discorrenti, li quali spessissime volte si truovano in cose ambigue e in evidenti pericoli e in paure grandissime. Il caval terzo è nominato Novio, il quale tanto vuol dire quanto «cosa tiepida», acciò che per lui cognosciamo che per la paura de' pericoli e ancora pe' casi sopravegnenti cade la speranza di coloro che ferventissimamente disiderano d'acquistare, e così intiepidisce l'ardore il quale allora a ciò stoltamente gli confortava.

Il maritaggio di Proserpina, la quale alcuna volta significa «abondanza», e massimamente qui, ad alcuno non è dubbio che con altrui che co' ricchi non si fa, e spezialmente secondo il giudicio del vulgo raguardante, la cui estimazione spessissimamente è falsa; per ciò che esso quasi sempre crede che là, dove vede i granai pieni, come appo li ricchi si veggono, che quivi sia abondanza grandissima; dove in contrario, essendo le menti vote, sì come l'avarizia procura, v'è fame e gran penuria d'ogni bene; e di questo maritaggio niuna cosa si genera che laudevole o degno di memoria sia.

Cerbero, cane di Plutone, estimano alcuni essere stato vero cane, e perciò essere detto lui aver tre teste, per tre singulari propietà, le quali erano in lui: egli era nel latrato d'alta voce e di sonora ed era mordacissimo e, oltre a ciò, era, in tenere quello che egli prendeva, fortissimo.

Nondimeno, sotto la verità di questo cane, sentirono i poeti essere altri sensi riposti, in quanto è detto «guardiano di Dite»; e però, con ciò sia cosa che per Dite si debbano intender le riccheze, sì come davanti è mostrato, non potremmo dirittamente dire alcuno essere guardiano di quelle se non l'avaro; e così per Cerbero serà da intendere l'avaro, al quale perciò sono tre teste discritte, a dinotare tre spezie d'avari: per ciò che alcuni sono li quali sì ardentemente disiderano l'oro, che essi cupidamente in ogni disonesto guadagno, per averne, si lascian correre, acciò che quello che acquistato avranno, pazamente spendano, donino e gittin via; li quali, avvegna che guardiani delle riccheze dir non si possano, nondimeno sono pessimi e dannosi uomini. La seconda spezie è quella di coloro li quali con grandissimo suo pericolo e fatica ragunano d'ogni parte e in qualunque maniera, acciò che tengano e servino e guardino, e nè a sè nè ad altrui dell'acquistato fanno pro o utile alcuno. La terza spezie è quella di coloro li quali non per alcuna sua opera o ingegno o fatica, ma per opera de' suoi passati, ricchi divengono e di queste riccheze sono sì vigilanti e studiosi guardiani che essi, non altrimenti che se da altrui loro fossero state diposte, le servano, nè alcuno ardire hanno di toccarle: e questi cotali sono da dire tristissimi e miseri guardiani di Dite.

I serpenti, li quali sono a Cerbero aggiunti alle come, sono da intendere per le tacite e mordaci cure, le quali hanno questi cotali intorno all'acquistare e al guardare l'acquistato.

Oltre a questo, gli antichi chiamarono questo Plutone Orco, sì come apare nelle Verrine di Tullio, quando dice: «Ut alter Orcus venisse Ethnam, et non Proserpinam, sed ipsam Cererem rapuisse videbatur» etc. Il quale dice Rabano così essere chiamato, per ciò che egli è ricettatore delle morti; con ciò sia cosa che egli riceva ogni uomo, di che che morte si muoia, e così l'avaro ogni guadagno riceve, di che che qualità egli si sia.

E questo basti ad aver detto intorno a quello che per Plutone in questo luogo si debba intendere: il che racogliendo, sono le riccheze e i malvagi guardatori e spenditori di quelle. E così significherà questo dimonio il peccato e la cagion del peccato, il quale in questo quarto cerchio miseramente si punisce.

Son certo che ci ha di quegli che si maraviglieranno, per ciò che l'allegoria, la quale io ho al presente data a questo cane infernale, cioè a Cerbero, non è conforme a quella la quale gli diedi nella esposizione allegorica del precedente canto: dove mostrai lui significare il vizio della gola, e qui dimostro io per lui significarsi tre spezie d'avari. Ma io non voglio che di questo alcuno prenda ammirazione, per ciò che la divina Scrittura è tutta piena di simili cose, cioè che una medesima cosa ha non solamente uno, ma due e tre e quatro sentimenti, secondo che la varietà del luogo, dove si truova, richiede: la qual cosa acciò che voi per manifesto essemplo veggiate, mi piace per alcuna figura e per la varietà de' sensi di quella mostrarvelo.

Leggesi nel Genesì che il serpente venne ad Eva e confortolla che assaggiasse del cibo, il quale l'era stato comandato che ella non n' assaggiasse: e per questo serpente doversi intendere il nimico della umana generazione tutti i santi uomini e dottori della Chiesa s'acordano. Similemente scrive san Giovanni nell'Apocalissi che fu fatta una battaglia in cielo, come nell'esposizione litterale fu detto, nella quale san Michele arcangiolo uccise il serpente; e per questo serpente similemente s'intende, per tutti, il nimico nostro antico: per che potete vedere, per gli essempli posti, per lo serpente intendersi il diavolo.

Ma in altra parte si legge nella Scrittura che, essendo il popolo d'Israèl venuto, dietro alla guida di Moisè, in parte del diserto piena di serpenti, [e] che questi serpenti trafiggevano e molestavano forte il popolo, e non solamente gli offendevano d'infermità, ma egli ve ne morivano per le trafitte velenose: la qual cosa come Moisè sentì, per comandamento di Dio fece un serpente di rame e, dirizata nel mezzo del popolo una colonna, vel pose suso e comandò che qualunque del popolo trafitto fosse, incontanente che trafitto fosse, mostrasse quella puntura o quella piaga, che dal serpente avesse ricevuta, a questo serpente da lui elevato ed egli sarebbe guerito: e così avveniva.

Intendesi in questa parte questo serpente elevato esser Cristo, il quale, nel mezzo del popolo ebraico elevato in su la colonna della croce, sanò e sana tutte le piaghe delle colpe nostre, per li conforti e per le tentazioni de' serpenti, cioè de' nimici nostri, fatte nelle nostre anime: le quali come noi le mostriamo a questo serpente elevato, cioè a Cristo, per la contrizione e per la confessione e per la satisfazione, incontanente siamo per la sua passion liberati e gueriti dalle piaghe, le quali a morte perpetua ci traeano.

E fu questo serpente, cioè Cristo, di rame, secondo due propietà del rame, il quale è di colore rosso ed è sonoro; per ciò che Cristo nella sua passione divenne tutto rosso del suo prezioso sangue, versato per le punture della corona delle spine, per le battiture delle verghe del ferro, per le piaghe fattegli nelle mani e ne' piedi da' chiovi, co' quali fu confitto in su la croce, e per lo costato, quando gli fu aperto con la lancia. Fu ancora questo serpente sonoro, in quanto la sua dottrina infino agli estremi del mondo fu predicata e udita, e ancora si predica e predicherà mentre il mondo durerà. E così in una medesima figura avete il serpente significare Cristo e 'l dimonio: Cristo in quanto libera, il dimonio in quanto offende.

Leggesi ancora per la pietra essere assai spesso nelle sacre lettere significato Cristo, e talora l'ostinazion del dimonio. Dice il Salmista: «Lapidem, quem reprobaverunt edificantes, hic factus est in caput anguli»: e vogliono i dottori per questa pietra significarsi Cristo.

Fu nella edificazion del tempio di Salamone più volte da' maestri, che 'l muravano, provato di mettere, tra l'altre molte che v'erano, una pietra in lavorio, nè mai si potevano abattere a porla in parte dove paresse loro che ella bene risedesse; ultimamente, provandola ad un canto, il quale congiugneva due diversi pareti del tempio, trovarono questa pietra ottimamente farsi in quel canto e nella congiunzion de' due pareti.

Vogliono adunque i dottori questi due pareti avere a significare due popoli de' quali Cristo compuose il tempio suo, de' quali l'uno fu di parte de' Giudei e l'altro fu de' Gentili, de' quali Cristo, come che due pareti fossero, fece una Chiesa. Significano ancora le due pareti i due Testamenti, il Nuovo e 'l Vecchio, alla congiunzion de' quali solo Cristo fu sofficiente, in quanto il suo nascimento, la sua predicazione e la sua passione furono quelle che apersero i segreti misteri del Vecchio Testamento, velati da dura corteccia sotto la lettera, e così quegli che per opera congiunse con la sua dottrina, la qual noi leggiamo nel Nuovo Testamento; e così potete veder qui per la pietra significarsi Cristo. Oltre a questo, si legge nell'Apocalissi: «Substulit angelus lapidem quasi molarem et misit in mare», per la qual pietra vogliono i dottori s'intendano i pessimi e malvagi uomini; ed Ezechièl dice: «Auferam eis cor lapideum», per la quale intendono i dottori la dureza della infedelità; e il Salmista dice: «Descenderunt in profundum quasi lapis», intendendo per questa pietra il peso e la graveza del peccato.

E però, senza por più essempli, potete vedere, com'è detto, una medesima cosa avere diversi sensi e diverse esposizioni; il che, come delle figure del Vecchio Testamento adiviene, così similmente adiviene delle fizioni poetiche, le quali significano quando una cosa e quando un'altra.

Ora si suole intorno a queste esposizioni spesse volte dire per li laici la Scrittura avere il naso di cera, e perciò i predicatori e i dottori, secondo che lor pare, torcerlo ora in questa parte e ora in quella. La qual cosa non è vera: per ciò che la Scrittura di Dio non ha il naso di cera, anzi l'ha di diamante, del quale non si può levare nè vi si può appiccare alcuna cosa, nè si può rintuzare, sì come quella la quale è fondata e ferma sopra pietra viva, e questa pietra è Cristo; ma puossi più tosto dire questi cotali avere il cuore, lo 'ntelletto e lo 'ngegno di cera, e perciò vedere con gli occhi incerati; e come son fatti eglino pieghevoli ad ogni dimostrazione vera e non vera, così par loro sia fatta la Scrittura; non conoscendo che la varietà de' sensi è quella che n'apre la verità nascosa sotto il velo delle cose sacre, la quale noi aver non potremmo, se sempre volessimo ad una medesima cosa dare un medesimo significato. Non si dovranno adunque alcuni maravigliare, se in altra parte Cerbero significò il vizio della gola e in questa gli s'attribuisce la guardia delle riccheze.[L. XXX]

Ma, acciò che noi alle spezie de' due peccati ci deduciamo, dico che, secondo che i poeti scrivono, ne' tempi che Saturno regnò, fu una età tanto laudevole, tanto piacevole e tanto, a coloro che allora vivevano, graziosa e inocente che essi la chiamarono, come altra volta è detto, l'«età dell'oro». E, quantunque essi vogliano quella in ciascuno atto umano essere stata virtuosa, intorno all'appetito delle riccheze del tutto la discrivono inocua, per ciò che essi dicono, regnante Saturno predetto, tutti i beni temporali, avvegna che pochi e rozi fossero, essere stati comuni a ciascheduno e perciò non essersi allora trovato alcuno che servo fosse, o che in ispezialità alcun mercennaio servigio facesse; ciascuno era e signore e servo di sè parimente, nè era campo alcuno che da alcun termine o fossa o siepe segnato fosse; alcuno armento non era che d'esser più d'uno che d'un altro si conoscesse; di niuna pecunia era notizia, sì come di quella che ancora non era stata da alcuna stampa segnata; nè mercatante nè navilio o alcuna altra cosa, per la quale aparer potesse alcuno in singularità avere appetito di possedere quello che agli altri non fosse comune, si conoscea.

E per questo vogliono, e meritamente, in que' secoli il mondo avere avuta lieta pace e consolata, nè alcun vizio ancora esser potuto entrare nelle menti de' mortali: la quale benignità e di Dio e della natura delle cose se continuata fosse stata da noi, come mostrata ne fu ne' primi tempi per doverla seguire e continuare, non è dubbio alcuno che, dove, avendola lasciata, è preso altro cammino e per quello i vizi ne trasviano allo 'nferno, che noi, dopo riposata vita mortale, non fossimo similmente saliti all'eterna.

Ma, poi che tra tanta simplicità, tra tanta inocenzia, nella vita piena di tranquillità, essendone operatore il nimico dell'umana generazione, furon questi due pronomi, «mio» e «tuo», seminati, tanto il santo ordine si turbò che grandissima parte di quegli, li quali a dovere riempiere in paradiso le sedie degli angioli ribelli creati furono e sono, ruvinano ad acrescere il lor numero in inferno.

Entrato adunque co' due pronomi il veleno pestifero, del volere ciascuno più che per bisogno non gli era, nelle menti degli uomini, si cominciarono i campi a partire con le fosse, a racogliere nelle propie chiusure le greggi e gli armenti, a separare le abitazioni e a prezolar le fatiche; e, cacciata la pace e la tranquillità dell'animo, entrarono in lor luogo le sollicitudini, gli affanni superflui, le servitudini, le maggioranze, le violenze e le guerre: e, quantunque con onesta povertà alcuni vincessero e scalpitassero un tempo l'ardente disiderio d'avere oltre al natural bisogno, non potè però lungamente la vertù de' pochi adoperare, che il vizio de' molti non l'avanzasse.

E, non bastando allo 'nsaziabile appetito le cose poste dinanzi agli occhi nostri e nelle nostre mani dalla natura, trovò lo 'ngegno umano nuove ed esquisite vie a recare in publico i nascosi pericoli: e, pertugiati i monti ed eviscerata la terra, del ventre suo l'oro, l'argento e gli altri metalli recarono suso in alto; e similmente, pescando, delle profondità de' fiumi e del mare tirarono a vedere il cielo le pietre preziose e le margherite; e non so da quale esperienza ammaestrati, col sangue de' pesci e co' sughi dell'erbe transformarono il color della lana e della seta; e, brievemente, ogni altra cosa mostrarono, la qual potesse non saziare, ma crescere il misero appetito de' mortali; di che Boezio, nel primo libro De consolatione, fortemente dolendosi, dice:

Heu primus qui fuit ille
auri qui pondera tecti
gemmasque latere volentes
pretiosa pericula fodit?

Ma, poi che lo splendor dell'oro, la chiarità delle pietre orientali e la belleza della porpore fu veduta, in tanto s'acceser gli animi ad averne, che, con abandonate redine, per qualunque via, per qualunque sentiero a quel crediam pervenire, tutti corriamo; e in questo inconveniente, non solamente ne' nostri giorni, ma già sono migliaia di secoli, si trascorse; e così la prima simplicità e l'onesta povertà e i temperati disideri scherniti, vituperati e scacciati, ad ogni illicito acquisto siam divenuti.

Per la qual cosa l'umana carità, la comune fede e gli essercizi laudevoli, non solamente diminuiti, ma quasi del tutto essinaniti sono; e, che è ancora molto più dannevole, con ogni astuzia e con ogni sottiglieza s'è cercato e cerca continuo l'odio di Dio: pensando che, dove noi dobbiam lui sopra ogni altra cosa amare, onorare e reverire, noi l'oro e l'ariento, i campi e l'umane sustanzie in luogo di lui amiamo, onoriamo e adoriamo.

Laonde segue che, per lo non saper por modo all'appetito e non sapere o non volere con ragione spendere l'acquistato, morendo ci convien qui lasciare quello che noi ne vorremmo portare e portarne quello che noi vorremmo poter lasciare; e col doloroso incarico delle nostre colpe, in eterna perdizione, dalla divina giustizia a voltare i faticosi pesi, come l'autore ne dimostra, mandati siamo.

E, acciò che meglio si comprenda la gravità di questa colpa e quello che l'autore intende in questa parte di dimostrare, e che l'uomo ancora si sappia con più avvedimento dalla meglio conosciuta colpa guardare, più distintamente mi pare che sia da dire che cosa sia e in che, brievemente, consista questo vizio dell'avarizia.

È adunque l'avarizia, secondo che alcuni dicono, «auri cupiditas», cioè disiderio d'oro; san Paolo dice, Ad Ephesios, V: «Avaritia est idolorum servitus». E, secondo la sentenzia d'Aristotile nel IIII dell'Etica, l'avarizia è difetto di dare ove si conviene e soperchio volere quello che non si conviene. Che l'avarizia sia cupidità d'oro in parte è già dimostrato e più ancora si dimosterrà appresso; che ella sia un servire agl'idoli, seguendo la sentenzia dell'apostolo, assai bene il dimostra san Geronimo in una sua pìstola a Rustico monaco, dove dice: «Extimato malo pondere peccatorum, levius alicui videtur peccare avarus quam idolatra; sed non mediocriter errat. Non enim gravius peccat qui duo grana thuris proicit super altare Mercurii, quam qui pecuniam avare, cupide et inutiliter congregat: ridiculum videtur quod aliquis iudicetur idolatra, qui duo grana thuris offert creature, que Deo debuit offerre, et ille non iudicetur idolatra, qui totum servitium vite sue, quod Deo debuit offerre, offert creature».

Che ella sia difetto di dare ove si conviene, e soperchio volere quello che non si conviene, dimosterrà il seguente trattato. Sono adunque alcuni, li quali, non essendo, in tanto disiderio s'accendono di divenir ricchi che il trapassar l'Alpi e le montagne o' fiumi, e navicando divenire alle nazioni strane, tirati dalla speranza e sospinti dal disiderio, par loro leggierissima cosa; avendo del tutto in dispregio ciò che Seneca intorno a queste fatiche scrive a Lucillo, là dove dice: «Magne divitie sunt lege nature composita paupertas. Lex autem illa nature scis quos terminos nobis statuat? non esurire, non sitire, non algere. Ut famem sitimque depellas, non est necesse superbis assidere liminibus, nec supercilium grave et contumeliosam etiam humilitatem pati; non est necesse maria temptare, nec sequi castra; parabile est quod natura desiderat et appositum. Ad supervacua sudatur: illa sunt que togam conterunt, que nos senescere sub tentorio cogunt, que in aliena litora impingunt. Ad manum est, quod sat est: qui cum paupertate bene convenit dives est».

E se questi cotali fossono contenti quando ad alcun convenevole termine pervenuti sono, o fossero contenti di pervenire a questo termine con onesta fatica e laudevole guadagno, forse qualche scusa il naturale appetito, il quale abbiamo infisso, d'avere, gli troverebbe; ma per ciò che, a questo, modo non si sa porre, tutti nel miserabile vizio trapassiamo, cioè in soperchio volere più che non si conviene. È il vero che il trapassar per questa via il convenevole par tolerabile, quando a quelle che molti altri tengono si riguarda.

Sono i più sì offuscati dall'appetito concupiscibile ch'è ogni onestà, ogni ragione, ogni dovere cacciato da sè, in dover per qualunque via ragunare, non solamente più che non bisogna ad uno, ma ancora più che non bisognerebbe a molti: e, per pervenire a questo, altri si danno senza alcuna conscienza a prestare ad usura, altri a rubare e occupare con violenza l'altrui, altri ad ingannare e fraudolentemente acquistare, e con altri essercizi simili, non più d'infamia che di fama curando, si sforzano le lor fortune ampliare.

Contro a questi cotali dice Tullio nel libro III Degli offici: «Detrahere igitur alteri aliquid et hominem hominis incommodo suum commodum augere magis est contra naturam quam mors, quam paupertas, quam dolor, quam cetera que possunt aut corpori accedere aut rebus externis» etc.

Sono nondimeno alcuni altri, li quali pare che prima facie che vogliano, e ingegnansi d'avere, più che il bisogno non richiede, li quali sono a distinguere da questi, per ciò che, dove i predetti sono pessima spezie d'avari, quegli, de' quali intendo di dire, non si possono con ragione dire avari, nè sono. Sono di quegli li quali, in nulla parte passato il dovere, con diligenzia s'ingegneranno di fare che i lor campi loro abondevolmente rispondano: questo è giusto disiderio e giusta operazione, quantunque ella trapassi il bisogno, per ciò che quel più in assai cose commendabili si può poi a luogo e a tempo adoperare.

