Giovanni Boccaccio - Opera Omnia >>  Consolatoria a Pino de Rossi




 

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A Pino de' Rossi
 

Io stimo, messer Pino, che non sia solamente utile ma necessario l'aspettare tempo debito ad ogni cosa.Chi è sì fuori di sé, che non conosca invano darsi conforti alla misera madre, mentre ella davanti da sé il corpo vede del morto figliuolo? E quello medico è poco savio, che, innanzi che 'l malore sia maturo, si affatica di porvi la medicina che 'l purghi; e vie meno è quegli che delle biade cerca di prendere frutto, allora che la materia a producere i fiori è disposta. Le quali cose mentre meco medesimo ho ragguardate, insino a questo dì, sì come da cosa ancora non fruttuosa, di scrivervi mi sono astenuto, avvisando nella novità del vostro infortunio, non che a' miei conforti, ma a quelli di qualunque altro voi avere chiusi gli orecchi dell'intelletto.Ora, costringendovi la forza della necessità, chinati gli omeri, disposto credo vi siate a sostenere e a ricevere ogni consiglio e ogni conforto che sostegno vi possa dare alla fatica; per che, sì come in materia disposta a prendere l'aiuto del medicante, parmi che più da stare non sia senza scrivervi. Il che non lascerò di fare, quantunque la bassezza del mio stato e la depressa mia condizione tolgano molto di fede e di autorità alle mie parole, perciocché, se alcuno frutto farà il mio scrivere, sommo piacere mi fia; dov'e' non lo facesse, tanto sono uso di perdere delle mie fatiche, che l'avere perduta questa mi fia leggieri.

Soglionsi adunque, sì come a' più savi pare, nelle novità degli accidenti eziandio le menti degli uomini più forti commuovere. Quantunque voi e forte e savio siate, in sì grande impeto della Fortuna, come quello è che quasi in un momento vi giunse addosso, odo che fieramente e turbato e doluto vi sète. In verità io non me ne maraviglio, pensando primieramente che convenuto vi sia lasciare la propia patria, nella quale nato, allevato e cresciuto vi sète, la quale amavate e amate sopra ogni altra cosa, per la quale li vostri maggiori e voi, acciò che salva fosse, non solamente l'avere, ma ancora le persone avete poste. Ma così vi voglio dire: quantunque questo strale, ch'è 'l primo che l'esilio saetta, sia, spezialmente improvviso, di gravissima pena e noia a sofferire, o a ricevere che dire vogliamo, nondimeno si conviene all'uomo discreto, dopo il piegamento dato, da quello risurgere e relevarsi, acciò che, stando in terra, non divenga lieta la nimica Fortuna d'intera vittoria. E acciò che questo rilevamento si possa fare e possa il rilevato consistere, è di necessità d'avere gli occhi della mente rivolti alle vere ragioni e agli esempli, e non alle false oppinioni della moltitudine indiscreta e al luogo donde e nel quale il misero è caduto.

Vogliono ragionevolmente gli antichi filosofi il mondo generalmente a chiunque ci nasce essere una città; perché, in qualunque parte di quello si truova il discreto, nella sua città si ritruova; né altra variazione è dal partirsi o essere cacciato da una terra e andare a stare in un'altra, se non quella ch'è, in quelle medesime città che noi, da sciocca oppinione tratti, nostre diciamo, d'una casa o d'una contrada partirsi e andare ad abitare in un'altra. E come i popoli hanno nelle loro particulari città al bene essere di quelle singulari leggi date, così la natura a tutto il mondo l'ha date universali. In qualunque parte noi andremo, troveremo l'anno distinto in quattro parti; il sole la mattina levarsi e occultarsi la sera; le stelle igualmente lucere in ogni luogo; e in quella maniera gli uomini e gli altri animali generarsi e nascere in oriente, che nel ponente si generano e nascono; né alcuna parte è ove il fuoco sia freddo e l'acqua di secca complessione, o l'aere grave e la terra leggiera; e quelle medesime forze hanno in India l'arti e gl'ingegni che in Ispagna; e in quello medesimo pregio sono i laudevoli costumi in Austro che in Aquilone. Dunque, poiché in ogni parte dove che noi ci siamo con iguali leggi siamo dalla natura trattati, e in ogni parte il cielo, 'l sole e le stelle possiamo vedere, e il beneficio delle varietà de' tempi e degli elementi usare, e adoperare l'arti e lo ingegno come nelle case dove nascemmo possiamo, che varietà porremo tra quelle e quelle dove ci permutiamo? Certo niuna. Dunque non giustamente esilio, ma permutazione dobbiamo chiamare quella che, o costretti o volontari, d'una terra in un'altra facciamo; né fuori della città, nella quale nascemmo, dobbiamo riputarci in alcuno modo, se non quando per morte, questa lasciata, alla etterna n'andiamo.

Se forse si dicesse altre usanze essere ne' luoghi dove l'uomo si permuta che ne' lasciati, queste non si debbono tra le gravezze annoverare, con ciò sia cosa che sempre le novità sieno piaciute a' mortali; e inconveniente cosa sarebbe a concedere che più di valore avesse ne' piccoli fanciulli l'usanza che 'l senno negli attempati. Possono i piccoli fanciulli, tolti d'uno luogo e trasportati ad un altro, quello per l'usanza fare suo e mettere il naturale in oblio. Il che molto maggiormente l'uomo dee sapere fare col senno, in tanto quanto il senno dee avere più di vigore, e ha, che non ha l'usanza, quantunque sia la seconda natura chiamata. Questo mostrarono già molti e tutto dì il dimostrano: i Fenici, partiti di Siria, n'andarono nell'altro canto del mondo, cioè nell'isola di Gade, ad abitare; i Massiliesi, lasciata la loro nobile città in Grecia, ne vennero tra le alpestre montagne di Gallia e tra' fieri popoli a dimorare; la famiglia Porzia, lasciato Tuscolano, ne venne a divenire romana. Chi potrebbe dire quanti già a diletto lasciarono le proprie sedie e allogaronsi nelle altrui? E se questo può fare il senno per se medesimo, quanto maggiormente il dee fare dalla opportunità aiutato e sospinto? Per che estimo, poscia che così piace alla Fortuna, che voi a voi medesimo facciate credere non costretto, ma volontario l'esservi d'uno luogo permutato in un altro; e che quell'altro sia il vostro e quello, che lasciato avete, fusse l'altrui: questo v'agevolerà la noia, dove l'altro l'aggraverebbe.