Alcuni altri, per non stare oziosi, con ogni lealtà faranno una loro arte, alcuna mercatantia, li quali, quantunque più che lor non bisogna avanzin di questa, non sono perciò da reputare avari. Altri s'ingegnano di riscuotere e di racquistare quello o che hanno creduto o che hanno prestato del loro ad altrui: nè questo è da dire avarizia, quantunque sia più che quel che bisogna a chi il radomanda.

E similemente sono alcuni altri, li quali col sudore e con la fatica loro, o per prezo o per provisione, si fien messi al servigio d'alcun altro e con fede l'avranno servito: il domandar questo, e il volerlo, niuna ragione vuole che sia reputata avarizia.

È, oltre alla predetta, la seconda spezie d'avarizia, la quale consiste in difetto di dare dove e quanto si conviene; e in questa quasi tutta l'università degli uomini pecca. Sonne alcuni che, poi che per loro opera o per l'altrui sono divenuti ricchi, sono sì fieramente tenaci che, non che pietà o misericordia gli muova a sovenire eziandio d'una piccola quantità un bisognoso, ma a' figliuoli, alle mogli e a se medesimi sono sì scarsi, che, non che in altro si ristringano, ma essi nè beono nè mangiano quanto il naturale uso disidera; e dell'altrui prenderebbono, se loro dato ne fosse. Alcuni altri ne sono li quali nè onore nè dono vogliono ricevere da alcuni, per non avere a dare o ad onorare.

Alcuni altri ne sono li quali non solamente alle loro vigilie o a' cassoni ferrati li loro tesori fidano, ma, fatte profondissime fosse ne' luoghi men sospetti, gli sotterrano: di che segue assai sovente, come essi, vivendo, non n'hanno avuto bene, così, dopo la morte loro, non ne puote avere alcun altro. E pallian questi cotali la lor miseria col dire: «Noi siamo solenni guardatori del nostro, acciò che alcuno bisogno non ne costringa a dimandar l'altrui, o a fare altra cosa che più disonesta fosse che l'avere ben guardato il suo».

E di questi cotali sono alcuni più da riprendere che alcuni altri; sì come noi veggiamo spesse volte avvenire che alcuno per eredità diverrà abondante, senza avere in ciò alcuna fatica durata, e nondimeno serà più tenace che se per sua industria o procaccio ricco divenuto fosse; il che, oltre al vizio, pare una cosa mirabile, per ciò che in loro non dovrebbe avvenire quello che in coloro avviene, li quali con suo grandissimo affanno hanno ragunato quello che essi poi con sollicitudine guardano e ciascuno naturalmente, secondo che dice Aristotile, ama le sue opere più che l'altrui, come i padri i figliuoli, e i poeti i versi loro.

E di questi medesimi si posson dire essere i cherici, ne' quali è questo peccato tanto più vituperevole quanto con men difficultà l'ampissime entrate posseggono, non di loro patrimonio, non di loro acquisto pervenute loro; e, oltre a ciò, con men ragione le ritengono, per ciò che i loro essercizi deono essere intorno alle cose divine, all'opere della misericordia e di ciascuna altra pietosa cosa: deono stare in orazione, digiunare, sobriamente vivere, e dar di sè buono essemplo agli altri in disprezare le cose temporali e 'l mondo, e seguire con povertà le vestige di Cristo, acciò che, bene adoperando, apaiano le loro opere esser conformi alla dottrina. Le quali cose come essi le fanno, Idio il vede.

È, appresso, questo vizio meno abominevole in una età che in un'altra, per ciò che l'essere un giovane avaro senza dubbio non riceve scusa alcuna, per ciò che l'età del giovane è di sua natura liberale, sì come quella che si vede forte e atante ne' bisogni sopravegnenti, ed è piena di mille speranze e d'altrettanti aiuti, e molte vie o vede o le par vedere da potere risarcire quello che speso fosse o d'acquistar di nuovo; il che ne' vecchi non puote avvenire, per ciò che essi, li quali il più sono astuti e avveduti, non si veggono, procedendo avanti nel tempo, rimanere alcuno amico, se non le sustanze temporali; e in contrario si veggono ognindì pieni di bisogni nuovi e inoppinati e similmente s'accorgono che, essendo essi delle dette sustanze abondevoli, non mancar loro l'essere serviti e aiutati e avuti cari, da coloro spezialmente li quali sperano, secondo il loro adoperare, verso loro doversi nella fine dettare il testamento; dove spesso, se essi senza danari e senza derrate sono, non che da' più lontani, ma dalle mogli, da' figliuoli, da' fratelli sono scacciati, ributtati e aviliti e avuti in dispregio. La qual paura se considerata fia, non sarà alcuno che si maravigli se essi son tenaci e ancora cupidi d'avanzare, se il come vedessero.

Contro a costoro gridano la dottrina evangelica i santi e' filosofi e' poeti. Leggesi nell'Evangelio di Luca, capitolo V: «Ve vobis, divitibus!»; e nella Canonica di san Iacopo, capitolo V: «Agite nunc, divites, plorate ululantes in miseriis, que evenient vobis»; e nello Evangelio: «Mortuus est dives, et sepultus est in inferno». Ed Abacùc, capitolo II, dice: «Ve, qui congregat non sua!»; ed esso medesimo, capitolo <II>: «Ve, qui congregat avaritiam malam domui sue!», ed Ecclesiastici, X: «Avaro nichil est scelestius»; e santo Augustino dice: «Ve illis qui vivunt ut augeant res perituras, unde eternas amittunt»; ed esso medesimo: «Maledictus dispensator avarus, cui largus est Dominus». E Seneca a Lucillo, epistola XVII, scrive: «Multis parasse divitias non finis miseriarum fuit, sed mutatio»; e Tullio in primo Officiorum: «Nichil est tam angusti animi parvique quam amare divitias, nichil honestius magnificentiusque quam pecuniam contemnere, si non habeas, si habeas, ad beneficentiam liberalitatemque conferre»; e Virgilio nel III dell'Eneida:

....... quid non mortalia pectora cogis,
auri sacra fames;

e Persio scrive:

Discite, o miseri, et causas cognoscite rerum:
quis modus argento, quid fas optare, quid asper
utile nummus habet etc.;
e Iovenale ancora dice:

Sed quo divitias per hec tormenta coactas,
cum furor haud dubius, cum sit manifesta frenesis,
ut locuples moriaris, egenti vivere fato etc.

Mostrato che cosa sia avarizia e in che pecchi l'avaro, per ciò che in quel medesimo luogo e tormento sono i prodighi tormentati, è sotto brevità da vedere che cosa sia prodigalità e in che il prodigo pecchi. È prodigalità, secondo che Aristotile vuole nel IIII dell'Etica, l'uno degli estremi della liberalità, opposito all'avarizia; e, così come l'avarizia consiste in tenere dove e come e quando non si conviene e disiderare e adoperare d'avere più che non si conviene e onde e da cui non si conviene, così la prodigalità consiste in donare e spendere quanto e come e dove non si conviene.

E sta questo «quanto» nel trapassare ogni termine di debita spesa intorno a quella cosa, la quale alcun far vuole o che si conviene: come ne' vestimenti e negli ornamenti veggiamo spesse volte alcuni trasandare, senza considerare la qualità, la nazione o lo stato suo, e le entrate e' frutti delle sue possessioni; come ancora veggiamo nel convitare, nel quale, senza considerare a cui o quando o dove il convito s'aparecchi, quella spesa si fa per privati uomini e di bassa condizione o di vile che se per alcun prencipe o venerabile uomo si facesse: come si legge faceva il figliuolo d'Isopo filosafo, il quale, rimaso del padre ricchissimo, per dar mangiare a' suoi pari, comperava gli usignuoli, i montanelli, i calderugi, i pappagalli, li quali gli uomini hanno carissimi per lo lor ben cantare, e, quando grassi gli trovava, non gli lasciava per danari, e quegli arostiti poi poneva inanzi a' suoi convitati, per che talvolta avveniva essere per avventura costato il boccone diece fiorini d'oro; o come ancora si può fare in cose assai.

Il «come» consiste negli aparati: coroneranno alcuni le sale, ornerannole di drappi ad oro, metteranno le mense splendide, faranno venire i trombatori, i saltatori, i cantatori, i trastullatori, i servidori pettinati, azimati e leggiadri, non come se scellerati e scostumati uomini vi dovesser mangiare, come le più volte fanno, ma re o imperadori; useranno ancora maravigliosa sollicitudine, non dico nelle sale o nelle camere, ma nelle stalle e ne' cellieri in fare le mangiatoie intarsiate, i sedili iscorniciati e gli altri vasi a questi luoghi oportuni così esquisiti, come se negli occhi sempre aver gli dovessero e al lor propio uso adoperargli.

Peccasi ancora nel «dove» i doni e le spese smisuratamente si fanno, cioè in cui: in quanto le più delle volte a ghiottoni, a lusinghieri, a ruffiani, a buffoni, a feminette di disonesta vita e di vilissima condizione si faranno doni magnifichi, li quali sarebbono ad eccellentissimi uomini acettevoli, aparecchierannosi loro cavalcature, farannosi letti e scalderannosi i bagni non altramenti che se nobili e segnalati uomini dovessero pervenirvi: e, se per avventura un valente uomo capitasse alle case di questi cotali gittatori, con tristo viso, con leggieri spese malvolentieri ricevuto vi fia. Ora in queste e in simili cose consiste il vizio della prodigalità e il prodigo gitta via il suo. [L. XXXI]

È, oltre a questo, il prodigo in parte simile all'avaro, in quanto esso disidera, e con ardente sollicitudine, d'acquistare; e in ciò posta giuso ogni conscienza, ogni onestà e dovere, non cura come nè donde si venga l'acquisto: per che talvolta commette baratterie, frodi e inganni e violenze, ma nol fa al fine che l'avaro, cioè per adunare, ma per avere più che gittar via.

E se alcuni sono in questo vizio oltre ad ogni misura peccatori, sono i cherici, cioè i gran prelati, per ciò che essi il più, senza avere alcun riguardo a Dio, nè al popolo loro commesso, o alla qualità di colui in cui conferiscono, concedono, anzi gittano, gli arcivescovadi, i vescovadi, le badie e l'altre prelature e' benefìci di santa Chiesa ad idioti, ebriachi, manicatori, furiosi, d'ogni scellerateza viziosi e cattivi uomini: di che il popolo cristiano non solamente non è all'oportunità sovenuto, ma dalle miserie e cattività di così fatti pastori son trasviati allo 'nferno, dietro al malo essempio.

Piace, oltre alle dette cose, ad Aristotile questo vizio della prodigalità essere assai men dannevole che quello dell'avarizia, per ciò che, non ostante che dell'avarizia nè l'avaro nè alcun altro abbia alcun bene, dove della prodigalità pur n'hanno bene alcuni, quantunque mal degni, pare la prodigalità non debba potersi acrescere nè divenir maggiore, per ciò che il prodigo continuamente diminuisce le sostanze sue, senza le quali la prodigalità non si può mandare ad essecuzione, e, diminuendosi, pare di necessità si debba diminuire il vizio: il che dell'avarizia non avviene, per ciò che l'avaro continuamente acresce il suo, e, acrescendolo, acresce la cupidigia dell'aver più.

Appresso, il vizio il quale si può in alcuna maniera curare pare esser minore che quello che curar non si può: e la prodigalità si può curare, il che non si può l'avarizia; e però pare la prodigalità esser minor vizio che l'avarizia. Il che, quantunque per una ragione di sopra mostrato si sia, si può ancora mostrar con due altre, cioè che la prodigalità si possa curare.

Delle quali ragioni è l'una questa: curasi la prodigalità dal tempo, per ciò che, quanto l'uomo più s'avvicina alla vecchieza, tanto diventa più inchinevole a ritenere, per la ragione di sopra mostrata, dove si disse perchè i vecchi eran più avari che' giovani: e non è alcun dubbio le riccheze naturalmente disiderarsi, acciò che l'uom possa per quelle sovenire a' difetti umani; e per ciò convenevole pare, quanto alcuno sente i difetti maggiori, tanto più inchinevole sia a quelle cose, per le quali si puote o rimediare o sovenire a quegli.

La seconda ragione è per ciò che la povertà è ottima medica a cotale infermità e in essa si perviene assai agevolmente da chi gitta e scialacqua senza modo e senza misura il suo, sì come i prodighi fanno: e chi in essa diviene non può donar nè spendere, e così si truova guerito di questo vizio; il che dell'avarizia non avviene, come mostrato è.

Pare adunque, per le ragioni dette, la prodigalità essere minor vizio che l'avarizia. E se così è, sarà chi moverà qui una quistion così fatta: «Se la prodigalità è minor vizio che l'avarizia, perchè dimostra qui l'autore essere in igual tormento puniti i prodighi e gli avari, con ciò sia cosa che il minor vizio meriti minor pena?»; puossi a questa così rispondere: che il vizio della prodigalità non è in sè minore che l'avarizia, per ciò che, dove l'avarizia procede da naturale appetito, pare che la prodigalità abbia origine da stoltizia, ch'è spezie di bestialità.

Laonde, se alcuna cosa di questo vizio pare che diminuisca l'essere curabile, questa bestialità della stoltizia pare che il supplisca; e, oltre a ciò, quantunque curabile paia questo vizio, egli non si cura nè per volontà nè per opera laudevole del vizioso, e così per questo il vizioso non merita; e similmente, quantunque cessata sia la cagione, e per conseguente l'effetto, per le sopradette ragioni, nel prodigo, dove il disidero non cessi di quel medesimo adoperare, avendo di che, non pare, non che curato sia, ma diminuito il vizio.

E nelle nostre colpe riguarda la divina giustizia non solamente l'opere, ma ancora la volontà: e non pecca in assai cose meno chi vuole e non puote che chi vuole e puote; e perciò, non diminuendosi l'abito preso del vizio, non diminuisce il vizio nello abituato: laonde convenientemente segue in igual supplicio punirsi il prodigo e l'avaro.

E per ciò che questi due peccati sono radice e principio di molti mali, agramente insieme puniti sono, acciò che in eterno si pianga l'avere per loro non solamente dimenticato Idio e in luogo di lui avere adorati e onorati i danari, ma ancora vendutolo come fece Giuda, e come molti altri fanno, che, giurando e spergiurando, simoneggiando e ingannando, tutto il giorno il vendono: e l'avere venduta la giustizia, corrotte le leggi, falsificati i testamenti, i metalli e le monete, assediate le strade, commessi i tradimenti, i furti, gli omicidi; l'essere lusinghiere divenuto e ad ogni malvagio guadagno inchinevole; l'aver la loro virginità, la pudicizia, l'onestà e ogni vergogna posta giù, e l'essere divenute menandare, maliose, venefiche e indovine.

La pena adunque attribuita a questi peccatori è da vedere come sia conforme al peccato. Come detto è, tutta la sollicitudine dell'avaro è in ragunare e in tenere il ragunato e in guardarlo più che non si conviene; e quella del prodigo è in procurare con ogni studio d'avere e di male spendere quello che aver puote: e però assai convenevolmente pare che dalla divina giustizia puniti sieno nel continuo volgere gravissimi pesi col petto, e con quegli l'avaro e 'l prodigo amaramente urtarsi e percuotersi insieme.

Per lo quale atto è da intendere che, come in questa, vita, senza darsi alcun riposo, a diversi e contrari fini faticarono, sodisfacendo all'appetito loro e in quello sentendo dannosa dilettazione, così in inferno, perduti, con grande afflizion di loro son posti in continuo essercizio di volgere col petto pesi che sien loro faticosi e noiosi; e con quegli come a diversi fini, vivendo, affannarono, diverse oppinioni seguitando, così, l'uno incontro all'altro faccendosi, si percuotano e molestino e in lor maggior dolore la loro viziosa vita con ontoso verso si rimproverino. E, acciò che nel tormento loro si dimostri essi mai nella presente vita alcuna quiete non avere avuta nè doverla in quella sperare, vuole la giustizia che il loro discorrimento a tanta noia sia circulare.

Appresso, l'essere queste due spezie di vizio poste sotto la giurisdizion di Plutone si dee credere non esser fatto senza ragione. Io vi mostrai di sopra questo Plutone essere disegnato per lo padre delle riccheze, e quello che la sua città, la corte, i circunstanti, il carro, lo sterile matrimonio e il can Tricerbero era da intendere: le quali sono tutte cose spettanti ed all'un vizio ed all'altro, se sanamente si riguarderà; e perciò, come che l'autor non scriva questo dimonio alcuna cosa adoperare in costoro, che sotto la sua giurisdizion son dannati, nondimeno si può comprendere lui, cioè il suo significato, oltre all'ontoso verso che l'una parte contro all'altra dice, sempre con la sua presenzia raccendere nella memoria degli avari i tesori tanto amati da loro e per molte vie acquistati e con vigilante cura guardati essere stati da loro lasciati e, in un punto, tutti li lor pensieri, tutte le loro speranze, tutte le lor fatiche non solamente essere evacuate e vane, ma essi ancora esserne venuti a perdizione.

Per che creder si dee loro con vana compunzione piagnere e dolersi che, poichè pur da loro partir si doveano, non li aveano con liberale animo a' bisognosi participati: della qual cosa loro sarebbe seguita eterna salute, dove essi, per lo non farlo, ne son caduti in perpetua perdizione.

E così similmente i prodighi per l'aspetto di Plutone si ricordano, se per caso alcuno loro uscisse di mente, de' loro tesori e delle loro riccheze disutilmente, anzi dannosamente, spese, donate e gittate, e dove, bene e debitamente spendendole, potevano acquistare quella gloria che mai fine aver non dee, dove per lo contrario si veggiono in tormento e in miseria sempiterna. La quale assidua ricordazione si dee credere esser loro afflizion continua e incomparabile dolore, il quale con inestinguibile fiamma sempre di nuovo accende le coscienze loro.

«Or discendiamo omai a maggior pieta» etc. Questa è la seconda parte principale di questo settimo canto, nella quale, sì come nella esposizion testuale apare, l'autore del cerchio quarto discende nel quinto; e avendogli la ragion dimostrato che colpa sia quella del vizio dell'avarizia e della prodigalità e che tormento per quella ricevano i dannati, in questo quinto cerchio gli dimostra punirsi la colpa dell'ira e quella dell'accidia.

Le quali acciò che alquanto meglio si comprendano e più piena notizia s'abbia della 'ntenzione dell'autore, è alquanto da dichiarare in che questi due vizi consistano, e quindi verremo a dimostrare come con la pena si confaccia la colpa. Se noi adunque vogliam sanamente guardare, assai leggiermente potrem vedere che alcuno de' quatro elementi non è il quale sia tanto stimolato, tanto infestato, nè tanto percosso e rivolto dal cielo, dall'acqua e dagli uomini quanto è la terra.

Questa nelle sue parti intrinseche è con vari strumenti cavata e ricercata, acciò che di quelle i metalli nascosi si traggano, evellansi i candidi marmi, i durissimi porfidi e l'altre pietre di qualunque ragione, facciansi cadere le forteze sopra gli alti monti fermate, e facciansi pervie quelle parti, le quali da sè non prestavano leggiermente l'andare. Questa nella sua superfice ora da' marroni, ora da' bomeri e ora dalle vanghe è rivolta, cavata e rotta e d'una parte in un'altra gittata; questa da' templi mirabili, dagli edifici eccelsi delle città grandissime è oppressa, caricata e premuta; questa dagli animali, da' carri e da ponderosissimi strascinii è attrita e scalpitata; questa dal mare, da' fiumi e da' torrenti è rosa, estenuata e transportata; questa dalle selve, dall'erbe e dalle semente continue è poppata, sugata e munta; questa è dagli incendi evaporanti arsa, dalle folgori celestiali percossa e da' tremuoti subterranei dicrollata; questa è dai diluvi dilavata, da' raggi solari essusta e da' ghiacci ristretta. Chi potrebbe assai pienamente racontare le molestie, dalle quali ella è senza alcuna intermessione offesa e malmenata? Nè per tutte le racontate ingiurie, nè per molte altre, leggiamo o veggiamo che essa alcuna volta ramaricata si sia o si ramarichi; tanta è la sua umiltà constante e paziente.

Per la qual cosa forse creder si potrebbe esser più tosto piaciuto al nostro Creatore d'aver di quella il corpo dell'uom composto che d'altro elemento o d'altra materia, acciò che la natura di questa, della qual fu composto, seguitando, fosse paziente, e con toleranzia fermissima sostenesse i casi per qualunque cagione emergenti.

Le quali cose mal considerate da noi, non come terrei, ma quasi come se di fuoco fossimo stati formati, chi per nobiltà di sangue, chi per eccellenzia di dignità, chi per altezza di stato, chi per sublimità di scienza, chi per abondanza di riccheze, chi per corporal forza, chi per belleza, chi per destreza di membri, tanto fastidiosi divenuti siamo, teneri e descoli e impazienti, che per ogni leggierissima cosa ci accendiamo; e, non potendo l'un dell'altro sofferire i costumi, non solamente per ogni piccola ingiuria ci adiriamo, ma come fiere salvatiche da' cacciatori e da' cani irritate, in pazo e bestial furore trascorriamo, tumultando, gridando e arabbiando. E così nelle tenebre dell'ignoranza offuscati, spesse volte e noi e altrui in miseria quasi incomportabile sospigniamo.

Di che, provocata sopra noi la divina ira, avviene che la sua giustizia ne manda in parte dove gli splendor mondani e le riccheze e le dignità avute son per niente, e noi non altramenti che porci siamo aviluppati, convolti e strascinati in puzolente e fastidioso loto, dove con misera ricordazione e continua, senza pro, cognosciamo che noi eravam terrei, quando, adirati, di percuotere il cielo, non che altro, ci sforzavamo.

Alla dimostrazione della qual cosa acciò che deducendoci pervegnamo, prima mi par di dimostrare in che questo vizio consista, che di procedere ad altro; acciò che per questa dichiarazione sia meglio conosciuto e, per conseguente, dal meglio conosciuto meglio guardar ci possiamo, e, oltre a ciò, con men difficultà veggiamo come attamente l'autor disegni dalla giustizia di Dio essere alla colpa dato conveniente supplicio.

Dico adunque che, secondo che ad Aristotile pare nel IIII dell'Etica, che l'ira, la quale meritamente si dee reputar vizio, è un disordinato appetito di vendetta; e per ciò pare questa essere causata da tristizia nata nell'adirato, per alcuna ingiuria ricevuta in sè o in altrui di cui gli caglia, o nelle sue cose, o falsa o vera che quella ingiuria sia. E in tanto è questo appetito vizioso, in quanto questi cotali iracundi si turbano verso coloro, verso li quali non è di bisogno turbarsi, e per quelle cose per le quali turbar non si deono, e quando turbar non si deono, e ancora più velocemente che non deono, e più tempo perseverano in stare adirati che essi non deono.

E di questi cotali adirati o iracundi, secondo che Aristotile medesimo dimostra, son tre maniere. La prima delle quali è quella d'alcuni, che, per ogni menoma cosa che avviene, non che per le maggiori, solamente che loro non sodisfaccia, subitamente s'adirano e gridano e prorompono in furore; ma in essa non lungamente perseverano, quasi lor sia bastevole d'aversi mostrati adirati, o perchè subitamente vien loro fatto di prender vendetta della cosa per la quale adirati si sono; e così, essalata l'ira, ritornano nella quiete prima: la qual cosa in questi cotali è commendabile, quantunque non sia perciò stata la colpa dell'adirarsi minore. E pare che in questa spezie d'ira siano fieramente inchinevoli coloro li quali sono di complession collerica, dalla velocità e sottiglieza della quale par che venga questa subiteza.

La seconda maniera è quella di coloro li quali non troppo correntemente nè per ogni piccola cagion s'adirano, ma pure in quella, dopo alquanto aver sofferto, pervengono: l'ira de' quali è sì pertinace e ferma, che non senza difficultà si dissolve. E questi stanno lungamente adirati, servando dentro a se medesimi l'ira loro, nè quasi mai quella risolvono, se della ingiuria, la quale par loro aver ricevuta, alcuna vendetta non prendono; nè questa tengono ascosa senza lor gravissima noia, per ciò che, quanto il fuoco più si ristrigne in poco luogo, più cuoce; e perciò, mentre penano a sodisfare a questo loro disordinato appetito, tanto servano l'ira e se medesimi affliggono e molestano.

Ed è questa ira men curabile in quanto è nascosa, per ciò che nè amico nè altri può a questi cotali persuadere alcuna cosa, per la quale questa ira nascosa si diminuisca o si lasci; per che segue esser di necessità o che per vendetta o che per lungheza di tempo, nella quale ogni cosa diminuisce, ella intiepidisca e ismaltiscasi e ritorni in niente.

E son questi cotali non solamente a se medesimi molesti, ma ancora alle lor famiglie, a' compagni e agli amici, co' quali essi, stimolati dalla turbazione intrinseca, vivere con alcuna consolazione non possono. E da questa spezie d'ira sono infestati maravigliosamente quegli che son di complessione malinconica, per ciò che in essi, per la grosseza dell'omor terreo, la impression ricevuta persevera lungamente.

La terza maniera di questi iracundi sono alcuni, li quali, adirati, in alcuna maniera non lascian l'ira, nè per consiglio d'alcuno, nè per lusinga, nè ancora per lungheza di tempo, senza aver prima presa vendetta dell'offesa, la quale par loro avere ricevuta: e questi sono pessimi adirati, per ciò che, come assai chiaramente veder si può, essi hanno l'ira convertita in odio.

Della qual maladizione fieramente son maculati i Toscani, e tra loro in singularità i Fiorentini, li quali per alcuno ammaestramento datoci non ci sappiamo recare a perdonare; e, che ancora è molto peggio, mandandoci Domenedio per questo il giudicio suo sopra, tanto impazientemente il comportiamo che di questo male in molti altri strabocchevolmente trapassiamo, bestemmiandolo, rinegandolo e chiamandolo ingiusto; non volendoci per alcuna maniera ricordare delle sue parole nello Evangelio, nel quale egli, per farci al perdonare inchinevoli, per figura dimostra di quel signore, il quale volle rivedere la ragione dell'amministrazione che un de' suoi servi aveva fatta de' fatti suoi.

Trovò che 'l servo gli doveva dare cento talenti e però comandò che esso, ogni sua cosa venduta, fosse messo in prigione, infino a tanto che egli avesse interamente pagato: ma, pregandolo con umiltà il servo gli perdonasse, impetrò rimessione del debito; e poi, liberato, fece, senza voler perdonare, prendere un suo conservo, <che> diece talenti dar gli dovea, e metterlo in prigione. Il che udendo il signore, che cento n'avea perdonati a lui, il fece prendere e d'ogni suo bene spogliare e gittare nelle tenebre esteriori, per ciò che verso il prossimo suo era stato ingrato, non volendosi ricordare di ciò che esso avea dal suo signor ricevuto Alle quali cose se noi riguardassimo, cognosceremmo questo signore essere Idio Padre e il servo che dar dovea i cento talenti essere ciascheduno uomo: e perchè possibile non ci era pagare il debito, mandò di cielo in terra il Figliuolo, il quale con la sua passione e morte ne liberò da così ponderoso debito. E noi poi, mal grati di tanta grazia, non ci possiamo, nè ci lasciamo, recare a' conforti di coloro che saviamente ne consigliano a perdonare alcuna ingiuria, quantunque menoma, l'uno all'altro: di che egli avviene che, privati d'ogni nostro bene, siamo per giudicio di Dio gittati in casa il diavolo.

Ma, quantunque l'uno pecchi meno che l'altro, di queste tre maniere d'iracundi, nondimeno tutte offendono gravemente Idio, sì nel non aver saputo porre il freno della temperanza agli èmpiti loro, e sì per la ragione detta di sopra, e sì ancora per avere avuto in dispregio il comandamento di Dio, dove nello Evangelio dice: «Michi vindictam et ego retribuam». E per questo nell'ira sua divenuti e in quella morti, quello ne segue che poco davanti si disse, cioè che, dannati, siam mandati al supplicio, il quale l'autore ne discrive.

È nondimeno questo vizio spesse volte non solamente per lo futuro supplicio dannoso molto all'iracundo, ma ancora nella vita presente. Ercule, adirato e in furor divenuto, uccise Megera, sua moglie, e due suoi figliuoli; e Medea, adirata, similemente due suoi figliuoli di Giansone acquistati, uccise; Etiocle, re di Tebe, in singular battaglia contro a Pollinice, suo fratello, discese; Atreo diede tre suoi nepoti mangiare a Tieste, suo fratello; Aiace Telamonio, il quale non avean potuto vincere l'armi troiane, vinto dall'ira, se medesimo uccise; Amata, moglie del re Latino, veduta Lavina, sua figliuola, divenuta moglie d'Enea troiano, turbata, si mise il laccio nella gola e divenne misero peso delle travi del real suo palagio; Anibale cartaginese, chiaro per molte vittorie, per non poter sofferire di venire alle mani de' Romani, radomandantilo al re Prusia, incontro a sè adiratosi, preso volontariamente veleno, si morì.

Che bisogna racontarne molti? con ciò sia cosa che manifesto sia l'ira, poi che il consiglio della ragione ha tolto dell'uomo, col furor suo molti n'abbia già in misera e detestabile ruina condotti; li quali, come che in questa vita e seco medesimi e con altrui crudelmente si trattino, ne mostra l'autor nell'altra non esser meglio dalla giustizia trattati, mostrandone loro essere nella palude di Stige, torbida di fetido fango e orribile per lo suo fervore e per lo fummo continuo, il quale da essa continuamente essala, tuffati e pieni d'abominevole fastidio, e in quella non solamente con le mani lacerarsi, ma ancora con la testa e con ciascuno altro membro fieramente percuotersi e co' denti mordersi e troncarsi le persone e stracciarsi tutti.

Sotto la corteccia delle quali parole, mescolando il moral senso, spettante a noi che vivi siamo, con lo spirituale, il quale a' dannati apartiene, si può vedere il dannoso costume degli iracundi in questa vita e la gravosa pena de' dannati nell'altra. Il percuotersi con la testa, col petto e co' piedi niuna altra cosa è che un disegnare gl'impeti furiosi degli iracundi, quando dal focoso accendimento dell'ira sono incitati.

Possiamo nondimeno intendere per la testa dell'iracundo i pensieri, gli intendimenti, le diliberazioni dell'iracundo, tutti posti e dirizati dietro al disiderio della vendetta: e questo, per ciò che nella testa consistono tutte le virtù sensitive interiori e ancora le 'ntellettive, dalle quali sono formate le predette cose. E per ciò che nel petto consistono le virtù vitali e le nutritive, dobbiam sentire co' petti offendersi gli iracundi, non l'un l'altro, ma se medesimi; in quanto, quando molto si pon l'animo intorno all'effetto d'alcun disiderio, non si prende da colui, che così è occupato, nè la quantità del cibo usata, nè ancora con l'ordine consueto, per che conviene che la vertù nutritiva sia intorno al suo uficio talvolta molto impedita; dal quale impedimento seguita la deboleza e il diminuimento delle virtù vitali: e così, mentre che l'iracundo con tutto il suo disiderio sta inteso a doversi dell'ingiuria ricevuta vendicare, offende più se medesimo che 'l nemico. E così ancora per li piedi dobbiamo intender le affezioni di qualunque persona; per ciò che, sì come i piedi portano il corpo, così le affezioni menano l'animo e sono guida di quello: e per ciò che tutte le affezioni dell'iracundo sono pronte e inchinevoli a dovere nuocere a colui o a coloro contro a' quali è adirato, dice qui l'autore gl'iracundi co' piedi offendersi.

112-114

Il troncarsi coi denti le carni e levarsele con essi a pezo a pezo è efficacissima dimostrazione di quanta potenzia sia lo impeto di questo vizio, poichè non solamente offusca lo 'ntelletto e la ragione nell'adirato, ma ancora il priva del senso corporale. Il che se non fosse, basterebbe all'adirato l'aversi morso una sol volta, per ciò che il dolore ricevuto di quella il farebbe rimanere di più volte mordersi: dove noi possiamo avere udito e veduto essere stati alcuni di tanta e sì furiosa ira accesi che, in se medesimi, non potendo quel che disideravano, come cani rabbiosi rivoltisi, co' denti troncarsi le propie carni delle mani e delle braccia e poi sputarle.

E questo medesimo ancora sono stati di quegli che, avendone il destro, hanno adoperato nelle persone state odiate da loro: sì come ne scrive Stazio, nel suo Thebaidos, di Tideo, amico di Pollinice, il quale, sentendosi essere stato fedito a morte da uno chiamato Menalippo, con furia domandò d'averlo, e ultimamente, non senza gran zuffa e morte di molti, essendo stato Menalippo nel mezzo della battaglia preso e menato dinanzi da lui, al quale poca vita restava, come un cane rabbiosamente co' denti gli si gittò addosso e in questo bestiale atto, più che umano, morì egli e uccise il nemico.

109-111

L'essere in quella padule fitti, la qual dice calda, nera e nebulosa e piena di loto, assai ben si può comprendere la tristizia esser causativa dell'ira, per ciò che, se quelle cose che avvegnono delle quali l'uomo s'adira, se esse non ci contristassono, senza dubbio noi non ci adireremmo, e così per l'essere contristati ci adiriamo: e perciò, acciò che i miseri iracundi sieno nel vizio loro medesimo puniti e afflitti e per quello senza pro riconoscano sè dovere avere con pazienzia schifata la tristizia, donde la loro ira nacque, in questa padule di Stige, la quale è interpetrata «tristizia», demersi bollono e in continua ira, in danno di se medesimi, come dimostrato è, s'accendono.

L'essere la padule calda e nera e nebulosa ne può assai ben dimostrare le tre qualità degl'iracundi, delle quali di sopra è detto: intendendo per la caldeza del pantano la qualità degl'iracundi, la qual dissi subitamente accendersi, e ciò procedere dall'omor collerico, il quale è caldo e secco. Per la nebula del padule possiamo intendere l'altra qualità degl'iracundi, la qual dissi lungamente servare l'ira acolta, ma poi per lungheza di tempo a poco a poco risolversi, sì come veggiamo che le nebule de' pantani, state quasi salde e intere per buona parte del dì, pure alla fine si risolvono e tornano in niente.

La terza qualità degl'iracundi, li quali dissi non solamente non lasciar mai l'ira presa, ma quella, convertita in odio, mai non dimettere senza aver presa vendetta dell'offesa, la quale gli pare aver ricevuta, e ciò procedere da complession malinconica, cioè terrea, si può intender per la nereza del pantano, in quanto la terra di sua natura è nera, e la interpetrazion del nome della malinconia si dice da «melan», grece, il quale in latino suona «nero». E questi cotali malinconici son sempre nell'aspetto chiusi, bubbi e oscuri, per che assai paion conformarsi al colore del padule.

O vogliam dire queste tre proprietà, le quali l'autor discrive esser di questa padule, dover significare tre proprietà degl'iracundi, cioè: per la nereza la tristizia; per la nebula la caligine dell'ignoranzia, la quale l'ira para dinanzi agli occhi dello 'ntelletto, e così non può, offuscato, vedere quello che sia da fare; e per lo caldo il furor dell'iracundo nel quale s'accende. Per lo loto, nel quale sono imbrodolati e brutti tutti, possiamo intendere la soza e fetida macula, la quale l'ira mette nelle menti di qualunque ad essa vincere si lascia, e ancora per gli effetti di quella, li quali maculano e bruttano ogni onesta fama. [L. XXXII]

Resta a vedere del vizio opposito all'iracundia, il quale in questa medesima padule di Stige si punisce con gl'iracundi, cioè l'accidia. Alla quale rimuovere delle menti umane, assai cose ne sono dalla natura delle cose mostrate, oltre agli ammaestramenti datine dalla filosofia e dagli uomini virtuosi: ma, se ogni altra cosa dinanzi dagli occhi del nostro intelletto e de' corporali levata ne fosse, assai forza dovrebbe avere, al sospignerci ad esser ne' tempi debiti in continuo essercizio, il riguardare la bruna schiera delle formiche, piccolissimi animali, nel tempo estivo.

La quale, se noi ogni cosa vorremo attendere, senza avere nè astrolago o altro maestro, senza vedere albero o prato fiorito, senza salire in alcun luogo rilevato a considerare se incerate son le biade ne' campi, o altra qualità di tempo, come talvolta fanno i navicanti, dentro dalla sua cava standosi, cognosce quando la state ne viene, e quando sono le semente mature, e in quali contrade si ricolgano; e allora, purgata la via e aperta l'uscita della sua cava, la quale per ventura le piove del verno e' piedi degli animali aveano riturata, a piena schiera tutte escon fuori e, senza guida alcuna, tutte si dirizano all'aie, dove i lavoratori le biade segate ragunano e battono e mondano, e a' granai, ne' quali quelle ripongono, e a qualunque altro luogo per li campi fosser per ventura ristrette: e quivi, ottimamente dalla lor natura ammaestrate, discernendo dalla paglia le granella, quello che possono prendono; e, volti i passi loro, sollicitamente, senza aver chi le stimoli o solliciti altri che se medesime, con quel che preso hanno, ritornano alla lor tana; e quello salvamente riposto, senza alcuna intermessione, quanto il sole sta sopra la terra, ritornano al cominciato uficio. Nè son contente d'un sol dì essersi faticate, ma, mentre il caldo dura, ciascuna mattina col sole levandosi, ritornano al loro essercizio; mostrando assai bene, in quello, essere a loro manifesto quello nel verno non potere operarsi, sì per le piove continue e sì perchè quello che la state truovano in molte parti, e presto è aperto loro, quello il verno troverebbono in poche, e serrato; avvedendosi ancora che, se così nell'abondanza della state fatto non avessono o non facessono, convenirle di verno perire di fame.

La qual cosa sanamente riguardata non dubito che a ciascuno non prestasse utile dimostrazione contro all'oziosità e contro al porre indugio alle cose oportune e a dovere, quanto è per lo corpo, sì adoperare nella nostra fervida età, cioè nella giovaneza, che poi, vegnendo nella fredda e impotente vecchieza, si potesse senza vergogna e senza stento aspettar l'ultimo giorno, quando a Dio piacesse mandarlo: e, oltre a ciò, per la futura vita sì, mentre prestato n'è nella presente vita, adoperare che, vegnendo il freddo della morte, noi possiamo avere lieto e glorioso luogo intra' beati, e non esser gittati nella morte perpetua dello 'nferno, dove sarà pianto e stridor di denti.

Ma, per ciò che l'adormentato intelletto di molti, nè per disciplina, nè per sollicitudine, nè per utili essempli non si può destare nè inducere da alcuni stimoli a volere la fatica, la solerzia, il discreto essemplo del piccolo animale non che imitare, ma pur riguardare, avviene spesso che questi cotali in questa vita vegnono in estrema miseria e nell'altra tuffati bollono nella padule di Stige, come nel presente canto ne discrive l'autore.