Direbbesi forse per alcuni non essere in queste cose quelle qualità che io dimostro e massimamente in questo: che voi nella vostra città eravate potente e in grandissimo pregio appo i cittadini, che non sarete così nell'altrui. Il che non concederò di leggieri. Chi è da poco, se perde lo stato, non s'ha che dolere, quello perdendo che non avea meritato; e colui che è da molto, dee essere certo che in ogni parte è in grandissimo pregio la virtù. Coriolano fu più caro, sbandito, a' Volsci, che a' Romani cittadino; Alcibiade, dagli Ateniesi cacciato, divenne prencipe de' navali eserciti di Lacedemonia; e Annibale fu troppo più accetto ad Antioco re che a' suoi Cartaginesi stato non era; e assai nostri cittadini sono già di troppo più splendida fama stati appo le nazioni strane che appo noi. E se io, quanto credo, bene compresi del vostro ingegno, non dubito punto che, in qualunque parte sarete, non siate in quello pregio che in Firenze eravate o in maggiore. E se pure vogliamo il vostro non permutazione, ma esilio chiamare, vi dovete ricordare non essere primo né solo; e l'avere nelle miserie compagni suole essere grande alleggieramento di quelle; e il vedere o il ricordarsi delle maggiori avversità in altrui, suole o dimenticanza o alleggieramento recare alle sue. E però, acciò che solo non crediate nello esilio essere dalla Fortuna ingiuriato e abbiate in cui ficcare gli occhi quando la noia dello esilio vi pugne, estimo non senza frutto ricordarvene alquanti, molto maggiori stati ne' loro reami che voi nella vostra città, a' quali le loro miserie guardate, non accambiereste le vostre.

Cadmo, re di Tebe, di quella medesima città ch'egli avea edificata cacciato vecchio, morì sbandito appo gl'Illirii; Sarca, re de' Molossi, cacciato da Filippo re di Macedonia, in esilio finì la misera sua vecchiezza; Dionisio tiranno, di Siracusa cacciato, in Corinto divenne maestro d'insegnare a leggere a' fanciulli; Siface, grandissimo re di Numidia, dalla sua più somma altezza vide il suo grande esercito sconfitto, tagliato e scacciato e da' nimici il suo regno occupato e le città prese; e Sofonisba, sua moglie, da lui sopr'ogni altra cosa amata, nelle braccia vide di Massinissa, suo capitale nemico; e oltre a ciò sé, prigione de' Romani e carico di catene, non solamente onorare della sua miseria il triunfo di Scipione, ma rallegrarne generalmente tutti i Romani e ultimamente, in piccola prigione rinchiuso, sotto l'imperio del crudele prigioniere menare il rimanente della sua vita; Persa, re di Macedonia, primieramente sconfitto e poi privato del regno e dalla fuga insieme co' suoi figliuoli ritratto e dato nelle mani di Paolo Emilio, similemente le catene triunfali, la strettezza della prigione e la rigidezza del prigioniere infino alla morte ontosa provò; Vitellio Cesare sentì la rebellione de' suoi eserciti e in sé vidde rivolto il romano popolo, né gli valse l'essersi inebbriato, per fuggire senza sentimento le ingiurie della commossa moltitudine, che egli non conoscesse sé prendere e spogliare e ficcarsi sotto il mento uno uncino e ignudo per lo loto vituperosamente convolgersi e tirarsi alle scale gemoniane, dove, morendo a stento, fu lungamente obbrobrioso spettacolo di coloro che de' suoi mali prendevano piacere. Io potrei, oltr'a questi, mettere innanzi le catene d'oro di Dario, la prigione d'Olimpiade, la fuga di Nerone, lo stento di Marco Attilio e molti altri, la quantità de' quali sarebbe tanta e tale che a scriverli niuna forte mano basterebbe; ma, senza dirne più, solamente riguardando a' contati, non dubito punto che, alle loro maestä, alle loro corone e regni le loro miserie aggiugnendo, voi accambiaste a quelle che per lo vostro esilio ricevute avete. Per che, accorgendovi che la Fortuna non v'abbia fatto il peggio che ella puote e che di maggiori uomini, che voi non fuste mai, stanno troppo peggio che voi non state, parmi abbiate a ringraziare Dio e con pazienza quello sostenere che gli è piaciuto di darvi.

Senza che, se alcuno luogo a spirito punto schivo fu noioso a vedere o ad abitarvi, la nostra città mi pare uno di quelli, se a coloro riguarderemo e a' loro costumi, nelle mani de' quali, per la sciocchezza o malvagità di coloro che avuto l'hanno a fare, le redine del governo della nostra repubblica date sono. Io non biasimerò l'essere a ciò venuti chi da Capalle e quale da Cilicciaule e alcuni da Sugame o da Viminiccio, tolti dalla cazzuola o dall'aratro e sublimati al nostro maestrato maggiore, per ciò che Serano, dal seminare menato al consolato di Roma, ottimamente colle mani use a rompere le dure zolle della terra, sostenne la verga eburnea assegnata al magnifico ufficio; e Caio Mario, col padre cresciuto dietro agli eserciti faccendo i piuoli a' quali si legano le tende, soggiogata l'Africa, catenato ne menò a Roma Iugurta. E acciò che io più di questi non conti (per ciò che non me ne maraviglio, pensando che non simili alle fortune piovano da Dio gli animi ne' mortali), eziandio a quali noi vogliamo più originali cittadini divegnendo, quelli o per avere d'insaziabile invidia gli animi occupati o di superbia intollerabile enfiati o d'ira non convenevole accesi, non l'avere pubblico ma il proprio procurando, hanno in miseria tirata e tirano in servitudine la città, la quale ora diciamo nostra e della quale, se modo non si muta, ancora ci dorrà essere chiamati. E oltre a ciò vi veggiamo (acciò ch'io taccia per meno vergogna di noi i ghiottoni, i puttanieri, i tavernieri e gli altri di simili lordure) disonesti uomini assai, i quali, quale con contenenza gravissima", quale con non dire mai parola e chi con l'andare grattando i piedi alle dipinture e molti collo anfanare e mostrarsi tenerissimi padri e protettori del comune bene (i quali tutti, ricercando, non si troverà sappiano annoverare quante dita abbiano nelle mani, come che del rubare, quando fatto loro vegna e del barattare sieno maestri sovrani), essendo buoni uomini riputati dagl'ingannati, al timone di sì gran legno, in tante tempeste faticato, sono posti.

Le parole, le opere, i modi, le spiacevolezze di questi cotali, quante e quali elle sieno e come stomachevoli, e udite e vedute e provate l'avete; e perciò lascerò di narrarle, dolendomi se d'avere tante violenze, tante ingiurie, tante disonestà, tanto fastidio veduto, vi dolete di essere stato cacciato. Certo, se voi avete quello animo che già è gran pezza avete voluto che io creda, voi vi dovreste vergognare e dolere di non esservi, già è gran pezza, di quella spontaneamente fuggito. Oh felice la cechità di Democrito, il quale, non volendo gli studi ateniesi lasciare, piuttosto elesse di volere in quelli vivere senza occhi, che vedere insieme i sacri ammaestramenti della filosofia e gli stomachevoli costumi de' suoi cittadini; li quali per non vedere, e il primo Africano e 'l Nasica Scipione, l'uno a Miturna e l'altro a Pergamo in Asia, preso volontario esilio, se medesimi rilegarono! E se 'l mio piccolo e depresso nome meritasse di essere tra gli eccellenti uomini detti di sopra e tra molti altri che feciono il simigliante nomato, io direi per quello medesimo avere Fiorenza lasciata e dimorare a Certaldo; aggiungendovi che, dove la mia povertà il patisse, tanto lontano me n'andrei, che come le loro iniquità non veggio, così udirle non potessi giammai.

Ma tempo è omai di procedere alquanto più oltre: diranno alcuni che, perché in ogni parte della terra si levi il sole, non in ogni parte i cari amici, i parenti, i vicini, coi quali e rallegrarsi nelle prosperità e nelle avversità condolersi gli uomini sogliono, trovarsi. Dico che degli amici è difficile cosa, degli altri è fanciullesca cosa il curarsi; ma per ciò che molto sono più rade l'amistà che molti non credono, non è da avere discaro avere almeno in tutta la vita dell'uomo uno accidente per lo quale li veri da' fittizi si conoscano. Se quello furore che in Oreste venne non fusse venuto, né egli né altri per solo suo amico Pilade avria conosciuto; e se la guerra de' Lapiti non fusse suta, Peritoo sempre arebbe estimato d'avere molti amici, dove in quella solo Teseo si ritrovò, senza più; ed Eurialo, caduto nelle insidie de' cavalieri di Turno, innanzi la sua morte s'accorse quello essergli Niso che nelle prosperità dimostrava. Adunque, come il paragone l'oro, così l'avversità mostra chi è amico. Havvi adunque la Fortuna in parte posto che discernere potete quello che ancora non poteste giammai vedere: chi era amico di voi e chi del vostro stato. Il che vi dee essere molto più caro che discaro l'essere da loro separato, considerando che, se alcuno trovate al presente che vostro amico sia, sapete nel cui seno e' vostri consigli e la vostra anima fidare possiate; e dove non ne trovaste potrete discernere in quanto pericolo per lo passato vivuto siate, in coloro voi medesimo rimettendo che quello che non erano dimostravano. E se forse diceste: “Io ne truovo alcuno e da quello mi duole essere diviso”, dico questa non essere giusta cagione di dolersi, imperciò che il frutto e 'l bene della verace amistà non dimora nella corporale congiunzione, anzi nell'anima, nella quale l'albitrio fu di prendere o di lasciare l'amistà. E quantunque il corpo sia dall'amico lontano o sostenuto o imprigionato, a costei è sempre licito di stare o d'andare dove le piace; questa dinanzi da sé di qualunque parte del mondo può convenire chi le aggrada. Chi adunque s'interporrà che voi coll'anima non so possiate a' vostri amici andare e stare con loro e ragionare e rallegrarsi o dolersi o farli dinanzi da voi menare alla vostra mente e quivi dire e udire, domandare e rispondere, consigliare e prendere consiglio? Le quali cose senza dubbio vi fiano tanto più graziose in questa forma, che se presenti col corpo fussono. Tanto essi udiranno quanto a voi piacerà di parlare, senza interrompere le parole giammai; essi quelle ragioni che voi approverete approveranno e quello risponderanno che voi vorrete: niuno cruccio, niuna oziosa parola potrà mai essere tra voi e loro: tutti presti, tutti pronti ad ogni vostro piacere verranno, né più staranno che a voi aggradi. O dolce e dilettevole compagnia e molto più che la corporea da volere! E massimamente pensando che, come voi con loro, così essi con voi continuamente dimorano e, dolendosi de' vostri casi, con ragioni più utili che forse le mie non sono vi confortano; e oltre a ciò quello assenti adoperano che per avventura voi presente non potreste adoperare; senza che, pure alquanto più evidentemente questa presenza domandata, la natura con onesta arte ci ha dato modo di visitarci, cioè con lettere, le quali, con poco inchiostro dimostrando, la profondità de' nostri animi e la qualità delle cose emergenti e opportune ne fanno chiare. Per che, se co' vostri piedi là dove i vostri amici sono andare non potete, fate che le dita vi portino: in luogo della lingua menate la penna; essi a voi il simigliante faranno; e tanto più grate a' vostri occhi le loro lettere che non sarebbono le parole agli orecchi, verranno, quanto le parole una sola volta udireste e le lettere molte potrete rileggere. E così non diviso dagli amici, ma sempre sarete accompagnato.

Sarà, non dubito, chi dirà forse possibile a sofferire le gravezze predette, ma l'avere i beni paterni e gli acquistati perduti, de' quali mantenere il cavalleresco onore e allevare la surgente famiglia si convenia, e il vedersi già vicino alla vecchiezza, corpulento e grave e intorniato di moltitudine di figliuoli e di moglie, sieno cose da non potere con pazienza comportare. Oh quanto stolta cosa è l'oppinione di molti mortali, la quale, postergata la ragione, solo al desiderio del concupiscibile appetito va dietro! Utili cose sono le bene adoperate ricchezze, ma molto più la onesta povertà è portabile, per ciò che ad essa ogni picciola cosa è molto, alla male disposta ricchezza niuna, quantunque gran cosa sia, è assai. La povertà è libera ed espedita ed eziandio senza paura nelle solitudini le è licito d'abitare. La ricchezza, piena di ben mille sollicitudini e da altrettante catene occupata, nelle fortissime rocche teme l'insidie; e, dove quella con poche cose soddisfa alla natura, questa colla moltitudine la corrompe. La povertà è esercitatrice delle virtù sensitive e destatrice de' nostri ignegni, là dove la ricchezza quelle e questi addormenta ed in tenebre reduce la chiarezza dello intelletto. Chi dubita che la natura, ottima provveditrice di tutte le cose, non avesse con assai piccola sua fatica a fare con gli uomini nascere le ricchezze, se loro le conoscesse utili, come ella tutti ignudi ci produce nel mondo, conoscendo la povertà bastevole? L'ambizione degli animi non temperati trovò le ricchezze e recolle a luce, avendole, sì come superflue, nelle profondissime interiora della terra la natura nascoste. O inestimabil male! Queste sono quelle per le quali i miseri mortali più che loro non bisogna s'affaticano, per queste s'azzuffano, per queste combattono, per queste la loro fama in eterno vituperano, per queste de' nostri priori nuovamente sono cominciati a fare vescovi, né dubito che, se bene nel passato si fusse guardato, non avesse molti più mitriati la nostra corte. Queste, oltre a tutto questo, sono quelle che, perché o perdute o in parte minuite sono, intollerabile è la vostra sciagura tenuta, quasi senza esse né servare l'onore mondano, né allevare le famiglie si possano. Ingannato è chi così crede. Ampliò la povertà la maestà di Scipione in Miturna, dove il limitare della sua casa povera come d'uno sacro tempio da' ladroni, visitantilo, fu reverito ed adorato. E similemente la picciola quantità de' servi menati da Catone in Ispagna, conosciuto il suo valore, il fece maggiore che lo imperio.