E, acciò che più chiaramente si comprenda che vizio questo sia, e per conseguente meglio ce ne sappiamo guardare, ed, oltre a ciò, più leggiermente vedere quello che voglia l'autor sentire per la pena loro attribuita dalla divina giustizia, dico ch'è l'accidia: secondo che nel IIII dell'Etica mostra ad Aristotile di piacere colui essere accidioso, il quale dove bisogna non s'adira, dicendo essere atto di stolto il non adirarsi, dove e quanto e in quel che bisogna, per ciò che pare che questo cotale non abbia sentimento d'uomo, e però di nulla cosa s'attristi, e così non essere vendicativo; e aggiugne che sostenere lo 'ngiuriante e il non avere gli amici in prezo sia atto servile.

Della qual sentenzia considerata bene la cagione, credo n'aparirà ogni altra cosa che all'accidioso s'attribuisce dover nascere e venire. Che dobbiam noi credere altro di questa rimession d'animo dell'accidioso se non quella procedere da un torpore, da una viltà, da una oziosità di mente, per le quali esso senza turbarsi sostiene le 'ngiurie? Se ciò avvenisse per umiltà, o per essere obbediente a' comandamenti di Dio, come molti santi uomini hanno già fatto, non potrebbe però senza alcuna perturbazion d'animo essere avvenuto; per ciò che non può vittoria seguire, dove il nemico non è comparito e dove battaglia non è stata; e noi diciamo i santi uomini essere stati vittoriosi nelle passioni.

Turbasi adunque il santo e savio uomo quante volte vede o ode in sè o in altrui dire o operare quello che nè dire nè operare si convegna; ma prima ch'egli lasci tanto avanti la perturbazione procedere, che ad atto di peccato potesse pervenire, con umiltà e con buona pazienza vince la turbazione e, di questa, vittoria merita.

Ma l'accidioso non è così; per ciò che non per vertù, ma per cattività è paziente, e tutto dimessosi per la viltà dell'animo suo all'ozio, in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue meditazioni s'attrista, ognora divenendo più vile, in tanto che la sua vita, quasi non fosse vivo, trapassa; e in essa dolorosa non è cosa alcuna, quantunque menoma, la quale esso s'attenti di cominciare; e, se pure tanto lo 'nfesta la necessità che egli alcuna ne cominci, nel cominciamento medesimo invilisce, sì che le più volte intralasciatala, non la conduce alla fine.

Il tempo freddo il ratrappa, il caldo il dissolve, il giorno gli è noioso e la notte grave; ciascheduna ora, e in qualunque stagione, ha in sè, al giudicio del pigro, alcuno impedimento intorno alle cose che occorrono da fare, e così il tempo nuvolo e 'l sereno. La cura familiare sempre gli peggiora tra le mani; non visita, non sollicita le possessioni sue, non i lavoratori di quelle, non i servi, e l'essergli di quelle i frutti diminuiti non se ne cura per traccutanza. Alle publiche cose non ardirebbe di salire, alle quali se pur sospinto fosse per li meriti d'alcun suo, come uno adormentato si starebbe in quelle; il letto, le notti lunghissime e i sonni, non più corti che quelle, gli sono graziosissimo e disiderabile bene: la solitudine, le tenebre e il silenzio prepone ad ogni dilettevole compagnia.

Ma postponendo gli atti morali e alquanto parlando degli spirituali, non visita gl'infermi, non visita gl'incarcerati, non soviene di consiglio a' bisognosi, non visita la chiesa, non onora il corpo di Cristo per non trarsi il cappuccio all'usanza di Fiandra, non si confessa a' tempi, non prende i sacramenti, non dispone nè i fatti dell'anima nè quegli del corpo.

Ma che molte parole? L'uomo si potrebbe stendere assai, volendo pienamente racontare ogni parte di questa miseria: ma, per ciò che disutile è la materia, in poche conchiudendo le molte parole, dico che la vita dell'accidioso è, quanto più può, simigliante alla morte.

È nondimeno questo vizio origine e cagione di molti mali: di costui nasce non solamente povertà, ma indigenzia e miseria, nella quale rognoso, scabbioso, bolso, malinconico e pannoso si diviene; nasce ancor da costui afflizion d'animo, odio di se medesimo e rincrescimento di vita; nascene ignoranza di Dio, vilipension di virtù, perdimento di fama e moltitudine di pensieri vani, tiepideza di spirito, prolungazion d'opere e fastidio general d'ogni bene, e, ultimamente, dopo la trista vita, eterna perdizion dell'anima.

E per ciò che tutti gli atti di coloro, li quali sono da questo vizio occupati, sono freddi, torpenti e rimessi, e, in quanto possono, nascosi e occulti, gli fa assai convenientemente l'autore stare nascosi e riposti, senza potere esser veduti, nel fangoso fondo della misera padule bogliente, nera e nebulosa; e in quella gorgogliare con la gola piena del fastidio di quella e piagnere e senza pro dolersi della vita trista e negligente, la quale menarono: volendo per questo s'intenda primieramente, per lo calor della padule, il calor della divina ira, il quale, sì come contrario alla freddeza del lor peccato, gli tormenta e punisce in gravissimo e intolerabile dolore.

E per l'essere la padule nera vuol s'intenda la tenebrosa lor vita e la oscurità delle loro opere, delle quali mai in luce alcuna non aparve. E per questo ancora vuole loro stare tuffati, sotterrati e occulti sotto l'onde, acciò che si comprenda loro nella presente vita non essere per alcuna loro operazione stati conosciuti.

L'essere la padule nebulosa, o fummosa, che vogliam dire, ha a dimostrare la caligine della ignoranzia, dalla quale furono offuscati gli occhi dello 'ntelletto loro, li quali mai riguardar non vollono sè essere uomini nati ad essercizio laudevole, e non a detestabile ozio; l'avere la stroza piena di fango e gorgogliare, in quali cose il lor misero adoperare si faticasse, il quale in alcuna altra cosa non si distese se non in pensieri e in meditazioni malinconiche, le quali sono di natura terree, e, sì come grosse e fastidiose, hanno ad oppilare i meati della chiareza del suono della laudevole fama, della quale niente curano gli accidiosi.

VIII

ESPOSIZIONE LITTERALE

[L. XXXIII]

«Io dico, seguitando, ch'assai prima» etc. Continuasi l'autore in questo canto alle cose precedenti in questa forma, che, avendo nella fine del precedente canto mostrato come, alquanto agirata della palude di Stige, pervenissero appiè d'una torre, nel principio di questo dimostra quello che, avanti al piè della torre pervenissero, vedessero, discrivendo poi quello che, di ciò che videro, seguisse: e intende l'autore dimostrare in questo come, trasportati da Flegiàs dimonio per nave, pervenissero alla porta della città di Dite. E dividesi il presente canto in quatro parti: nella prima dimostra l'autore come, vedute certe fiamme sopra due torri, distanti l'una all'altra, un demonio chiamato Flegiàs venisse in una barchetta, e come in quella Virgilio ed esso discendessero; nella seconda discrive l'autore ciò che, navicando per la padule, udisse e vedesse d'uno spirito chiamato Filippo Argenti; nella terza mostra come, giunti nel fosso della città di Dite, e quindi alla porta di quella pervenissero; nella quarta pone la racolta fatta loro da' demòni, che sopra la porta o alla entrata della porta erano, e come, avendo Virgilio parlato con loro, gli fosse da loro chiusa la porta nel petto e turbato a lui se ne tornasse e quel che dicesse. La seconda comincia quivi: «Mentre noi corravamo»; la terza quivi: «Quivi il lasciammo»; la quarta quivi: «Non senza prima fare».

Dice adunque nella prima: «Io dico, seguitando». Nelle quali parole si può alcuna ammirazion prendere in quanto, senza dirlo, puote ogni uom comprendere esso aver potuto seguire la materia incominciata; e sì ancora perchè insino a qui non ha alcun'altra volta usato questo modo di continuarsi alle cose predette. E perciò, acciò che questa ammirazion si tolga via, è da sapere che Dante ebbe una sua sorella, la quale fu maritata ad un nostro cittadino chiamato Leon Poggi, il quale di lei ebbe più figliuoli;tra' quali ne fu uno di più tempo che alcuno degli altri, chiamato Andrea, il quale maravigliosamente nelle lineature del viso somigliò Dante e ancora nella statura della persona, e così andava un poco gobbo, come Dante si dice che facea, e fu uomo idioto, ma d'assai buono sentimento naturale e ne' suoi ragionamenti e costumi ordinato e laudevole; dal quale, essendo io suo dimestico divenuto, io udi' più volte de' costumi e de' modi di Dante; ma, tra l'altre cose che più mi piacque di riservare nella memoria, fu ciò che esso ragionava intorno a quello di che noi siamo al presente in parole.

Diceva adunque che, essendo Dante della setta di messer Vieri de' Cerchi e in quella quasi uno de' maggiori caporali, avvenne che, partendosi messer Vieri di Firenze con molti degli altri suoi seguaci, esso medesimo si partì e andossene a Verona. Appresso la qual partita, per sollicitudine della setta contraria, messer Vieri e ciascun altro che partito s'era, e massimamente de' principali della setta, furono condennati, sì come ribelli, nell'avere e nella persona, e tra questi fu Dante; per la qual cosa seguì che alle case di tutti fu corso a romore di popolo e fu rubato ciò che dentro vi si trovò.

È vero che, temendosi questo, la donna di Dante, la qual fu chiamata madonna Gemma, per consiglio d'alcuni amici e parenti, aveva fatti trarre della casa alcuni forzieri con certe cose più care e con iscritture di Dante e fattigli porre in salvo luogo. E, oltre a questo, non essendo bastato l'aver le case rubate, similmente i parziali più possenti occuparono chi una possessione e chi un'altra di que' condennati; e così furono occupate quelle di Dante.

Ma poi, passati ben cinque anni o più, essendo la città venuta a più convenevole reggimento che quello non era quando Dante fu condennato, dice le persone cominciarono a domandare loro ragioni, chi con un titolo e chi con un altro, sopra i beni stati de' ribelli, ed erano uditi: per che fu consigliata la donna che ella, almeno con le ragioni della dote sua, dovesse de' beni di Dante radomandare. Alla qual cosa disponendosi ella, le furon di bisogno certi istrumenti e scritture, le quali erano in alcuno de' forzieri, li quali ella in su la furia del mutamento delle cose aveva fatti fuggire, nè poi mai gli avea fatti rimuovere del luogo dove diposti gli aveva. Per la qual cosa diceva questo Andrea che essa avea fatto chiamar lui, sì come nepote di Dante, e, fidategli le chiavi de' forzieri, l'aveva mandato con un procuratore a dovere cercare delle scritture oportune.

Delle quali mentre il procurator cercava, dice che, avendovi più altre scritture di Dante, tra esse trovò più sonetti e canzoni e simili cose; ma, tra l'altre che più gli piacquero, dice fu un quadernetto, nel quale di mano di Dante erano scritti i precedenti sette canti: e però presolo e recatosenelo, e una volta ed altra rilettolo, quantunque poco ne 'ntendesse, pur diceva gli parevan bellissima cosa.

E però diliberò di dovergli portare, per sapere quello che fossero, ad un valente uomo della nostra città, il quale in que' tempi era famosissimo dicitore in rima, il cui nome fu Dino di messer Lambertuccio Frescobaldi; il qual Dino, essendogli maravigliosamente piaciuti e avendone a più suoi amici fatta copia, conoscendo l'opera essere più tosto iniziata che compiuta, pensò che fossero da dover rimandare a Dante, e di pregarlo che, seguitando il suo proponimento, vi desse fine.

E avendo investigato e trovato che Dante era a quei tempi in Lunigiana con un nobile uomo de' Malespini, chiamato il marchese Morruello, il quale era uomo intendente e in singularità suo amico, pensò di non mandargli a Dante, ma al marchese, che gliele mostrasse; e così fece, pregandolo che, in quanto potesse, desse opera che Dante continuasse la 'mpresa, e, se potesse, la finisse.

Pervenuti adunque li sette canti predetti alle mani del marchese ed essendogli maravigliosamente piaciuti, gli mostrò a Dante; e avendo avuto da lui che sua opera erano, il pregò gli piacesse di continuare la 'mpresa. Al qual dicono che Dante rispuose: – Io estimava veramente che questi, con altre mie cose e scritture assai, fossero, nel tempo che rubata mi fu la casa, perduti, e però del tutto n'avea l'animo e 'l pensiero levato: ma, poichè a Dio è piaciuto che perduti non sieno, ed hammegli rimandati inanzi, io adopererò ciò che io potrò di seguitare la bisogna secondo la mia disposizione prima. – E quinci, rientrato nel pensiero antico e reassumendo la 'ntralasciata opera, disse in questo principio del canto VIII: «Io dico, seguitando» alle cose lungamente intralasciate.

Ora questa istoria medesima puntalmente, quasi senza alcuna cosa mutarne, mi racontò già un ser Dino Perini, nostro cittadino e intendente uomo, e, secondo che esso diceva, stato quanto più esser si potesse famigliare e amico di Dante; ma in tanto muta il fatto, che esso diceva non Andrea Leoni, ma esso medesimo essere stato colui, il quale la donna avea mandato a' forzieri per le scritture e che avea trovati questi sette canti e portatigli a Dino di messer Lambertuccio.

Non so a quale io mi debba più fede prestare; ma qual che di questi due si dica il vero o no, m'occorre nelle parole loro un dubbio, il quale io non posso in maniera alcuna solvere che mi sodisfaccia. E il dubbio è questo: introduce nel VI canto l'autore Ciacco e fagli predire come, avanti che il terzo anno, dal dì che egli dice, finisca, conviene che caggia dello stato suo la setta, della quale era Dante; il che così avvenne, per ciò che, come detto è, il perdere lo stato la setta Bianca e il partirsi dia Firenze fu tutto uno; e però, se l'autore si partì all'ora premostrata, come poteva egli avere scritto questo? E non solamente questo, ma un canto più?

Certa cosa è che Dante non avea spirito profetico, per lo quale egli potesse prevedere e scrivere, e a me pare esser molto certo che egli scrisse ciò, che Ciacco dice, poi che fu avvenuto: e però mal si confanno le parole di costoro con quello che mostra essere stato. Se forse alcun volesse dire l'autore, dopo la partita de' Bianchi, esser potuto occultamente rimanere in Firenze, e poi avere scritto anzi la sua partita il VI e 'l VII canto, non si confà bene con la risposta fatta dall'autore al marchese, nella qual dice sè avere creduto questi canti con l'altre sue cose essere stati perduti, quando rubata gli fu la casa.

E il dire l'autore aver potuto agiungere al VI canto, poi che gli riebbe, le parole le quali fa dire a Ciacco, non si può sostenere, se quello è vero che per li due superiori si raconta, che Dino di messer Lambertuccio n'avesse data copia a più suoi amici, per ciò che pur n'aparirebbe alcuna delle copie senza quelle parole, o pur per alcuno antico, o in fatti o in parole, alcuna memoria ne sarebbe. Ora, come che questa cosa si sia avvenuta o potuta avvenire, lascerò nel giudicio de' lettori: ciascun ne creda quello che più vero o più verisimile gli pare.

1-6

[1-3] Tornando dunque al testo, dice: Io dico seguitando, alle cose predette, ch'assai prima Che noi, cioè Virgilio e io, fossimo al piè dell'alta torre, alla quale nella fine del precedente canto scrive che pervennero, Gli occhi nostri n'andar, riguardando, suso alla cima, cioè alla sommità della torre predetta.

[4-6] E appresso dimostra la cagione per che gli occhi verso la cima levarono, dicendo: Per due fiammette, cioè piccole fiamme, che i' vedemmo porre, in su quella sommità della torre, e un'altra, fiamma, da lungi, di questa torre, render cenno, sì come far si suole per le contrade nelle quali è guerra, che, avvenendo di notte alcuna novità, il castello o il luogo, vicino al quale la novità avviene, incontanente per un fuoco o per due, secondo che insieme posti si sono, il fa manifesto a tutte le terre e ville del paese. E dice che questo cenno d'una fiamma fu renduto di lontano, Tanto ch'a pena il potea l'occhio torre, cioè discernere altro.

7-9

Ma pure, poi che tolto l'ebbe, dice: Ed io mi volsi al mar, cioè all'abondanza, di tutto il senno, cioè a Virgilio, del quale nel principio del canto precedente dice: «E quel savio gentil, che tutto seppe»; e seguita: Dissi: questo che dice?, cioè: che significa il fuoco, il quale è qui sopra di noi fatto in questa torre?; e che risponde Quell'altro fuoco?, il quale io veggio fare sopra la torre, la quale n'è lontana; e chi son que' che 'l fenno?, questo ch'è sopra noi e quello ancora che n'è più rimoto.

10-12

Ed egli a me: su per le sucid'onde, di Stige, le quali chiama «sucide» perchè nere e brutte erano, Già puoi scorger, cioè di lontan vedere, quello che s'aspetta, di dovere avvenire per questo fuoco e per quello, Se 'l fummo, cioè la nebbia, del pantan nol ti nasconde, per ciò che la nebbia, dove non si diradi, ha a tor la vista delle cose, alle quali ella è davanti e mezza tra esse e l'occhio del riguardante.

13-18

E, questo avendo Virgilio risposto, seguita l'autore e dimostra quello che seguì de' fuochi sopra le due torri veduti, dicendo: Corda, d'alcuno arco, non pinse mai da sè saetta Che sì corresse, cioè volasse, via per l'aere snella, cioè leggiere, Com'io vidi una nave piccioletta Venir per l'acqua, della palude, verso noi in quella, che Virgilio diceva: «già puoi scorgere» etc.; Sotto il governo d'un sol galeotto. «Galeotti» son chiamati que' marinai li quali servono alle galee; ma qui, licentia poetica, nomina galeotto il governatore d'una piccola barchetta; e dice: Che, questo galeotto, gridava: or se' giunta, anima fella!, cioè malvagia.

E, come assai apare, l'autore in questo quinto cerchio non ha ancor mostrato essere alcun dimonio, il quale preposto sia al tormento de' dannati in esso, nè che con alcuno atto lo spaventi, come suol fare ne' cerchi di sopra, e perciò il pone in questo luogo; e questo è artificiosamente fatto, per ciò che non sempre d'una medesima cosa si dee in un medesimo modo parlare. Ponlo adunque, per variare alquanto il modo del dimostrare, qui infra 'l cerchio, per ciò che tutto è del quinto cerchio ciò che si contiene infino alla entrata della città di Dite.

E in quanto le parole di questo galeotto sono in numero singulare, par che sien dirizate dal dimonio pure all'un di lor due, cioè a Virgilio, il quale era anima e non uomo: e però si può comprendere questo dimonio avere da occulta virtù sentito l'autore non venir come dannato, e però lui non avere in esso alcuna potestà; ma esso gridar contro a Virgilio, acciò che l'autore spaventasse e, spaventandolo, il rimovesse dal suo buon proponimento: cioè dal voler conoscere le colpe de' peccatori e i tormenti dati a quelle, acciò che per lo conoscer delle colpe apparasse quello che era da fuggire e per la pena prendesse timore e quindi compunzione, se per avventura in quella colpa caduto fosse.

19-21

Al qual dimonio così gridante disse Virgilio: Flegiàs, Flegiàs; era questo il propio nome del dimonio che la nave menava, il quale Virgilio quasi dirisivamente due volte nomina, seguitando: tu gridi a vòto, cioè per niente, Disse lo mio signore. E poi soggiugne la cagione per la quale Flegiàs grida a vòto, dicendo: a questa volta, che qui se' venuto, Più non ci avrai che, tu t'avessi, sol passando il loto, cioè il padule pieno di loto.

22-24

E, questo detto, dimostra quello che a Flegiàs paresse, queste parole udendo e credendole, e dice: Quale è colui che grande inganno ascolta Che gli sia fatto, che prima si turba, e poi se ne ramarca, con gli amici e con altrui; Tal si fè Flegiàs nell'ira acolta, parendogli essere ingannato in ciò, che alcun di lor due non dovesse rimanere e che esso invano passasse il loto: che forse mai più avvenuto non gli era.