Io aggiugnerò a queste cosa colla quale io con agro morso trafiggerò l'abominevole avarizia de' Fiorentini, la quale in molti secoli, tra sì grande moltitudine di popolo, ha tanto adoperato che magnificamente d'onesta povertà più che d'uno solo cittadino non si possa parlare: la volontaria povertà di Aldobrandino d'Ottobuono gl'impetrò e onore pubblico e imperiale sepoltura alla morte. Dunque non i gran palagi, non l'ampie possessioni, non la porpora, non l'oro, non i vai fa agli uomini onore, ma l'animo di virtù splendido fa eziandio a' poveri gl'imperadori reverenti. E chi sarà colui sì trascutato che d'essere povero si vergogni, riguardando il romano imperio avere la povertà avuta per fondamento; recandosi nella memoria Quinzio Cincinnato avere lavorata la terra; Marco Curzio dagli ambasciatori di Pirro essere stato trovato sopra una rustica panchetta sedere al fuoco e mangiare in iscodelle di legno e, dette parole convenienti alla grandezza dell'animo suo, avere indietro rimandati i tesori di Pirro; e Fabrizio Licinio i doni de' Sanniti? E, con questo, guardando quanti e quali cittadini fussono in Roma questi tenuti e in quante e quali cose essi esaltassero il detto imperio, il quale tanto tempo continuamente s'è dilatato, quanto sì come carissimo patrimonio fu da' cittadini avuta e servata la povertà. E così come le ricchezze con le loro morbidezze per le private case incominciarono ad entrare, a diminuire cominciò; e come l'avarizia venne crescendo, così quello di male in peggio vegnendo, nella ruina venne nella quale al presente il veggiamo, che è in nome alcuna cosa e in esistenza niuna. Che dunque a sostentamento dello onore adoperano le ricchezze, che la povertà non faccia molto più innanzi? Quelle niente, questa molto. Le ricchezze dipingono l'uomo e colli loro colori cuoprono e nascondono non solamente i difetti del corpo, ma ancora quelli dell'anima, che è molto peggio; la povertà nuda e discoperta, cacciata la ipocrisia, se medesima manifesta e fa che dagl'intendenti sia la virtù onorata e non gli ornamenti. E però, se quello siete che, già è buon tempo, reputato v'ho, molto maggiore onore vi farà per lo avvenire una grossa cottardita e povera, che i cari drappi e vai non hanno fatto per lo passato.

Conceduto questo, si dirà l'onore non nutricare la famiglia, non maritare le figliuole, non sostentare delle cose opportune la moglie. Rigida risposta agli odierni costumi, ma vera e utile cade a così fatta opposizione. Ne' primi secoli, quando ancora la innocenza abitava nel mondo, le ghiande cacciavano la fame e i fiumi la sete degli uomini de' quali noi discesi siamo: le quali cose, come che oggi del tutto si schifino, non cessa che elle non possano chiarissima dimostrazione fare che di piccolissime e poche cose sia la natura contenta. I romani eserciti, li quali sotto l'armi e per sole e per piova, di dì e di notte, combattendo o camminando o i loro campi affossando, niuno altro guernimento per soddisfacimento della natura portavano che un poco di farina per uno con alquanto lardo, non dubitando di trovare dell'acqua in ogni luogo. Quanto adunque più leggermente si deono poter pascere coloro che nella città, disarmati e in quiete dimorano? Tolga Dio che voi in sì fatta estremità venuto siate che quello che coloro facevano, colla vostra famiglia si convenga di fare; ma se già quello ch'io dico si fece ed è possibile a fare, molto maggiormente è secondo la facultà rimasa, non secondo le mense di Sardanapalo, ma ad esemplo di Senocrate, la vostra famiglia ordinata; e Colui, il quale le fiere nelle selve e gli uccelli nell'aria nutrica, prestandovi della sua grazia, eziandio nelle solitudini d'Egitto, non che tra gli amici e' parenti, vi parerà modo innanzi di nutricarli. Egli non venne mai meno ad alcuno che in lui sperasse; e chi non crede alla speranza di lui, più che del padre o d'alcuno altro, per certo né lui, né sé, né gli uomini del mondo conosce.

E voi dovete essere contento d'avere piuttosto stretta e scarsa fortuna in allevare i vostri figliuoli, che molto larga; per ciò che, come le delizie ammolliscono co' corpi gli animi de' giovani, così i grossi cibi e' duri letti e' vestimenti rusticani gli animi naturalmente gentili fanno ad ogni fatica pazienti, raffrenano l'arroganza e di piacere e di sapere con tutti vivere accendono in loro il disio. E se bene si guarderà tra la moltitudine de' nostri passati, troppi più si troveranno essere stati coloro che dagli aspri e rozzi nutrimenti sono in gloriosa fama venuti, che quelli che nelle morbidezze sono stati allevati; in tra' quali per certo, se gran forza di naturale disposizione non li ha sospinti, mai altro che cattivi, pigri, superbi e stizzosi non si troveranno essere stati. E chi ciò non crede, riguardi a' re assiri, a' re egiziaci, tra le delicatezze e gli odori arabici effeminati; e loro a petto si ponga David, il quale nella pastura degli armenti la sua puerizia esercitò e Mitridate, il quale nella sua giovanezza non altro che tra le fiere e ne' boschi abitò. Quelli, viziosamente vivendo e in se stessi rivolgendo le guerre, come allevati erano, così effeminatamente morirono; questi altri, l'uno vincendo le genti vicine in maravigliosa grandezza ampliò il suo regno, l'altro, di ventidue nazioni divenuto signore, oltre a quaranta anni con gravissima guerra faticò i Romani. Di questi esempli è pieno il mondo e però più porne sarebbe soperchio. Vivente adunque con meno grassa fortuna, concedendolo Dio, in maggior fortezza trarrete la vostra famiglia.

Ora non so io se voi siete del numero di coloro che si dolgono più nella vecchiezza alcuna traversa avvenirgli che se nella giovanezza avvenisse; ma, perchè già intra 'l limitare di quella vi veggio entrato, possibile è che quella, sì come male aggiugnente allo esilio, o l'esilio per quella reputiate più grave; il che, se così fusse, povero consiglio sarebbe. Chi non sa che la lunghezza del tempo e la cortezza allunga e raccorcia la noia? Niuna tribulazione può nella vecchiezza essere lunga, con ciò sia cosa che la vecchiezza medesima lunga non sia: ella ha per estremo ed ultimo termine (e quello è vicino) la morte, la quale ogni mortale gravezza dicide e porta via. Oltre a ciò, come il sangue a raffreddare si comincia, così le concupiscenze tutte si cominciano a mitigare e, temperato l'ardore dell'alte cose, senza dubbio dispiacciono meno le minori, nelle quali suole esilio altrui recare. E universale regola è a' consueti non fare passione gli accidenti;e niuno vecchio è, salvo se Quinto Metello non eccettuassi, il quale per varie avversità non abbia già molte volte pianto, molte dolutosi, molte la morte desiderata; nelle quali cose essendo indurato e callo avendo fatto, con molto meno di fatica le cose traverse vegnenti ricevere e porta che i giovani non farieno, a' quali ogni picciola cosa, sì come nuova, dispiace ed è gravosa. Adunque, poichè venire dovea questa turbine, piatosamente ha con voi la Fortuna operato, essendosi nella vostra vecchiezza indugiata. E per ciò che la vecchiezza pe' consigli è reverenda, ne' quali ella vale più che alcun'altra età, la corpulenza ad essa congiunta aggiugne ad essa quella gravità che forse l'età ancora non arebbe recata. Voi non avete a correre: sedendo e riposandovi, vede la mente le cose lontane e, con acuta intelligenzia, di quelle secondo l'ordine della ragione dispone. E l'avere moltitudine di figliuoli in ogni stato è lieta e graziosa cosa: li quali Cornelia, madre de' Gracchi, per sua somma ricchezza mostrò alla sua oste capovana. Chi dubita che, risurgendo ancora in loro nella debita età lo spirito de' loro passati, essi, vivendo voi, non vi sieno ancora di grandissima consolazione cagione o, morendo, di futura speranza? La natura ancora nelle mani de' figliuoli pose il coltello vendicatore delle onte fatte a' padri e la gloria degli avoli loro; per che in luogo di recreazione, in tanto affanno, e non di peso li dovete avere.

Ma che diremo dell'aver moglie, non solamente vostro rammarichio, ma quasi universale di ciascuno? Affermerò, come che provato non l'abbia che, dove buona e valorosa donna non sia, essere molto più grave nella felicità che nella miseria a tollerare: per ciò che, sì come la malvagia pianta nel terreno grasso subitamente in maravigliosa grandezza si leva, dove umile nella più magra dimora, così l'anima male disposta le superbe corna, che fuore caccia nella prosperità, dentro ritira nella miseria. Ma se ad essere buona e pudica e valorosa si truova, niuna consolazione credo che essere possa maggiore allo infelice. Ma che l'uno e l'altro con alcuno esemplo apparisca mi piace. L'abbondanza de' beni temporali trasse Elena, figliuola di Tindaro, in tanta lascivia che, con Paris fuggendosi, mise Menelao, suo marito, e' fratelli e' parenti e tutta Grecia e Asia in importabile fatica e quasi etterna distruzione. Questa medesima abbondanza in tanta superbia elevò l'animo di Cleopatra, moglie di Soter, re d'Egitto, che, cacciato il maggiore figliuolo del regno, inimichevolmente con armata mano perseguitollo; e l'altro, che per la crudeltà di lei s'era fuggito, rivocato, parandogli insidie, il provocò ad uccidersi. E Cleopatra, la quale fu l'ultima reina d'Egitto, da questa medesima lusingata, in tanta cupidità di più ampio regno lasciatasi menare, dopo mille adulteri divenuta moglie di Marco Antonio e del romano imperio invaghita, non requiò infino a tanto che lui ebbe sospinto a muovere guerra ad Ottaviano; della quale non solamente non acquistarono quello che desideravano, ma perduto quello che possedevano, a volontaria morte, assediati e presi, divennero. Io lascerò stare la rabbia di Iezabel, il furore di Tullia Servilia, la lussuria di Messalina e gli importabili costumi di mille altre nel grande stato; e così la intemperata arroganza di Cassandra, figliuola di Priamo, di Olimpia, madre del grande Alessandro, d'Agrippina, moglie di Claudio imperadore e di molte altre, per divenire più tosto a quella parte che più vi può consolazione recare.

E come già dissi, niuna consolazione credo che sia maggiore che la buona moglie allo infelice, sì come Isicratea con chiarissima fede ne testimonia. Costei, sommamente Mitridate, re di Ponto, amando e lui veggendo in continue guerre, posta giù la femminile morbidezza e a' cavalli adusatasi e all'arme, tondutasi i capelli e sprezzata la sua bellezza, in abito d'uomo sempre il seguitò, da niuno affanno vinta; e massimamente poi che egli, da Pompeo superato, fu costretto di fuggire tra varie e barbare nazioni; nella quale avversità troppo più di consolazione porse al marito che non porsero di speranza le molte genti che a lui ancora erano suggette. E Sulpizia, quantunque molto guardata da Giulia sua madre, di nascoso avendo seguito Lentulo Truscellone, suo marito, in Cicilia proscritto da' Triumviri, si dee credere con questo amore e fede avergli porto non meno piacere che noia la proscrizione ricevuta. Io potrei aggiungere a questi esempli la forte e piatosa opera delle mogli Menie, i carboni di Porzia, la disavventurata morte di Giulia di Pompeo, con altri molti somiglianti; ma, per ciò che credo, ove il bisogno il richiedesse, la vostra monna Giovanna essere un'altra Isicratea o quale altra delle predette volete, senza più dirne mi pare potere passare al presente, volendo venire a quella parte la quale, al mio giudicio e per quello ch'io abbia udito, più che alcun'altra nel presente esilio vi cuoce.