E, avanti che più si proceda, è da sapere che, secondo che scrive Lattanzio in libro Divinarum institutionum, questo Flegiàs fu figliuolo di Marte, uomo malvagio e arrogante e fastidioso contro agl'idii. Ebbe questo Flegiàs, secondo che Servio dice, due figliuoli, Isione e una ninfa chiamata Coronide, la quale, essendo bellissima, piacque ad Apolline, idio della medicina; di che seguì che Apolline giacque con lei e ingravidolla, ed essa poi parturì un figliuolo, il quale fu chiamato Esculapio. La qual cosa sentendo Flegiàs e adiratosi forte, senza prendere altro consiglio, impetuosamente corse in Delfòs, e quivi mise fuoco nel tempio d'Apolline, il quale a que' tempi dall'error de' Gentili era in somma reverenzia e divozione quasi di tutto il mondo, per ciò che quivi ogni uomo per risponsi delle bisogne sue concorreva. E fu questo tempio arso da Flegiàs, secondo che scrive Eusebio in libro Temporum, l'anno XXIII di Danao, re degli Argivi, il quale fu l'anno della creazione del mondo MMMDCCLII.

E, oltre a questo, scrivono alcuni che esso uccise la figliuola, la quale, per ciò che vicina era al tempo del parto, fu da alcuni aperta e trattale la creatura, già perfetta, del ventre e allevata: e questi che così eran tratti de' ventri delle madri erano consegrati ad Apolline, in quanto per beneficio della sua deità, cioè dell'arte della medicina, erano in vita tratti.

Scrivono, oltre a ciò, i poeti, che Apolline, essendo turbato di ciò, che Flegiàs avea arso il tempio suo, il fulminò e mandonne l'anima sua in inferno e condannolla a questa pena, che egli stesse sempre sotto un grandissimo sasso, il quale parea che ognora gli dovesse cadere addosso; di che egli sempre stava in paura. E di lui scrive Virgilio nel VI dell'Eneida:

.... Phlegyas<que> miserrimus omnes
admonet, et magna testatur voce per umbras:
discite iustitiam moniti, et non temnere divos etc.

25-27

Lo duca mio. Poi che l'autore ha dimostrato Flegiàs essersi turbato del non dovere acquistar più che sol passando il loto, ed egli scrive come con Virgilio scendesse nella nave di Flegiàs; per che comprender si puote che altra via non v'era da potere più avanti procedere, senza valicar per nave il padule. E dice: discese nella barca E poi mi fece entrare, nella barca, appresso lui; E sol quando fu' dentro parve carca: in che assai ben si comprende che lo spirito non è d'alcun peso, ma che il corpo è quello che è grave. È questa parte presa da Virgilio dove dice, nel VI dell'Eneida, come Enea trapassò per nave Acheronte, dicendo così:

.................. simul accipit alveo
ingentem Eneam. Gemuit sub pondere cymba
subtilis, et multam accepit rimosa paludem etc.

28-30

Poi segue l'autore: Tosto che 'l duca ed io nel legno fui, cioè nella barca; e usa qui l'autore il general nome delle navi per lo speziale, per ciò che generalmente ogni vasello da navicare è chiamato «legno», quantunque non s'usi se non nelle gran navi. Segando se ne va: dice «segando», in quanto, come la sega divide il legname in due parti, così la nave, andando per l'acqua sospinta da' remi o dal vento, pare che seghi, cioè divida, l'acqua;

l'antica prora. «Antica» la chiama, per ciò che per molti secoli ha fatto quello uficio; «prora» la chiama, ponendo la parte per lo tutto, per ciò che ogni nave ha tre parti principali, delle quali l'una si chiama «prora», quantunque per volgare sia chiamata «proda» da' navicanti, e questa è stretta e aguta, per ciò che è quella parte che va davanti e che ha a fender l'acqua; l'altra parte si chiama «poppa», e questa è quella parte che viene di dietro, e sopra la quale sta il nocchier della nave al governo de' timoni, li quali in quella parte, l'uno dal lato destro e l'altro dal sinistro, son posti, per li quali, secondo che mossi sono, la nave va verso quella parte dove il nocchier vuole; la terza parte si chiama «carena», e questa è il fondo della nave, il quale consiste tra la poppa e la proda.

Seguita che questa «antica prora» per lo disusato carico sega Dell'acqua, del padule, più che non suol con altrui, cioè con gli spiriti, li quali in essa sogliono esser portati da Flegiàs.

«Mentre noi corravamo». Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella quale l'autore fa quatro cose: primieramente dimostra come un pien di fango fuori dell'acqua del padule gli si dimostra; appresso scrive come Virgilio gli facesse festa per lo avere egli avuto in dispregio il fangoso che gli si dimostrò; oltre a ciò, pone come quel fangoso fosse lacerato dall'altre anime de' dannati che quivi erano; ultimamente discrive come ne' fossi venissono della città di Dite. La seconda comincia quivi: «Lo collo poi»; la terza quivi: «Ed io: maestro»; la quarta quivi: «Lo buon maestro».

31-36

[31-33] Dice adunque nella prima parte: Mentre noi corravam, cioè velocemente navicavamo, la morta gora. «Gora» è una parte d'acqua tratta per forza del vero corso d'alcun fiume e menata ad alcun mulino o altro servigio, il quale fornito, si ritorna nel fiume onde era stata tratta; per lo qual nome l'autore nomina qui, licentia poetica, il padule per lo quale navicava; e, per dar più certo intendimento che di quello dica, cognomina questa gora «morta», cioè non moventesi con alcun corso, sì come i paduli fanno.

Dinanzi mi si fece, uscendo dell'acqua del padule, un pien di fango, un'anima d'un peccatore, [34-36] E disse: chi se' tu, che vieni anzi ora?, cioè anzi che tu sia morto. Ed io a lui, rispuosi: s'i'vengo, i' non rimango, per ciò che io non son dannato e uscirò di qui per altra via; Ma tu, che domandi, chi se', che sì se' fatto brutto?, dal fango il quale hai addosso.

Rispose, quella anima: vedi che son un che piango: risposta veramente d'uomo stizoso e iracundo, del quale è costume mai non rispondere se non per rintronico.

37-39

Ed io a lui: con piagnere e con lutto. Pongono i gramatici essere diversi significati a diversi vocaboli li quali significan pianto: dicon primieramente che «flere», il quale per volgare noi diciam «piagnere», fa l'uomo quando piagne versando abondantissimamente lagrime; «plorare», il qual similmente per volgare viene a dir «piagnere», è piagnere con mandar fuori alcuna boce; «lugere», il qual similmente per volgare viene a dir «piagnere», è quello che con miserabili parole e detti si fa: e dicono, etimologizando: «lugere, quasi luce egere», cioè avere bisogno di luce. E questo pare che sia quella spezie di piagnere la quale facciamo essendo morto alcuno amico, per ciò che, chiuse le finestre della casa, dove è il corpo morto, quasi all'oscuro piagnamo; ma meglio credo sia detto quegli, che per cotale cagion piangono, aviluppati per lo dolore nella oscurità della ignoranza, avere bisogno in lor consolazione della luce della verità, per la qual noi conosciamo noi nati tutti per morire: e però, quando questo avviene, che alcuno ne muoia, non essere altrimenti da piagnere che noi facciamo per gli altri effetti naturali; e da questo «lugeo» viene «lutto», il vocabolo che qui usa l'autore; «eiulare», che per volgare viene a dir «piagnere», e, secondo piace ai gramatici, «piagnere con alte boci»: e dicesi ab «ei» quod est interiectio dolentis; «gemere», ancora in volgare viene a dir «piagnere», e quel pianto che si fa singhiozando; «ululare», in volgare vuol dir «piagnere»: e vogliono alcuni questa spezie di piagnere esser quella che fanno le femine quando gridando piangono. E però, dicendo l'autore a questa anima, che «con piagnere e con lutto» si rimanga, non fa alcuna inculcazione di parole, come alcuni stimano, aparendo che le spezie del pianto e di lutto sieno intra sè diverse.

Segue adunque: Spirito maladetto, ti rimani, in questo tormento, Ch'io ti conosco, ancor sii lordo tutto. Questo gli dice l'autore, per ciò che esso, da lui domandato chi el fosse, non l'avea voluto dire.

40-42

Allora stese al legno, quella anima, ambo le mani; e questo si dee credere quella anima aver fatto sì come iracundo, il quale per vagheza di vendetta avrebbe voluto offendere o noiare, se potuto avesse, l'autore, per ciò che ingiurioso si reputava l'autore aver detto di conoscerlo, quantunque egli fosse tutto fangoso. Per che il maestro accorto, della 'ntenzione di quest'anima adirata, lo sospinse, cioè il rimosse dalla barca, Dicendo: via costà con gli altri cani!, de' quali, adirati e commossi, è usanza di stracciarsi le pelli co' denti, come quivi dice si stracciavano gli iracundi.

43-45

[L. XXXIIII]

«Lo collo poi». Qui comincia la seconda particella della seconda parte principale, nella quale Virgilio fa festa all'autore, per ciò che ha avuto in dispregio lo spirito fangoso. E mostra in questa particella l'autore una spezie d'ira, la quale non solamente non è peccato ad averla, ma è meritorio a saperla usare: la quale vertù, cioè sapere usare questa specie d'ira, Aristotile nel IIII dell'Etica chiama «mansuetudine», e quelli cotali, che questa virtù hanno, dice che s'adirano per quelle cose e contro a quelle persone, contro alle quali è convenevole d'adirarsi, e ancora come si conviene e quando e quanto tempo; e questi, che questo fanno, dice che sono commendabili. E seguita che i mansueti vogliono essere senza alcuna perturbazione e non vogliono esser tirati da alcuna passione, ma quello solamente fare che la ragione ordinerà: cioè in quelle cose, nelle quali s'adira, tanto tempo essere adirato, quanto la ragione richiederà.

Questa cotale spezie d'ira n'è conceduta da' santi; dice il Salmista: «Irascimini, et nolite peccare», volendo per queste parole che ne sia licito il commuoverci per le cose non debitamente fatte, sì come fa il padre quando vede alcuna cosa men che ben fare al figliuolo, o il maestro al discepolo o l'uno amico all'altro, acciò che per quella commozione egli l'ammonisca e corregga con viso significante la sua indegnazione, non come uomo che della ingiuria, la quale gli pare per lo non ben far d'alcuno, disideri vendetta; e, fatta la debita ammonizione, ponga giù l'ira: e in questa maniera adirandosi, e per così fatta cagione, non si pecca. In questa maniera si dee intendere Dio verso noi adirarsi, come spesso nella Scrittura si legge, e il Salmista spesse volte priega che da questa ira il guardi, cioè da adoperare sì che esso contra di lui si debba adirare. E da questa ira dobbiam credere essere stato commosso Cristo, nel quale mai non fu peccato alcuno, quando, preso un mazo di funi, cacciò del tempio i venditori e' comperatori, dicendo: «Domus mea domus orationis» etc.

Questa spezie d'ira chiamano molti «sdegno», e così mostra di volere qui intendere l'autore; il quale non voglion cadere se non in animi gentili, cioè ordinati e ben disposti e savi, e tanto voglion che sia maggiore, quanto colui è più savio, in cui egli cade, per ciò che, quanto più è savio l'uomo, tanto più cognosce le qualità e' motivi de' difetti che si commettono, e per conseguente più si commuove: e però dice Salamone: «Ubi multum sapientie, ibi multum indignationis».

E vuole l'autore in questa particella mostrare questa virtù essere stata in lui, in quanto in parte alcuna non si mostra per lo supplicio de' dannati in questo cerchio esser commosso, come ne' superiori è stato: ma avergli Virgilio, cioè la ragione, fatta festa abracciandolo e chiamandolo «alma sdegnosa» e in benedicendo, in segno di congratulazione, la madre di lui; e questa festa, questa congratulazione, non gli avrebbe mai fatta Virgilio, se non in dimostrazione che nobilissima cosa e virtuosa sia l'essere isdegnoso.

È il vero che, come di molte altre cose avviene, questo adiettivo, cioè «sdegnoso», spessissimamente in mala parte si pone; il che, quantunque non vizi la verità del subietto, nondimeno è da' discreti da distinguere e da riguardare, dove debitamente o non debitamente si pone; e, dove non debitamente si pone, averlo per alcuna di quelle spezie d'ira, le quali di sopra son mostrate esser dannose.

Dice adunque il testo così: Lo collo, poi, che dal legno ebbe cacciata quella anima iracunda, con le braccia mi cinse, abracciandomi; Basciommi il volto, in segno di singulare benivolenzia, per ciò che noi abracciamo e basciamo coloro li quali noi amiamo molto. E dice «il volto», non dice la bocca, acciò che per questo noi sentiamo primieramente l'onestà del costume, per ciò che il basciar nel volto è segno caritativo, ove il basciare in bocca, quantunque quel medesimo sia alcuna volta, le più delle volte è segno lascivo; e, oltre a ciò, il volto nostro è detto «volto» da «volovis», per ciò che per quello ne' non viziati uomini si dimostra il voler del cuore: e per ciò che il voler del cuore dell'autore era buono e onesto, Virgilio, aprovando quel buon volere, mostrò la sua aprovazione, basciando quella parte del corpo dell'autore, nella quale quella buona disposizione si dimostrava; e disse: alma sdegnosa, non disse «iracunda», ma «sdegnosa», in quanto, giustamente adirandosi e quanto si conviene servando l'ira, mostrò lo sdegno della sua nobile anima.

Benedetta colei che in te, cioè sopra te, si cinse!. Cingonsi sopra noi le madri nostre nel mentre nel ventre ci portano; e dice qui l'autore «benedetta», a dimostrazion che, come l'albero, il qual porta buon frutto, si dice «benedetto», così ancora si dice «benedetta» la madre che porta buon figliuolo. E in questa parte non si commenda poco l'autore; ma egli è in ciò da aver per iscusato, in quanto non fa questo per commendar sè, ma per commendar la vertù della mansuetudine, della quale era di necessità di trattare in questa parte, acciò che noi non credessimo ogni ira esser peccato.

46-48

Questi, che ti si mostrò, fu al mondo, cioè in questa vita, persona orgogliosa, cioè arrogante; Bontà, cioè virtù, non è che sua memoria fregi, cioè adorni; per ciò che le virtù adornano così il nome e la memoria dell'uomo, nel quale state sono, come il fregio adorna il vestimento; Così, cioè come fu arrogante nel mondo, s'è l'ombra sua qui furiosa, per rabbia e per dolore del tormento.

49-51

«Quanti si tengono or là su». Poi che egli ha biasimata la furiosa e sconvenevole vita di quello spirito, meritamente si volge Virgilio a biasimare, sotto i nomi de' più eminenti prencipi, i fastidi e le stomacaggini, non dico solamente degli uomini di maggiore stato, ma eziandio di molti plebei, li quali, per aparere d'esser quel che non sono, si sforzano d'esser ponderosi ne' passi, gravi nel parlare e nell'adoperare di sentimento sublime, dove nell'effetto di niuno valore sono, dicendo: Quanti si tengono or là su, cioè nel mondo, il quale è di sopra da noi; gran regi, cioè gran maestri. Nondimeno il «re» è dinominato da «regoregis», il quale sta per «reggere» e per «governare».

Di questi cotali, quantunque di molti sieno le lor teste ornate di corona, non son però tutti da dovere essere reputati re; e però dice l'autore bene «si tengono»: ma, perchè essi si tengano, essi non sono. A dimostrazione della qual verità ottimamente favella Seneca tragedo in quella tragedìa la quale è nominata Tieste, dove dice: «Non fanno le riccheze li re, non il colore del vestimento tirio, non la corona della quale essi adornano la fronte loro, non le travi dorate de' lor palagi. Re è colui il quale ha posta giù la paura e ciascun altro male del crudel petto; re è colui il quale non è mosso dalla impotente ambizione e dal favore non stabile del precipitante popolo. Sola la buona mente è quella che possiede il regno: questa non ha bisogno di cavalli nè d'armi. Re è colui il quale alcuna cosa non teme da non temere». Dalle quali parole possiam comprendere quanti sieno oggi quegli li quali degnamente si possano tenere re. Non sono adunque re questi cotali che re si tengono, anzi son tiranni.

E però meritamente seguita: Che, questi cotali che re si tengono, perchè posson far male quando vogliono, qui staranno come porci in brago: e meritamente, acciò che nel brago e nella bruttura riconoscano i mali usati splendori nella vita presente; e, che ancora più vituperevole fia, morranno Di sè lasciando, in questa vita, orribili dispregi, cioè memoria di cose orribili e meritamente da dispregiare, state operate da loro.

52-54

«Ed io: maestro». Qui comincia la quarta particula della seconda parte principale di questo canto, nella quale l'autore discrive come, secondo il suo disiderio, vide straziare all'anime dannate quello pien di fango che davanti gli s'era parato. E primieramente apre il suo disiderio a Virgilio, dicendo: Ed io: maestro, molto sarei vago Di vederlo atuffare, costui il quale tu mi dì che fu persona orgogliosa: e questa vagheza par che sia generale in ciascuno virtuoso uomo, di vedere gli incorrigibili punire; in questa broda. Il proprio significato di «broda», secondo il nostro parlare, è quel superfluo della minestra, il qual davanti si leva a coloro che mangiato hanno: ma qui l'usa l'autore largamente, prendendolo per l'acqua di quella padule mescolata con loto, il quale le paduli fanno nel fondo, e per ciò che così son grasse e unte come la broda.

Anzi che noi uscissimo del lago, cioè di questa padule. È il «lago» una ragunanza d'acque, la quale in luoghi concavi tra montagne si fa, per lo non avere uscita; ed è in tanto differente dal padule, in quanto il lago ha grandissimo fondo ed hal buono, ed è in continuo movimento, per le quai cose l'acqua senza corrompersi vi si conserva buona; dove la palude ha poco fondo e cattivo ed è oziosa. Pone adunque qui l'autore il vocabolo del «lago», per lo vocabolo della «padule», usando la licenzia poetica e largamente parlando.

55-57

Ed egli a me: avanti che la proda, cioè la estremità di questa padule, la quale l'uomo, come de' fiumi, chiama «riva». Ma pone l'autore questo vocabolo «proda», per ciò che egli è propio nome di quelle rive dove i navili pongono; e ciò è, perchè sempre i navili, acostandosi alla riva, dove scaricar debbono il carico il qual portano, o caricar quello che prendono, pongono la lor proda alla riva; Ti si lasci veder, tu sarai sazio, di quel che disideri. E poi ancora gliele rafferma, dicendo: Di tal disio, chente tu dì che hai, converrà che tu goda, cioè ti rallegri.

58-66

[58-63] Dopo ciò poco, cioè poco dopo queste parole di Virgilio, vid'io quello strazio Far di costui, del quale io disiderava, alle fangose genti, cioè agli iracundi, li quali erano in quel padule, Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. Tutti gridavan, que' dannati, animando l'un l'altro ad offender quest'anima. E che gridavano? A Filippo Argenti!, quasi voglian dire: «Corriam tutti addosso a Filippo Argenti!».

Fu questo Filippo Argenti, secondo che ragionar solea Coppo di Borghese Domenichi, de' Cavicciuli, cavaliere ricchissimo, tanto che esso alcuna volta fece il cavallo, il quale usava di cavalcare, ferrare d'ariento e da questo trasse il sopranome. Fu uomo di persona grande, bruno e nerboruto e di maravigliosa forza e, più che alcuno altro, iracundo, eziandio per qualunque menoma cagione. Nè di sue opere più si sanno che queste due, assai ciascuna per se medesima biasimevole; e per lo suo molto essere iracundo scrive l'autore lui essere a questa pena dannato.