Èmmi adunque per alcuno amico stato detto che ogni gravezza, che la presente avversità avesse potuto porgere o porgesse, vi sarebbe leggera a comportare, dove i vostri cittadini, li quali in non avere voluto alcuna vostra scusa, quantunque vera e legittima stata sia, ricevere, ingrati reputate, non v'avessono, considerandolo, con titolo così abbominevole cacciato, come fatto hanno. Certo io non negherò e l'una e u l'altra delle dette cose essere oltre ad ogni altra gravissima a comportare. La prima, per ciò che, quantunque ciascuno buono cittadino non solamente le sue cose, ma ancora il suo sangue e la vita per lo comune bene, per la esaltazione della sua città, disponga, ha ancora rispetto che, dove in alcuna cosa gli venisse fallito (per ciò che eziandio i più virtuosi peccano), egli per lo suo bene adoperare passato debba trovare alcuna misericordia e remissione innanzi agli altri; la quale non trovando, gli è molto più grave la pena che se meritato il beneficio non avesse. E se alcuni cittadini nella nostra città sono, che per sua opera o de' suoi passati grazia meritasse, voi estimo che siate di quelli; per che, non trovandola come veggio che trovata non l'avete, meno mi maraviglio se vi dolete. Ma, dove si veggia solo a' notabili uomini essere invidia portata e per quella avere la ingratitudine, quanto di male ha potuto, adoperato, estimo che, qualunque colui si sia questo inconveniente avvegna, conoscendo quello che avanti creder non avrebbe potuto, sì come sgannato e certificato del vero, sé al numero de' valenti uomini aggiugnendo, sì come ogni altra noia, questa ancora, dalle fatiche de' passati aiutato, dee sostenere.

E perciò, quante volte questa spina vi trafigge, vi priego vi riduciate alla mente che Teseo, le cui opere furono maravigliose e degne di perpetua laude, da quelli medesimi Ateniesi li quali egli, in qua e in là per Grecia dispersi, aveva nella loro città revocati e con utilissime leggi in cittadinesca vita ordinati, fu da Atene cacciato e, quanto in loro fu, se il generoso animo di lui l'avesse patito, di morire in misera vecchiezza costretto; né si trovò chi, per conoscenza de' ricevuti meriti, l'ossa di lui, che contro a loro più non potevano alcuna cosa, da Cyro, piccioletta isola, dove sbandito avea i suoi giorni finiti, facesse riportare in Atene. Questi medesimi Solone, il quale con santissime constituzioni li avea ammaestrati e le cui leggi ancora gran parte del mondo ragionevolmente governano, costrinsono già vecchio d'andare in Cipri sbandito e là morirsi. Questi medesimi Milciade, il quale loro dalle catene de' Persi, infinita moltitudine di quelli maravigliosamente vincendo a Maratona, avea tolti, nelle loro catene in oscura prigione feciono morire; né prima il suo corpo renderono a seppellire che Cimone in quelle medesime catene, che trarre si dovevano al morto corpo del padre, essi facessero legare. I Lacedemoni, a niuno altro uomo essendo tanto tenuti, più volte Licurgo, giustissimo uomo, colle pietre assalirono e ultimamente di quella città, la quale egli avea con santissime leggi regolata, il cacciarono. I Romani soffersero che il liberatore d'Italia, cioè il primo Africano, poveramente sbandito morisse in Miturna; e allo Asiatico, che de' tesori di Antioco avea riempiuto l'erario loro, patirono che fussono messe le catene e tanto in prigione fusse tenuto che tutto il suo patrimonio venduto e pubblicato fusse. E il secondo Africano, avendo Cartagine e Numanzia, superbissime città e il romano giogo sprezzanti, abbattute, trovò in Roma ucciditore e non vendicatore. Perché fatico io in raccontarne tanti? Tutte le scritture de' passati sono piene di questi mali. La 'ngratitudine è antichissimo peccato de' popoli ed è sì radicata in quelli che non come l'altre cose invecchia, ma ogni di più verde germoglia e dopo i fiori produce in grandissima copia i frutti suoi. E però, come altra volta ho detto, quello che a molti si vede essere adivenuto e adivenire, si dee con molto minore noia patire.

Appresso questo affermo la seconda cosa avere più di veleno e massimamente negli animi ne' quali alto sentimento genera più disdegno. La qual cosa credo che da questo avvenga: cioè perché tutti naturalmente con fama desideriamo prolungare il nome nostro e massimamente coloro i quali dirittamente sentono della brevità della vita presente; e chi d'acquistare fama o guardare l'acquistata è negligente, più tosto bruto animale e servidore del suo ventre si può chiamare che razionale; e così questa vita trapassano come se dal parto della madre fossono portati al sepolcro. E per ciò che la fama è servatrice delle antiche virtù e predicatrice de' vizi, senza ristare, sommamente si guardano i savi di non contaminarla o di fama trasmutarla in infamia e con ragione sommamente si turbano, se è da altrui in alcuna maniera contaminata; e quinci già molti a gran pericolo si sono messi per doverla purgare, se forse alcuna nebula in quella fosse da invidia o da falsa oppinione stata gittata. Per che, se di ciò vi turbate e vi dolete, ché d'alto animo siete, non me ne maraviglio, né riprendere ve ne saprei, ma tuttavia e a questa, come all'altre passioni, ha la ragione delle cose modo e termine posto.

Fatto n'avete, secondo che io intendo, di ciò che opposto è alla vostra lealtà e di che il mobile vulgo vi fa nocente, ogni scusa che a voi è possibile; scritto avete non una volta, ma molte e a private persone e a' vostri maestrati; e con quella gravità che per voi s'è potuta la maggiore, ingegnato vi siete di mostrare la vostra innocenzia; e oltre a ciò avete la vostra testa offerta, dove del fallo appostovi dinanzi a giusto giudice, non ad impetuoso, siate convenuto. Assai è molto e né dubito, se aveste avuto a fare con uomini ragionevoli, come si tengono i Fiorentini, non fussero state le vostre scuse bastevoli ad ogni debita purgazione; per che in questo credo si possa sentire: i giudici essere ostinati e l'accusato innocente.