E 'l fiorentino spirito bizarro, cioè iracundo; e credo questo vocabolo «bizarro» sia solo de' Fiorentini, e suona sempre in mala parte, per ciò che noi tegnamo bizarri coloro che subitamente e per ogni piccola cagione corrono in ira, nè mai da quella per alcuna dimostrazione rimuovere si possono. In se medesmo, vedendosi schernire, o assalire dagli altri, si volvea co' denti, per ira mordendosi. [64-66] Quivi 'l lasciammo, procedendo avanti, che più non ne narro, che di lui, dopo questo, si seguisse.

Ma negli orecchi mi percosse un duolo. Qui si può comprendere quello che poco avanti dissi, venire a ciascuno senso quello che da essi si percepe, in quanto dice che «un duolo», cioè una boce dolorosa, gli percosse gli orecchi, di là venendo dove quella dolorosa boce era nata. E segue: Per che io, avendolo udito, per conoscere onde venisse, avanti, cioè inanzi a me, intento, a riguardare, gli occhi sbarro, cioè quanto posso apro.

67-69

«Lo buono maestro». Qui comincia la quarta particella della seconda parte principale del presente canto, nella quale l'autore dimostra come venissero ne' fossi della città di Dite. Dice adunque: Lo buon maestro disse: ormai, figliuolo, S'appressa la città c'ha nome Dite, Co' gravi cittadin, non gravi per costumi o per virtù, ma per peccati, col grande stuolo, cioè con la gran quantità.

70-78

[70-75] Ed io: maestro, già le sue meschite. «Meschite» chiamano i Saracini i luoghi dove vanno ad adorare, fatti ad onore di Maometto, come noi chiamiamo «chiese» quelle che ad onor di Dio facciamo; e per ciò che questi così fatti luoghi si sogliono fare più alti e più eminenti che gli edifici cittadini, è usanza di vederle più tosto, uno che di fuori della città venga, che l'altre case. E perciò non fa l'autor menzione dell'altre parti della città dolente, ma di questa sola, chiamandole «meschite», sì come edifici composti ad onor del dimonio, e non di Dio.

Là entro certo nella valle cerno; dice «nella valle», per ciò che la città era molto più bassa che esso non era, e dice le discernea Vermiglie, come se di foco uscite Fossero. E questo dice a rimuovere una obiezione che gli potrebbe esser fatta, in quanto di sopra ha alcuna volta detto sè non potere guari vedere avanti per lo fummo del padule; e così vuol dire che nè ancora qui vederebbe quelle meschite, se non fosse che esse medesime si facevan vedere per l'essere affocate, cioè rosse; e quei mi disse: il fuoco eterno, Ch'entro l'affuoca, le dimostra rosse, cioè roventi, Come tu vedi, in questo basso inferno. [76-78] Udita la cagione per la quale erano rosse quelle meschite, la qual fu necessaria d'aprire acciò che egli non estimasse quelle essere dipinte, ed egli soggiugne: Noi pur giugnemmo dentro all'alte fosse, Che vallan quella terra sconsolata. «Vallo», secondo il suo propio significato, è quello palancato, il quale a' tempi di guerre si fa dintorno alle terre, acciò che siano più forti, e che noi volgarmente chiamiamo «steccato»; e da questo pare venga nominata ogni cosa la quale fuor delle mura si fa per afforzamento della terra; e perciò dice l'autore che giunse nelle fosse «che vallano», cioè fanno più forte quella terra.

Le mura, di quella terra, mi parea che ferro fosse. Dice quelle essergli parute esser di ferro, a dimostrazione della forteza di questa terra, della quale dice Virgilio nel VI dell'Eneida così:

Porta adversa, ingens solidoque adamante columne,
vis ut nulla virum, non ipsi excindere ferro
celicole valeant. Stat ferrea turris ad auras,
Tisiphoneque sedens, palla succincta cruenta,
vestibulum exomnis servat noctesque diesque.
Hinc exaudiri gemitus et seva sonare
verbera; tum stridor ferri tracteque catene etc.

79-81

«Non senza prima fare» etc. Qui comincia la quarta parte principale del presente canto, nella quale l'autor discrive la racolta fatta loro da' demòni, li quali erano in su la porta di Dite, e come a Virgilio serrarono la porta nel petto. E in questa parte fa due cose: primieramente discrive cui trovassero allo entrare della porta di Dite, e come Virgilio domandasse di parlar con loro; appresso dimostra come si sconfortasse per l'andar Virgilio a loro. E comincia questa particella quivi: «Pensa, lettor».

Dice adunque primieramente: Non senza prima far grande agirata; nelle quali parole dimostra che lungamente andassero per li fossi di quella città, avanti che essi giugnessono là dove era la porta di quella; e però segue: Venimmo in parte dove 'l nocchier, cioè Flegiàs. Ed è questo nome «nocchiere» il propio nome di colui al quale aspetta il governo generale di tutto il legno, e a lui aspetta di comandare a tutti gli altri marinari, secondo che gli pare di bisogno; e chiamasi «nocchiere», quasi «navichiere»; forte: Usciteci! gridò. Qui si può comprendere, dal gridar forte di questo nocchiere, il costume degl'iracundi intorno al parlare, li quali non pare il possan fare se non impetuosamente e con romore; qui è l'entrata, della città di Dite.

82-93

[82-87] Io vidi più di mille, cioè molti, in su le porte, di questa città di Dite, Dal ciel piovuti, cioè demòni, li quali, cacciati di paradiso, in guisa di piova caddero nello 'nferno, che stizosamente, cioè iracundamente, Dicean, con seco medesimi: chi è costui, che senza morte, cioè essendo ancor vivo, Va per lo regno della morta gente?, cioè per lo 'nferno, il quale veramente si può dire «regno della morta gente», in quanto quegli, che vi sono, son morti della morte temporale e morti nella morte eternale.

E 'l savio mio maestro fece segno, a questi demòni, Di voler lor parlar segretamente. [88-93] Per lo qual segno essi Allor chiusero un poco il gran disdegno. Non dice che il ponesser giuso, ma alquanto, col non parlare così stizosamente, il ricopersono. E qui «disdegno» si prende in mala parte, per ciò che negli spiriti maladetti non può essere, nè è, alcuna cosa che a virtù aspetti.

E disser: vien tu solo, qua a noi, e quei sen vada, cioè Dante, che sì ardito, dietro a te, entrò per questo regno. Sol si ritorni per la folle strada, per la quale è venuto dietro a te. E chiamala «folle», non perchè la strada sia folle, per ciò che non è in potenza la strada da potere essere o folle o savia, ma a dimostrare esser folli coloro li quali sì adoperano, che per essa convenga loro iscendere alla dannazione eterna. Pruovi, se sa, tornarsene indietro solo; chè tu qui, con noi, rimarrai, Che gli hai scorta, insino a questo luogo, sì buia contrada, cioè sì oscura.

E vuole in queste parole l'autore quello dimostrare che negli altri cerchi di sopra ha dimostrato, cioè che per alcun de' ministri infernali sempre all'entrar del cerchio sia spaventato; e così qui, dovendo del quinto cerchio passar nel sesto, il quale è dentro della città di Dite, introduce questi demòni a doverlo spaventare, acciò che del suo buon proponimento il rimovessero, e impedisserlo a dover conoscere quello che si dee fuggire, per non dovere, perduto, in inferno discendere.

94-96

«Pensa, lettore». Qui comincia la seconda particella di questa quarta parte principale, nella quale l'autore mostra come si sconfortasse. Pensa, lettor, che queste cose leggerai, se i' mi sconfortai Nel suon delle parole maladette, cioè dette da quegli spiriti maladetti. E soggiugne la cagione per la quale esso si sconfortò, dicendo: Chè non credetti ritornarci mai, cioè in questa vita, vedendomi torre colui che infin quivi guidato m'avea, e senza il quale io non avrei saputo muovere un passo.

97-102

[97-99] E però, da questa paura sbigottito, dice: O caro duca mio, che più di sette, cioè molte, ponendo il finito per lo 'nfinito, Volte m'hai sicurtà renduta e tratto D'altro periglio che incontro mi stette; cioè quando tu mi levasti dinanzi alle tre bestie, le quali impedivano il mio cammino, quando tu acquetasti l'ira di Carone, di Minòs, di Cerbero e degli altri che opposti mi si sono; [100-102] Non mi lasciar, diss'io, così disfatto, come io sarei qui, ritrovandomi senza te; E se l'andar più oltre, cioè più giuso, ci è negato, Ritroviam l'orme nostre insieme ratto, per la via tornandoci, per la quale venuti siamo.

103-105

E quel signor, Virgilio, che lì m'avea menato, Mi disse: non temer, chè 'l nostro passo, cioè l'entrare nella città di Dite, Non ci può torre alcun; quasi dica: «Quantunque costoro faccian le viste grandi e dican parole assai, essi non posson però impedire l'andar nostro». E pone la cagione per che non possono, dicendo: da tal n'è dato, cioè da Dio, al voler del quale non è alcuna creatura che contrastar possa.

106-108

Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso, faticato per la paura, Conforta e ciba li speranza buona; e poi pone di che egli debba prender la speranza buona, dicendo: Ch'io non ti lasserò nel mondo basso, cioè nello 'nferno, il quale più che alcuna altra cosa è basso.

109-111

Così sen va, verso que' demòni, e quivi m'abandona Lo dolce padre, cioè lassa solo di sè, ed i' rimango in forse; E 'l sì e 'l no, che egli debba a me ritornare come promesso m' ha, rimaner con coloro, sì come essi minacciavano, dicendo: «Tu qui rimarrai»; nel capo mi tenciona, cioè nella vertù estimativa, la quale è nella testa.

112-117

E poi segue: Udir non potei quel che a lor, cioè a que' demòni, si porse, cioè si disse; Ma el non stette là con essi guari, Che ciascun dentro a pruova si ricorse. Chiuser le porti, della città, quei nostri avversari Nel petto, cioè contro al petto, al mio signor, che fuor rimase. Puossi per questo atto fatto da' demòni comprendere che Virgilio dicesse loro esser piacer di Dio che esso mostrasse lo 'nferno a colui il quale con seco avea, e che essi, avendo questo in dispetto, acciò che egli non avvenisse, si ritiraron dentro e serraron le porti.

E rivolsesi a me, tornando, con passi rari. Disegna in queste parole l'autore l'atto di coloro li quali per giusta cagione sdegnano e si turbano, in quanto non furiosamente, non con impeto, come gl'iracundi, corrono alla vendetta, ma mansuetamente si dolgono di ciò che alcuno ha men che bene adoperato.

118-120

Poi segue: Gli occhi alla terra, bassi; nel quale atto si manifesta la turbazione del mansueto, dove in contrario l'iracundo leva la testa e fa romore; e le ciglia avea rase D'ogni baldanza, in quanto il mansueto ristrigne dentro con la forza della virtù l'impeto, il quale vorrebbe correre alla vendetta, e però pare sbaldanzito, cioè senza alcuno ardire, dove gl'iracundi col capo levato paiono baldanzosi e arditi; e dicea ne' sospiri, cioè sospirando dicea, nel quale sospirare apaiono alcuni segni della perturbazione del mansueto: Chi m'ha negate le dolenti case!, quasi dica: «Questi demòni, li quali sono in ira di Dio e niente contro a Dio possono, hanno negato a me, che sono mandato da Dio, le case dolenti». La qual cosa, per ciò che era oltre ad ogni convenienza, gli era materia di sospirare e di ramaricarsi.

121-123

E a me disse, non ostante la sua perturbazione: tu, perch'io m'adiri, di quella ira la quale è meritoria, Non sbigottir, cioè non te ne entri alcuna paura, per ciò ch'io vincerò la pruova, dello entrar dentro alla città, Qual ch'alla difension, che io non v'entri, dentro s' agiri, cioè si dea da fare perchè io non v'entri.

124-130

[124-126] Questa lor traccotanza, del fare contro a quello che debbono, non m'è nuova, Chè già l'usaro in men segreta porta, che questa non è, e contro al Signor del cielo e della terra, cioè di Gesù Cristo. E dice «men segreta», in quanto quella è all'entrata dello 'nferno e questa è quasi al mezzo; per che assai apare questa essere più segreta e più riposta che non è quella.

E questo fu, secondo che si raconta, quando Cristo, già risucitato, scese allo 'nferno a trarne l'anime de' santi padri, li quali per molte migliaia d'anni, l'avevano aspettato; intorno al quale il prencipe de' demòni co' suoi seguaci fu di tanta presunzione, che egli ardì ad opporsi in ciò che esso potè, perchè Cristo non liberasse coloro li quali lungamente avea tenuti in prigione: e per questo, metaphorice, si dice Cristo avere spezata la porta dello 'nferno e rotti i catenacci del ferro.

La qual porta convenne esser quella della quale fa qui menzione l'autore, cioè la men segreta, alla qual poi non fu mai fatto alcun serrame, sì come esso medesimo dice: La qual senza serrame ancor si truova. [127-130] Nè si dee intendere d'alcuna altra, per ciò che, secondo la discrizione dell'autore, nello 'nferno non ha che due porte, delle quali è l'una quella di che di sopra è detto e della quale esso dice qui: Sovr'essa vedestù la scritta morta, cioè: «Per me si va nella città dolente» etc.; la qual chiama «scritta morta», per ciò che ha a significare, a quegli che per essa entrano, eterna morte; ed evvi, oltre a questa, la porta di Dite, infino alla quale Cristo non discese, per ciò che si crede che nel primo cerchio dello 'nferno, cioè nel limbo, erano quegli li quali Cristo ne trasse.

E poi seguita: E già di qua da lei, cioè da quella prima porta, «la qual senza serrame ancor si truova», discende l'erta. «Erta» è a chi volesse tornare in suso, ma, discendendo come conviene a chi dalla prima porta vuol venire a quella di Dite, si dee dir «china»; ma, come spesse volte fa l'autore, usa un vocabolo per un altro.

Passando per li cerchi, dello 'nferno, senza scorta, cioè, senza guida, sì come colui che bisogno alcuno non ha, avendo seco la divina sapienza, alla quale ogni cosa è manifesta; Tal, che per lui ne fia la terra aperta, di tanta potenzia sarà; sì come appresso apare, dove dice l'autore che, toccata la porta di quella solamente con una verga, l'aperse.

ESPOSIZIONE ALLEGORICA

[L. XXXV]

«Io dico, seguitando, ch'assai prima» etc. Nel presente canto non è alcuna ordinaria allegoria, come ne' passati, per ciò che non ci si discrive alcuna cosa che quasi nel precedente non sia stata allegorizata; e però alcuna brieve cosetta, che ci è, in poche parole si spedirà.

1-6

Dicono adunque alcuni le due torri, le quali l'autore scrive essere in questo quinto cerchio, e le fiamme su fattevi avere a dimostrare il trascendimento della furia degl'iracundi, il quale trasvà sopra ogni debito di ragione; e vogliono le tre fiamme fatte sopr'esse avere a dimostrare le tre spezie degl'iracundi discritte nel canto precedente: ma questo senso non mi sodisfa, anzi credo e le torri e le fiamme semplicemente essere state discritte dall'autore a continuazione del suo poema, però che qui pareva essere di necessità porre alcuna cosa, per la quale segno si desse a Flegiàs che, dove ch'e' si fosse, venisse a dovere li due venuti a riva appassare all'altra riva, sì come subitamente venne; e perciò intorno ad esse più non mi pare da por parole.

19-21

Per Flegiàs, li cui costumi discritti sono poco avanti, assai ben si può comprendere l'autore intendere il vizio dell'iracundia, li cui effetti, quanto più possono, son conformi a' costumi del detto Flegiàs; e bene che la pena datagli da Apolline, secondo Virgilio, non sia corrispondente a questo vizio, non perciò toglie che qui per lo detto vizio attamente porre non si possa; con ciò sia cosa che Virgilio, dove discrive la pena postagli da Apolline, abbia ad alcuna altra sua operazione rispetto, e non a quella per la quale l'autore vuol qui che egli significhi l'iracundia; e, se contro a Virgilio s'osasse dire, io direi che in questa parte l'autore avesse avuta assai più conveniente considerazione di lui.

25-30

Il navicar l'autore con Virgilio nella palude di Stige puote a questo senso adattarsi: essere di necessità a ciascuno, il quale non vuole nel peccato dell'ira divenire, quanto più leggiermente può, passare superficialmente le tristizie di questa vita, le quali sono infinite, sempre acompagnato dalla ragione, acciò che, non essendosi in quelle oltre al dovere lasciato tirare, possa, sanza pervenire nel peccato della ostinazione, del quale nel seguente canto si tratterà, trapassare a conoscer con dolceza di cuore le colpe che ci posson tirare a perdizione

67-78

Della città di Dite, la qual dice l'autore che avea le mura di ferro, e de' demòni, che sopra la porta di quella incontro a Virgilio uscirono, e, oltre a ciò, l'avergli serrata la porta della detta città nel petto, tutto apartiene a dover dire con quelle cose le quali nel seguente canto della detta città dimostra; e però quivi, quanto da Dio conceduto mi fia, ne scriverrò.

IX

ESPOSIZIONE LITTERALE

1-3

«Quel color che viltà di fuor mi pinse» etc. Continuasi l'autore in questo canto al precedente in cotal guisa: egli ha dimostrato davanti come Virgilio, essendogli stata serrata la porta della città nel petto, egli tornasse a lui con sospiri e con ramarichii: e dobbiam credere che, per la turbazion presa di ciò, egli altro colore che l'usato avesse nel viso; il qual colore nel principio di questo canto dice l'autore che egli ristrinse dentro, veggendo lui per viltà aver similemente mutato colore. E dividesi il presente canto in cinque parti: nella prima delle quali, essendo l'autore per certe parole di Virgilio entrato in pensiero, muove un dubbio a Virgilio e Virgilio gliele solve; nella seconda discrive come sopra le mura di Dite vedesse le tre Furie e udissele gridare; nella terza pone la venuta del Gorgone e come da Virgilio gli fossero gli occhi turati, acciò che nol vedesse; nella quarta discrive la venuta d'un angelo, per opera del quale scrive essere stata la porta della città aperta; nella quinta e ultima pone come nella città entrassero e quivi vedessero in arche affocate punire gli eresiarce. La seconda comincia quivi: «E altro disse»; la terza quivi: «Volgiti indietro»; la quarta quivi: «E già venia»; la quinta quivi: «E noi movemmo i piedi».

Dice adunque nella prima parte così: Quel color che viltà, cioè la palideza, di fuor, cioè nel viso, mi pinse, Veggendo il duca mio tornare in volta. Estimava l'autore che i demòni, per le parole di Virgilio, dovessono liberamente dar loro l'entrata, sì come gli aveano i demòni superiori lasciati scendere giù per quelle medesime parole; ma, poi che vide Virgilio aver parlato invano e senza alcuno effetto, quasi come vinto, tornare in volta, invilì l'autore, temendo non gli convenisse tornare indietro. E quando il cuore per alcuna passione invilisce, ogni vigore esteriore ricorre a lui, e perciò conviene che quelle cotali parti esteriori rimangano palide; la qual palideza vuole l'autor mostrare qui essere stata cagione di ristrigner dentro il colore acceso, il quale Virgilio oltre all'usato avea nel viso, per la turbazione presa: e questo, acciò che il suo sembiante turbato non fosse cagione all'autore di temere più che bisogno non era. E però dice: Più tosto, che fatto non avrebbe, dentro, da sè, il suo nuovo, cioè nuovamente venuto per la turbazion presa, ristrinse, mostrandosi meno turbato che non era.

4-6

E quinci segue, e discrive un atto di Virgilio, nel quale Virgilio, ancora in conforto dell'autore, si sforza di dimostrare d'aspettare che venga chi 'l faccia venire al di sopra della sua impresa; e dice: Attento si fermò, come uom ch'ascolta: nelle quali parole si può comprendere Virgilio dovere imaginare quivi non dover venire il divino aiuto senza farsi alquanto sentir di lontano; e perciò si mise, oltre a questo, ad ascoltare, per Che l'occhio nol potea menare a lunga, discernendo; e discrive la cagione:

Per l'aere nero, cioè tenebroso, per lo non esservi alcuna luce, per ciò che l'aere di sua natura non è d'alcun colore comprensibile dagli occhi nostri, e per la nebbia folta, cioè spessa, la quale surgeva del padule.

7-9

E così attendendo, cominciò a dire: Pure a noi converrà vincer la punga, d'entrar nella città, Cominciò el, poi che fermato si fu ad ascoltare: se non, tal ne s'offerse... E qui lascia Virgilio le sue parole moze, cioè senza aver compiuto d'espriemere la sentenzia dell'orazion cominciata, seguendo il costume di coloro li quali ardentissimamente, aspettando, disiderano alcuna cosa; li quali, avendo incominciato a dire alcuna cosa, senza compier di dirla e, talvolta senza avvedersene, saltano in altre parole, per le quali il disiderio loro dimostrano. E perciò all'orazione moza di Virgilio soggiugne esso medesimo il disiderio suo, dicendo: O, quanto tarda a me, cioè al parer mio: per ciò che a chi molto disidera non vien sì prestamente il disiderio suo, che non gli paia che egli indugi molto; ch'altri qui giunga!, il quale abatta l'arroganza de' dimoni che la porta serrarono, e a lor mal grado quella aprano. Estimava Virgilio veramente dovere da Dio, per lo cui mandato egli era in quel viaggio, venire alcuno, per la cui opera egli potessono entrare nella città.

10-15

[10-12] Io vidi ben sì com'el ricoperse Lo 'ncominciar, cioè le parole cominciate, quando disse: «Se non, tal ne s'offerse...», con l'altro che poi venne, cioè col dire: «O, quanto tarda a me ch'altri qui giunga!», Che fur parole alle prime diverse, in quanto non seguivano a quelle. [13-15] Ma non di men, come che egli ricoprisse, paura il suo dir dienne, cioè il suo non continuato parlare; e mostra l'autore perchè di ciò prendesse paura, dicendo: Per ch'io traeva la parola tronca, cioè: «Se non, tal ne s'offerse...», Forse: dice «forse» perchè ancora certeza non aveva di ciò che Virgilio s'avesse inteso per le parole moze; a piggior sentenzia, cioè intendimento, ch'e' non tenne, il parlar mozo.

Estimava per avventura l'autore Virgilio aver voluto intendere in quelle parole: «Pure a noi converrà vincer la punga; se non, tal ne sofferse...», che, dove essi vincer la punga non avesser potuto, che il prencipe dello 'nferno dovesse punire Carone, Cerbero e Pluto, che sofferto aveano che essi infino quivi discendessero, e che, per questo turbati contro di loro, i detti dimoni non gli dovessono lasciar tornare a dietro, e così convenisse loro quivi rimanere dove erano. E di questo entrò paura, per quelle parole, all'autore, il quale credette Virgilio per ciò aver lasciato l'orazion moza, per non dargli materia di più impaurire. Ma questa non era la 'ntenzion di Virgilio, sì come poi aparve; anzi era: dove noi non possiam «vincer la punga» dell'entrar dentro alla città, «tal ne s'offerse», cioè Idio, di lasciarci qua giù scendere, che egli farà sì che, mal grado de' dimoni, noi passerem dentro. Ma per la ragione di sopra detta non compiè l'orazione, sì come disideroso di quello che le sue seguenti parole sonarono.

16-18

Nondimeno, per le parole dette da Virgilio: «O, quanto tarda a me ch'altri qui giunga!», entrò l'autore in un dubbio, il quale egli muove a Virgilio dicendo: In questo fondo della trista conca, dello 'nferno, il quale nomina «conca» dalla similitudine che hanno alcune conche alla forma essenziale dello 'nferno, il quale, come detto è, è ampio di sopra e di sotto vien ristrignendo; Discende mai alcun del primo grado, cioè cerchio, Che sol per pena ha la speranza cionca? Pon qui l'autore il contenente per la cosa contenuta, per ciò che il cerchio non ha alcuna pena egli, ma quegli, che in esso posti sono, hanno quella pena la quale discrive al cerchio, cioè che essi, come in quella parte è stato detto, hanno per pena il disiderare senza speranza, e così hanno «cionca», cioè moza e separata da sè, la speranza. Ed è questo «cionca» vocabolo lombardo, il quale appo noi non suona quello che appo loro, per ciò che noi diremmo d'uno che molto bevesse: «colui cionca».

19-24

[19-21] Questa quistion fec'io, a Virgilio, che detta è; e quei: di rado Incontra, cioè avviene, mi rispose, che di noi, li quali nel primo cerchio dimoriamo, Faccia 'l cammino alcun pel quale io vado, cioè discenda quinci giù; [22-24] Vero è ch'altra fiata qua giù fui, dove noi siamo, Coniurato, cioè per congiurazione sforzato, da quella Erittòn cruda, cioè da quella femina crudele così chiamata, Che richiamava l'ombre a' corpi sui, per forza di suoi incantamenti.

Di questa Erittòn scrive fiere e maravigliose cose Lucano nel VI suo libro, dove dice:

Hos scelerum ritus, hec dire carmina gentis,
effera damnarat nimie pietatis Erictho,
inque novos ritus pollutam duxerat artem etc.,
dove dice costei essere stata di Tesaglia, abitatrice di sepolcri, nè mai, se non o essendo il cielo turbato o di notte, essere usa di uscire in publico; dimostrando lei maravigliose forze avere intorno alle incantazion de' dimoni e in far tornar l'anime de' morti ne' corpi loro, e altre cose assai; affermando, oltre a ciò, a costei essere andato Sesto Pompeo, figliuolo di Pompeo Magno, per sapere quello che esser dovesse della cittadina guerra, la quale era tra 'l padre di lui e Cesare.

25-27

Di poco, tempo dinanzi, era di me, la quale fui e sono l'anima di colui il quale fu chiamato Virgilio, la carne nuda, la quale, partendosi, avea lasciato il corpo ignudo di sè; Ch'ella mi fece, questa Eritto, per forza de' suoi incantamenti, entrar dentro a quel muro, della città di Dite, Per trarne un spirto del cerchio di Giuda, cioè della Giudecca, dinominata da Giuda Scariotto.

Vogliono alcuni dire che Cassio e Bruto, li quali furono de' congiurati ad uccidere Giulio Cesare, essendo seguiti da Ottaviano Cesare e dovendo combatter con lui, andarono, o vero mandarono, a questa Eritto per sapere quello che dovesse lor seguire della battaglia; e che allora questa Eritto costrinse per incantamenti l'anima di Virgilio ad andare a trar quello spirito, che qui dice, del cerchio di Giuda.

Ma ciò non può esser vero, per ciò che a quei tempi Virgilio era vivo e visse poi molti anni, sì come chiaramente si comprende per Eusebio, in libro Temporum; e che istoria questa si fosse non mi ricorda mai aver nè letta nè udita, da quello in fuori che di sopra n'è detto. Oltre a questo, non pare a' santi in alcuna guisa si debba credere che alcuna anima dannata, e molto meno l'altre, per alcuna forza d'incantamento si possa trarre d'inferno e rivocare per cagione alcuna in questa vita.

E se forse a questa verità s'opponesse molte essercene state già rivocate per forza d'incantamenti, e tra l'altre quella di Samuèl profeta, il quale quella fitonissa, a' prieghi di Saùl re, gli fece venire a rispondere di ciò che intervenir gli dovea, dico questo essere del tutto falso, per ciò che i santi tengono quello non essere stato Samuèl, ma alcuno spirito immondo, il quale per la sapienzia, la quale hanno, e per la destreza ad essere in un momento dove vogliono, compose quel corpo aereo, simile a Samuello e, entratovi dentro, diede quel risponso, il quale Saùl credette aver da Samuello: e così essere di tutti gli altri corpi, li quali si credono esser corpi stati d'alcuni morti, e che in essi per forza d'incantamenti sieno rivocate l'anime. E di questa materia, cioè degli incantamenti, si dirà alquanto più stesamente appresso nel XX canto, dove si chiariranno le spezie de' vari indovinamenti, che molti contro al mandato di Dio usano scioccamente e in loro perdizione.

28-33

Quell'è il più basso luogo, il cerchio dove è Giuda, e 'l più oscuro, in quanto è più lontano alla luce, E il più lontan dal ciel che tutto gira: per ciò che alcuna parte non è che tanto sia lontana alla circunferenza quanto è il centro; e il centro della terra, nel quale è il cerchio dove è Giuda, si tiene che sia il centro de' cieli, e così i cieli sono da intendere in luogo di circunferenza al centro della terra, e così è il detto centro più lontano che altra parte dal cielo. E mostra voglia qui l'autore intendere del cielo empireo, il quale con la sua ampieza contiene ciascun altro cielo.

Ben so 'l cammin; però ti fa' sicuro. Vuol qui l'autor mostrare, per questa istoria da Virgilio racontata, l'abbia Virgilio voluto mettere in buona e sicura speranza di sè, della qual per paura pareva caduto; e, oltre a questo, acciò che l'aspettare ciò che esso Virgilio aspettava, non paia grave all'autore, e per quello acresca la sua paura, continua Virgilio il suo ragionamento, dicendo: Questa palude, di Stige, che 'l gran puzo spira, cioè essala: e in questo dimostra la natura universale de' paduli, li quali tutti putono per l'acqua, la quale in essi per lo star ferma si corrompe e, corrotta, pute; e così faceva quella, e tanto più, quanto non avea aere scoverto, nel quale il puzo si dilatasse e divenisse minore.

Cinge dintorno la città dolente, cioè Dite, piena di dolore; e dice «dintorno», onde si dee comprendere le mura di questa città tanto di circuito prendere, quanto in quella parte ha di giro la ritonda forma dello 'nferno, la quale, come più volte di sopra è detto, è fatta come un baratro; e così stando, può essere intorniata dalla detta padule, per ciò che non serà il luogo pendente, ma equale, e così vi si può l'acqua del padule menare intorno. U' non potemo entrare omai sanz'ira, di coloro li quali contrariare n'hanno voluta l'entrata.

34-42

[34-36] «E altro disse». Qui comincia la seconda parte del presente canto, nella quale discrive come sopra le mura di Dite vedesse le tre Furie infernali e udissele gridare. Dice adunque: E altro disse, che quello che infino a qui ho detto, ma non l'ho a mente, quello che egli dicesse altro; e pone la cagione per che a mente non l'abbia, la quale è: Però che l'occhio, cioè il senso visivo, m'avea tutto tratto, cioè avea tratto l'animo mio, il quale veramente è il tutto dell'uomo; Ver l'alta torre, la quale era in su le mura della città di Dite, alla cima rovente, di quella torre, la quale dimostra, per avere ella la cima, cioè la sommità, rovente, esser tutta dentro affocata; [37-39] Ove, cioè in su la cima, in un punto furon dritte ratto, cioè in un momento, Tre furie infernali di sangue tinte, Che membra feminili aveano ed atto, cioè sembiante, [40-42] E con idre verdissime eran cinte. «Idra» è una spezie di serpenti li quali usano nell'acqua, e però sono chiamate «idre», per ciò che l'acqua in greco è chiamata «ydros»; e queste non sogliono essere velenose serpi, per ciò che la freddeza dell'acqua ratempera lo impeto e il riscaldamento della serpe; nel quale riscaldamento si suole aprire un ventriculo piccolo, il quale le serpi hanno sotto il palato, e l'umidità che di quello esce, venendo sopra i denti della serpe, è quella che gli fa velenosi. Ma l'autore pon qui la spezie per lo genere, volendo che per «idra» s'intenda qualunque velenosissimo serpente.

Serpentelli ceraste avean per crine, cioè per capelli. E sono «ceraste» una spezie di serpenti, li quali hanno o uno o due cornicelli in capo; e da questo son dinominati «ceraste», però che «ceras» in greco tanto vuol dire quanto «corno» o «corna» in latino; Onde, cioè di ceraste, le fiere tempie, di queste furie, erano avvinte, cioè circundate, in quella maniera che talvolta le femine si circundano il capo de' capelli loro.

43-48

[43-45] E quei, cioè Virgilio, che ben conobbe le meschine, cioè le damigelle, Della regina, cioè di Proserpina, dell'eterno pianto, cioè d'inferno, dove sempre si piagne e sempre si piagnerà; Guarda, mi disse, le feroci trine, cioè le feroci tre Furie. [46-48] E subsequentemente gliele nomina, e dice: Questa è Megera, dal sinistro canto, della torre; Quella che piange dal destro, canto della torre, è Aletto, cioè quella Furia così chiamata; Tesifonè, la terza Furia, è nel mezzo, delle due nominate di sopra; e tacque a tanto, cioè poi che nominate me l'ebbe e fattelemi conoscere.

49-54

[49-51] Con l'unghie si fendea, cioè si graffiava, ciascuna il petto; Batteansi a palme, come qui fanno le femine che gran dolor sentono, o mostran di sentire, e gridavan sì alto Ch'i' mi strinsi, temendo, al poeta per sospetto. [52-54] E quello che esse gridavano era: Venga Medusa, quella femina la quale i poeti chiamano Gorgone, e sì 'l farem di smalto, cioè di pietra; è lo smalto, il quale oggi ne' pavimenti delle chiese più che altrove s'usa, calcina e pietra cotta, cioè mattone, e pietre vive mescolate e solidate con molto batterle insieme, quasi non men duro che sia la pietra.

Dicevan tutte, e tre, riguardando in giuso, o nella palude, o verso lui. Mal non vengiammo in Teseo l'assalto, il qual ne fè quando venne insieme con Peritoo per volere rapire Proserpina. E dicono sè aver mal fatto a non vengiarlo, per ciò che, se vengiato l'avessono, non si sarebbe poi alcun messo ad andare in inferno per alcun lor danno; e così mostrano gridare e dire queste parole per l'autore, il quale quivi vedevano vivo volere entrar nella città loro.

Ma chi sieno queste furie, chi sia Medusa e che facesse Teseo, del quale si dolgono non aver vengiato l'assalto, si discriverrà pienamente dove il senso allegorico si raconterà; fuor che di Teseo, il senso della cui favola non ha a fare con la presente materia, e però di lui qui diremo.

Teseo fu figliuolo d'Egeo, re d'Atene, giovane di maravigliosa virtù e fu singularmente amico di Peritoo, figliuolo d'Isione, signore de' Lapiti in Tesaglia; ed essendo amenduni senza moglie, si disposero di non torne alcuna, se figliuola di Giove non fosse. Ed essendo già Teseo andato in Oebalia, e quivi rapita Elena, ancora piccola fanciulla, non sappiendosene in terra alcuna altra se non Proserpina, moglie di Plutone, idio dello 'nferno, a dovere rapir questa scese con Peritoo in inferno; e, tentando di rapir Proserpina, secondo che alcuni scrivono, Peritoo fu strangolato da Cerbero, cane di Plutone, e Teseo fu ritenuto.

Altri dicono che Peritoo fu lasciato da Plutone, per amore d'Isione, suo padre, il quale era stato amico di Plutone; ed essendo in sua libertà e sentendo che Ercule tornava vittorioso di Spagna con la preda tolta a Gerione, gli si fece incontro e dissegli lo stato di Teseo; per la qual cosa tantosto Ercule scese in inferno e liberò Teseo. E, per ciò che Cerbero avea fieramente morso Carone, perchè Carone aveva nella sua nave passato Ercule, la cui venuta Cerbero s'ingegnava d'impedire, fu Cerbero da Ercule preso per la barba e da lui gli fu tutta strappata; e, oltre a ciò, incatenato, ne fu menato qua su nel mondo da Teseo liberato da Ercule.

55-57

«Volgiti in dietro» etc. Qui comincia la terza parte di questo canto, nella quale, poi che l'autore ha dimostrato il romor fatto dalle Furie e l'essere stata da loro chiamata Medusa, pone l'autore la venuta di lei e come gli occhi gli fossero da Virgilio turati, acciò che non la vedesse. Dice adunque: Volgiti in dietro, acciò che tu non guardi verso le mura della città; e, oltre a ciò, e tieni il viso chiuso; pon qui il tutto per la parte, in quanto, volendo Virgilio che egli si chiudesse gli occhi, disse: – Tieni chiuso il viso; – e dicegli la cagione per che: Che se 'l Gorgòn, cioè Medusa chiamata da queste Furie, si mostra: dove esso si debba mostrare nol dice; e tu 'l vedessi, Nulla sarebbe del tornar mai suso, nel mondo, per ciò che subitamente diventeresti sasso, e così non potresti tornare nè partirti di qui.

58-60

Così disse 'l maestro, come detto è, ed egli stessi Mi volse, in dietro, e non si tenne, cioè non si affidò, alle mie mani, che io con esse ben mi chiudessi, Che con le sue ancor non mi chiudessi, acciò che io per niuna cagione potessi vedere il Gorgone. Puossi per le prescritte parole comprendere che il Gorgone si mostrasse, dove che si mostrasse, o vero che Virgilio suspicasse non si mostrasse, essendo stato dalle Furie chiamato, e perciò avere così chiuso il viso all'autore; e, se si mostrò, che egli insieme con le tre Furie subitamente sparisse, sentendo venir quello che appresso si scrive che venne.

61-63

O voi, ch'avete gl'intelletti sani. Apostrofa qui l'autore e, lasciata la principal materia, interpone, parlando a coloro li quali hanno discrezione e senno; e dice loro: Mirate alla dottrina che s'asconde Sotto 'l velame delli versi strani, la quale per certo è grande e utile; e dove il senso allegorico si raconterà di questo canto, aparirà manifestamente. E fanno queste parole dirittamente contro ad alcuni, li quali, non intendendo le cose nascose sotto il velame di questi versi, non vogliono che l'autore abbia alcuna altra cosa intesa se non quello che semplicemente suona il senso litterale; li quali per queste parole possono manifestamente comprendere l'autore avere inteso altro che quello che per la corteccia si comprende. E chiama l'autore questi suoi versi «strani», in quanto mai per alcuno davanti a lui non era stata composta alcuna fizione sotto versi volgari, ma sempre sotto litterali, e però paiono strani, in quanto disusati a così fatto stile.

64-66

[L. XXXVI]

«E già venia». Qui rientra l'autore nella materia principale, e comincia qui la quarta parte di questo canto, nella quale discrive l'autore la venuta d'un angelo, per opera del quale scrive essere stata la porta della città aperta; e dice così: E già venia, avendomi egli chiusi gli occhi, su per le torbide onde, di Stige, Un fracasso, cioè un rompimento, d'un suon pien di spavento, Per cui tremavano amendue le sponde, della padule.

67-72

[67-69] Ed era questo fracasso Non altrimenti fatto, che d'un vento Impetuoso, da sè, come è il turbo o la bufera, de' quali è detto di sopra, dove vi dimostrai, secondo Aristotile, come questi venti impetuosi si generano, li quali vi dissi essere due, cioè «tiphon» e «enephias», e però qui reiterare non bisogna; ed era questo vento sonoro per gli avversi ardori, cioè vapori o essalazioni, li quali surgono della terra; li quali chiama «ardori», per ciò che sono caldi e secchi; e, se così non fossero, non farebbon suono.

Ma era questo suono in tanto «pieno di spavento», in quanto si movea velocissimo con l'impeto del vento, Che fier, questo vento, la selva, alla quale s'abatte le cui frondi percosse il fanno ancora più sonoro, e senza alcun rattento; [70-72] e, oltre a ciò, per la forza del suo impeto, li rami, degli alberi della selva, schianta, abatte e porta fuori, della selva talvolta. E, oltre a questo, Dinanzi, cioè in quella parte che precede, polveroso va superbo, cioè rilevato, E fa fuggir le fiere, che nella selva sono, e li pastori, con le lor greggi.