Direte forse: “Questo non basta a me: le nazioni circumvicine in uno medesimo errore co' cittadini sono e la generale oppinione, quantunque falsa sia, in luogo di verità è avuta; e così adiviene che io senza colpa, oltre al danno ho la vergogna”. Il che non so io se io mi consenta; ma cotanto in questo dire mi piace. Niuno meglio di voi sa il vero di quello che si dice; e se innocente vi conoscete, assai basta alla vostra quiete; né più fa a voi quello che altri di voi si creda che faccia ad altrui quello che meno che giustamente ne crediate. In niuna parte per l'altrui credere si turba la quiete del savio. Assai avete in questo, se con pura coscienza, a chiunque ve l'appone, potete negare ciò essere il vero; e dovete molto più essere contento che in così fatta parte piuttosto falsamente di voi si stimi che se fosse ragionevolmente creduto. Per ciò che per niuna altra cagione Socrate, dell'umana sapienza certissimo tempio, bevendo il veleno, le lacrime di Santippe sua moglie riprese, se non perché in quelle diceva lui a torto bere il mortale beveraggio; quasi volesse dire, se a ragione bevuto l'avesse, lei dolere doversene e per contrario, bevendolo a torto, non doversi dolere. Per che, passato questo primo impeto, da rivocare è la smarrita vita e nel suo luogo con più utile consiglio rimenare la partita quiete e colle opere per lo innanzi far sì che ciascuno, che meno che giustamente ha creduto o crede, se medesimo faccendo mentitore, se ne penta.

E dove le ragioni predette non vi paressero bastevoli, recatevi almeno a questo: che quello che molti migliori di voi già sofferirono non sia a voi vergogna il sofferire. Scipione Africano, del quale quanto più si parla più resta in sua laude da parlare e del quale non credo che più giusto nascesse intra i gentili e più d'onore e meno di pecunia cupido, acquistata la gloria della recuperata Spagna e Italia liberata e Africa soggiogata, trovò in Roma chi l'accusò di baratteria; né furono così alti i meriti di tanta potenza che in quella medesima potenza non fosse chi ricevesse l'accusa e chi il chiamasse in giudicio e chi ancora di quella condannare il volesse. Iulio Cesare, di cui le opere non solamente la estremità della terra, ma colla fama toccarono il cielo, in quella medesima infamia incorse nella quale voi d'essere incorso ora vi gravate. E per ciò che già disse, se per alcuna cosa si dovesse rompere la pubblica fede, per lo regno era da rompere, ancora sono di quelli che 'l suo splendore s'ingegnano d'offuscare; ma, come che gli invidiosi all'altrui gloria si dicano, diremo noi o crederemo Scipione barattiere o Giulio disleale, veggendo quanto all'uno e all'altro Iddio, verissimo conoscitore degli atti umani, di speciale grazia concedesse? E nella nostra età sappiamo noi quanti e quali, nella nostra città e altrove, non solamente col pensiero, ma con aperta dimostrazione il rivolgimento degli stati comuni abbiano adoperato; e nondimeno, o che il continuo uso di così fatte opere o l'universo desiderio di ciascuno di vedere mutamenti o la forza di pochi anni, roditori d'ogni cosa, che fatto se l'abbia, i cittadini l'abbiano poi veduti e con aperta fronte tra gli altri non solamente procedere, ma tenere il principato. E se quello che gli uomini hanno sofferto e sofferranno sofferire non volete, quello che Cristo, il quale fu omo e Iddio, sofferse non vi dovrà in questa parte parere duro a sofferire. E manifestissima cosa è che lui, veracissimo maestro, alcuni chiamarono seduttore e altri, essendo egli figliuolo di Dio, ministro chiamarono del dimonio; e molti furono che lui dissero essere mago, la sua deità negando del tutto. E se di costui, il quale era ed è luce, che illumina ciascuno omo che nel mondo vive, tanti conviciatori si truovano, non si dee alcuno uomo, quantunque giustamente e santamente viva, maravigliare, né impaziente portare se truova chi la sua fama e le sue opere con ignominioso soprannome s'ingegna di violare o di macchiare. Seguitino, come già dissi, le opere nostre contrarie al cognome e sforzinsi i maldicenti quanto vogliono; non solamente egli non procederà, ma quello ch'è proceduto, come stato non fosse, in niente si risolverà di leggieri.

E acciò che ad alcuna conclusione, quando che sia, vegnano le mie parole, gli argomenti e' conforti, dico che persuadere vi dovete voi essere in casa vostra, poiché universale città di tutti è tutto il mondo; e quante volte l'opportune cose alla natura avere vi trovate, non povero, ma secondo natura ricco stimate; e la vecchiezza, sì come sperimentata negli affanni e piena d'utili consigli, avere più che la strabocchevole giovanezza cara; e massimamente in questo caso, senza rammaricarsi della corpulenzia, aggiugnitrice a quella di gravità veneranda. E così i figliuoli apparecchiatevi per bastone, dove forze mancassero alla vecchiezza; e come compagno di tutte le fatiche la moglie, non superflua né noiosa, ma utile giudicate, contento che l'infortunio v'abbia parimente fatto conoscere i falsi amici da' veri e quanta sia la 'ngratitudine de' vostri cittadini; nella quale, non conoscendola e forse troppo sperando, potreste per l'avvenire essere caduto in più abbominevole pericolo che questo; e senza curarvi di ciò che, curandovi, altro che vergogna non vi puote accrescere, cioè del titolo della vostra cacciata, avviso che leggermente lo ispegnerete.