73-75

Gli occhi mi sciolse, dalla chiusura delle sue mani, e disse: driza il nerbo Del viso, cioè il vigore del senso visivo, su per quella fiamma antica. Qual questa fiamma si fosse, per la quale egli gli dimostra inverso qual parte riguardar debba, o alcuna di quelle che allo entrar della nave di Flegiàs vide o altra, non si può assai chiaramente comprendere. Credere' io che ella fosse alcuna fiamma usa continuo d'essere in quel luogo nel quale allora era; e questo credo, per ciò che egli la chiama «antica», forse a differenza di quelle delle quali dissi che nuovamente eran fatte. Per indi ov'è quel fummo più acerbo, cioè più folto, sì come nuovamente prodotto.

76-78

«Come le rane». Qui dimostra l'autore, per una brieve comparazione, quello che, guardando in quella parte, la quale Virgilio gli mostrava, facessero l'anime de' dannati che quivi erano; e dice che Come le rane inanzi alla nimica Biscia per l'acqua si dileguan tutte, fuggendo, Fin ch'alla terra ciascuna s'abica, cioè s'amonzicchia l' una sopra l' altra, ficcandosi nel loto del fondo dell'acqua, nella quale dimorano. Dice qui l'autore la «nimica biscia», usando questo vocabolo generale quasi di tutte le serpi per quello della idra, la quale è quella serpe che sta nell'acqua, e che inimica le rane, sì come quella che di loro si pasce.

79-81

Vidi più di mille anime, cioè infinite, distrutte, perdute, Fuggir così, come le rane ha mostrato che fuggono, dinanzi ad un: nol nomina, per ciò che ancora nol conoscea, ma si vedea; ch'al passo, di Stige, dove esso era passato nella nave di Flegiàs, Passava Stige con le piante asciutte, cioè senza immollarsi i piedi.

82-84

E poi segue: Dal volto rimovea quell'aer grasso, per li fummi e per le nebbie che v'erano, le quali hanno a far l'aere grosso e spesso, Menando la sinistra mano, per ciò che nella destra portava una verga, sì come appresso si comprende; inanzi, da sè, spesso. E in questo dimostra l'autore quello aere grasso dovergli essere assai noioso; e ciò non ci dee parer maraviglia, considerando chi egli era e onde venia. E sol di quell'angoscia parea lasso, stanco e vinto.

85-87

Ben m'accors'io ch'egli era da ciel messo. E di questo s'accorse quando più gli fu vicino, presummendolo ancora per l'anime de' dannati, che, nel venir suo, fuggendo si nascondevano, sì come quelle che temevano di maggior pena o che avevano in orrore di riguardarlo, sì come nemico; o ancora per lo fracasso, il quale davanti a lui avea sentito venire, per lo qual potè conoscere tutto lo 'nferno commuoversi alla venuta d'un messo di Dio.

E, perchè egli conobbe questo, dice: E volsimi al maestro, per sapere quello che io dovessi fare, apressandosi questo messo da cielo; e quei, cioè il maestro, fè segno, a me, Ch'io stessi cheto, passando egli, ed inchinassi ad esso, faccendogli reverenza.

88-90

Ai, quanto mi parea pien di disdegno!, nello aspetto suo. E questo meritamente, per ciò che, come creatura perfetta e beata, non poteva fare senza sdegnare ciò che i demòni contro alla volontà di Dio attentavano. E qui assai manifestamente si può comprendere l'uomo potersi senza peccare adirare, poichè l'angelo di Dio, il quale peccar non puote, era commosso.

Giunse alla porta, serrata, e con una verghetta, la quale nella destra man portava, per la quale si disegna l'uficio del messo e l'autorità di colui che 'l manda. E, secondo che i santi vogliono, questo uficio commette Idio a qualunque s'è di quelle gerarchie celesti, fuor che a' cherubini non si legge essere stato commesso: e, mentre che quello beato spirito è nell'essercizio dell'uficio commesso, si chiama «angelo»; per ciò che «angelo» si dice da «aggelos», grece, che in latino viene a dire «messaggiere»; poi, fornita la commessione, non si chiama più «angelo», ma reassumme il suo nome principale, cioè «vertù», o «potestà» o «troni» o qual altro s'abbia.

L'aperse, che non ebbe alcun ritegno. In questo si mostra la potenzia di Dio, la quale non che aprire una porta, quantunque forte, col percuoterla con una verghetta, ma con un picciol cenno può commuovere tutto il mondo.

91-93

«O cacciati». Qui pone l'autore le parole dette dall'angelo a' nimici di Dio, li quali si dee credere che quivi presenti non erano, sì come quegli che per paura, sentendo la venuta di questo angelo, s'erano fuggiti e dileguati: ma non potevano in quella parte essere andati, che bene non udissono e intendessono ciò che questo angelo diceva contro a loro. Dice adunque: O cacciati del ciel, per la lor superbia, gente dispetta, cioè avuta in dispetto da Dio, Cominciò egli in su l'orribil soglia, della porta la quale era aperta; Onde, cioè da qual autorità, esta oltracotanza, di non aver riguardo a quello che voi fate, in voi s'alletta?, cioè si chiama e si ritiene.

94-96

Perchè ricalcitrate, col perverso vostro adoperare, a quella voglia, di Dio, A cui non puote il fin mai esser mozo: per ciò non può esser «mozo», cioè terminato, perchè ad esso non si può pervenire, con ciò sia cosa che Idio sia infinito; E che più volte v'ha cresciuta doglia?, rilegandogli dell'aere tenebroso nel profondo dello 'nferno, sì come è rilegato il Lucifero, il quale, perchè volesse, non si può muovere quindi.

97-105

[97-99] Che giova, a voi o ad altrui, nelle Fate dar di cozo? Altra volta è stato detto di sopra il «fato» doversi intendere la divina disposizione, contro alla quale volere adoperare non è altro se non voler cozare col muro, chè si rompe l'uomo la testa e 'l muro non si muove. Nè è però da credere che Domenedio col suo provedere ponga necessità ad alcuno, come pienamente si tratterà nel XVII canto del Paradiso. Ma, per ciò che qui poeticamente parlando l'autore dice «Fate» in plurali, è da sapere, secondo che i poeti scrivono, che queste Fate son tre, delle quali la prima è nominata Cloto, la seconda Lachesìs, la terza Antropòs; e, secondo che dice Teodonzio, elle furon figliuole di Demogorgone e di Caòs.

Vuolsi qui recitare la favola di Pronapide dell'origine di queste Fate e la sposizion di quella.

Ma Tullio, il quale le chiama Parche, in libro De naturis deorum, scrive queste essere state figliuole d'Erebo e della Notte; ma io m'acosto più con l'oppinione di Teodonzio, il quale vuole queste essere create insieme con la natura naturata, il che par più conforme alla verità. Queste medesime nel preallegato libro chiama Tullio Fato, quel medesimo dicendo essere stato figliuolo d'Erebo e della Notte. Seneca, in una epistola a Lucillo, le chiama Fate, dicendo nondimeno quello che scrive essere stato detto d'un filosofo chiamato Cleante, il quale dice: «I Fati, o le Fate, menano chi vuole andare, e chi non vuole andare tirano». Ma questa è malvagia sentenzia e da non credere, per ciò che, se così fosse, noi saremmo senza il libero arbitrio: il che è falso. E questa medesima sentenzia par molto più apertamente sentire Seneca tragedo, in quella tragedìa la quale è intitolata Edippo, dove dice:

Fatis agimur, credite Fatis;
non sollicite possunt cure
mutare rati stamina fusi.
Quicquid patimur mortale genus,
quicquid facimus venit ex alto,
servatque sua decreta colus
Lachesis dura revoluta manu.
Omnia septo tramite vadunt
primusque dies dedit extremum.
Non illa deo vertisse licet
que nexa suis currunt causis.
It cuique ratus prece non ulla
mobilis ordo: multis ipsum
timuisse nocet, multi ad fatum
venere suum, dum Fata timent etc.

E questo medesimo mostra Ovidio d'aver sentito nel suo maggior volume, dove introduce Giove così parlante a Venere:

................ tu sola insuperabile Fatum,
nata, movere putas? Intres licet ipsa sororum
tecta trium, cernes illic molimine vasto
ex ere, et solido rerum tabularia ferro;
que neque concursum celi neque fulminis iram
nec metuunt ullas, tuta atque eterna, ruinas.
Invenies illic incisa adamante perenni
fata tui generis etc.

Nelle quali autorità predette si può manifestamente comprendere queste tre sirocchie chiamarsi Fate e Fato. E che elle sieno state da' poeti nominate tre, credo essere adivenuto più per mostrare la diversità delle operazioni del fato che per intendere che più che un fato sia. Scrivono, oltre a questo, queste tre Fate essere state attribuite al servigio d'un idio, chiamato Pan. È vero che Fulgenzio dice nelle sue Mithologie queste essere attribuite al servigio di Plutone, idio dello 'nferno: e questo, credo, acciò che noi sentiamo l'opere di queste solamente intorno alle cose terrene essercitarsi, secondo una significazion di quelle.

E dice il predetto Fulgenzio che la interpetrazione di questo nome Cloto è tanto a dire quanto «evocazione», per ciò che a questa fata s'apartiene dare ad ogni seme, nel debito luogo gittato, acrescimento, tanto che esso sia atto a dover venire in luce. E, come esso medesimo dice, Lachesìs vien tanto a dire quanto «protrazione», o vero «sorte», per ciò che quello che Cloto ha composto e chiamato fuori in luce, Lachesìs l'ha a ricevere e trarlo avanti nella vita.

Atropòs è detta ab «a», quod est «sine», e «tropos», quod est «conversio», cioè «senza conversione», per ciò che ogni cosa, la quale nasce, incontanente che ella è pervenuta al termine postole, è di necessità che ella caggia nelle mani della morte, dalla quale per opera naturale niuna conversione è indietro.

E Apuleio medaurense, filosofo di non piccola autorità, del significato de' nomi e dell'opere di queste tre Fate in quel libro, il quale egli compose e chiama Cosmographia, scrive così: «Etiam tria Fata sunt, numero cum ratione temporis facientia, si potestatem earum ad eiusdem similitudinem temporis referas: nam quod in fuso perfectum est, preteriti temporis habet speciem; et quod torquetur in digitis, momenti presentis indicat spatia; et quod nondum ex colo tractum est subactumque cure digitorum, id futuri et consequentis seculi posteriora videtur ostendere. Hec illis conditio et nominum eiusdem proprietatem contingit: ut sit Atropos preteriti temporis fatum, quod non Deus quidem faciet infectum, et futuri temporis. Lachesis, autem a fine cognominata, quod etiam illis, que futura sunt, finem suum Deus dederit; Cloto presentis temporis habet curam, ut ipsis actionibus suadeat, ne causa solers retus omnibus desit» etc.

Son di quegli che vogliono che Lachesìs, come altra volta è detto, sia quella cosa la quale noi chiamiam «Fortuna», e da lei essere ogni cosa, la quale a' mortali avviene, guidata e menata.

Ma, per ciò che della favola non s'avrebbe quello che per bisogno fa, se il senso allegorico non si ponesse, verrò a quello. Altra volta è stato mostrato il causato potersi dir figliuolo del causante; e, però che queste Fate sono dalla divina mente causate, dir si possono figliuole di Dio, come che Demogorgone, di cui Teodonzio dice che figliuole sono, non sia quello idio del quale io intendo, quantunque secondo la vana oppinione e dannevole d'alcuni antichi, fosse idio padre di tutti gli altri idii. E che esse fossero figliuole d'Erebo e della Notte, come a Tullio piace, si dee così intendere. È Erebo, come altra volta è detto, secondo la verità, un luogo della terra profondissimo e nascoso, la qual profondità è qui da intendere la profondità della divina mente, la quale è tanta e sì nascosa che occhio mortale non può ad essa trapassare; e con ciò sia cosa che la divina mente, sì come se medesima vedente e intendente quello che far dovea, e quindi queste tre Fate con la natura delle cose attualmente producesse, assai bene possiam dire loro essere nate del profondissimo e secreto luogo della divina mente. Che esse fossero figliuole della Notte, si può dire così essere, quanto è a noi: per ciò che ciascuna cosa, alla quale l'acume del nostro vedere non può trapassare, diciamo essere oscura e simile alla notte; e così non potendo trapassare dentro alle secrete cose del divino intelletto, essendo offuscati dalla mortal caligine, quantunque esse in sè sieno splendidissime, a quelle attribuiamo il vizio della debolezza del nostro intelletto, e chiamiamo notte quella cosa che è chiarissimo dì: e così queste Fate, da noi non intese, diciamo essere state figliuole della Notte.

Sono, oltre a' propri nomi, chiamate queste Fate da Tullio Parche; e credo le chiami così per contrario, per ciò che esse non perdonano ad alcuno. Fato, o Fate, sono nominate da «for faris», il quale sta per «parlare»; e questo è per ciò che pare ciò che avviene essere stato prima parlato, prevedendo, da Dio. Il che pare che santo Agostino senta nel libro De civitate Dei: ma, come altra volta è detto, pare che egli abbia in orrore il vocabolo, ammonendone che, se alcuno la volontà di Dio o la podestà chiami «fato», che esso tenga la sentenzia, ma rifreni la lingua in non nominarlo così. E questo al presente basti aver detto delle Fate.

Seguita adunque, continuando le parole dell'angelo, l'autore: Cerbero vostro, se ben vi ricorda, Ne porta ancor pelato il mento e 'l gozo. Perchè questo avvenisse è mostrato di sopra, dove di Teseo si ragionò. [100-105] Poi, che queste parole ebbe dette, si rivolse, l'angelo, per la strada lorda, del padule di Stige, E non fè motto a noi, per ciò che l'uno era dannato e l'altro non era ancora in tanta grazia di Dio che meritasse o saluto o altro dall'angelo.

E se forse dicesse alcuno: «Esso parlò verso i diavoli; come non poteva egli far motto a costoro, che erano assai men colpevoli?», puossi così rispondere: esso aver parlato a' diavoli in loro confusione e danno; il che costoro non meritavano, per ciò che non avean commesso quello che i demòni; ma fè sembiante D'uomo, cui altra cura stringa e morda Che quella di colui che gli è davante; e così trapassò oltre.

«E noi movemmo». Qui comincia la quinta e ultima parte di questo canto, nella quale l'autor pone come nella città entrassono, e quivi vedessono in arche affocate punire gli eresiarci. Dice adunque: E noi movemmo i piedi in ver la terra, cioè verso Dite, Sicuri appresso le parole sante, dette dall'angelo contro a que' demòni che contrastavano, le quali quanto a noi furono sonore, ma quanto a coloro, contro a' quali furon dette, furon dolorose e piene d'amaritudine.

106-111

[106-108] Dentro v'entrammo: e così del quinto cerchio qui discende l'autore nel sesto, quantunque alcuna più aperta menzione non ne faccia; senza alcuna guerra, cioè senza alcuno impedimento o contrasto.

Ed io, ch'avea di riguardar disio, sì come universalmente abbiam tutti di veder cose nuove, La condizion, de' peccatori, che tal forteza serra, per ciò che aveva, come di sopra è mostrato, le mura di ferro ed era guardata da tanti demòni quanti in su la porta trovarono, e ancora dalle tre Furie. [109- 111] Com'io fu' dentro, l'occhio intorno invio, sì come investigatore delle cose che da vedere e da notar vi fossono; E veggo ad ogni man, a destra e a sinistra, grande campagna, cioè grandi spazi in forma di campagna, Piena di duolo e di tormento rio. Dice «rio» essere il tormento de' dannati, per rispetto a quello che la giustizia di Dio dà a coloro li quali de' loro peccati si purgano e per ciò che, quantunque amenduni cocentissimi sieno, quello de' dannati serà eterno, dove quello di coloro che si purgano avrà alcuna volta fine.

112-114

E come questa campagna sia fatta, il dimostra per due comparazioni, dicendo primieramente esse campagne esser fatte, Sì come ad Arli. Arli è una città antica in su il Rodano in Provenza, assai vicina alla foce del mare, cioè là dove il Rodano mette in mare, ove 'l Rodano stagna. È il Rodano un grandissimo fiume, il quale esce, secondo che Pomponio Mela nel secondo libro della sua Cosmographia scrive, di quella medesima montagna, della quale escono il Danuvio e 'l Reno, nè è la sua origine guari lontana a quella de' predetti due; e quindi ne viene in un lago chiamato Lemanno, volgarmente detto Losanna, nel quale alquanto rafrena lo impeto suo; e nondimeno quale egli entra in questo lago, tale se n'esce, cioè di quella grandeza, e quindi per alcuno spazio corre verso occidente, dividendo l'una Gallia dall'altra; e poi, rivolto il corso verso mezzodì, e ricevuto Arari e ancora Isara e Durenza, correntissimi fiumi, e altri assai, e divenuto grandissimo, corre intra popoli anticamente chiamati i Volchi e' Cavari; oltre a' quali sono gli stagni de' Volchi e un fiume secondo l'antico nome chiamato Ledu e un castello chiamato Letara; e quindi, diviso, mette in mare. E, secondo che scrive Plinio nel libro III De historia naturali, nella sua foce fu una terra chiamata Eraclea, oltre alla fossa fatta del Rodano cento passi, da Mario fatta, e quivi essere un raguardevole stagno, per lo quale l'autore dice: «ove il Rodano stagna», cioè fa il predetto stagno, ed estimo io Arli essere quella terra la qual Plinio dice si chiamava Eraclea.

E, oltre a ciò, soggiugne l'autore la comparazione seconda, dicendo: Sì come a Pola. Pola è una città in Istria, la quale, secondo che Giustino dice, fece Medea, moglie di Giansone, capitata quivi con lui quando di Colcos veniva, e abitolla di Colchi. Il come quivi capitasse venendo del mar Maggiore e volente venire in Tesaglia, sarebbe lunga istoria e però la lascio; presso del Quarnaro, Ch'Italia chiude e' suoi termini bagna. È il Quarnaro un seno di mare, il qual nasce del mare Adriano e va verso tramontana, e quivi divide Italia dalla Schiavonia; e chiamasi Quarnaro da' popoli li quali sopr'esso abitarono, che si chiamarono «Carnares».

115-117

Fanno i sepolcri, li quali in quel luogo sono, tutto 'l loco varo, cioè incamerellato, come veggiamo sono le fodere de' vai, il bianco delle quali, quasi in quadro, è attorniato dal vaio grigio, il quale vi si lascia acciò che altra fodera che di vaio creduta non fosse da chi la vedesse.

È il vero che ad Arli, alquanto fuori della città, sono molte arche di pietra, fatte ab antico per sepolture, e quale è grande e quale è piccola, e quale è meglio lavorata e qual non così bene, per avventura secondo la possibilità di coloro li quali fare le feciono; e apaiono in alcune d'esse alcune scritture secondo il costume antico, credo a dimostrazione di chi dentro v'era sepellito. Di queste dicono i paesani una lor favola, affermando in quel luogo essere già stata una gran battaglia tra Guiglielmo d'Oringa e sua gente d'una parte, o vero d'altro prencipe cristiano, e barbari infedeli venuti d'Africa, ed essere stati uccisi molti cristiani in essa, e che poi la notte seguente, per divino miracolo, essere state quivi quelle arche recate per sepoltura de' cristiani, e così la mattina vegnente tutti i cristiani morti essere stati sepelliti in esse. La qual cosa, quantunque possa essere stata, cioè che l'arche quivi per li morti cristiani recate fossero, io nol credo. Credo bene essere a Dio possibile ciò che gli piace, e che forse quivi fosse una battaglia e che i cristiani morti fossero sepelliti in quelle arche: ma io credo che quelle arche fossero molto tempo davanti fatte da' paesani per loro sepolture, come in assai parti del mondo se ne truovano; e quello che di queste credo, quel medesimo credo di quelle che si dice sono a Pola.

Dice adunque l'autore, continuandosi al primo detto, che, come