Io poteva per avventura assai onestamente far qui fine alle parole; ma l'affezione mi sospigne a dovere ancora con alcuno altro puntello l'animo vostro, agramente dicrollato, armare al suo sostegno; e a questo sarà la buona speranza, le cui forze sono tante e tali che non solamente nelle fatiche sostengono i mortali, ma esse volontariamente sottentrare ne li fanno, sì come noi manifestamente veggiamo. Chi dopo molte fatiche farebbe a' poveri lavoratori gittare il grano nelle terre, se questa non fusse? Chi farebbe a' mercatanti lasciare i cari amici e' figliuoli e le proprie case e sopra le navi e per l'alte montagne e per le folte selve non sicure dagli agguati de' ladroni andare, se questa non fusse? Chi farebbe a' re votare i loro tesori, producere ne' campi sotto l'arme i loro popoli e mettere in forse la loro maiestà, se questa non fusse? Costei l'uberifera ricolta, gli ampli guadagni e le gloriose vittorie promette e ancora, debitamente presa, concede. Sperare adunque ne' grandissimi affanni si vuole, ma non negli uomini, ch'egli è maledetto quell'uomo che ha nell'uomo speranza. In Dio è da sperare: la sua misericordia è infinita e alle sue grazie non è numero e la sua potenzia è incomparabile, né si può la sua liberalità comprendere per intelletto. In lui adunque l'animo e la speranza vostra fermate. Sue opere furono (e non senza cagione, come che noi l'apponiamo alla Fortuna) che Camillo, essendo in esilio appo gli Ardeati, non solamente ribandito fusse, ma, da quelli medesimi, che cacciato l'aveano, fatto dittatore, in Roma triunfando tornasse; e che Alcibiade, lungo trastullo stato della Fortuna, non fusse con tante esecrazioni d'Atene cacciato ch'egli in quella poscia con troppe più benedizioni e chiamato e ricevuto non fusse; anzi non bastando al giudicio di coloro, che cacciato l'aveano, il fargli pienamente nella sua tornata gli umani onori, insieme con quelli gli feciono ancora i divini. Esso, larghissimo donatore, similemente permise che Massinissa, cacciato e a quel punto condotto che, rinchiuso nelle segrete spelunche de' monti, delle radici d'erbe procacciategli da dua servi, li quali soli rimasi gli erano di molti eserciti, non essendo ardito di apparire in parte alcuna, sostentasse la vita sua; né molto poi, con piccola mano d'armati venuto a Scipione e preso e vinto il suo nimico, non solamente lo stato pristino e 'l suo reame recuperasse, ma, gran parte di quello del nimico suo aggiuntovi, tra gli altri grandissimi re del mondo, splendidissimo e in lieta felicità lungamente e amicissimo de' Romani, de' quali nella sua giovanezza inimico era stato, vivesse.

Io lascerò stare la divina benignità negli antichi, contento di mostrare quella ch'egli usò in uno nostro piccolo cittadino ne' nostri tempi; il quale, se io delle mie lettere degno estimassi, io il nominerei; ma sì è recente la cosa che leggeremente senza nome il conoscerete. Ricordare adunque vi potete essere stato chi, in non più lungo spazio di tempo che undici mesi, fu con acerbissimo bando della nostra città discacciato e, di men possente, fatto grande; il che in disgrazia, si siamo ritrosi, ci reputiamo; e oltre a ciò con quelle maladizioni che possono in alcuno le nostre leggi gittare fu aggravato; e allora ch'egli più lontano si credea essere a dovere provare l'umanità de' suoi cittadini, di mercatante, non uomo d'arme solamente, ma duca divenuto d'armati, con troppa maggior vista che opera, meritò di ricevere la cittadinanza e, di nobile, plebeio ritornare ed eziandio di salire al nostro maggiore magistrato. Che dunque diremo, se non che alcuno, quantunque depresso sia, mai della grazia di Dio non si dee disperare, ma, bene operando, sempre a buona speranza appoggiarsi? Niuno è sì discreto e perspicace che conoscere possa i segreti consigli della Fortuna; de' quali quanto colui, che è nel colmo della sua ruota, puote e dee temere, tanto coloro, che nell'infimo sono, deono e possono meritamente sperare. Infinita è la divina bontà e la nostra città, più che altra, piena di mutamenti, in tanto che per esperienzia tutto di veggiamo verificarsi il verso del nostro poeta:

...che a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.

E perciò ergete con virile forza l'animo, dalla contraria Fortuna sospinto e abbattuto e cacciate via il dolore e le lagrime, le quali più tosto tolgono agli afflitti consiglio ch'elle non danno aiuto; e quella fortuna che Iddio v'apparecchia, sperando meglio, pazientemente sofferite; né crediate ch'egli stringa più le mani della sua grazia a voi che abbia fatto a quelli che di sopra ho nominati o a molti altri; né voglio che voi diciate il nostro cittadinesco proverbio:

A confortatore non duole capo.

Bene so che dal confortare all'operare ha grande distanza; e dove l'uno è molto agevole, l'altro è malagevole sommamente; ma chi dà quello ch'egli ha non è tenuto a più. Se io vi potessi in opera aiutare come in conforti, forse da rifiutare sarieno, se io nol facessi; e io non mi posso nascondere a voi: voi sapete ciò che io posso; in quello adunque vi sovvegno che conceduto m'è.

E per ciò che io molte parole ho spese intorno a quello che credo che vi bisogni secondo il vostro presente stato, anzi ch'io faccia fine, a mostrarvi quale sia il mio, alquanto ne intendo di scrivere. Io, secondo il mio proponimento il quale io vi ragionai, sono tornato a Certaldo e qui ho cominciato, con troppa meno difficultà che io non estimavo di potere, a confortare la mia vita; e comincianmi già i grossi panni a piacere e le contadine vivande; e il non vedere l'ambizioni e le spiacevolezze e' fastidi de' nostri cittadini m'è di tanta consolazione nell'animo che, se io potessi stare senza udirne alcuna volta, credo che 'l mio riposo crescerebbe assai. In iscambio de' solleciti avvolgimenti e continui de' cittadini veggio campi, colli, arbori, delle verdi fronde e di vari fiori rivestiti; cose semplicemente dalla natura prodotte, dove i cittadini sono tutti atti fittizi. Odo cantare gli usignuoli e gli altri uccelli non con minore diletto che fusse già la noia d'udire tutto il dì gl'inganni e le dislealtà de' cittadini nostri; e con li miei libricciuoli, quante volte voglia me ne viene, senza alcuno impaccio posso liberamente ragionare. E acciò che io in poche parole conchiuda la qualità della mente mia, vi dico che io mi crederrei qui, mortale come sono, gustare e sentire della etterna felicità, se Dio m'avesse dato fratello o non me lo avesse dato.

Credettimi, quando presi la penna, dovervi scrivere una convenevole lettera, ed egli m'è venuto scritto presso che un libro; ma tolga via Iddio che io di tanta lunghezza mi scusi, sperando che, se altro adoperare non potrà la mia scrittura, almeno questo farà: che, quanto tempo in leggerla metterete, tanto a' vostri sospiri ne torrò.

A Luca e Andrea, li quali intendo che costà sono, quella compassione porto che ad infortunio d'amico si dee portare, e se io avessi che offerire in mitigazione de' loro mali, fare' lo volentieri; nondimeno, quando vi paia, quelli conforti che a voi dono, quelli medesimi e massimamente in quelle parti che a loro appartengono, intendo che dati sieno.

E senza più dire, priego Iddio che consoli voi e loro.

EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Tutte le opere di Giovanni Boccaccio", a cura di Giuseppe Chiecchi, Mondadori, Milano, 1994







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